Pericolo

Fukushima, il rimedio è peggiore del male

Giappone. C’è solo da sperare che la ola di protesta ambientale che coinvolge molti paesi del mondo, assuma nella sua agenda la situazione di Fukushima per impedire a tutti i costi al Governo giapponese di scaricare in mare, insieme all’acqua radioattiva, anche le sue responsabilità e quelle della Tepco

Giorgio FerrariIl Manifesto

 

Il ministro giapponese per l’ambiente e le emergenze nucleari Yoshiaki Harada ha dichiarato ieri che l’unica soluzione praticabile per smaltire l’acqua contaminata proveniente da tre reattori di Fukushima è quella di scaricarla in mare, aggiungendo (bontà sua!) che prima verrebbe diluita. Si tratta di oltre 1 milione di tonnellate di acqua che dopo l’incidente, non essendo più operativi i sistemi di raffreddamento in circuito chiuso, è stata pompata nei noccioli per raffreddarli e poi convogliata in serbatoi di stoccaggio allocati nel sito dell’impianto.

Ora, dopo 8 anni, sul sito non c’è più spazio per altri serbatoi. Il governo giapponese si è affrettato a sottolineare che Harada ha espresso un’opinione personale, ma non sembrano esserci alternative praticabili allo scarico in mare che, se attuato, avrebbe conseguenze incalcolabili dal punto di vista ambientale e sanitario, non solo per il Giappone. La Tepco (proprietaria di Fukushima) ha creato così una emergenza nell’emergenza per una scelta tecnica di cui avevo già sottolineato la temerarietà: quella cioè di pompare acqua nei reattori in circuito aperto confidando poi di poterla decontaminare e quindi scaricarla in mare così da raggiungere un equilibrio. Ma era evidente fin dall’inizio che la quantità di acqua trattabile in un sistema di decontaminazione – per quanto capace esso fosse – era decisamente inferiore alla quantità di acqua pompata nei reattori per cui, giocoforza, si è dovuto immagazzinarla in serbatoi.

Tra l’altro molti di questi serbatoi erano inizialmente flangiati (cioè a lastre di metallo imbullonate) e hanno ceduto a causa della pressione riversando sul terreno (e poi in mare) acqua contaminata, tant’è che nel marzo scorso la Tepco annunciava di aver completato la sostituzione di questi serbatoi con altri a lastre saldate che comunque non sono antisismici e quindi in caso di terremoto perderebbero facilmente la loro capacità di contenimento. Stanno venendo al pettine tutte le caratteristiche negative, non solo della tecnologia nucleare in sé, ma delle scelte logistiche e di gestione della Tepco.

Se è vero infatti che subito dopo l’incidente il raffreddamento dei noccioli dall’esterno era la scelta obbligata, bisognava pensare -nel tempo – a soluzioni alternative, quali l’entombment dei reattori, anche se questo è reso difficile dalla loro vicinanza al mare (non c’è spazio per un sarcofago tipo Chernobyl!).

Né del resto si è mai pensato a rimuovere dal sito l’acqua contaminata che si accumulava (per esempio trasportandola via mare ) o a costruire ex novo circuiti di raffreddamento in ciclo chiuso esterni al reattore, in modo da limitare l’accumulo di acqua. È chiaro che nessuna di queste soluzioni , ammesso che siano praticabili, è esente da conseguenze ambientali; ma qui si tratta ormai di limitare i danni del dopo Fukushima che sono solo all’inizio, con buona pace di chi sostiene che, tutto sommato, Fukushima non è stato come Chernobyl.

C’è solo da sperare che la ola di protesta ambientale che coinvolge molti paesi del mondo, assuma nella sua agenda la situazione di Fukushima per impedire a tutti i costi al Governo giapponese di scaricare in mare, insieme all’acqua radioattiva, anche le sue responsabilità e quelle della Tepco.

Meeting Minutes

Meeting Minutes del 18 set 2019

“Si deve diventare un’altra volta così semplici e senza parole come il grano che cresce, o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere.”

Etty Illesum

Esiste una sola via che piace a Dio e agli uomini: non negare le colpe, ma riconoscerle.

Dietrich Bonhoeffer

– Giornata ONU per il rafforzamento degli ideali di pace fra tutti i popoli.

* 1982 muore a Silver Spring (USA) Katherine Anne Porter, scrittrice

“Non soltanto l’angoscia è contagiosa, ma anche la quiete e la gioia con cui prendiamo le cose che di volta in volta ci vengono imposte”

Dietrich Bonhoefffer

Omicidi, stupri e scariche elettriche: i migranti raccontano l’inferno dei lager libici

17.09.2019 – Agenzia DIRE

Omicidi, stupri e scariche elettriche: i migranti raccontano l’inferno dei lager libici
(Foto di DIRE)
Le testimonianze dei migranti nell’indagine della procura di Agrigento sull’immigrazione clandestina

Bastonate, percosse con i calci dei fucili e i tubi in gomma, ma anche frustate, scariche elettriche e stupri. Queste le torture subite dai migranti nei centri di detenzione in Libia e che sono state raccontate dalle vittime ai magistrati della Procura di Agrigento che, con il coordinamento della Dda di Palermo, hanno fatto scattare tre fermi di cittadini extracomunitari.

LEGGI ANCHE: Violenze nei lager libici, contestato per la prima volta il reato di torturaI provvedimenti eseguiti dalla squadra mobile agrigentina diretta da Giovanni Minardi, contengono accuse gravi nei confronti dei tre: associazione a delinquere dedita alla gestione di un centro di prigionia illegale in Libia, torture, violenze e minacce.

Tutto ciò “accompagnato – sostengono gli investigatori – dalla mancata fornitura d’acqua” ai migranti che venivano rinchiusi in attesa di imbarcarsi verso le coste siciliane. Vessazioni a cui i migranti erano sottoposti per costringere i loro congiunti al pagamento di somme di denaro per la loro liberazione. Contestati diversi reati: tratta di persone, violenza sessuale, tortura, omicidio, sequestro di persona a scopo di estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

I tre fermati sono Mohamed Condè, Hameda Ahmed e Mahmoud Ashuia: il primo arriva dalla Guinea, gli altri due dall’Egitto. Sono stati fermati mentre si trovavano in un centro d’accoglienza di Messina, dove erano stati trasferiti dopo lo sbarco a Lampedusa.

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IL RACCONTO DEI TESTIMONI: DONNE VIOLENTATE SISTEMATICAMENTE

“Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all’interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate dai 2 libici e 3 nigeriani che gestivano la struttura. Preciso che da quella struttura non si poteva uscire. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni”. È una delle testimonianze dei migranti rinchiusi nel campo di prigionia di Zawyia, in Libia, che hanno consentito ai pm della Procura di Agrigento di squarciare il velo sugli orrori che avvengono nel paese nordafricano spiccando un provvedimento di fermo nei confronti di due egiziani e un cittadino della Guinea.

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“Le condizioni di vita, all’interno di quella struttura, erano inaudite . Ci davano da bere – ancora il testimone – acqua del mare e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza all’interno di quella struttura venivamo picchiati al fine di sensibilizzare i nostri parenti a pagare loro delle somme di denaro in cambio della nostra liberazione. Di fatto avveniva che, i predetti organizzatori ci mettevano a disposizione un telefono col quale dovevamo contattare i nostri familiari per dettare loro le modalità con il quale dovevano pagare le somme di denaro pretese dai nostri sequestratori”.

Il testimone poi prosegue: “Ho avuto modo di apprendere che la somma richiesta dagli organizzatori in cambio della liberazioni di ogni di noi, si aggirava a circa 10000 dinari libici. Io, malgrado incitato a contattare i miei familiari, mi sono sempre rifiutato, Proprio per questo motivo sono stato oggetto di bastonate da parte loro. Preciso che, in occasione di un mio rifiuto, un nigeriano, con il calcio della pistola, dopo che mi ha immobilizzato il pollice della mia mano destra su un tavolo, mi ha colpito violentemente al dito, fratturandolo. Durante la mia permanenza all’interno di quella struttura ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare”.

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Tra le testimonianze anche quella di un migrante che ha raccontato le torture subite nel campo di prigionia illegale: “Durante la mia permanenza all’interno di quella struttura, a causa delle mie rimostranze contro la mia ingiusta detenzione, sono stato più volte picchiato. Ho subito delle vere e proprie torture che mi hanno lasciato delle cicatrici sul mio corpo. Specifico che sono stato frustato tramite fili elettrici. Altre volte preso a bastonate, anche in testa”.

E ancora: “L’uomo era spregiudicato, in quanto picchiava tutti i prigionieri e li torturava, frustandoli con i cavi elettrici; li bastonava servendosi di tubi in gomma”.

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TESTIMONE: IN CAMPO LIBICO TORTURE CON SCARICHE ELETTRICHE

“Eravamo tutti sottoposti a continue violenze e torture da parte dei nostri carcerieri, poiché pretendevano il pagamento di una somma di denaro, da parte dei parenti, in cambio della nostra liberazione. Chi non pagava veniva torturato con la corrente elettrica. Ti davano delle scosse che ti facevano cadere a terra privo di sensi”. Questo uno dei racconti forniti dai migranti ai magistrati della Procura di Agrigento su quanto avveniva in una prigione illegale in Libia, a Zawyia.

“Ho assistito personalmente a tanti omicidi avvenuti con la scossa elettrica – ancora il testimone -. Succede che ti forniscono un cellulare con il quale contattare i parenti per esortarli a pagare il riscatto. Laddove non si ricevevano le somme richieste il migrante veniva poi ucciso”.

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E ancora: “Io sono stato picchiato più volte, anche senza alcun motivo apparente. Noi migranti venivamo picchiati tramite un tubo di gomma che ci procurava tanto dolore e, alcune volte, anche delle ferite. Personalmente, all’interno di quel carcere, ho avuto modo di vedere che un migrante è deceduto a causa della fame. Era malnutrito e nessuno prestava a lui la necessaria assistenza. Ho visto, anche, tanti altri migranti ammalati che non venivano sottoposti alle cure necessarie. Ho visto che un carceriere, una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. Ho avuto modo di vedere che, tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate”.

“Da questa prigione – conclude il racconto – si usciva solamente se si pagava il riscatto. Chi non pagava, al fine di sollecitare il pagamento, veniva ripetutamente picchiato e torturato”.

Meeting Minutes

 

“.. altre volte mi sento come se dentro fossi di granito, un pezzo di roccia battuto senza posa da forti correnti – una roccia di granito che diventa sempre più scavata, e in cui contorni e forme s’intagliano col passar del tempo. Forse verrà un giorno in cui quelle forme saranno belle e pronte, ben nette nei loro contorni, e allora mi toccherà semplicemente registrarle così come le ho trovate in me stessa”

Etty Hillesum

Se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande.

E questo provoca la solitudine della vita

Dino Buzzati

* 1978 Accordi di pace di Camp David tra Israele e Egitto

* Ildegarde, badessa di Brigen, mistica

* Memoriadi Dag Hammarskyold, testimone

*1867 nasce a Iyo Onsen il poeta giapponese Shiki  Masaoka

“Bisogna trovare e amare Dio proprio in ciò che ci dà.”

Dietrich Bonhoeffer

Madrid, Sant’Egidio: “In dieci anni, diecimila bambini morti lungo le frontiere del mondo”

16.09.2019 – Redazione Italia

Madrid, Sant’Egidio: “In dieci anni, diecimila bambini morti lungo le frontiere del mondo”
(Foto di Comunità Sant’Egidio)

All’incontro “Pace senza confini”, Pietro Bartolo e Hernandez Garcia raccontano i drammi di Lampedusa e del Messico – Gulotta (Sant’Egidio): la risposta delle Scuole della Pace: “Se studio, potrò rispondere con le parole”

8200 bambini desaparecidos in Messico dal 2007, oltre 1600 bambini morti nel Mediterraneo dal 2014, sono questi i numeri drammatici emersi durante la tavola rotonda “I bambini vogliono la pace” nell’ambito dell’incontro interreligioso “Pace senza confini” organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Arcidiocesi di Madrid. Pietro Bartolo, il “medico di Lampedusa”, che ha visitato oltre 350mila migranti, nel raccontare il dramma dei bambini morti nei viaggi della speranza «molti dei quali bambini vestiti a festa, con il vestito buono» ha difeso il lavoro delle Ong che operano nel Mediterraneo: «Mi hanno insegnato che, chi salva una vita andrebbe considerato un eroe: com’è possibile che oggi a salvare dei naufraghi si venga considerati delinquenti?».

Alla sua voce si è aggiunta quella di Anabel Hernández Garcia, giornalista messicana, autrice di inchieste sulle connessioni tra narcotraffico e stato e sui desaparecidos nel suo paese: «Dal 2007 al 2018 – ha raccontato – 8195 bambini e adolescenti sono scomparsi in Messico: quasi due bambini al giorno, spesso con la complicità di poliziotti, militari e funzionari pubblici».

Adriana Gullotta, responsabile delle “Scuole della Pace” della Comunità di Sant’Egidio ha posto l’accento sul tema della educazione alla pace dei giovani europei: «Bisogna confrontarsi seriamente con la paura e l’ansia dei giovani, soprattutto dei più periferici e senza opportunità, che spesso cerca conforto affidandosi a leader forti, o trova sfogo nel senso di competizione con gli immigrati: ciò che rafforza la sicurezza dei bambini è il senso di appartenere ad una famiglia e ad una comunità sociale, dobbiamo coltivare nei giovani l’orgoglio di essere europei». Le Scuole delle pace offrono un alfabeto di comprensione e appartenenza: “Se studio – dicono i bambini che la frequentano – potrò rispondere con le parole”.

Ufficio Stampa Comunità di Sant’Egidio