Etica del lavoro

Vorrei soffermarmi ora sull’etica del lavoro sostenuta dalla Riforma, che si inquadra storicamente nella fortissima ripugnanza per il lavoro manifestata dalla tradizione cristiana precedente, rappresentata prevalentemente dagli autori monastici.

Il lavoro nel 1500 era considerato da loro un’attività degradante e avvilente che era meglio lasciare a persone socialmente e spiritualmente inferiori. Se già i patrizi dell’antica Roma consideravano il lavoro manuale inferiore al loro rango, occorre affermare che nel cristianesimo si sviluppò un’aristocrazia spirituale che aveva un atteggiamento negativo e liquidatorio nei confronti del lavoro manuale; nel medioevo un tal modo di vedere le cose esercitò la sua massima influenza, giacché il lavoro era considerato come impedimento di un perfetto rapporto con Dio. Solo in alcuni ordini monastici il motto laborare est orare (lavorare è pregare) esprimeva che la vita contemplativa non era necessariamente turbata da un lavoro manuale, come occuparsi dei vigneti del convento o sovrintendere ad altri aspetti dei suoi affari mondani. Da questa minoranza di ordini era però inteso come una delle attività all’interno della vita monastica e ausilio a praticare l’umiltà. In generale però la spiritualità monastica considera il lavoro come qualcosa di degradante. Così risulta anche dagli scritti di Erasmo da Rotterdam.

Per la mentalità di allora era praticamente impossibile che un cristiano comune, che viveva nel mondo tutti i giorni, potesse venir considerato una persona che seguiva una vocazione religiosa o che potesse pretendere di essere un cristiano di prima classe. Potevano essere considerati – nel migliore dei casi – con indulgente carità.

La Riforma produsse un rovesciamento di questo modo di pensare, rifiutando innanzitutto la distinzione fra sacro e profano, tra l’ordine spirituale e quello temporale. Tutti i cristiani sono sacerdoti e tale vocazione si estende al mondo di tutti i giorni. I cristiani sono chiamati ad essere sacerdoti per il mondo perché per Lutero quelli che sembravano lavori profani sono in realtà una lode a Dio e costituiscono un’obbedienza che Dio gradisce. Lutero esaltò perfino il significato religioso delle faccende domestiche affermando che, “sebbene non abbiano nessun evidente connotato di santità, pure tali lavori domestici devono avere una stima più alta di tutte le opere di monaci e suore”. William Tendale, un suo discepolo inglese, osservò che lavare i piatti e predicare la parola di Dio sono attività umane molto diverse, ma che per quanto riguarda ciò che piace a Dio, non c’è alcuna differenza.

Alla base di ciò c’è ovviamente un nuovo concetto di vocazione.

Dio chiama il suo popolo alla fede ma anche ad esprimerla in settori ben definiti. Il singolo è chiamato a vivere l’essere cristiano in un campo d’attività ben determinato all’interno del mondo.

Vocazione non è uscire dal mondo, per entrare in clausura o in isolamento ma, sia per Lutero che per Calvino, è un entrare nel mondo della vita di tutti i giorni.

L’idea di una chiamata, ruf in tedesco, che vuol dire anche vocazione, riguarda essenzialmente il fatto che Dio chiama a servirlo qui in questo mondo. Il lavoro deve essere visto come il più alto impegno per Dio. Fare qualche cosa per Dio, e farlo bene, è il contrassegno distintivo di una fede cristiana autentica. Qualsiasi lavoro umano può essere perfettamente rispettabile ed essere considerato della massima importanza agli occhi di Dio. Cristo, nostro salvatore era un lavoratore, forse proprio falegname come Giuseppe, e si guadagnava il pane con fatica, perciò nessuno disdegni di seguirlo esercitando un mestiere o una professione. Egli non solo ha benedetto la nostra natura umana assumendo la forma di uomo ma nella sua attività ha benedetto tutte le arti e i mestieri.

E al di là dei risultati visibili della fatica, dello stress, del sudore, agli occhi di Dio ha importanza la persona che lavora almeno altrettanto del risultato del suo lavoro. E non c’è distinzione tra lavoro spirituale o temporale, fra sacro e profano. Poiché tutti i lavori glorificano Dio. Poiché essi sono un atto di lode, una risposta naturale all’iniziativa che Dio, nella sua Grazia, assume nei nostri confronti.

Calvino scriverà più tardi: Il vero scopo della nostra vita è di servire Dio servendo gli uomini.

I paesi protestanti europei si sono trovati ben presto in una situazione di prosperità economica, conseguenza involontaria e non proposito premeditato del nuovo significato religioso attribuito al lavoro e dell’etica protestante connessa anche con la funzione del risparmio. I riformatori non si stancavano di sottolineare che noi siamo quel che siamo per pura grazia di Dio e non per effetto degli sforzi umani. Ecco perché l’Evangelo è importante anche per le “persone che si fanno da sé”, che esistevano comunque già prima della Riforma. Loro non sono cristiani di secondo ordine come pensavano i monaci medioevali ma sono al servizio di Dio così come chi suona il piano, coltiva l’orto, scrive libri o vive fra gli ultimi della società. I cristiani sono chiamati a essere il sale e la luce nel mondo, senza conformarsi ad esso pur partecipandovi ma rimanendo legati all’esempio di Cristo.

Certo oggi vi sono tanti teologi, alcuni anche non credenti. Ci dovrebbe essere tanta Speranza (teoricamente) ma non è così purtroppo. Adriana Zarri, nel libro “Essere teologi oggi” scrive che la passione teologica le è nata dentro con la vita, io sono d’accordo.. Riferendosi all’episodio narrato in Esodo 33,20ss Lutero scriveva solo chi contempla le spalle di Dio, visibili nella sofferenza e nella croce, merita di essere chiamato teologo. La croce mette infatti alla prova ogni cosa, anche la teologia della gloria che cerca Dio al di fuori di Gesù Cristo, attraverso i trionfalismi, le manifestazioni di forza e sapienza umana. Pensate alle croci d’oro o altre statue che svettano sulle cattedrali, come simbolo di forza. Il che non ha nulla a che fare su sul recente dibattito sul crocefisso nelle scuole. Il comandamento di Dio di non fare scultura e immagine alcuna vale anche per noi cristiani. La nostra fede nel dio unico è quella di Abramo, Isacco e Giacobbe. E’ il Dio Padre che Gesù pregava da osservante in sinagoga e fuori di essa. Nessuno ha mai abrogato i comandamenti dati a Mosé. Di certo il comandamento dell’Amore non sostituisce i comandamenti di Mosé ma è il coronamento e la realizzazione piena.

Dio non permetterà a Mosé di vedere la sua faccia, ma questi potrà avere una visione indiretta di Dio, da dietro, mentre Dio passa. Mosé vede Dio ma non gli è concesso di vedere il volto. Dio contesta amabilmente la nostra tendenza naturale a pensare che Egli si affidi al buon senso per parlarci di se stesso. Il nostro buon senso vorrebbe, infatti, che Dio si rivelasse in circostanze di grandissima gloria e potenza. Non veramente nel nostro cuore ma negli esterni. Ma la croce ci dice invece che Dio ha scelto di rivelarsi nella tribolazione dell’ignominia e della debolezza. L’affidabilità della nostra ragione è messa in crisi. Ci si chiede di imparare la più difficile delle lezioni di teologia cristiana, cioè di umiliarci e di accettare Dio così come Egli si rivela, anziché come noi vorremmo che fosse. La folla che si raccoglieva attorno alla croce, si aspettava che accadesse qualche cosa di straordinario. Un intervento di Dio affinché potesse salvare suo Figlio. Ma Gesù morì e coloro che erano sotto la croce, che basavano la propria concezione di Dio unicamente sulla propria esperienza ne trassero l’ovvia conclusione che in quel luogo Dio non c’era. La risurrezione rovesciò quel giudizio ma sotto la croce non ci si rendeva conto della presenza nascosta. E lì nella sofferenza agì Dio; eppure la nostra esperienza percepisce solo l’assenza e l’inattività di Dio. Ebbene Dio è passato per l’abbandono, per le ferite, sanguinante e morente, attraverso le tenebre della morte.

Così scrisse Lutero per esprimere quella presenza di Dio nel lato oscuro alla ragione della fede e della vita: Abramo chiuse gli occhi e si nascose nell’oscurità della fede e in essa trovo la luce eterna.

A noi piccoli uomini e piccole donne si chiede di dire sì a quella Luce. La vera pace non è la mancanza di difficoltà, ma la capacità di aver fiducia in Dio in mezzo alle difficoltà incontriamo ogni giorno.

Le nostre gambe iniziano a tremare quando sentiamo parole che individuano il Cristo uscire anche dalle altre religioni. Non siamo ancora pronti seriamente ad allargare il nostro orizzonte… non siamo ancora capaci di percepire quello che la mistica può enunciare senza troppi sforzi. Si forse Dio si spiega anche nella mistica. Oltre i nostri schemi, oltre il pensiero umano e la ragione. E’ il Dio totalmente altro. Altro anche da quello che pensava perfino Barth.

 MB

Il premio nobel per la pace

QUACCHERI – MISSIONE IN ITALIA

“La vera Santità non toglie gli uomini dal mondo, ma li porta nel mondo per migliorarli”. Ispirati da queste parole di William Penn, fondatore della Pennsylvania, i volontari quaccheri americano sbarcarono nel nostro paese al seguito delle truppe alleate per contribuire attivamente alla ricostruzione

 

Di Massimo Rubboli, docente di Storia dell’America del Nord all’Università di Genova, dove ha insegnato anche Storia del cristianesimo.

 

Nella foto volontari a Ortona nel settembre 1946

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, gran parte della popolazione italiana sperò che la guerra fosse finita o, comunque, che sarebbe durata ancora poche settimane. La realtà fu ben diversa e alla speranza subentrarono quasi subito delusione, paura, terrore. Infatti, i venti mesi successivi furono i più tragici di tutta la guerra, in particolare per la popolazione civile dell’Italia centrale: la ritirata delle forze armate tedesche di fronte all’avanzata dell’VIII armata britannica e della V armata americana lasciò dietro di sé desolazione e morte, paesi messi a ferro e fuoco e stragi brutali di uomini, donne e bambini, in conformità a quanto disposto dall’alto comando della Wehermacht, con ordinanze quali il famigerato Ordine Nerone (Neo-Befehl) dell’autunno 1943, che prescriveva di fare “terra bruciata” nei territori che dovevano essere abbandonati dalle truppe tedesche.  Oltre alla violenza tedesca, la popolazione civile subì anche le conseguenze di terribili bombardamenti alleati. Le tragiche vicende di quei lunghi venti mesi sono state ricostruite dalla ricerca storica, che però ha lasciato in ombra un aspetto di questo periodo, meno importante ma pur sempre degno di essere ricordato, quello degli aiuti umanitari portati da varie organizzazioni di soccorso. La storia di questi aiuti si evolve quasi di pari passo con l’avanzata delle truppe alleate e diventa poi sempre più significativa nell’immediato dopoguerra. L’offensiva alleata, iniziata nella notte del 10 luglio 1943 con lo sbarco di truppe britanniche nella Sicilia sudorientale e di truppe americane nel golfo di Gela, portò lentamente alla liberazione dell’Italia meridionale ma si arrestò di fronte alla linea Gustav, lo sbarramento creato dalle armate della Wehermacht per fermare o ritardare il più possibile l’avanzata alleata verso nord. Soltanto il 12 maggio 1944 gli anglo-americani sferrarono contro questa linea un attacco decisivo, che si concluse il 6 giungo 1944 con la liberazione dell’Italia centrale che restava sotto il controllo militare tedesco, si intensificarono le distruzioni e le stragi e lo spettacolo che si presentava via via, in ogni nuova zona liberata, all’esercito alleato era sempre più spaventoso. Era quindi urgentissimo portare aiuto a quanti erano scampati ai massacri, ma le forze alleate, impegnate duramente nell’avanzata, non potevano che prestare soccorsi limitati, che ovviamente non raggiungevano le località più isolate. E’ in questo drammatico contesto, alle spalle del fronte che avanza verso nord, che si collocano i primi interventi di volontari di diverse organizzazioni umanitarie, soprattutto americane. Si tratta di oltr venti organizzazioni di carattere laico, come l’American Relief for Italy (Ari) e l’International Rescue ad Relief Committee (Irrc), o legate a gruppi religiosi, come la War Relief Services (Wrs)  della National Catholic Welfare Conference e l’American Jewish Joint Distribution Commitee (Jdc). Non essendo possibile in poche pagine ricostruire adeguatamente la storia delle loro attività in Italia nel periodo che comprende l’ultima fase della seconda Guerra Mondiale e il primo dopoguerra, prenderemo in esame , a titolo esemplificativo, l’opera svolta da una di esse, l’America Friends Service Committee (Afsc), con l’avvertenzache ognuna agì secondo caratteristiche e forme proprie. La scelta dell’Afsc è anche motivata dal fatto che, come vedremo, proprio cinquan’anni fa le fu assegnato , insieme al British Friends Council, il Premio Nobel per la Pace.

IL MOVIMENTO QUACCHERO: PACIFISMO E IMPEGNO SOCIALE IN TUTTO IL MONDO

In questa tradizione di pacifismo e impegno sociale, motivato dall’amore e dal rispetto per ogni persona, si colloca l’AFSC, creata il 30 aprile 1917 a Filadelfia per rispondere all’entrata in Guerra degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale e alla necessità di provvedere un servizio alternativo per gli obbiettori di coscienza alla guerra e al servizio militare . Diversi giovani obiettori furono inviati, dopo un periodo di preparazione, in Francia per portare soccorso, insieme all’organizzazione Friends War Victims Relief Committee dei quaccheri britannici, ai rifugiati  e alla popolazione civile vicino al fronte di guerra: Anche le donne, secondo la tradizione quacchera che non opera discriminazione di sesso, parteciparono attivamente ai programmi d’aiuto che comprendevano cure mediche per madri e bambini, assistenza nel riparare o ricostruire le abitazioni civili e consulenza nel settore agricolo. Dopo l’armistizio, all’Afsc fu affidato l’incarico di organizzare massicci programmi di assistenza alimentare per i bambini tedeschi e di ampliare gli interventi umanitari già in atto in Russia. L’opera di soccorso venne svolta anche in Austria, Polonia, Serbia, Siria, Bulgaria e Albania. Più tardi, l’Afsc creò dei centri internazionali in Francia, Germania, Svizzera, Austria e Polonia per continuare a sovraintendere ai programmi di aiuto e anche per offrire un punto di riferimento a quanti erano interessati a lavorare per la pace. A partire dagli anni Venti, giovani quaccheri (ma non solo, perché nell’Afsc hanno sempre operato volontari di qualunque fede o posizione) iniziarono a svolgere attività sociali negli Stati Uniti, in aree povere, nei ghetti urbani, nelle scuole per neri degli Stati del Sud e nelle riserve indiane.

Durante la Grande Depressione, a queste attività si aggiunse un programma di assistenza alimentare per i bambini della regione degli Appalachi (Nord America), dove l’Afsc aiutò i minatori disoccupati a costruire cooperative e a costruire case per sé e per altri.

Contemporaneamente, l’Afsc s’impegnò nella promozione dell’educazione alla pace con iniziative di carattere nazionale. L’educazione alla pace e alla giustizia è rimasta fino ad oggi una delle sue attività principali.

I QUACCHERI INTERVENGONO A FAVORE DEGLI EBREI E DEI PAESI DISTRUTTI DALLA GUERRA

Nel 1936, volontari dell’Afsc – insieme a rappresentanti di altre Chiese pacifiste storiche, come i Mennoniti e la Chiesa dei Fratelli – andarono nella Spagna sconvolta dalla guerra civile per distribuire generi alimentari ai bambini di entrambe le parti in lotta. Quando i nazisti iniziarono a perseguire gli ebrei, una delegazione dell’Afsc andò in Germania per cercare di fermare la persecuzione e poi, visto l’insuccesso della missione, creò una rete internazionale per aiutare gli ebrei tedeschi a trasferirsi negli Stati uniti e in altri Paesi. Nel maggio 1940, l’Afsc ottenne il permesso di aprire un ufficio a Roma dove, per oltre un anno, collaborò nell’assistenza ai profughi con la Delasem (Delegazione per l’assistenza agli emigrati) l’organizzazione assistenziale dell’Unione delle comunità israelitiche , e con l’Opera San Raffaele (Sakt – Raphaels-Verein) di Amburgo, che aveva la propria sede romana nel convento dei Pallottini. Anche dopo la chiusura dell’Ufficio di Roma, l’attività continuò per tutta la durata della guerra e riguardò non solo ebrei ma altri rifugiati. Inoltre, volontari dell’Afsc si unirono a quelli della Friends Ambulance Unit (Fau), un’organizzazione creata da quaccheri inglesi ma senza legami formali con la Società degli Amici, nel portare soccorso medico in Cina e in India.

L’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale creò di nuovo la necessità di provvedere un servizio alternativo per gli obbiettori di coscienza. Insieme al Brethen Service Committee e al Mennonite Central Committee, l’Afsc collaborò all’organizzazione del Civilian Public Service, che prevedeva l’utilizzo degli obbiettori nel settore agricolo e della riforestazione , nella prevenzione degli incendi e in diverse forme di servizio sociale. Durante la guerra, quando le autorità americane trasferirono la popolazione di origine giapponese sulla costa occidentale a campi di concentramento, l’Afsc protestò vivacemente contro questa violazione delle libertà civili e si preoccupò poi di aiutare gli internati a ritrovare la libertà e un lavoro.

Verso la fine della guerra, l’Afsc si mobilitò per attuare interventi di aiuto immediato alle popolazioni civili che avevano più sofferto a causa del conflitto. Questi interventi vennero diretti all’Europa, all’Asia, all’India e poi anche al Giappone.

I Paesi europei che beneficiarono degli aiuti dell’Afsc furono l’Italia, la Francia, l’Austria, la Germania, la Polonia, l’Ungheria e la Finlandia. Per quanto riguarda il nostro paese, bisogna ricordare che i primi contatti fra l’Afsc e l’Italia risalgono alla prima guerra mondiale, quando alcuni volontari collaborarono con la Croce Rossa Americana nell’opera di assistenza ai rifugiati nelle provincie di Avellino e di Ancora e a Milano. La prima organizzazione quacchera che operò in Italia dalla fine del 1943 fu la Fau, che collaborò in Sicilia con la Commissione di alleata controllo, nella parte già liberata, e con il Governo militare alleato nelle zone di guerra. Agli inizi del 1944, la Fau partecipò a Napoli alla lotta contro un’epidemia di tifo e poi si occupò di campi per rifugiati italiani. Il primo coinvolgimento diretto dell’Afsc risale all’incontro svoltosi ad Algeri nel gennaio 1944 tra gli alti ufficiali del Governo militare alleato e rappresentanti dell’Afsc, della Fau e del Jdc per discutere degli aiuti ai campi per rifugiati nella parte d’Italia già liberata. Il rappresentante dell’Afsc dichiarò l’interesse della propria organizzazione ma informò che una partecipazione attiva dipendeva dalle trattative in corso col governo americano.

 

L’AFSC ARRIVA IN ITALIA NEL 1944 E ORGANIZZA I PRIMI CAMPI PER I RIFUGIATI

Il 17 aprile 1944, in risposta ad una richiesta ufficiale presentata dall’Inter-Governmental Committee for Refugees (Igcr), il Comitato esecutivo dell’Afsc approvò il trasferimento di due dei suoi rappresentanti a Bari per collaborare con Sir Clifford Heathcote- Smith, il delegato ufficiale dell’Igcr.

Il primo,  David Hartley, arrivò il 14 maggio e il secondo , Howard Wriggins, sei giorni dopo. I due si incontrarono la prima volta con Sir Heathcote-Smith nel campo profughi di Ferramonti, nei pressi di Taranto, dove iniziarono il lavoro di controllo delle liste per rifugiati che dovevano imbarcarsi per la Palestina. Nell mese di giungo, Wriggins fu in grado d’inviare a Filadelfia un progetto di intervento in Italia da parte dell’Afsc, d’intesa con l’Igcr, la Commissione alleata di controllo, l’Jdc e la Fau, che prevedeva una raccolta di dati su tutti i rifugiati non italiani che richiedevano di emigrare negli Stati Uniti, l’inserimento nella società italiana di quei rifugiati che non potevano emigrare, la riunificazione delle famiglie dei rifugiati, la creazione di attività comunitarie nei centri di raccolta dei rifugiati e qualche forma di assistenza economica. Il progetto fu approvato e subito avviato: i due membri dell’Afsc avrebbero lavorato con due volontari della Fau, Sam Marriage e Dennis Mann, in ogni attività nelle zone di Bari, Potenza, Napoli e Salerno, fino a quando Wriggins non sarebbe stato trasferito a Roma per coordinare il lavoro da un ufficio centrale, cosa che avvenne il 15 agosto 1944.

Nei vari campi furono avviati laboratori per confezionare vestiti, riparare scarpe e produrre altri oggetti utili, anche al fine di ridare una certa fiducia in loro stessi e nelle loro capacità. Oltre a distribuire gli aiuti finanziari, quelli alimentari e gli indumenti (soltanto nel mese di ottobre, vennero spedite da Filadelfia all’Italia dieci tonnellate di vestiario) che giungevano direttamente dalla sede centrale, l’Afsc fu anche coinvolta nella distribuzione dei fondi per l’aiuto ai rifugiati stranieri messi a disposizione dell’Agenzia finanziaria alleata.

Nel mese di agosto si svolse a Roma anche la prima riunione del comitato di coordinamento di tutte le agenzie, pubbliche e private, coinvolte nell’opera di soccorso. Ne facevano parte rappresentanti della sezione  “Refugees and Displaced Persons” del Quartier generale delle forze armate alleate, dell’Unrra (United Nations Relief and Rehabilitation Administration, creata nel novembre 1943 da 44 governi per aiutare le popolazioni nelle zone che stavano per essere liberate), la Commissione alleata di controllo, la Croce Rossa Americana e quella Britannica, l’Afsc, il Jdc, l’Igcr e la Fau. Venne deciso di incontrare mensilmente per scambiarsi informazioni, evitare sovrapposizioni e rendere più efficiente l’opera di soccorso in Italia. Nell’autunno i responsabili dell’Afsc e della Fau pensarono di elaborare un piano di intervento comune per la ricostruzione di villaggi distrutti e, dopo alcuni viaggi di ricognizione, decisero di avviare un progetto pilota nella provincia di Chieti.

Disponendo di volontari ma non di mezzi sufficienti per realizzare un progetto di ricostruzione, le due organizzazioni legate ai quaccheri stipularono degli accordi con la Commissione alleata di controllo e con l’Unrra, che fornirono gli automezzi necessari al trasporto del materiale edile e un’assistenza logistica.

Lo scopo principale del progetto era quello di “incoraggiare le persone a ricostruire”, ridando loro fiducia nelle proprie capacità e nel futuro. L’intervento ebbe inizio ufficialmente alla fine di aprile 1945 nella valle dell’Avventino, ai piedi della Maiella, e interessò le località di Casoli, Colledimacine e Montedormo. Durante l’estate, con l’arrivo di nuovi volontari e di nuovi mezzi di trasporto, il programma di aiuti si estese a Palena, Lettopalena e Taranta Peligna e la base operativa fu spostata da Casoli a Palena. A novembre, però, a causa delle neve, tutto il gruppo si trasferì ad Ortona, dove era già attiva un’unità dell’Unrra, di cui facevano parte anche volontari del Servizio Civile Internazionale (Sci).

Nel gennaio 1946, su richiesta dell’Unrra, l’Afsc e la Fau assunsero la gestione della ricostruzione in un area più vasta, che comprendeva anche Villa Santa Maria e Castel di Sangro (in provincia dell’Aquila).

Il programma, oltre al trasporto di materiale edile, comprendeva anche la distribuzione di generi alimentari (soltanto durante la prima settimana di maggio, ad esempio, vennero distribuite nella provincia di Chieti undici tonnellate di cibo, inviate dall’American Relief for Italy) e l’assistenza agli internati nei campi profughi. La creazione del programma Unrra- Casas nell’aprile 1946 determinò un ulteriore ampliamento degli interventi e le due organizzazioni, insieme all’Sci, furono coinvolte in altre due aree, quella di Carrara e quella di Frosinone.

Il Maggiore impegno portò anche all’inserimento di giovani italiani, che collaborarono con americani, inglesi e svizzeri, anche se per loro era difficile comprendere fino in fondo le motivazioni spirituali che animavano i volontari quaccheri. Furono proprio queste motivazioni e soprattutto il desiderio di aiutare stando a fianco delle persone  e non sopra di loro che spinsero l’Afsc a rinunciare ad amministrare il programma Casas nell’autunno 1946: il lavoro, infatti, stava diventando sempre più di tipo amministrativo e istituzionale, e rischiava di snaturare lo spirito dell’Afsc che voleva offrire il proprio contributo nell’ambito di un rapporto umano. “Sentiamo che in Italia”, scriveva nel gennaio 1947 il responsabile dell’Afsc al direttore del programma Casas “il sospetto e la mancanza di fiducia che pervadono gran parte della vita italiana, come un’eredità della generazione del fascismo e degli anni di guerra, hanno effetti ancor più devastanti della carenza di materiali e di capitali da investire.

E’ questo il problema che ci interessa di più. Sappiamo che il nostro contributo sarà comunque piccolo, ma pensiamo che valga la pena tentare (…) di stimolare gli abitanti dei villaggi ad affrontare alcuni dei loro problemi insieme e cooperativamente, sperando che attraverso il lavoro comune possano trovare anche un maggior senso di interdipendenza e di rispetto e costruire un po’ alla volta dei nuovi modi di sentire”.

IL “PACIFISMO PARATICO”: NEL 1947 L’AFSC RICEVE IL PREMIO NOBEL PER LA PACE

Nel 1947, quindi , l’Afsc – pur continuando una parziale collaborazione con il programma Casas in diverse località – elaborò e realizzò un proprio programma di aiuti, finalizzato a fare lavorare le persone per un obiettivo comune, nella fiducia e nel rispetto. Alla fine del 1947, l’importanza del lavoro svolto dai quaccheri in diversi paesi del mondo ottenne un altissimo riconoscimento : il premio Nobel per la Pace.

In occasione della consegna del premio, l’allora presidente dell’Afsc, Henry J. Cadbury, disse: “ (…) a nome dell’Afsc accetto, la nostra parte di questo premio con umiltà e gratitudine. Umilmente, perché riconosciamo che noi quaccheri di oggi siamo debitori alle generazioni di quaccheri che per tre secoli hanno mostrato la strada del pacifismo pratico che noi tentiamo di seguire (..) Siamo grati che in questo premio l’attenzione sia di nuovo rivolta al bisogno degli ideali che noi professiamo: rifiuto di tutte le guerre, amicizia concreta al di là delle frontiere, riconciliazione con ex nemici ed ex amici.

La ricostruzione, per essere duratura, doveva fondarsi sulla riconciliazione. Questa convinzione ha continuato ad animare l’attività umanitaria dei quaccheri e, in particolare, dell’Afsc anche negli anni seguenti. In molti Paesi, nella Corea al Vietnam, dalla Nigeria al Bangladesh, dal Nicaragua al Medio Oriente., i volontari dell’Afsc hanno portato avanti tenacemente la loro testimonianza di pace, che non si è limitata allo sforzo di ricostruire quanto era stato distrutto dalla guerra ma è stata anche, e continua ad essere oggi, impegno contro la corsa agli armamenti, a livello nazionale e internazionale, e lotta contro la povertà e l’ingiustizia politica, economica e sociale.

 

L’articolo si conclude con la foto della prima pagina dell’Avanti del 4 aprile 1946 che parla dei quaccheri americani in Italia.

Inedito sul web: il socialismo religioso in Svizzera

Digitalizzazione interna

Tutti gli scritti che si aggiornano quotidinamente sono in lettura sul sito dei quaccheri.it  alla pagina La Fede dei socialisti religiosi mentre su ecumenici.it la pagina dedicata al massimo esponente Ragaz alla pagina https://ecumenici.wordpress.com/leonhard-ragaz/

citata anche da Wikipedia.

 

  1. Il movimento religioso sociale

 

  1. I socialisti religiosi svizzeri

Nel 1904 Herman Kutter, un parroco svizzero, raccolse i pensieri dispersi di Blumhardt nel suo libro  “Sie muessen” (essi devono), come in una lente focale. Con inaudita insistenza proclamò alla cristianità del suo tempo che era piaciuto a Dio mostrarsi nella socialdemocrazia atea e materialista, dato che essa compiva le opere che avrebbe dovuto compiere la cristianità. Così egli preparava il terreno per il movimento sociale religioso.

La conferenza che nel 1906 Ragaz tenne in Basilea, di fronte all’associazione dei predicatori, divenne il punto di partenza. Con la sua tesi: il Vangelo abbatte tutte le barriere e tende a rinnovare la vita, egli diede voce a una estesa volontà che creò la sua piattaforma in un movimento. Seguirono piccoli e grandi incontri di persone che la pensavano allo stesso modo e presto il movimento ebbe una larga base. Soprattutto le grandi riunioni erano molto frequentate. Vi partecipavano quasi tutti i circoli e per un certo periodo di tempo sembrò quasi che al movimento riuscisse di estendersi a tutta la Chiesa e gran parte del mondo operaio: Come organo venne fondato Neue Eege i cui redattori erano, oltre a Ragaz, Liechtenhan e Hartmann. Nei più diversi circoli ecclesiastici faceva sensazione ed operava da stimolo il fatto che esso sembrava superare i contrasti di parte esistenti, ecclesiastici e teologi. Si cercava di superare le parole d’ordine teologiche esistenti: Riformatori, Positivi, Conciliatori, con nuove parole d’ordine sociali. Si formarono dei gruppi in tutta la Svizzera. Numerosi parroci entrarono nel partito socialdemocratico e parteciparono in modo decisivo alla sua attività . Il Movimento tenne le sue conferenze a intervalli regolari. Si respinse una più rigida organizzazione poiché il movimento non voleva divenire né un partito politico, né partito ecclesiastico. Esso tendeva a un socialismo della “spontaneità”, verso le libere cooperative secondo l’esempio inglese, verso una società organizzata in libertà ed onesta che rende superfluo lo stato come istituzione esecutiva. Ed essi esigevano una grande comunità popolare, federale.

I socialisti religiosi agivano in parte all’interno, in parte in stretta relazione con il partito. A Zurigo ed altre località, soprattutto della Svizzera Orientale, si formarono comunità di socialisti religiosi –ecclesiastici. Si può avere un’idea dell’estensione del movimento dal fatto che alla terza conferenza religiosa-sociale dell’aprile 1909 parteciparono circa 200 teologi svizzeri, per lo più giovani.

Se Kutter aveva inizialmente esordito, per così dire, con squilli di tromba e aveva ricordato ai cristiani il diritto di Dio trascurato nei riguardi dei proletari, egli fu anche uno dei primi che si distanziò nuovamente dal movimento. Quanto più il movimento religioso sociale progrediva, tanto più egli se ne allontanava. Non volle mai comparire in pubblico. Voleva solo predicare e solo in Chiesa, a parte i suoi libri. Egli insisteva su questo punto: bisogna far agire solamente Dio e mettersi nell’attesa di Lui. E questo era il rimprovero contro gli altri, essi volevano agire da se stessi e, se possibile, anche con la politica. Così si rafforzò sempre più la divisione in un’ala attivista e un’ala quietista. Naturalmente ne risultava frenato lo slancio inizialmente così potente del movimento.

In occasione dello sciopero generale del 1912 a Zurigo, quando alcuni socialisti religiosi si opposero al bando militare e altre misure oppressive contro il mondo operaio e si impegnarono a favore degli operai, si giunse alla rottura. Kutter si distanziò pubblicamente dal modo di agire dei socialisti religiosi.

La prima guerra mondiale significò un grave disinganno per l’iniziale entusiasmo del movimento. Si estese, perciò, la coscienza di distanza tipica della futura teologia dialettica: il regno mondano e il regno di Dio stanno in rapporto di abissale opposizione l’uno all’altro.

Con il calo dell’elemento teologico, si compì una laicizzazione del movimento religioso-sociale. Rasgaz rinunciò al suo incarico per dedicarsi completamente a questo lavoro. Egli divenne la guida di Settlement , il “Gartenhof”. Questo, oltre che centro d’azione per il movimento sociale, divenne punto d’incontro del proletariato e una specie di scuola popolare. Il lavoro del movimento tendeva soprattutto al corporativismo. Inoltre faceva valere il suo influsso nel partito. Esso si oppose con tutti i mezzi al tentativo di legare il movimento operaio svizzero alla III Internazionale. Per poter combattere più efficacemente “la fede nella violenza” degli operai venne fondato accanto a Neue Wege la rivista Der Aufbau, specializzata in problemi socialisti.

Essa divenne anche il cnetro della lotta contro il militarismo nella Svizzera. Chiedeva servizio civile, disarmo e obiezione di coscienza. Quando nel 1935 il partito socialdemocratico assentì alla difesa militare del paese, Ragaz e alcuni suoi prominenti amici se ne staccarono.

Dopo la morte di Ragaz, nel 1948, si giunse ad una divisione sul modo di giudicare il comunismo e la politica sovietica. “La nuova unione religioso-sociale” (organo: Der Aufbau), è contrariamente alla “Unione religioso-sociale” (organo: Neue Wege), espressamente anticomunista.

Habiba al-Hinai: ricerca sulle mutilazioni genitali femminili in Oman

15.07.2016 ProMosaik
Habiba al-Hinai: ricerca sulle mutilazioni genitali femminili in Oman
(Foto di ProMosaik)

Come portale per i diritti umani ProMosaik crede nell’importanza della lotta contro le mutilazioni genitali femminili. Poco si è scritto sull’Oman. Molti neppure sanno che in Oman si praticano le mutilazioni genitali femminili.
Per questo abbiamo deciso di tradurre lo studio di ricerca redatto nel gennaio del 2014 dall’attivista Habiba Al Hinai sulle mutilazioni genitali femminili in lingua italiana.


Purtroppo sono ancora in molti a credere che il fenomeno sia tipicamente africano. Invece le mutiliazioni genitali femminili sono diffuse moltissimo anche nei paesi del Medio Oriente e dell’Asia.

Avevamo anche presentato un’intervista a riguardo con Hannah Wettig di StopFGMMidEast per poi intervistare direttamente anche l’autrice dello studio sull’Oman Habiba AlHinai.

Il video sull’intervista con Habiba lo trovate qui.

La mia convinzione personale consiste nel fatto che l’Islam sia la forza di opposizione essenziale contro le MGF nei paesi musulmani. Contrapporre la tortura delle MGF al creazionismo islamico costituisce un passo fondamentale nella lotta contro di esse nel nome dell’Islam.
Il problema si riesce a risolvere solamente dall’interno, dunque nei paesi musulmani si deve partire dall’Islam come religione della vita che si oppone alla mutilazione delle creature di Allah. Questo può aiutare anche le vittime a parlare apertamente della violazione che hanno subito.

Qui trovate il link per leggere lo studio di Habiba al-Hinai in lingua italiana.

 

Grazie!

Il Patrocinio del libro sui deportati Alto Milanese è ANPI Legnano

Una certa vena polemica su un testo digitalizzato e patrocinato dall’ANPI di Legnano: il blogger, che si è ormai congedato, invita tutti a scrivere all’Anpi di Legnano per le domande relative al testo riportato fedelmente.

Lasciano il tempo che trovano le affermazioni senza la citazione delle fonti. Tutte. Inutili.

Il compito di Benazzi è così esaurito.

Un cordiale shalom

Indici di marzo del blog

Banchetti raccolta firme referendum deforme costituzionali e Italicum — Coordinamento Democrazia Costituzionale

Deportati Medio Olona

La testimonianza del deportato Mario Guidi

I deportati olgiatesi

La stagione referendaria e l’esercizio del diritto alla partecipazione

Festeggiamo oggi i 100 gradimenti di Resistenza olgiatese

Foto di oggi di Villa Restelli nella Giornata FAI

Partigiani Olgiatesi A cura di Galli

Foto Solbiatesi A cura di Galli

Dedica A cura di Galli

Chiedete materiale di lettura a Enrico! Per la nonviolenza

Il passaggio di consegne del blog al Compagno Galli

Perché votare No! Il manifesto di Gustavo Zagrebelsky

REFERENDUM ASSEMBLEA NAZIONALE 18 MARZO

Il congedo di Benazzi: rimane dietro le quinte come assistenza telefonica al blog