Lettera aperta di Stop Casteller al Ministro Cingolani

Lettera aperta di Stop Casteller al Ministro Cingolani
(Foto di OHGA)

Lettera aperta al Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani da parte della Campagna Stop Casteller.LETTERA APERTA AL MINISTRO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA ROBERTO CINGOLANI.Ministro Cingolani,Ci troviamo oggi costrettǝ a scriverle per ricordarle le sue responsabilità in quanto ministro della transizione ecologica rispetto alla situazione dell’orso bruno in Trentino.L’ex ministro dell’ambiente Sergio Costa si è più volte espresso negativamente sull’operato della Provincia Autonoma di Trento (d’ora in poi PAT), ma non si è di fatto adoperato in alcun modo per tutelare la vita degli orsi. Dopo tre mesi e mezzo dall’inizio del suo mandato e nonostante il sollecito dell’Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA), lei non si è ancora espresso in merito e ci chiediamo se lo farà il 5 giugno, in occasione del suo intervento su “Transizione giusta e territori” al Festival dell’Economia che si terrà proprio a Trento.Il Ministero della Transizione Ecologica ha funzioni in materia di tutela della biodiversità e degli ecosistemi, quella stessa biodiversità e quegli stessi ecosistemi che la PAT sta distruggendo con un modello di turismo insostenibile e l’iperantropizzazione del territorio alpino. Il Ministero dovrebbe anche svolgere un ruolo di indirizzo e vigilanza sulle attività dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), quello stesso istituto che appoggia deliberatamente il piano di sterminio dell’orso bruno che è stato messo in atto dalla PAT.Secondo la Convenzione di Berna, ratificata dall’Italia con la legge n. 503 del 5 agosto 1981, l’orso bruno è una specie di fauna rigorosamente protetta.Secondo la Convenzione di Washington sul Commercio Internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di Estinzione (CITES), resa esecutiva dall’Italia con legge n. 150 del 7 febbraio del 1992 e modificata dalla legge n. 59 del 13 marzo del 1993, integrata dal D.Lgs. n. 275 del 18 maggio 2001, il commercio dell’orso bruno è regolamentato per evitare uno sfruttamento incompatibile con la sua sopravvivenza.Secondo la Direttiva Habitat 92/43/CEE, recepita dall’Italia con il DPR n. 357 dell’8 settembre 1997, modificato e integrato dal DPR n. 120 del 12 marzo 2003, l’orso bruno è una specie di interesse comunitario che richiede una protezione rigorosa. Inoltre, la legge n. 157 dell’11 febbraio 1992 inserisce l’orso bruno tra le specie particolarmente protette.Ma se il quadro normativo comunitario, europeo e nazionale impone allo Stato italiano la responsabilità di assicurare un soddisfacente stato di conservazione alle popolazioni di orso bruno presenti sul territorio nazionale e ai loro habitat, e impegna le Regioni a mettere in atto le azioni di tutela, gestione e monitoraggio delle stesse, com’è possibile che la PAT negli ultimi vent’anni abbia impunemente ucciso e imprigionato 37 orsi? Com’è possibile che una specie considerata a forte rischio di estinzione, come si legge nella scheda di valutazione della lista rossa della IUCN, venga sterminata con tanta leggerezza?La Direzione Protezione della Natura e del Mare (DPNM) tra il 2010 e il 2014 ha attuato un progetto Life per la conservazione delle due popolazioni di orso bruno, quella alpina e quella appenninica, con un finanziamento europeo di 2.694.934€. Il progetto aveva come finalità l’implemento delle misure di prevenzione, e di informazione e consapevolizzazione della cittadinanza. Eppure, ancora oggi, mamme che difendono i propri cuccioli dall’ignoranza umana sulla convivenza uomo-orso vengono considerate “problematiche” e quindi imprigionate o uccise.Ciò che andrebbe quantomeno ammesso è che non vi è ad ora alcun interesse nella tutela e nella protezione dell’orso. Misure come quelle di cui sopra erano già previste dal Piano d’Azione interregionale per la Conservazione dell’Orso Bruno sulle Alpi Centro-orientali (PACOBACE), ma sono state attuate solo in minima parte. Il PACOBACE viene preso in causa solo quando può diventare un documento utile per catture, imprigionamenti e abbattimenti. Non a caso nel 2015 il piano ha subito una modifica volta a inasprire le misure da attuare contro gli orsi considerati “problematici”. Ma lo stesso piano considera “problematico” un orso che «attacca (con contatto fisico) per difendere i propri piccoli, la propria preda o perché provocato in altro modo». Insomma, un orso che applica la sacrosanta legittima difesa è considerato “problematico”. Ma se l’orso che si comporta da orso è “problematico”, allora tutti gli orsi lo sono e diventano quindi passibili di ergastolo o pena di morte. E sorge spontanea una domanda: cosa ci aspettava quando sono stati investiti milioni di soldi pubblici per ripopolare l’arco alpino con l’orso bruno (progetto Life Ursus)? Come si legge nello stesso PACOBACE, «l’orso bruno talvolta è visto come fonte di pericolo per l’uomo, questa percezione è normalmente maggiore nelle aree di recente ricolonizzazione, ove gli abitanti hanno perso la memoria storica della presenza della specie», come nel caso del Trentino. Se il grado di pericolosità di un orso è influenzato dalla percezione umana e se l’orso bruno, così come tutti i grandi carnivori, incutono quasi sempre paura, non sarebbe forse il caso di rivedere la tabella del PACOBACE sul grado di problematicità dei possibili comportamenti di un orso e sulle relative azioni? E se il problema è l’orso in sé, com’è possibile che il Piano d’Azione per la Tutela dell’Orso Marsicano (PATOM) non ha subito le stesse modifiche? Forse non è l’orso ad essere “problematico”? Forse problematica è la gestione?Ma se questa gestione problematica continuerà a godere della connivenza di chi l’orso dovrebbe proteggerlo, la situazione non potrà che peggiorare. Per questo motivo ribadiamo la richiesta iniziale: la preghiamo di assumersi le sue responsabilità e di prendere una posizione chiara, informata, disinteressata e a cui seguano azioni concrete sulla situazione degli orsi in Trentino.

Campagna StopCasteller

Meeting Minutes

Meeting Minutes

Dio va riconosciuto nel corso della vita: nella via e prima della morte, quando si è in salute e in forze, non nella pena; Dio viene riconosciuto nell’azione e non soltanto nel peccato.

Dietrich Bonhoeffer

(noi contestiamo l’affermazione dei Mennonti marginali che contestano il fatto che un cristiano possa e voglia diventare martire: il cristianesimo è nato nelle arene romane coi cristiani uccisi dai leoni per non rinnegare Gesu’)

” Ti porterò ogni fiore che incontro sul mio cammino “

Etty Hillesum

Impara a piacere a te stesso. Quello che tu pensi di te stesso è molto più importante di quello che gli altri pensano di te.
di Seneca

Vi sono tante occasioni per voler parlare direttamente con una persona disponibile all’ascolto e comprensione: i miei studi di teologia pratica mi hanno fornito degli strumenti di lavoro che volentieri metto a disposizione agli iscritti dei 3 gruppi Facebook, ai lettori dei 6 blog esistenti, Basta inviare un SMS, UN MESSAGGIO DI WHATSAPP al numero 392/1943729 e sarete richiamati nell’orario da voi indicato e parlare liberamente e gratuitamente. Media Communications che ho appena sottoscritto ha questa formula commerciale : internet e chiamate illimitate

Per i Meeting del silenzio ispirato la provincia di Varese non è un’area di passaggio di turisti quaccheri stranieri che si concentrano semmai a Milano o nelle grandi città. Orlando Limone mi ha spedito il suo testo “AMICIZIARE”, Gnasso Editore, pagg. 76 Euro 9, che ringrazio: sarebbe un ottimo testo per conoscersi e fare Amicizia e da qui il supporto morale e religioso nei tanti casi della vita. Compresala pandema Imprevedibile, e misteriosa. La nostra confessione religiosa degli Amici (o meglio degli Amici degli Amici, iscritti regolarmente in Ohio fra i conservative) non prevede di solito la figura del Pastore, in quanto siamo tutti sacerdoti universali, ma in certe comunità nella Diaspora, come la nostra in Italia, possono ricorrervi, senza gradi gerarchici, per assistenza personale in uno stato veramente grande, con distanze a volte insuperabili per costi o altro.!Stiamo coi piedi per terra e facciamo quello che umanamente possiamo fare, passo per passo. Negli anni passati il servizio era stato pensato per i gay ed ha funzionato per circa un anno. Questa volta lo allarghiamo a tutt*. I cattolici gay spesso si organizzano in gruppi di credenti, come La Fonte ospitata qui. E’ possibile pregare insieme o affrontare momenti critici, come quello che ho superato del rischio di un ictus o invalidità permanente. Siamo veramente nelle mani di Dio. Questo è l’unio conforto anche quando abbiamo vicino qualcuno nella distretta. Buon sabato, si sta avvicinando ormai. Shabbat Shalom e saèete la mia preferenza per i Meeting Programmati e non quelli del silenzio, Ormai maggioritari nel Mondo.

La storia è un altra cosa e non ritorna.

Maurizio

Buon compleanno, Walt Whitman (31 maggio 1819-26 marzo 1892). Poeta. Saggista. Giornalista. Umanista. Scettico. Tollerante di tutte le fedi e credente in nessuna. Autore di ′′ Foglie d’erba ′′ (1855), tra le altre opere. Nato dai genitori di Hicksite Quaker a Huntington, Long Island. Morto a Camden, New Jersey. Seppellito al cimitero di Harleigh, Camden.

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Buon compleanno, Julian Beck (31 maggio 1925-sett. 14, 1985). Anarchico. Pacifista. Attore. Direttore. Poeta. Pittore. Co-fondatore (con Judith Malina) del gruppo di teatro radicale The Living Theatre nel 1947. Ingaggiato molte volte, per atti di disobbedienza civile e di condotta disordinata. Nato a Washington Heights, New York City. Morto all’ospedale Mount Sinai, nell’Upper East Side. Seppellito al Cimitero di Cedar Park, Paramus, New Jersey.

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Buon 80° compleanno, Mimi Real (nata il 31 maggio 1941). Attivista per i diritti civili. Cavaliere della libertà. Prof. Mimi è stata arrestata alla stazione di Jackson, Mississippi, il 21 giugno 1961, dopo essere arrivata su un autobus da Montgomery, in Alabama. Lei e otto altri Freedom Riders si erano rifiutati di rispettare la politica dei posti separati. Mimì ha trascorso un mese nel penitenziario di Stato del Mississippi a Parchman. Questa è stata l’estate successiva al secondo anno allo Swarthmore College. Successivamente, Mimì tornò al Sud come volontario del CORE, aiutando la registrazione degli elettori in Louisiana. Nato a Brooklyn, New York.

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Buon compleanno, Margaret Sloan-Hunter (31 maggio 1947-Sept. 23, 2004). Femminista. Poeta. Scrittrice. Docente. Attivista per i diritti civili. Attivista per i diritti dei gay. Primo membro del Congresso di uguaglianza razziale (CORE). Fondatrice della National Black Femminist Organization (NBFO). Ho aiutato ad organizzare il Berkeley Women’s Center e la Femminist School per ragazze. Nato a Chattanooga, Tennessee. Morto a Oakland, California.

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Se non proteggiamo il 30% del nostro pianeta entro il 2030, la Terra potrebbe risultare inadatta per la vita

– Reynard Loki – Independent Media Institute

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Se non proteggiamo il 30% del nostro pianeta entro il 2030, la Terra potrebbe risultare inadatta per la vita
(Foto di Stock File)

Siamo i responsabili della più grande estinzione della storia umana. Ma se agiamo con urgenza c’è ancora una soluzione.

Il nostro pianeta è in uno stato di crisi, e noi ne siamo i responsabili. Siamo nel bel mezzo della Sesta Estinzione, la più grande perdita di specie nella storia dell’umanità. Tantissime specie stanno rischiando un totale annientamento. Quasi un terzo delle specie di acqua dolce si sta estinguendo. Così come il 40% degli anfibil’84% dei grandi mammiferiun terzo dei coralli della barriera corallina e quasi un terzo delle querce. Rinoceronti ed elefanti vengono abbattuti a ritmi così allarmanti che potrebbero essere completamente eliminati dalla natura entro il 2034. Ci sono meno di 10 vaquita (una specie di focena endemica del Golfi di California, in Messico) a causa dalla pesca a rete illegale, pesticidi e irrigazione. Ci sono 130.000 specie vegetali che potrebbero estinguersi nella nostra epoca. Detto ciò, circa il 28% delle specie vegetali e animali valutate in tutto il pianeta sono oggi a rischio estinzione.

Il rapido declino nelle specie si è verificato di recente: negli ultimi 50 anni abbiamo perso il 60% degli animali che vivono in modo selvatico. Gli scienziati avvertono che nei decenni a venire, se non agiamo, più di 1 milione di specie potrebbero sparire per sempre dalla Terra.

I nostri compagni terrestri vengono eccessivamente cacciati, pescati e raccolti per il nostro cibo, vestiti e medicine. E quelli che non uccidiamo stanno perdendo le proprie case mentre noi distruggiamo i loro habitat naturali per far spazio alle nostre fattorie e città e per estrarre combustibili, minerali, legname e altre risorse per la società umana. E gli habitat che non cancelliamo completamente li inquiniamo con una vasta gamma di elementi tossici, dai pesticidi alla plastica, all’anidride carbonica, alle sostanze chimiche e alle specie invasive. Stiamo persino inquinando gli habitat naturali con la nostra luce e il nostro rumore. E gli scienziati temono che il peggio debba ancora venire. Come avvisa l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, la crisi di estinzione globale “peggiorerà con l’aumento della popolazione”. Secondo il Population Reference Bureau, la popolazione umana mondiale dovrebbe raggiungere i 9,9 miliardi entro il 2050. È oltre il 25% di persone in più sul pianeta rispetto ai 7,9 miliardi di persone che attualmente vivono sulla Terra. Altre specie saranno sicuramente eliminate.

La biodiversità non è solo bella da avere, è essenziale per la salute e il mantenimento degli ecosistemi del pianeta che, a loro volta, sono fondamentali per la salute umana. Oltre a fornire sostentamento, medicinali e mezzi di sussistenza a miliardi di persone, la biodiversità contribuisce al mantenimento degli elementi essenziali di supporto vitale della Terra come acqua e aria pulita, impollinazione delle colture, oltre ai servizi ecosistemici fondamentali come la fertilità del suolo, la decomposizione dei rifiuti e la ripresa dalle calamità naturali.

“Che sia un villaggio in Amazzonia o una metropoli come Pechino, gli esseri umani dipendono dai servizi forniti dagli ecosistemi”, scrive Julie Shaw, direttrice delle comunicazioni per il Critical Ecosystem Partnership Fund, un’iniziativa congiunta per la conservazione della biodiversità dell’Agenzia francese per lo sviluppo, Conservation International, Unione Europea, Global Environment Facility, governo giapponese e Banca mondiale. “Gli ecosistemi indeboliti dalla perdita di biodiversità hanno meno possibilità di fornire tali servizi, soprattutto date le esigenze di una popolazione umana in continua crescita”.

La biodiversità offre anche un enorme beneficio economico. La Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), un trattato internazionale adottato trent’anni fa da 193 paesi (esclusi, in particolare, gli Stati Uniti), fa notare che “almeno il 40% dell’economia mondiale e l’80% dei bisogni dei poveri derivano da risorse biologiche”. Damian Carrington, il redattore ambientale del Guardian, scrive che i servizi ecosistemici sono “stimati per un valore di trilioni di dollari, il doppio del PIL mondiale. La perdita di biodiversità nella sola Europa costa al continente circa il 3% del suo PIL [546 milioni di dollari] … all’anno”.

Quindi cosa si può fare per prevenire la rapida estinzione delle specie e proteggere la biodiversità mondiale? Nell’aprile 2019, un gruppo di 19 eminenti scienziati ha risposto a questa domanda pubblicando il “Global Deal for Nature” (GDN), un “piano temporale e scientifico per salvare la diversità e l’abbondanza della vita sulla Terra” che, se abbinato all’Accordo sul Clima di Parigi, ha lo scopo di “evitare cambiamenti climatici catastrofici, conservare le specie e garantire servizi ecosistemici essenziali”. Per raggiungere il suo scopo di “garantire una biosfera più vivibile”, l’obiettivo principale del GDN è definito nella sua proposta “30×30”: conservare il 30% della Terra nel suo stato naturale entro il 2030. L’idea ha preso piede, con 50 nazioni guidate da Costa Rica, Francia e Regno Unito che si uniscono al movimento per realizzare la visione 30×30 di difendere grandi fasce intatte di ecosistemi dallo sfruttamento.

“Proteggere il 30% del pianeta migliorerà senza dubbio la qualità della vita dei nostri cittadini, e ci aiuterà a raggiungere una società equa, decarbonizzata e resiliente”, ha affermato Andrea Meza, ministro dell’Ambiente del Costa Rica. “Guarire e ripristinare la natura è un passo fondamentale verso il benessere umano, creando milioni di posti di lavoro di qualità e rispettando l’agenda 2030, in particolare come parte dei nostri sforzi di recupero sostenibile”.

Anche le organizzazioni non governative hanno risposto al grido di battaglia. La Wyss Foundation, un ente privato di beneficenza con sede a Washington, D.C., dedita al rafforzamento delle comunità e al potenziamento delle connessioni con la terra, ha unito le forze con National Geographic per lanciare la Wyss Campaign for Nature, un investimento di 1 miliardo di dollari per aiutare nazioni, comunità, e popolazioni indigene a mobilitarsi per raggiungere l’obiettivo 30×30. La campagna include una petizione pubblica incitando a un’azione immediata per proteggere quegli ecosistemi che non sono stati ancora completamente depredati dall’inesorabile espansione dell’umanità. “Proteggere il 30% del nostro pianeta entro il 2030 (30×30) è un obiettivo ambizioso ma realizzabile”, afferma la campagna. “Per raggiungerlo, tutti i paesi devono abbracciare l’obiettivo e contribuire ad esso; i diritti indigeni devono essere rispettati e gli sforzi di conservazione devono essere completamente finanziati”.

E pur non essendo gli USA tra i firmatari del CBD, il presidente Biden può intraprendere un’azione unilaterale, dichiarando la crisi di estinzione della fauna selvatica un’emergenza nazionale. “La dichiarazione, ai sensi del National Emergencies Act, non sarebbe solo simbolica”, afferma il Center for Biological Diversity, un’organizzazione di conservazione no-profit con sede a Tucson, in Arizona, che ha lanciato una petizione pubblica esortando il presidente a compiere questo importante e potente passo. “Sbloccherà i poteri chiave presidenziali per arginare la perdita di animali e piante negli Stati Uniti e altrove”, dice il gruppo.

La dichiarazione di Biden raccoglierebbe le risorse federali necessarie per iniziare a salvaguardare le centinaia di specie, tra cui la farfalla monarca, la testuggine gopher e l’allocco macchiato del nord che giacciono in lista d’attesa per ricevere protezione ai sensi dell’Endangered Species Act. Potrebbe dirigere le agenzie federali verso azioni per frenare lo sfruttamento della fauna selvatica, difendere l’habitat naturale essenziale sul territorio federale e utilizzare l’influenza economica della nazione per aiutare a proteggere l’habitat della fauna selvatica di tutto il mondo dalla deforestazione e danni ambientali causati dal settore privato.

Per fortuna, c’è una spinta internazionale per rendere realtà la visione 30×30. Quando la 15° Conferenza delle Parti della CBD si riunirà in ottobre a Kunming, in Cina, ci saranno buone possibilità che i delegati si assicurino un fermo impegno multilaterale: l’attuale “versione zero” del quadro globale inteso a condurre gli sforzi di conservazione fino al 2030 include la visione 30×30 come obiettivo esplicito.

“Perdiamo una specie per estinzione ogni ora, ma l’estinzione non è inevitabile”, ha affermato a dicembre Tierra Curry, scienziata senior del Center for Biological Diversity. “Possiamo porre fine all’estinzione con finanziamenti e volontà politica. Dobbiamo smettere di inventare scuse e intraprendere le coraggiose azioni politiche necessarie per salvare la vita sulla Terra”.

Di Reynard Loki

Articolo prodotto da Earth | Food | Life, un progetto dell’Independent Media Institute.

Traduzione dall’inglese di Enrica Marchi. Revisione di Thomas Schmid

La fine del petrolio?

Tra giustizia, attivismo ed economia, l’importanza del combustibile fossile appare sempre più ridimensionata

di Alessio Lerda

Sarà senz’altro una coincidenza, ma, nell’ambito delle speranze riguardo ad un superamento dei combustibili fossili, è incoraggiante la serie di notizie in merito al petrolio che si sono avvicendate negli ultimi giorni.

A conquistarsi un posto tra i titoli principali del 26 maggio è stata la sentenza di una corte olandese, all’Aia, che obbliga la Shell, colosso petrolifero con sede nei Paesi Bassi, a ridurre le sue emissioni di CO2 del 45% entro il 2030, rispetto ai volumi del 2019. Il verdetto precisa che l’azienda è responsabile delle proprie emissioni, ma anche di quelle dei propri fornitori. Questo giudizio (che segue una causa avanzata dall’organizzazione ambientalista Friends of the Earth, ovvero Amici della Terra) pone dei precedenti importanti: è la prima volta che  un’azienda viene legalmente obbligata ad allineare le proprie emissioni con gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, che finora era stato preso in considerazione soltanto per entità pubbliche. Il fatto che quest’azienda sia un gigante dell’estrazione del petrolio non può che far immaginare possibili procedimenti simili in futuro. Per quanto sia fondamentale far pressione sui governi, questo caso mostra che la giustizia possa perseguire anche enti privati, tanto più se si tratta di imprese che sono attive ben oltre i propri confini nazionali.

All’incirca nelle stesse ore, le travagliate votazioni per il consiglio di amministrazione della ExxonMobile, altro gigante del petrolio, portavano all’elezione di almeno due esponenti del fondo Engine No 1, che pur detenendo una minima quota azionaria è riuscito a farsi spazio tra gli azionisti, sulla leva, forse, di un’attenzione sempre più diffusa anche in ambito finanziario riguardo alla lotta alla crisi climatica. Che si tratti di un attivismo autentico o di facciata, il risultato è che a prendere decisioni per l’azienda saranno ora, anche, azionisti che spingono per un passaggio a politiche più sostenibili e lontane dai combustibili fossili.

La terza notizia è circolata meno, ma non è da sottovalutare, se non altro per il valore simbolico. Uno studio della scozzese Robert Gordon University prevede che entro il 2030 la maggior parte dei lavoratori nel settore energetico off-shore (e quindi al largo delle coste) nel Mare del Nord saranno impiegati nel settore dell’energia a bassa emissione di carbonio. Per decenni l’estrazione di petrolio in quelle acque è stata uno dei motori economici del Regno Unito e la fonte di numerosi posti di lavoro per gli scozzesi, ma ora gli sforzi (sia pubblici che privati) per la transizione energetica stanno ribaltando la situazione. Secondo la ricerca, nel giro di dieci anni i lavoratori impiegati per la produzione di energia eolica, di estrazione di idrogeno e di stoccaggio sottomarino di anidride carbonica “catturata” passeranno dal 20% attuale al 65% del totale, in contemporanea ad un declino delle attività economiche legate al petrolio.

La fine di questo combustibile è ancora ben lontana dall’essere certa, ma i segnali in suo sfavore si fanno man mano più concreti. Un elemento significativo che accomuna queste tre storie è la presenza di uno sforzo deciso e mirato nella direzione della transizione energetica. Se davvero abbandoneremo i combustibili fossili, non sarà per un facile automatismo, ma come conseguenza di un impegno collettivo e duraturo.

Foto da Pixabay

Vaccini, grande successo del click day nelle piazze italiane per stop brevetti

Vaccini, grande successo del click day nelle piazze italiane per stop brevetti
(Foto di https://www.facebook.com/right2cure.it)

Un grande successo per il click day di oggi per la raccolta di firme per la richiesta di sospensione dei brevetti dei vaccini: la manifestazione promossa dalla Campagna europea Right2Cure#NoprofitOnPandemic è stata  coordinata dal Comitato Italiano, a cui aderiscono in Italia ben 110 realtà associative e organizzazioni, fra cui i principali sindacati e personalità della cultura, della scienza, del sociale e dello spettacolo.

La giornata ha avuto un testimonial d’eccezione in Paolo Rossi e sono state decine le città coinvolte, da Nord a Sud, anche attraverso la diretta Facebook, visibile sulla pagina italiana della Campagna https://www.facebook.com/right2cure.it

“Molte migliaia le firme raccolte – ha dichiarato Vittorio Agnoletto portavoce della Campagna europea Right2Cure#NoprofitOnPandemic. L’intensa partecipazione alla giornata di oggi conferma i risultati dei recenti sondaggi realizzati tra la popolazione: oltre il 70% dei cittadini italiani ed europei è a favore della sospensione temporanea dei brevetti. Ora tocca alla Commissione Europea e ai governi nazionali schierarsi a favore della moratoria nella prossima riunione del Wto l‘8 e il 9 giugno”

Ufficio Stampa – Carmìna Conte – cell. 393 1377616

https://noprofitonpandemic.eu/it “Diritto alla Cura, nessun profitto sulla pandemia”

Foto degli eventi di Firenze, Gallarate, Matera e Milano

29 maggio Firenze banchino

Meeting Minutes

Meeting Minutes

“Fare e osare non qualunque cosa, ma la cosa giusta;
non restare sospesi nel possibile, ma afferrare arditi il reale;
non della fuga dei pensieri, ma nell’azione soltanto è la libertà.
L’obbedienza sa cosa è bene,
e lo compie,
La libertà osa agire, e rimette a Dio il giudizio
su ciò che è bene e male.
L’obbedienza segue ciecamente,
la libertà ha gli occhi ben aperti.
L’obbedienza agisce senza domandare,
la libertà vuole sapere il perché.
L’obbedienza ha le mani legate, la libertà è creativa.
Nell’obbedienza l’uomo osserva i comandamenti di Dio,
nella libertà l’uomo crea comandamenti nuovi.
Nella responsabilità trovano realizzazione entrambe, l’obbedienza è libertà.”
(Dietrich Bonhoeffer)

In questa data, nel 1741 (30 maggio), due schiavi sono stati bruciati sul rogo a Lower Manhattan, New York City (nell’area poco a nord dell’attuale Municipio). I loro nomi erano Kofi (Cuffee) e Quaco (Quaquaraqua). Sono stati accusati di aver complottato per livellare la città con una serie di incendi. Così iniziò la cosiddetta ′′ Cospirazione del 1741 ′′ o ′′ Rivolta degli schiavi del 1741.” Alla fine dell’estate 17, 17 afroamericani furono giustiziati per impiccagione, e 13 afro-americani sono stati bruciati sul rogo. Quattro bianchi sono stati anche impiccati.

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In questa data nel 1570 (30 maggio), un uomo di nome Faes Dirks è stato bruciato sul rogo a Gouda, Olanda. Era un anabattista, circa 31 anni, un presidente per mestiere. Era stato ricostruito un anno prima a Rotterdam. Lo specchio dei martiri include trascrizioni di tre interrogatori (cfr. pp. 846-848).

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In questa data nel 1416 (30 maggio), Girolamo di Praga fu bruciato sul rogo a Costanza, Germania. Era un seguace di Jan Hus (che era stato bruciato sul rogo un anno prima, anche a Costanza.) Nato a Praga, Boemia, nel 1379.Jerome ha dedicato la sua vita a criticare le pratiche religiose che considerava corrotte. Ha trascorso molto tempo lungo la strada, rivolgendosi direttamente alle piazze del paese. Ha insegnato che la Bibbia dovrebbe essere accessibile a tutti senza intermediari sacerdotali. Egli sosteneva la povertà volontaria nella chiesa, e chiedeva l’esproprio delle terre detenute dalle istituzioni religiose.

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Buon compleanno, James Chaney (30 maggio 1943-21 giugno 1964). Attivista per i diritti civili. Organizzatore comunitario. Partecipante alle corse di libertà del 1962. membro del Congresso di uguaglianza razziale (CORE).James era uno dei tre attivisti per i diritti civili assassinati dal Ku Klux Klan durante la Libertà Estate 1964. (gli altri due erano Andrew Goodman e Michael Schwerner. )Nato a Meridian, Mississippi. Morto a Philadelphia, Mississippi. Seppellito al cimitero di Okatibee, Meridian, Mississippi.

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Shabbat shalom

Mi piacerebbe recuperare l’uso del sabato del fondatore del socialismo religioso Leonard Rahaz quando riuniva il suo gruppo proletario per istruirli su Vangelo e mondo. Era stretto amico dell’ebreo teologo Buber. Con lui disegnava il Regno di Dio qui ed ora, promesso nelle Scritture.
Oggi i quaccheri socialisti UK sono solo degli antisemiti e mai accoglierebbero profughi o teologi ebrei.
Ma noi non siamo inglesi.
Shabbat shalom
Maurizio

Peacekeeping: la giornata degli operatori e delle operatrici di pace

29.05.2021 – Gianmarco Pisa

Peacekeeping: la giornata degli operatori e delle operatrici di pace
(Foto di Groov3, CC0, via Wikimedia Commons)

Alla vigilia della pubblicazione, per i tipi della Associazione Editoriale Multimage, del volume Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente, Firenze, 2021: qui la scheda.

Quest’anno più che mai, la giornata del 29 maggio si tinge di significati particolarmente importanti e carichi di prospettive, alludendo alle contraddizioni del presente, ma anche segnalando gli impegni per il tempo che verrà. Nella ricorrenza della Giornata Internazionale del Peacekeeping l’occasione è, al tempo stesso, preziosa e inedita, per riflettere sul mondo che la pandemia ha ridisegnato e, inevitabilmente, sulle premesse che hanno portato agli sconvolgimenti e alle limitazioni, ma anche alle violazioni e alle perdite, di questo 2020 – 2021, nonché sulle speranze che si stanno accumulando in vista di un domani lontano e diverso dal passato che ci ha portato sin qui.

Il peacekeeping porta dentro di sé le ansie di queste preoccupazioni ed enuclea una gamma di significati che interrogano, insieme, la difesa della democrazia, della giustizia e della dignità, dei diritti umani, in uno scenario di emergenza e di crisi come quello che si è andato delineando e che ha a che fare, al tempo stesso, con l’equilibrio del mondo, le condizioni di benessere e giustizia sociale, di armonia e di cooperazione internazionale, di solidarietà e di amicizia tra i popoli, necessarie per prevenire violazioni ed abusi e per concorrere alla costruzione di un mondo di pace con giustizia e dignità, pace con giustizia sociale, in una sola espressione, «pace positiva». È questo, ad esempio, uno dei nuclei della lezione di Johan Galtung, tra i massimi esponenti e principali fondatori della moderna ricerca per la pace, quando sintetizza i fattori di costruzione della pace e di prevenzione dell’escalation, nella celebre formuladellapace: PACE = [EQUITA’ x ARMONIA] / [TRAUMA x CONFLITTO].

La spiegazione è in un suo recente scritto: «Qualunque vera educazione dovrebbe preparare alla pratica, guidata da una teoria generale. Procedendo dalla destra del denominatore alla sinistra del numeratore, la formula significa: mediare soluzioni ai conflitti accettabili e sostenibili; conciliare le parti del conflitto bloccate in traumi del passato; empatizzare con tutti i contendenti divisi da linee di faglia sociali/mondiali; costruire cooperazione a beneficio reciproco e uguale». Da qui, nel senso appunto della preparazione alla pratica e quindi alla ricerca-azione per la pace, alla pace come pensiero/pratica di costruzione di relazioni e di trasformazione della società, il passo ulteriore dalla «pace» alla «costruzione della pace» (peace-building) e al «mantenimento della pace» (peace-keeping) che si sviluppano nel senso della interazione e della circolarità: «La pace si basa su rapporti equi, relativamente orizzontali. […] La pace si basa sull’empatia, la comprensione profonda di tutte le parti. SunTzu ne faceva un elemento basilare della mentalità militare; la novità sarebbe la ricerca dei punti di forza, del buono, anziché delle debolezze, del cattivo, negli altri – e viceversa per sé, per sé stessi. […] La pace si basa sulla riconciliazione, sullo sgombrare il passato, sul costruire un futuro. L’esperienza recente indica che i veterani su ambo i versanti sono meglio al riguardo che i politici, condividendo come appariva dall’altro lato, mettendo in discussione la saggezza della guerra. […] La pace si basa sull’identificazione del conflitto soggiacente, sulla ricerca di soluzioni anziché l’affrontare, l’aggredire l’altro lato, in una ricerca rabbiosa di vittoria. Orientamento alle soluzioni anziché alla vittoria, che peraltro c’è comunque: della pace sulla guerra», definendo, peraltro, il peace-keeping, «una grande esperienza di apprendimento», oltre che uno strumento di prevenzione della guerra.

La giornata del 29 maggio serve dunque, a ben vedere, proprio ad allertare questo richiamo: «la Giornata … offre l’opportunità di rendere omaggio al contributo inestimabile del personale civile e militare … e di onorare gli oltre 4.000 peace-keeper che hanno perso la vita prestando servizio sotto la bandiera delle Nazioni Unite dal 1948 a oggi, di cui 130 solo lo scorso anno». Settantadue, in totale, le missioni di peacekeeping dal 1948 al 2020; dodici, le missioni attualmente in corso. Si tratta di un impegno, spesso ostacolato dagli interessi dominanti che si muovono contro la prevenzione degli interventi e delle aggressioni militari e quindi contro la costruzione di una pace giusta e duratura tra i popoli della Terra, che si sviluppa attraverso una quantità sorprendente di misure, quali la protezione dei civili, la prevenzione dei conflitti, la promozione dello stato di diritto, la costruzione di istituzioni di sicurezza e la protezione della funzionalità amministrativa, la tutela e la promozione dei diritti umani e il mantenimento delle condizioni di pace, oltre che il rispetto delle linee di tregua e di cessate-il-fuoco, nonché il rafforzamento del ruolo delle donne, la promozione dell’attivazione dei giovani, il supporto sul campo.

«I peace-keeper proteggono i civili, prevengono i conflitti, riducono la violenza, rafforzano la sicurezza e sostengono le autorità nazionali nell’assumersi tali responsabilità. Ciò richiede una coerente strategia di sicurezza e di costruzione della pace in grado di supportare la strategia politica. Il peacekeeping delle Nazioni Unite aiuta i Paesi ospitanti a diventare più resilienti ai conflitti, ponendo le basi per sostenere la pace a lungo termine». Ciò in base ai principi del peacekeeping che non possono essere né trascurati né relativizzati: consenso di tutte le parti; imparzialità; non utilizzo della forza, se non per autodifesa e a tutela del mandato ricevuto». Riprendendo qui la dichiarazione del Segretario Generale, «il peacekeeping aiuta a coltivare la pace in alcuni dei luoghi più pericolosi del pianeta».

La pandemia non frena i Paesi che ancora condannano a morte

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Alla fine del 2020 un numero record di 123 stati ha approvato la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per una moratoria sulle esecuzioni

La sfida senza precedenti posta dalla pandemia da Covid-19 non è stata sufficiente a impedire a 18 Stati, lo scorso anno, di eseguire condanne a morte. Il Rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel 2020, sebbene mostri una tendenza globale verso la diminuzione dell’uso della pena capitale, evidenzia come alcuni Stati abbiano eguagliato se non addirittura aumentato il numero delle esecuzioni, mostrando un patente disprezzo per la vita umana proprio mentre l’attenzione del mondo era concentrata sulla protezione delle persone da un virus mortale.

Tra gli Stati che hanno messo a morte il maggior numero di persone figurano l’Egitto, che ha triplicato le esecuzioni rispetto al 2019, e la Cina che in almeno un caso ha applicato la pena di morte per reati relativi alle misure di prevenzione della pandemia. Negli Usa, l’amministrazione Trump ha ripristinato le esecuzioni federali dopo 17 anni mettendo a morte 10 condannati in meno di sei mesi. India, Oman, Qatar e Taiwan hanno a loro volta eseguito condanne a morte.

«Mentre il mondo cercava il modo di proteggere le vite umane dalla pandemia, alcuni governi hanno mostrato una sconcertante ostinazione nel ricorrere alla pena capitale e ad eseguire condanne a morte”» ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

«La pena di morte è una punizione abominevole e portare a termine esecuzioni nel mezzo di una pandemia ne ha ulteriormente evidenziato la crudeltà. Contrastare la pena di morte è già difficile quando le cose vanno bene, ma la pandemia ha fatto sì che molti prigionieri nei bracci della morte non abbiano potuto incontrare di persona i loro legali e che molti che hanno cercato di fornire aiuto si sono dovuti esporre a gravi, e del tutto evitabili, rischi per la loro salute. L’uso della pena di morte in circostanze del genere è un attacco particolarmente grave ai diritti umani», ha aggiunto Callamard.

Le limitazioni introdotte a causa della pandemia da Covid-19 hanno avuto gravi conseguenze sull’accesso all’assistenza legale e per il diritto a un processo equo in vari paesi, tra cui gli Usa, dove gli avvocati difensori hanno dichiarato di non aver potuto svolgere attività di indagine cruciali o incontrare i loro clienti di persona.

La Cina considera i dati sulle condanne a morte e sulle esecuzioni come segreti di stato e impedisce il monitoraggio indipendente. Pertanto, il rapporto di Amnesty International, che elenca le esecuzioni a essa note, non fornisce il numero della Cina. Si ritiene, tuttavia, che questo stato ogni anno metta a morte migliaia di prigionieri, collocandosi dunque stabilmente al primo posto. Seguono Iran (almeno 246 esecuzioni), Egitto (almeno 107), Iraq (almeno 45) e Arabia Saudita (almeno 27).

Questi ultimi quattro paesi si sono resi responsabili dell’88 per cento delle esecuzioni note nel 2020. L’Egitto ha triplicato le esecuzioni rispetto agli anni precedenti, collocandosi al terzo posto. Almeno 23 esecuzioni hanno riguardato casi di violenza politica e sono state precedute da processi clamorosamente irregolari, basati su “confessioni” forzate e altre gravi violazioni dei diritti umani come la tortura e le sparizioni forzate. Tra ottobre e novembre sono stati messi a morte almeno 57 prigionieri, 53 uomini e quattro donne.

Sebbene il numero delle esecuzioni in Iran abbia continuato a essere inferiore rispetto agli anni precedenti, nel 2020 la pena di morte è stata usata più frequentemente come arma di repressione politica contro dissidenti, manifestanti e appartenenti alle minoranze etniche, in violazione del diritto internazionale.

Le norme e gli standard internazionali che vietano l’uso della pena di morte per reati diversi dall’omicidio volontario sono stati violati anche da diversi stati della regione Asia-Pacifico: condanne a morte sono state emesse per reati di droga in Cina, Indonesia, Laos, Malesia, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam, per corruzione in Cina e Vietnam, per blasfemia in Pakistan. In Bangladesh e Pakistan condanne a morte sono state emesse da tribunali speciali che seguono solitamente procedure diverse rispetto ai tribunali ordinari. Nelle Maldive cinque minorenni al momento del reato sono rimasti in attesa dell’esecuzione.

Gli Usa sono l’unico stato delle Americhe ad aver eseguito condanne a morte: a luglio l’amministrazione Trump ha ordinato la prima esecuzione federale degli ultimi 17 anni e cinque stati hanno eseguito sette condanne a morte.

Escludendo gli stati che considerano i dati sulla pena di morte un segreto di stato o dai quali arrivano informazioni limitate – come Cina, Corea del Nord, Siria e Vietnam – nel mondo Amnesty International ha registrato almeno 483 esecuzioni: il 26 per cento in meno rispetto al 2019 e il 70 per cento in meno rispetto al picco di 1634 esecuzioni del 2015. Sono i dati più bassi di esecuzioni registrate da Amnesty International in almeno un decennio.

Questo calo è stato dovuto a una riduzione in alcuni tra gli stati mantenitori e, in minor parte, a sospensioni di esecuzioni a causa della pandemia da Covid-19. Le esecuzioni registrate in Arabia Saudita sono diminuite dell’85 per cento (27 contro le 184 del 2019), quelle in Iraq di oltre la metà (45 contro 100) mentre nessuna esecuzione ha avuto luogo rispetto all’anno passato in Bahrein, Bielorussia, Giappone, Pakistan, Singapore e Sudan.

A livello globale, il numero delle condanne a morte note, almeno 1477, è diminuito del 36 per cento rispetto al 2019. Amnesty International ha registrato tale calo in 30 dei 54 stati dove sono state emesse condanne alla pena capitale, in diversi casi a causa di ritardi e rinvii nei procedimenti giudiziari a causa della pandemia da Covid-19.

Hanno fatto eccezione l’Indonesia, con un aumento del 46 per cento rispetto alle condanne del 2019 (117 contro 80) e lo Zambia (119 condanne contro 101), che ha segnato il record nell’Africa subsahariana.

Nel 2020 il Ciad e, negli Usa, il Colorado hanno abolito la pena di morte, il Kazakhistan si è impegnato ad abolirla ai sensi del diritto internazionale e nelle Barbados è stata cancellata l’obbligatorietà della condanna alla pena capitale.

Secondo dati aggiornati ad aprile del 2021, 144 stati hanno abolito la pena di morte nelle leggi o nella prassi, 108 dei quali per tutti i reati: questa tendenza deve proseguire.

«Nonostante alcuni governi si ostinino a usare la pena di morte, il quadro complessivo del 2020 è stato positivo. Sono aumentati gli stati abolizionisti ed è diminuito il numero delle esecuzioni note. Il mondo è più vicino a consegnare ai libri di storia questa punizione crudele, inumana e degradante», ha commentato Callamard. 

«Alla fine del 2020 un numero record di 123 stati ha approvato la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per una moratoria sulle esecuzioni. La pressione sugli altri stati sta aumentando. La Virginia è da poco diventata il primo stato del sud degli Usa ad abolire la pena di morte, mentre il Congresso si avvia a esaminare svariate proposte di abolizione a livello federale», ha sottolineato Callamard.

«Sollecitiamo i leader di tutti gli stati che non l’hanno ancora fatto ad abolire nel 2021 l’omicidio sanzionato dallo stato. Continueremo a svolgere campagne fino a quando la pena di morte non sarà abolita ovunque, una volta per sempre» ha concluso.

Da Amnesty.it

In Iran arriverà il “re della forca”

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IRAN, PER IL DOPO-ROUHANI PRONTO IL ‘RE DELLA FORCA’
Elisabetta Zamparutti -  nessuno tocchi caino
Hassan Rouhani lascia la Presidenza dell’Iran dopo otto anni e oltre 4.530 esecuzioni compiute durante il suo mandato, che aveva preso avvio nel 2013 con una riconferma nel 2017. 
Sette sono i candidati alle presidenziali del 18 giugno, tutti vagliati dal Consiglio dei Guardiani secondo regole chiare. Devono essere maschi, sciiti e ferrei sostenitori del principio del velayat-e faqih cioè del potere clericale assoluto che poi è quello della Guida Suprema. Uno tra tutti è il favorito. Quello che ha il sostegno di Ali Khamenei, la Guida Suprema appunto. È Ebrahim Raisi, il capo del sistema giudiziario iraniano. Ha firmato l’accettazione della candidatura l’ultimo giorno utile. Pressoché in contemporanea alla firma dei moduli presso il Ministero dell’Interno, Raisi ha firmato altri quattro “moduli”: gli ordini di esecuzione di quattro condanne a morte che da lì a poco sono state portate a termine. “Cambiamento” e “gioventù” sono gli slogan della sua campagna elettorale. Slogan paradossali per un probabile presidente che da capo del giudiziario non ha cambiato registro sulla pena di morte, anche nei confronti dei minori.
Il primo a salire sul patibolo, all’alba del 15 maggio, è stato Ali-Morad Zabihi impiccato nel carcere di Qazvin per un’accusa di droga. Il giorno successivo è stata la volta di due altri giovani uomini: Amir Bayati, impiccato all’alba nel carcere di Shiraz per un omicidio non intenzionale avvenuto durante una rissa per strada; Jamal Mohammadi, ucciso nel carcere di Ilam per aver ucciso un suo superiore a seguito di un diverbio. Infine, il 17 maggio, mentre il sole si alzava sul cielo di Isfahan, nel carcere della città, saliva sul patibolo Mehran Narouei, un laureato in scienze politiche di etnia baluci. È stato impiccato dopo cinque anni nel braccio della morte per un reato legato alla droga, nonostante la pena gli fosse stata sospesa. 
Nessuna di queste quattro esecuzioni è stata resa nota dagli organi di stampa ufficiali iraniani.
Da quando, nel marzo del 2019, Raisi è divenuto Capo della magistratura per scelta diretta della Guida Suprema, le esecuzioni si sono succedute a un ritmo di circa una ogni due giorni. Durante le elezioni presidenziali del 2017, quando Hassan Rouhani ed Ebrahim Raisi si contendevano la Presidenza, il primo ebbe a descrivere il secondo come un individuo appassionato di gabbie e forche. “La nostra gente – aveva detto Rhouani – non sceglierà chi negli ultimi 38 anni si è occupato solo di esecuzioni e prigioni”.
In effetti Raisi ha ricoperto diversi ruoli importanti nella magistratura iraniana prima di arrivare al vertice: Procuratore dal 1980 al 1994, Vice Capo della Magistratura dal 2004 al 2014, Procuratore Generale dal 2014 al 2016. In tali vesti ha detenuto, torturato e giustiziato migliaia di uomini e donne. In un’occasione, ha lodato l’amputazione della mano di un ladro, definendola “punizione divina” e “fonte di orgoglio”. Raisi ha fatto anche parte della “Commissione della morte” che nel 1988, nell’arco di poche settimane, decise e mise in atto per ordine dell’allora Guida Suprema, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, un massacro di oltre 30 mila prigionieri politici, soprattutto Mojahedin del Popolo. 
Ebrahimi Raisi è sottoposto a sanzioni USA dal marzo 2019. 
È tra i “Volti della repressione in Iran” che come Nessuno tocchi Caino abbiamo chiesto all’Unione Europea di inserire tra i soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.
È notizia di questi giorni che Mehran Gharabaghi e Majid Khademi, due ragazzi di 29 anni arrestati nel gennaio del 2019, sono sotto processo e rischiano l’esecuzione per legami, veri o presunti, con quel movimento, i Mojahedin del Popolo, che cercò di annegare nel sangue trentatré anni fa. Pochi giorni fa, a processo ancora in corso, il Ministero dell’Intelligence ha preannunciato l’esecuzione di Mehran alla famiglia Gharabaghi chiedendo loro di fare pressioni sul figlio affinché rinunci alle sue opinioni e cooperi con l’intelligence contro i Mojahedin del Popolo.
“Cambiamento” e “gioventù” dice oggi il candidato Raisi. Ma la sua mente continua a essere agitata dagli stessi fantasmi di un regime clericale fuori dal mondo e fuori dal tempo. Il vero cambiamento che deve avvenire in Iran è quello verso un’alternativa radicale, laica, democratica al regime oscurantista, teocratico, illiberale dei mullah. Ma perché ciò avvenga è necessario e urgente un cambio radicale di regime nella politica europea che, purtroppo, continua a essere tollerante e accondiscendente nei
confronti di questo Iran, quello del potere assoluto e mortifero incarnato dalla Guida Suprema e dal suo candidato preferito, il patito delle prigioni e dei forconi.