L’attualità delle domande di Danilo Dolci

 

30.12.2016 Olivier Turquet

L’attualità delle domande di Danilo Dolci

Mi chiamo Danilo e faccio domande è un libro di Mara Mundi pubblicato quest’anno da Aracne in EOS, Collana di Storia dell’Educazione.

Le complesse e straordinarie vicende di Danilo Dolci, pilastro della nonviolenza italiana, sono ancora oggetto di studio e di discussione.

Danilo Dolci appartiene indubbiamente a quella “parte” dell’Umanità rimasta schiacciata dalla contrapposizione tra i muri che hanno dominato il secolo ventesimo della nostra era; conseguentemente il pensiero nonviolento, umanista, maieutico, circolare è stato svilito, ignorato o banalizzato, in tutte le sue forme.

Inoltre, nel caso specifico di Danilo, si tratta di una personalità che, coerentemente con la sua teoria, ha privilegiato il fare. Così lo studioso che volesse approfondire il pensiero di Danilo Dolci a volte non trova immediatamente il testo maestro che possa svelare la totalità del pensiero e della coerente azione.

Il libro di Mara Mundi costituisce, in questo senso, uno strumento prezioso di lavoro già che ri-costruisce il pensiero e l’azione dell’educatore triestino diventato siciliano partendo appunto dal fare che ne costituisce la biografia, la biografia di un fantastico attivista.

E’ in quella biografia e nei numerosi incontri, con Capitini, con Rodari, con Freire, con Galtung, che nasce la maieutica dolciana e l’idea dell’educazione nonviolenta, partecipativa ed orizzontale.

Giustamente Mara Mundi sottotitola il suo libro “L’attualità del progetto educativo di Dolci” e con questo sottolinea il fatto che molti dei concetti educativi espressi da Danilo negli anni ’70 si sono prima diffusi nelle numerose esperienze di pedagogia attiva e nonviolenta, hanno avuto riscontro in molte sperimentazioni sia in istituzioni pubbliche che private per poi finire spesso emarginate e dimenticate dagli stessi bravi insegnanti che le avevano adottate, in tutto o in parte.

Il fantastico lavoro di formazione e informazione che fecero persone come Dolci, Rodari, Lodi produsse in Italia un avanzamento grande nel modo di insegnare e questo libro, anche raccontando la tormentata storia del Centro Educativo di Mirto, lo testimonia adeguatamente.

L’autrice riscostruisce prima una dettagliata e documentata biografia di Dolci per poi esporre le idee centrali del fare educativo fino ad arrivare, nell’ultima parte a una descrizione di tutta l’esperienza del Centro Educativo di Mirto. In particolare il concetto e la corrispondente pratica di Mirto come di una “scuola di tutti” con il coinvolgimento sistematico di tutti gli attori dell’esperienza, bambini inclusi è e resta una preziosa testimonianza della necessità di pensare la scuola in una maniera integrale e di considerarne da rivoluzionare tutti gli elementi, dalla struttura fisica fino ai concetti educativi.

In questo senso siamo perfettamente d’accordo con Mara Mundi nel dire che “Molto si potrebbe ancora fare per recuperare alla memoria comune quest’uomo che tanto si è prodigato non soltanto per la Sicilia ma per la pensabilità di una realtà partecipata e veramente democratica. Il pensiero e l’azione di Dolci muovono dal desiderio di trasformazione, dall’attivazione individuale e collettiva verso questa direzione. C’è dunque una coincidenza esatta, una sovrapponibilità tra il suo approccio nonviolento e la pedagogia tout court,che ha ragione di essere soltanto se è capace di sognare, di traguardare il presente, di immaginare ciò che ancora non è ma potrebbe essere, disegnando progetti e percorsi per realizzare scenari futuri più sostenibili per ciascuno e per tutti”.

Completa il libro un’ottima bibliografia ragionata. Un’unica piccola critica costruttiva all’editore, autore di una confezione un po’ leggera di un libro che merita di restare a lungo nelle nostre librerie.

No al razzismo e alla discriminazione

Alcuni sani principi che dicono NO al razzismo e alla discriminazione

29.12.2016 Olivier Turquet

Quest’articolo è disponibile anche in: Greco

Alcuni sani principi che dicono NO al razzismo e alla discriminazione
(Foto di ggBO via Flickr.com)

In molti luoghi di questo pianeta si levano voci contro le “ondate migratorie” che colpiscono i “paesi civili”.

Persone da cui non te lo aspettavi sposano tesi sulla necessità di “fermare l’invasione”, espellere i clandestini ed altre cose del genere.

Per prima cosa vorrei manifestare il mio orrore e tristezza per questo genere di affermazioni, da qualunque parte vengano; direi che mi feriscono un po’ di più da persone amiche o a cui riconosco meriti in altri campi.

Ma mi pare più utile dare qualche sano principio per contrastare questa specie di crisi isterica dell’umanità, per lo meno della parte opulenta.

Già al parlare di principi sento il borbottio pragmatico di coloro che si “attengono alla realtà dei fatti”, gente “pratica” che si affretta a dichiarare che le ideologie sono morte, che la solidarietà era una stupidaggine buonista e cose di questo genere.

A costoro posso dire solo che sono già andati troppo lontano nella lettura di questo articolo e che possono tornare alla loro preferita rivista glamour, molto più riconfortante che la lettura dei miei editoriali.

Parliamo dunque di principi e, per esempio, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, splendido testo scritto da donne e uomini che, usciti dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, vollero stabilire dei principi universali che riparassero e ci preservassero dalla tremenda violenza che aveva caratterizzato quegli anni.

Articolo 12.- Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13.– 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

  1. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14.- 1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

Vorrei sottolineare che nel dibattito attuale ci si “dimentica” dell’Art. 12: uno dei motivi originari delle migrazioni moderne è lo scarso sforzo internazionale a impedire questa interferenza. Al contrario notiamo in molti paesi “migratori” la sistematica interferenza nella vita economica e politica di quei paesi. Le inesauribili “guerre umanitarie” sono un buon esempio di questo, come il vizio di armare ribelli di ogni tipo per rovesciare governi che non godono dell’amicizia di qualcuno.

Sul 13 e sul 14 mi pare non ci sia molto da dire, se non sottolineare il fatto che sono sistematicamente disattesi.

Se infatti io, cittadino europeo, posso andare senza formalità o con formalità minime praticamente dovunque voglio, esistono cittadini di numerosi paesi per i quali questi principi non sono validi o sono molto complicati da burocrazie, attese, cavilli, ingenti richieste di denaro ed altre cose indegne della dignità umana.

Non mi pare molto complicato capire che questa violenza generi voglia, nelle persone che la subiscono, di produrre altrettanta violenza. In effetti un paio di anni fa mi è stato chiesto il visto per il Senegal..

Questo piano dei principi è importante, perché è un tema che oggi si vuol mettere in discussione; e in discussione lo mettono coloro che pensano che con meno “leggi” potrebbero fare i loro affari con miglior profitto e senza dover dare conto a nessuno.

Di fatto ci sono zone del pianeta dove la “normale” giurisdizione degli stati viene sospesa da bande multinazionali, con eserciti privati, barriere, controlli; tali bande hanno da disboscare una foresta, sfruttare una miniera, far passare un oleodotto e lo vogliono fare in barba a qualunque diritto internazionale o nazionale; e il numero dei territori dove la sovranità popolare è espropriata è in aumento nel mondo.

Questo disprezzo per le dichiarazioni di principi, per le leggi internazionali, per le convenzioni diplomatiche, per i trattati, nonché per il buon senso, è un chiaro indicatore della violenza che domina i rapporti umani in questo momento storico: violenza che è, intrinsecamente, negazione della libertà dell’altro, limitazione della sua intenzione, fino al fatto più banale e evidente della violenza fisica.

Per cui rimettere al centro i principi significa ridare valore a ogni essere umano e affermare l’utopia del futuro: un mondo senza violenza.

Ma c’è un secondo argomento che mi coinvolge, che ti coinvolge e che coinvolge tutti  ad un livello più intimo e personale: il Principio più importante di tutti, quello che tutti i saggi hanno evocato fin dagli albori dell’umanità: “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”.

In questo caso io chiedo: ti piace essere lasciato fuori dalla porta? No. Non lasciare nessuno fuori dalla porta. Ti piace che dicano della tua religione che è fanatica? No. Allora non dichiarare fanatica la religione di nessuno. Sei felice quando qualcuno è in guerra con te? No. Allora non essere in guerra con nessuno e nemmeno con te stesso.

Potrei continuare ancora a lungo, ma confido tu abbia capito profondamente e che, se quelle idee ti avessero sfiorato la mente, tu possa riconvertirti sulla via della soluzione dei problemi, non della loro complicazione. Allora potremo anche affrontare il problema, che esiste, con la dovuta prospettiva e trovare soluzioni basate non sul continuare a costruire fortezze, ma sul ristabilire relazioni di giustizia, riparare gravi torti che i paesi opulenti hanno fatto a quelli poveri, restituire le case a quelli a cui sono state sottratte, riconoscere l’autodeterminazione dei popoli e anche combattere i trafficanti che speculano in modo criminale sulla necessità di fuggire dall’ultimo orrore di turno, o anche solo di tentare la fortuna in mondi nuovi.

E’ un problema di direzione che ogni giorno si fa più manifesto: pace crescente o distruzione crescente. E’ un problema che non si può eludere e che richiede le migliori qualità di ogni essere umano: la compassione, la riconciliazione, la vera solidarietà, la semplice fratellanza

Apprendimento intenzionale, un cammino verso l’educazione umanizzatrice

25.12.2016 COPEHU

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Apprendimento intenzionale, un cammino verso l’educazione umanizzatrice

Il 28 ottobre del 2016 ad Asunción, Paraguay, si è tenuto il V Simposio Internazionale del Centro Mondiale di Studi Umanisti, “La rivoluzione umana necessaria”. L’educatrice peruviana, Jaqueline Mera (*), ha esposto il contesto teorico e metodologico, e il modo di applicazione della Corrente Pedagogica Umanista Universalista, COPEHU, nelle scuole pubbliche di Lima.

Buonasera a tutti i presenti. A nome di coloro che lavorano per applicare la Corrente Pedagogica Umanista Universalista; saluto questo Simposio e ringrazio per l’invito e l’opportunità di condividere con voi la nostra proposta.

Parlare della rivoluzione umana necessaria, di questi tempi, vuol dire restituire all’essere umano il suo ruolo primario in quanto a valore e preoccupazione centrale, è guardarlo a partire dalla sua essenza, profondità, intenzionalità, ovvero dalla sua possibilità di trasformarsi e di umanizzare la terra. Vuol dire ribellarsi dinanzi ai determinismi e alla violenza. Vuol dire posare lo sguardo su qualcuno e ascoltare quella voce interiore che chiede di esprimersi e che non ammette l’impossibile. Vuol dire superare la paura del fallimento ed accrescere la fede interiore, nella quale l’impossibile è solo ciò che tarda un po’ di più ed è, come diceva Silo, il tentativo che vale la pena di vivere. In questi atti di rivoluzione, la COPEHU propone di costruire un nuovo paradigma educativo in direzione umanizzatrice.

La COPEHU è un movimento pedagogico che trae ispirazione e fondamento, principalmente, dalla teoria e dalla pratica del pensiero dell’Umanesimo Universalista di Silo (Mario Rodríguez Cobos), messaggero di una nuova concezione dell’essere umano e della coscienza, così come dal suo Messaggio spirituale. Raccoglie, inoltre, i contributi progressivi di Vygotsky, Freyre, e Maturana da un lato, e delle neuroscienze, della fenomenologia, dell’esistenzialismo ed altri ancora, dall’altro.

Questo movimento internazionale lavora per la costruzione di un nuovo paradigma educativo e, in quanto tale, parte da una visione del mondo, dell’essere umano, della sua coscienza e funzione sociale, fondata sul concetto dell’ Apprendimento Intenzionale[1], “nel quale si percepisce la coscienza umana in quanto attiva, aperta al mondo per trasformarlo, in permanente ricerca intenzionale, sempre con interesse. Allo stesso modo, pensiamo che ogni essere umano venga al mondo con una missione, irripetibile e non applicabile in altri contesti, in direzione umanizzatrice. Pertanto, è compito dell’educazione, in quanto parte della società che lo accoglie, aiutarlo nel compimento della sua missione”.

Dal nostro punto di vista “l’Educazione Umanizzatrice è intesa come concetto abilitante delle nuove generazioni nel compimento di una visione plurale e attiva della realtà; la sua visione tiene in conto il mondo non come una presunta realtà obiettiva, ma come il mezzo attraverso il quale l’essere umano applica la propria azione, trasformandolo e umanizzandolo. Un’educazione che considera di gran rilevanza l’esperienza spirituale, il contatto con i propri registri del pensare coerente, lo sviluppo emotivo che rende possibile il contatto con il sé e con l’altro, mediante la rappresentazione e le forme diverse di espressione (fisica, verbale, emotiva, artistica, ecc.). Allo stesso modo, si impegna nella cultura della Nonviolenza, ponendo come manifesto la convinzione che nell’attuale momento storico, la violenza non è più ammissibile come modo di convivenza, risoluzione di conflitti o raggiungimento di obiettivi.”[2]

La COPEHU propone una metodologia esperienziale; ciò vuol dire che tutto l’apprendimento deve relazionarsi al vissuto ed all’atto di ritornare su ciò che si è appreso -sul vissuto- rimanendo coscienti del fenomeno. Al fin di ciò, si abilitano ambiti e si generano condizioni, sia fisiche che mentali.

Questi due punti non sono di minore importanza nella produzione del fenomeno dell’apprendimento, ovvero dell’esperienza, per questo è di grande importanza il doverli realizzare.

Dal punto di vista fisico, lavoriamo soprattutto in spazi luminosi, privi di stimoli e arredamento, e in laboratori di vario tipo .

Dal punto di vista dell’intangibile (mentale), ci proponiamo di costruire un ambito in cui si applicano trasversalmente le 5 chiavi dell’apprendimento. Quali sono queste chiavi? Parafrasando Aguilar e Bize[3], si tratta di chiavi, in quanto ci permettono di aprire porte, entrare in certi “luoghi” della psiche, passare da uno spazio mentale all’altro, usando queste “chiavi” come mezzi affinché “il nuovo” arrivi ad occupare uno spazio nella persona e giunga a “costituirsi” nel suo interiore, ad interiorizzarsi. La prima chiave è “Apprendimento e attenzione”, in cui si pone grande enfasi sul consolidamento di un’attenzione rilassata. La seconda è “Apprendimento e buon umore”, in cui vediamo l’atto educativo come uno spazio ludico in cui l’errore non ha un peso negativo. La terza chiave è “Apprendimento e affettività”, dove l’emozione predominante impressa nella memoria, facilita o meno l’apprendimento, e per questo si aspira a creare una connessione emotiva nelle relazioni; La quarta chiave, “Apprendimento e ambiente”, riferita all’atmosfera che si crea, è la complicità con la quale ci relazioniamo. Abbiamo infine la quinta chiave, “Apprendimento e dialogo generazionale”, un ambito educativo che funge da luogo di incontro di generazioni (bambini, giovani e adulti) in cui sia possibile ristabilire il dialogo molte volte interrotto, in cui l’intenzione è di valorizzare e complementare, non di degradare.

In queste condizioni mentali, gioca un ruolo protagonista:

L’Esperienza interiore

Quando entriamo nell’ambito dell’apprendimento, ci proponiamo di “restare dove siamo” intenzionalmente, per questo lavoriamo a partire dall’incastro, dall’interesse, dall’intenzionalità -si sceglie dove si vuole restare. Ciò che ci interessa è che interiormente si è disposti ad esplorare sé stessi e gli altri, per stare sulla frequenza di una modalità più profonda. Iniziamo gli incontri entrando in contatto con la nostra interiorità, ci appoggiamo agli strumenti che ci propone il Messaggio di Silo, in quanto possiede le caratteristiche di libera ispirazione e di universalismo. Grazie ciò, si crea un ambito interiore in cui ognuno -credente o meno che sia- può completare l’esperienza con i propri credi e contenuti, arrivando a vivere esperienze di dolce allegria, pace, compassione, maggiore attenzione e coscienza di sé, senso trascendentale e profondo della vita, ecc. Queste esperienze si vanno a registrare nell’intracorpo o cenestesia, creando un nuovo modo di essere e di relazionarci con gli altri e, a sua volta, di interpretare il mondo.

Il ruolo dell’educatore

È necessario chiarire che l’educatore compie la funzione di mediatore, accompagnatore o guida, conferendo il ruolo protagonista ai bambini e ai giovani; a sua volta, l’educatore, essendo qualificato per l’esperienza proposta, si converte in referente (esempio di coerenza per gli altri), facilitando anche in questo modo l’apprendimento intenzionale.

Una volta assicurate tali condizioni fisiche e mentali, si propone il lavoro per sessioni e in gruppi di gradi diversi secondo le tappe dell’apprendimento.

Sessione di Psicofisica

Si lavora con dispositivi ludici che facilitano l’impressione nella memoria dell’attenzione rilassata, gli esercizi di respirazione come modo di rilassamento, l’apertura emotiva, ecc. In altri termini, la mobilitazione e armonizzazione dei centri di risposta della psiche umana: vegetativo, mobile, emotivo e intellettivo.

Sessione di Esperienza interna

Avvicinamento al contatto con il sé e con l’altro nella profondità della coscienza, grazie a strumenti come la richiesta, l’esperienza di pace (sfera), la guida interiore, il ringraziamento.

Sessione di Autoapprendimento

Spazio in cui si dispiega l’intenzionalità ad un livello maggiore, si risveglia l’interesse, il gusto per l’indagine e l’apprendimento, dove l’errore non comporta un peso negativo, attraverso supporti e risorse diversi: video, internet, libri, supporti audiovisivi, ecc. A causa della presenza di gruppi diversi, tanto per età quanto per caratteristiche, l’auto-regolarsi ed il completarsi a vicenda giocano un ruolo importante, aspetti che vengono abilitati nelle sessioni precedenti. In questa sessione, destinata allo spazio dell’apprendimento e dell’approfondimento delle diverse materie curricolari, i bambini e/o i giovani decidono cosa apprendere davanti a una gamma di proposte.

Modi di applicazione nella scuola pubblica

Integrale: viene applicata tutta la proposta di COPEHU, nei tempi, modi e condizioni.

Tutoraggio: si lavora sotto forma di corso su temi dello sviluppo umano, ponendo enfasi su determinati temi e sessioni a seconda della necessità d’insieme e dei tempi. Le condizioni fisiche e mentali vengono mantenute, cambiano solo i tempi e le modalità.

Trasversale: gli educatori qualificati incorporano gli strumenti nelle loro lezioni tradizionali, per esperienza e necessità, cedendo il passo all’innovazione e avendo come riferimento la necessità d’insieme. Possono, ad esempio, mettere gli alunni dinanzi ad una richiesta all’inizio della lezione, per verificare se sono giù di morale; eseguire un esercizio di rilassamento se c’è pressione o stress, un gioco per entrare in connessione emotiva e con l’attenzione rilassata, se c’è molta distrazione e rumore. E, ovviamente, applicano in modo permanente le 5 chiavi dell’apprendimento.

Per ognuna di queste tre forme di applicazione si realizza:

Un Programma di formazione per i docenti

Si lavora con la teoria e la pratica dell’Apprendimento Intenzionale, sotto forma di sessioni esperienziali. Così come ai bambini e ai giovani, si dà agli educatori spazio per lavorare con i centri di risposta attraverso il gioco, il contatto con l’esperienza interiore, lo studio e l’intercambio teorico e pratico. Al fine di ciò, l’esperienza è la chiave per approfondire, comprendere ed applicare la proposta.

Questo punto va compreso bene; un dato cognitivo si può “dare e ricevere” (ad esempio: 2+2? Quattro! Bene!).

Ma l’esperienza di tutto ciò che è stato menzionato in precedenza, è parte di un processo di approfondimento e richiede una posizione distinta da parte dell’educatore, così come l’essere disposti ad entrare in un diverso ambito mentale.

All’interno di questo processo di applicazione c’è:

La comunità dell’Apprendimento Intenzionale

Una delle chiavi della nostra pedagogia è la costruzione di ambiti. La comunità compie la funzione di crearevincoli tra genitori,  docenti,  personale amministrativo, ecc. in uno spazio di convergenza tra educatori, destinato ad approfondire la proposta (esperienze interiori) in forma collettiva, dove si promuove la riflessione permanente con l’obiettivo di accompagnare il processo vissuto dalle nuove generazioni, rendendo possibile e mobilitando l’azione al di là degli influssi immediati. Si tratta di un ambito centrale per sostenere la proposta, dato che senza di esso non si può comparare l’azione e decidere intenzionalmente cosa si deve costruire in quanto comunità educatrice, in quanto società .

Alla luce di quanto esposto, noi che portiamo avanti queste esperienze trasformatrici e rivoluzionarie, ci ispiriamo all’essere umano del futuro. Ci sentiamo chiamati e mobilitati a compiere il nostro proposito maggiore: contribuire alla rivoluzione umana necessaria. Contribuire alla costruzione della grande Nazione Umana Universale che sta nascendo.

Molte grazie.

Ricevo da Enrico Peyretti

Non so se avete sentito (o forse anche visto in tv; io no), i titoli dei giornali di destra sull’uccisione di Anis Amri: titoli e immagini feroci, disumane, gaudenti per la morte dello stragista, senza dolore per ciò che ha fatto e che si è tirato addosso, senza ombra di pietà umana per tutti, anche per i colpevoli. Grida di guerra, giudizi gelidi da padroni della ragione-forza, elevata a diritto di condanna totale. Se non c’è dolore umano per l’omicida non c’è dolore vero neppure per le sue vittime, ma solo la conta dei colpi. Questa agghiacciante reazione qualifica i giornali italiani di destra. Ciò mi conferma l’opinione, espressa nel recente nostro dibattito, ripresa da Bobbio come da Mencio, che la “destra” (chiamala come vuoi, ben al di là della posizione dei banchi in Parlamento) è pre-civile, arretrata nell’evoluzione morale. La differenza è antropologica, tra forme diverse di umanità: chi soffre e chi non soffre per la povertà umana, la diseguaglianza, anche la colpa degli altri. Una tale destra non è il conservatorismo – che può essere giusta custodia di qualche livello raggiunto (come proprio la Costituzione), o anche di qualche interesse non di rapina – ma è la metafisica della potenza e del privilegio: “chi può faccia, chi non può taccia”. “O si domina o si è dominati” (mie sintesi di quella mentalità). La vita come guerra. Il privilegio come riconoscimento del vantaggio di forza (in qualunque modo acquisito), legittimato. Il diritto come forza e non come dignità inviolabile. Non che la “sinistra” sia un umanesimo ideale, ce ne manca! Essa è pure infetta dallo stesso male, ma tende ad uscirne, è almeno l’orientamento zoppicante a giustizia e dignità come fondamento del diritto. L’umanità è grande, immagine di colui che chiamiamo Dio, ed è pure miserabile. Miseria e grandezza. Ma un lato va scelto. La Scrittura parla, in termini troppo grandi, di figli delle tenebre e figli della luce. Nessuno nasce nel male. All’inferno non ci crediamo più, perché crediamo meglio in Dio. In paradiso andremo tutti, e ci troveremo anche Anis Amri, e faremo pace. Ma nella nostra storia ambigua, nessuno può essere catalogato definitivamente. Ognuno è colpevole di tutto (Dostoevskij in Karamazov), ma i due poli ci sono, esistono, agiscono. Si deve scegliere la direzione. Quei giornali di destra esprimono oggi una polarizzazione (che chiamiamo destra-sinistra nella politica quotidiana) che ha scelto il peggio, il subumano. Intervistata, la madre del poliziotto che ha ucciso il criminale per difesa personale, ha avuto una parola di pietà per il criminale. Una madre, unica voce umana nel frastuono feroce. Dio ci perdoni.

Enrico

Lettere del 1914 ricordano una tregua

25.12.2016 Francesco Cecchini

Lettere del 1914 ricordano una tregua

 

Una lettera, scritta 102 anni fa, da un ufficiale britannico alla madre, da una trincea del fronte occidentale racconta una tregua tra soldati tedeschi e inglesi, in occasione del natale.

Il nome dell’ufficiale è Alfred Dougan Chateer e scrive: “Penso che oggi ho assistito una degli spettacoli più straordinari che nessuno abbia mai visto. Verso le 10 del mattino, stavo affacciato al parapetto della trincea, quando ho visto un tedesco agitare le braccia e subito dopo  due di loro uscirei dalla loro trincea e  avvicinarsi alla nostra. Uno dei nostri uomini va verso loro e in un paio di minuti, il terreno tra le due linee di trincee è pieno di uomini e ufficiali di entrambe le parti che si stringono le mani e si augurano un Buon Natale. Ci siamo scambiati sigarette e autografi e ci siamo fatto delle foto. Sono stati sepolti anche soldati britannici e tedeschi, i cui corpi erano nella terra di nessuno. Non so quanto tempo durerà … In ogni caso, avremo un altra tregua al nuovo anno, i tedeschi vogliono vedere come le foto escono! Scrivo ciò in trincea, nel mio ‘rifugio’, con un fuoco di legna e un mucchio di paglia (…), nonostante il duro  freddo di Natale.”

La tregua non durò e Chater rimase gravemente ferito tre mesi più tardi, ma sopravvisse  e  morì in Inghilterra nel 1974.

Durante la cosiddetta tregua di Natale tra tedeschi e inglesi di 102 anni fa diverse lettere furono scritte dai soldati alle loro famiglie e raccontarono quell’avvenimento. La decisione dei soldati fu tanto criticata dai superiori, quanto ricordata come uno dei momenti più belli di quegli anni dai soldati stessi. Quella sera a quanto scrissero i quotidiani britannici in una zona del fronte nella terra di nessuno fu anche giocata una partita di calcio tra inglesi e tedeschi finita 3-2 per i tedeschi. Di questa partita si trova testimonianza anche in una lettera del generale Walter Congreve che racconta alla moglie della tregua e della partita di calcio anche se non l’aveva vista con i propri occhi, ma gli era stata raccontata da alcuni suoi commilitoni.

https://www.youtube.com/watch?v=iAWTEeST6rg

 

Vale la pena ricordare in occasione della tregua tra soldati e, non certo, tra generali, l’azione in corso per riabilitare, storicamente e giuridicamente i fucilati e decimati italiani durante il grande massacro 15-18.