Massimiliano Frassi, il cacciatore di pedofili

26.11.2019 – Antonietta Chiodo

Massimiliano Frassi, il cacciatore di pedofili
(Foto di Associazione Prometeo)

Incontrai Massimiliano Frassi per la prima volta tre anni fa, dopo avere seguito per lungo periodo l’ associazione da lui fondata dal nome Prometeo, trovai geniale una t-shirt su cui era disegnato un mirino con sotto la scritta: I am a Pedohunter ( io sono un cacciatore di pedofili), la trovai una scelta geniale e coraggiosa, una scelta che in Italia pochi avrebbero avuto l’ audacia di intraprendere. La scelta di parlare di abusi a muso duro, senza mezze misure e portare il dolore delle vittime come un fiume in piena non solo attraverso i suoi libri ma anche attraverso i media, comunque … quella maglietta d’ estate la indosso ancora.  Fu così che decisi di recarmi nella sede di Bergamo per incontrare Massimiliano e posso confermarvi che è un uomo cordiale e disponibile, ama parlare del suo lavoro  lasciando trasparire positività non solo dalle sue parole ma da ogni suo semplice gesto. Per lui ed i suoi collaboratori è fondamentale diffondere il messaggio  che poter superare il dolore dell’abuso e ricominciare una vita è possibile. Negli anni Massimiliano Frassi è stato intervistato da molti personaggi noti tra cui Maurizio Costanzo, portando con se un messaggio inequivocabile: Per andare oltre, non si deve temere mai di pronunciare la parola PEDOFILIA.

In questi giorni è impegnato in un tour in varie città d’Italia per la presentazione dei suoi ultimi libri Le mie parole contro gli abusi Nessun dolore è per sempre, gli ultimi due di una serie di  bestseller che hanno venduto quasi 200mila copie in Italia e Svizzera, “I bambini delle fogne di Bucarest” (sei edizioni, con prefazione di Maria Rita Parsi), “L’inferno degli angeli” (quattro edizioni, con prefazione di Maurizio Costanzo) “I Predatori di bambini” (primo libro in Italia a parlare anche di Chiesa e Pedofilia), “Ho conosciuto un angelo – la storia di Tommaso Onofri” (scritto con la collaborazione della mamma del piccolo Tommaso),  “Favole di Bambini e dei Loro Orchi” (Edizione I Nuovi Quindici 2009), “Il libro nero della Pedofilia” (nuova versione con capitoli inediti de I predatori di bambini) e “Perché nessuno mi crede?! Storia di Stella (edizione La Zisa – 2012) è stato promotore di una proposta di legge contro la pedofilia e tiene circa 200 conferenze all’anno (molti i corsi di formazione dai docenti alle forze dell’ordine). Molto amato dalla gente è invece da sempre duramente attaccato da movimenti pedofili italiani e stranieri. Massimiliano Frassi è stato insignito di numerosi riconoscimenti tra cui il premio Kiwanis – We Build International 2000, la medaglia della Polizia di Stato, conferitagli dal Questore di Bergamo nel 2003 e la medaglia d’oro del F.B.I., di New York nel 2004. Inoltre ha ricevuto, con la sua associazione (primo caso in Italia) il prestigioso Premio Livatino “Pro Bene Justitiae”, intitolato al noto Giudice anti-mafia. Frassi è consulente nel campo dei servizi sociali e ha collaborato con la catena Epolis da cinque anni, con degli editoriali pubblicati a cadenza settimanale sul tema dell’infanzia violata.

Con l’Associazione Prometeo ha creato il coordinamento nazionale delle vittime di abuso, che riunisce adulti che sono stati abusati da piccoli e genitori di bambini vittime di pedofilia. Inoltre con la stessa, collabora attivamente con gli organi di polizia di Scotland Yard.

 

Sei sempre molto impegnato, per te scrivere è oramai una ragione di vita…

Si, infatti siamo molto presi perché per noi questo periodo dell’anno è tra i più caotici, l’estate e il Natale sono i momenti peggiori per chi sta male, soffre il doppio. Per le altre persone possono essere giorni positivi e di aggregazione mentre per noi sono i momenti in cui le persone escono allo scoperto e chiedono aiuto.

Come mai accade proprio in questi periodi dell’anno?

Sono i giorni delle feste, quindi portano con se il concetto della famiglia, si notano più facilmente i genitori con i loro bambini  e tutti sembrano essere apparentemente felici. Inconsciamente le vittime vengono trascinate in un passato che vorrebbero lasciarsi alle spalle con tutto un carico di nostalgia, ricordando così alle vittime ciò che gli è stato rubato. Si, sono ricordi dolorosi, ma se guardiamo in positivo vengono spinti grazie a queste emozioni a chiedere finalmente aiuto ed uscire allo scoperto.

Solitamente vieni contattato dai genitori per abusi suoi propri bambini o dalle vittime oramai adulte?

In questo periodo, mi permetto di dire che forse siamo gli unici a lavorare con adulti vittime di abusi nella giovane età. Una novità degli ultimi tempi di cui siamo orgogliosi è che arrivano anche giovanissimi, quindi in un età adolescenziale e anche poco dopo i diciotto anni, dico…finalmente! Spesso accogliamo persone di settanta e ottant’anni che sono state vittime di abusi nell’infanzia trovandosi così con una vita segnata. Dobbiamo quindi comprendere la differenza che si pone lavorando con una ragazza di vent’anni con ancora una intera vita davanti e trovarsi invece a recuperare la vita di una donna che ha perso i primi settant’anni della propria esistenza, sprecandoli nel dolore. In entrambi i casi i nostri gruppi di auto aiuto sono fondamentali.

Credi sia possibile nonostante tutto rifarsi una vita?

Assolutamente si, una storia che racconto spesso narra infatti di una donna di ottantadue anni che si è impedita, per paura, di sposarsi e conseguentemente non ha mai potuto avere i figli che tanto desiderava. Puoi comprendere che se inizi un percorso a vent’anni potrai diventare madre se lo vorrai, ed è questo il messaggio vitale da fare arrivare alle vittime.

Quindi uno dei segni che si porta dentro una persona abusata maggiormente è la perdita di fiducia nel prossimo, esatto?

Assolutamente, ma non è solo la perdita di fiducia nel prossimo, visualizzando solo chi ti ha fatto del male ed ha tradito la tua fiducia, per prossimo intendiamo quel mondo completamente assente che ha scelto di voltarsi dall’altra parte, spesso anche  di fronte a dimostrazioni estreme come possono essere state un tentato suicidio, l’autolesionismo o dei segnali più silenziosi che necessitano di uno sforzo maggiore per essere tradotti. Le vittime quindi interpretano questa indifferenza classificando quello in cui viviamo in  un mondo abusante, quindi complice.

Accade spesso che le persone si voltino dall’altra parte?

Guarda, ti rispondo con una notizia battuta proprio in questi giorni, una bambina abusata per molto tempo dal patrigno ha tentato di denunciarlo personalmente svariate volte alle forze dell’ordine, le sue accuse non vennero mai prese in considerazione, lasciandola così ancora per due anni nelle grinfie del patrigno.  Questa piccina che per me è un’ eroina, impara un segreto da altri bambini che hanno usato questa metodologia, usando il telefono cellulare e mettendolo in modalità silenziosa, video riprende tutto  l’orrore che è costretta a subire. Il giorno dopo si reca nuovamente dalle forze dell’ordine con il cellulare tra le mani, immediatamente viene allontanata da quell’inferno e lui finalmente incarcerato.

Cosa pensi in merito a questa vicenda, visto che suona incredibile che una bambina si sia trasformata in un agente di polizia?

Esatto, la penso come te, infatti questo significa che il mondo non l’ha mai salvata e che quel giorno abbiamo perso tutti noi e non solo lei. La bambina si è trovata costretta a tutelarsi perché la nostra società civile non è stata in grado di proteggerla.

Lei ha rischiato anche di essere uccisa, esatto?

Esatto, perché se lui l’avesse scoperto, certamente non gliel’avrebbe fatta passare liscia e noi, per potersi salvare l’abbiamo obbligata a mettere a repentaglio la propria vita.

Il pedofilo e chi sa e tace sono per te colpevoli in egual modo?

Assolutamente si. Un individuo che sa per certo che quel bambino o quella bambina stiano subendo abusi e non interviene per fare si che li si possa salvare, la reputo rea quanto chi ha messo in atto quelle violenze. Ti dirò di più, quando gli abusi avvengono all’ interno della sfera familiare e la madre sa e non denuncia e ci capita di incontrare le vittime oramai adulte, ci rendiamo presto conto che questo è per loro il dolore più forte che si portano dentro. La delusione non si manifesta nei confronti del padre abusante perché lo segnano come pedofilo,  ma della mamma che non li ha protetti, così il dolore nel corso degli anni diviene lancinante.

Ricevete mai denunce dalle scuole?

Si. Finalmente iniziano a denunciare ed abbiamo un’attenzione maggiore nei confronti della scuola, teniamo anche dei corsi per le insegnanti, attraverso il racconto delle storie e facendoli giocare diamo così ai ragazzini gli strumenti per potersi difendere. In certi casi la scuola è fondamentale, per esempio se un bambino è isolato non avendo né parenti o amici , per legge è comunque obbligato ad andare a scuola, ecco che quella maestra o quel maestro diventano la loro scialuppa di salvataggio.

Avete dati alla mano che possano indicare una regione d’ Italia con il maggior numero di denunce per pedofilia?

Ci sono realtà dove se ne viene più a conoscenza, ad esempio ai primi posti abbiamo la Lombardia e il Veneto. Purtroppo il sud è tra gli ultimi, ma attenzione, non perché vi siano meno abusi, ma a causa dell’ omertà che risiede nell’ideologia di quei territori. In altre regioni vi è più fiducia nell’affidarsi alla legge e quindi ai tribunali. Bene chiarire che l’ omertà, partendo dalla Valle d’Aosta arrivando alla Sicilia quando si parla di pedofilia è un unico denominatore comune.

Il tuo tempo oramai è chiaro che hai scelto di dedicarlo alla lotta contro la pedofilia, ma in tutto questo, riesci ad avere una vita privata?

Adesso si, per anni ammetto non c’è stata, per costruire tutto questo mi sono donato totalmente promettendomi di non avere né rimorsi né rimpianti. Non ho più vent’anni anche se  me li sento dentro e quest’anno compio anche cinquanta anni. Ho così imparato a prendere le dovute distanze, i miei tempi per ricaricarmi,  i miei silenzi, altrimenti si rischia di diventare inutili e dannosi a se stessi, perché è stupido mentire …  il male te lo porti addosso.

Qual’ è il tuo segreto per non venire inghiottito da tanto dolore?

Il mio segreto è che ho imparato a guardare ai risultati. Mi commuovo perché oggi è passata una ragazza che mi ha portato i confetti del battesimo, ti confido che questa ragazza andava da una terapeuta che le ripeteva che i bambini abusati diventano abusanti, quindi lei ha vissuto per anni con l’idea di essere una potenziale pedofila, oggi invece è madre di due gemellini meravigliosi. Questo ti ripaga di tutto.

Ci sono danni causati da terapeuti non preparati ?

Purtroppo si, perché i pazienti si ritrovano a vivere l’ennesimo abuso, quando trovano il coraggio di denunciare e chiedere aiuto ed un professionista che li cataloga come numeri. Questo è il dramma nel dramma.

Quindi chi non ha il coraggio di cambiare il terapeuta è destinato a non sperare in una vita serena?

Esattamente.

Negli ultimi anni cosa è cambiato nelle aule dei tribunali?

Ci sono ancora tantissime lacune anche se qualche passo avanti c’è stato.

Come si pongono i giudici nei confronti delle vittime?

Dipende dalla persona, c’è chi è rispettoso nei confronti di quel dolore e invece a chi di quel dolore non sa che farsene.

 

Come si pongono invece i pedofili nelle aule dei tribunali?

Non dimostrano il minimo rimorso e anzi ostentano atteggiamenti arroganti, tranne quando in casi eccezionali la vittima chiede di essere in aula contemporaneamente all’imputato per poterlo guardare dritto negli occhi. Sai cosa accade sempre? Il pedofilo abbassa lo sguardo. Quella è la più grande vittoria a cui si possa assistere.

Quanti sono i bambini che si sono tolti la vita a causa degli abusi?

Guarda, non ho una statistica ufficiale, ma ne parlavo proprio ieri con la sorella di un adolescente che si è suicidato tempo fa, per caso ha scoperto dalla madre di un amico del ragazzino che suo figlio nello stesso collegio subì abusi e lei capì da quei racconti la motivazione per cui lui fece quel gesto. La verità è che sono tantissimi, ricorrono alla morte per poter stare finalmente bene. Nelle notizie di cronaca questo viene spesso omesso, scrivono che era depresso, ma attenzione, se un bambino è stanco o depresso dobbiamo comprendere che c’è qualcosa di molto più grave a monte e che la società non ha saputo ascoltarlo. Non è possibile che nella vita di quel bambino non vi sia stato un adulto in grado di poterlo assistere o che avesse percepito cosa stesse accadendo, quindi sentendosi soli loro fuggono verso un gesto che interpretano come una liberazione.

Pericoli e domande sull’era di Zuckerberg

29.11.2019 – Roberto Savio

Pericoli e domande sull’era di Zuckerberg

Quest’anno Internet compie 30 anni. Alla fine degli anni ‘80 per la prima volta dal 1435, un cittadino brasiliano ha potuto finalmente scambiare le sue opinioni ed informazioni con qualcuno in Finlandia. Internet vera e propria, l’infrastruttura per la comunicazione attraverso il Web, è un po’ più vecchia: fu infatti sviluppata da ARPANET, un progetto del Dipartimento alla Difesa americano, sotto la supervisione dell’Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzati,  per decentrare le comunicazioni in caso di attacco militare. Questo sistema fu messo a servizio delle comunicazioni tra scienziati e università. In seguito, nel 1989, Tim Berners-Lee del CERN in Svizzera, inventò l’Hyperlink e il Web divenne pubblico.

La mia generazione ha visto l’arrivo della rete come una grande opportunità per la democrazia. Noi veniamo dall’era di Gutenberg, un’era che nel 1435 cambiò il mondo. Dai manoscritti redatti dai monaci per poche persone nei monasteri, l’invenzione dei caratteri mobili che potevano essere riutilizzati significò 8 milioni di copie di libri diffusi in tutta Europa in soli 20 anni. Tra le altre cose, significò anche la creazione dell’informazione. Le persone che prima di allora difficilmente avevano la possibilità di allargare i propri orizzonti, poterono improvvisamente avere informazioni sul loro paese ed addirittura sul mondo. Il primo giornale fu stampato a Strasburgo nel 1605 ed in seguito, fino al 1989, il mondo è stato nutrito di informazioni.

L’informazione aveva un serio limite, aveva una struttura verticale: poche persone mandavano notizie ad un largo pubblico di lettori senza feedback. La notizia non era partecipativa, aveva bisogno di ingenti investimenti, veniva facilmente usata dal potere economico o dal potere politico.

Nel Terzo Mondo il sistema dei media era parte dello stato.

Nel 1976 l’88% del flusso delle notizie mondiali veniva da tre paesi: Regno Unito, Stati Uniti e Francia, con le loro agenzie di stampa transnazionali (API, UPI, Reuter, France Press). Tutti i media del mondo dipendevano dal loro servizio di informazione. Alcune agenzie di stampa alternative, come l’Inter Press Service, erano in grado di intaccare il loro monopolio. Ma le cose che scritte dalla maggior parte dei media erano una finestra parziale sul mondo.

E poi arriva la rete e, con essa, la comunicazione orizzontale. Ogni destinatario divenne anche mittente. Per la prima volta dal 1435, i media non furono più l’unica finestra sul mondo. Le persone che la pensavano allo stesso modo potevano unirsi tra loro per organizzare azioni sociali, culturali ed economiche. Il cambiamento fu evidente nella Conferenza mondiale delle donne delle Nazioni Unite a Pechino, nel 1995.

Le donne crearono reti prima della Conferenza e presentarono un piano d’azione comune. I governi così non erano preparati e la Dichiarazione di Pechino sembrò essere una svolta, una cosa totalmente diversa dalla blanda dichiarazione delle precedenti quattro conferenze mondiali.

Un altro buon esempio fu la campagna per eliminare le mine anti-uomo, avviata dall’attivista canadese Jody Williams nel 1992. Presto si formò una grande coalizione di organizzazioni non governative, provenienti da oltre 100 paesi.

Sotto questa forte pressione, la Norvegia decise di presentare la questione delle mine alle Nazioni Unite riunite in assemblea, dove la Cina, gli USA ed altri paesi produttori di armi, come anche l’URSS, cercarono di fermare il dibattito e dichiararono voto sfavorevole.

Gli attivisti andarono avanti nella loro battaglia e nel 1997 ben 128 paesi adottarono un Trattato sul divieto delle mine con voto contrario degli Stati Uniti, della Cina e dell’URSS. Il generale movimento da parte di tutto il mondo fu più potente del tradizionale ruolo del consiglio di sicurezza. Internet fu utilizzato come strumento per creare coalizioni mondiali.

Questi sono solo due esempi di quanto la rete potrebbe cambiare il sistema tradizionale (la sovranità dello Stato fu creata alla Conferenza di Westfalia negli Stati, nel 1648). La rete superò le frontiere nazionali ed arrivarono nuove ere. Diciamo, per amor di simbolismo, che con l’arrivo di Internet siamo passati dall’era Gutenberg all’era Zuckenberg, per citare l’inventore di Facebook ed un esponente di spicco di ciò che è andato storto con il Web.

Internet è arrivato con una forza senza precedenti. Ci sono voluti 38 anni perché la radio raggiungesse 50 milioni di persone: la TV 13 anni; la rete solo quattro anni. Aveva 1 miliardo di utenti nel 2005, 2 miliardi nel 2011 e oggi ne ha 3,5 miliardi. Di questi, 3 miliardi usano i social media. Quindi i due pilastri tradizionali del potere, il sistema politico ed il sistema economico, hanno dovuto imparare ad utilizzare queste nuove forme di comunicazione. Un buon esempio sono gli Stati Uniti. Tutti i quotidiani americani, nazionali e subnazionali, stampano 50 milioni di copie al giorno. Le testate di qualità, conservatrici come il Wall Street Journal o progressiste come il WP e il NYT, stampano 10 milioni di copie al giorno. Trump ha 63 milioni di follower su Twitter, leggono i suoi tweet e non comprano i giornali.

La seconda cosa che è andata storta è l’economia digitale che ha creato ricchezza senza precedenti.

Jeff Bezos, amministratore delegato di Amazon, ha divorziato di recente da sua moglie, la quale ha ottenuto 36 miliardi di dollari, diventando una tra le 10 persone più ricche del mondo.

Qtutto ciò sta aumentando la triste realtà dell’ingiustizia sociale, in cui 80 persone hanno la stessa ricchezza di quasi 3 miliardi di persone. Ed ora sta emergendo un nuovo settore: il settore del “capitalismo della sorveglianza”, denaro realizzato non grazie alla produzione di beni e servizi, ma grazie al commercio dei dati delle persone, presi attraverso internet, un nuovo sistema che sfrutta gli esseri umani offrendo ai proprietari di questa tecnologia una concentrazione di ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti nella storia.

La capacità di sviluppare il riconoscimento facciale ed altri strumenti di sorveglianza e controllo non sono più fantascienza. Il governo cinese ha già dato ad ogni cittadino un numero digitale, in cui vengono registrati tutti i suoi comportamenti positivi e negativi. Al di sotto di un determinato punteggio, i suoi figli non possono frequentare una buona scuola e magari lui può viaggiare soltanto in treno e non in aereo. Queste tecnologie saranno presto in uso in tutto il mondo.  La città di Londra ha ora 627.000 telecamere di sorveglianza, una ogni 14 cittadini. Pechinone ha una ogni sette. Uno studio di Rand Corporation stima che entro il 2.050, in Europa arriveremo anche ad una telecamera ogni sette cittadini.

Le relazioni tra democrazia ed Internet stanno ora creando una consapevolezza da parte del sistema politico, che arriva troppo tardi. Il Parlamento europeo ha appena pubblicato uno studio sull’impatto negativo della rete.

Tali impatti sono:

1) Dipendenza da Internet. Medici e sociologi concordano nel sostenere che la nuova generazione sia estremamente diversa dalla precedente. Oltre il 90% dei giovani tra i 15 ed i 24 anni utilizza Internet, contro l’11% degli over 55. I giovani trascorrono 21 ore settimanali sul PC e 18 ore sullo smartphone. Ciò lascia poco tempo all’interazione sociale e culturale ed il 4,4% degli adolescenti europei mostra come l’uso patologico di internet possa influenzare la loro vita e la loro salute. L’American Academy of Psychology ha ufficialmente riconosciuto la dipendenza da Internet come nuovo disturbo patologico. Le risonanze magnetiche di coloro che soffrono da dipendenza da Internet mostrano la stessa deviazione del cervello dei tossico-dipendenti o degli alcolizzati.

2) Danno allo sviluppo cognitivo. Un allarme particolare viene dato per quanto riguarda i bambini di età inferiore ai due anni. Oltre 20 minuti al giorno di schermo riducono parte del loro sviluppo neuronale. I bambini, spinte così all’isolamento, tendono a sviluppare sintomi di angoscia, rabbia, perdita di controllo, non partecipazione alla società, conflitti familiari ed incapacità di agire nella vita reale. Gli utenti di Internet sono i più veloci di tutti nell’accedere a dati e informazioni, ma sono quelli che meno ne conservano memoria.

3) Sovraccarico di informazioni. Il fatto di avere troppe informazioni ostacola la capacità di comprendere un problema o di prendere decisioni efficaci, cosa che è un limite importante per i manager che utilizzano i social media. Secondo Microsoft, l’intervallo di attenzione per il titolo di un articolo è passato da 12 secondi a 8. L’intervallo di attenzione per la lettura è passato da 12 minuti ad 8 minuti. Ora ci sono due nuovi termini che definiscono due nuove patologie: il “cervello scoppiettante” (popping brain), ovvero un cervello meno abile ad adattarsi al ritmo più lento della vita reale; la neuroplasticità: la capacità di modificare il comportamento dopo una nuova esperienza. Una forte frequentazione del mondo virtuale crea questi due handicap.

Questa necessità di competere in velocità è ben nota ai social media. Amazon stima che un secondo di ritardo nelle sue prestazioni costerebbe 1,16 miliardi di perdita all’anno nelle vendite.

4) Effetto dannoso per la conoscenza e le convinzioni. Il fatto che i social media deliberatamente tendano a riunire gli utenti con opinioni, gusti e abitudini simili, sta frammentando la società in modo negativo per la democrazia, in un sistema chiuso che non consente punti di vista alternativi. Gli adolescenti non discutono tra di loro degli argomenti importanti. Vanno nel loro mondo virtuale ed in caso incontrino qualcuno di un altro gruppo, tendono ad insultarsi a vicenda. La rete è piena di notizie false ed informazioni fuorvianti, tanto che gli utenti hanno grandi difficoltà nel distinguere informazioni accurate da informazioni inesatte. Le enclaves che si creano sembrano essere molto più pervasive e sono in grado di riunire le persone con posizioni politiche ed ideologiche più estreme e di parte, minando quindi le possibilità di dialogo e di tolleranza civili, inducendo alla radicalizzazione.

5) Annullamento dei confini tra pubblico e privato. Internet offusca la distinzione tra privato e pubblico. La vita privata diventa pubblica. Ciò è particolarmente negativo per gli adolescenti, che perdono il concetto di privacy, inviando ad esempio foto private in rete. È importante osservare che gli adolescenti di oggi ricevono la loro educazione sessuale attraverso la pornografia in rete, in cui la donna è sempre un oggetto che soddisfa la fantasia sessuale dell’uomo. Questo sta di nuovo creando mancanza di rispetto nei confronti della donna ed una nuova generazione rischia, per nuove ragioni, di tornare ad una società patriarcale. Le violenze di gruppo delle ragazze adolescenti sono chiaramente il risultato di questa tendenza.

6) Danno alle relazioni sociali. Internet è chiaramente uno strumento potente per creare nuove comunità. Tuttavia, se usato negativamente, può danneggiare le comunità stesse, a causa della migrazione sul Web di molte attività umane: shopping, commercio, socializzazione, tempo libero, attività professionali ed interazione personale. Tale migrazione crea comunicazione impoverita, inciviltà e mancanza di fiducia ed impegno.

7) Danno alla democrazia. Internet è stato uno strumento potente per la partecipazione e quindi per la democrazia. Tuttavia, gli studiosi rilevano con preoccupazione che un numero crescente di attività sono dannose. Queste includono: a) l’inciviltà di molti discorsi politici online. b) la polarizzazione politica ed ideologica, che può essere creata solo usando la rete. c) la disinformazione, in particolare ad opera delle cosiddette fake news. d) le manipolazioni degli elettori attraverso la profilazione degli stessi, messa a punto attraverso le informazioni raccolte sui social media. Sappiamo tutti cosa sia successo alle elezioni americane, attraverso l’utilizzo dei dati raccolti su Facebook da Cambridge Analytics, e di come ora migliaia di falsi siti web e robot interferiscano pesantemente nelle elezioni.

Dovremmo aggiungere a questo studio altre considerazioni. La prima è che la finanza ora è gestita anche dai logaritmi. Non solo decidono quando vendere o acquistare azioni, ma anche dove investire. Gli Exchange Trade Funds (ETF) hanno raggiunto il mese scorso 14.400 miliardi di dollari, più di ciò che è stato scambiato nei mercati dagli esseri umani con i vecchi metodi. Questa tendenza continuerà con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e presto la finanza diventerà ancora più disumanizzata, tanto che gli utenti di Internet che investono saranno diretti da macchine e logaritmi.

La seconda considerazione è quella per cui i giovani tendono a leggere sempre meno.

Leggere un libro è molto diverso dal far scorrere un testo sullo schermo. Stiamo riducendo progressivamente il livello culturale. Non è raro avere studenti universitari che commettono errori grammaticali e ortografici. Dobbiamo ricordarci che lo slogan pubblicitario della rete era: non è importante sapere, è importante saper trovare.

Il risultato è che dipendiamo sempre più dai motori di ricerca ed apprendiamo sempre meno dati, non essendo poi in grado di collegarli in un sistema logico, olistico, personale.

Chiaramente sono necessarie normative in grado di ridurre gli aspetti negativi di Internet e rafforzare i valori positivi, anche se i proprietari dei social media, che ora sono sotto un maggior controllo, hanno intrapreso la strada dell’autoregolamentazione. Twitter, per esempio, ha deciso di non poter essere utilizzato per scopi politici. Zuckenberg è arrivato con il solito mito del mercato e del commercio. “Le buone notizie prevarranno automaticamente sulle notizie false” sostiene il fondatore di Facebook. Il problema è che il sistema aiuta un utente a leggere e trovare solo ciò che gli piace. E per mantenere la sua attenzione, offre ciò che è sorprendente, insolito e provocatorio. Questo non è un mercato libero.

L’era Zuckenberg sta chiaramente creando una generazione completamente diversa, molto più diversa dalla precedente di quella dell’era Gutenberg. Apre molte questioni, dalla privacy alla libertà di espressione (ora in mani private), da chi regolerà e cosa. Oggi un bambino di cinque anni è molto diverso da un bambino dell’era Gutenberg. Siamo in un periodo di transizione. Il significato della democrazia sta cambiando. Le relazioni internazionali stanno passando dalla ricerca di valori comuni come nel multilateralismo, a una marea crescente di visioni del mondo nazionalistiche, xenofobe ed egoiste. Termini come pace, cooperazione, responsabilità, partecipazione, trasparenza stanno divenendo obsoleti. Ciò che è chiaro è che l’attuale sistema non è più sostenibile. Visioni e paradigmi stanno diventando scarsi. In aggiunta a tutto questo, si profila la minaccia del cambiamento climatico. Lo scorso anno le emissioni tossiche dei cinque paesi più importanti al mondo sono aumentate del 5%.

I giovani sono in gran parte lontani dalle istituzioni politiche come dimostra il voto sulla Brexit, a cui ha partecipato solo il 23% della fascia di età 18-25 anni. In questo momento abbiamo grandi manifestazioni in 13 paesi di tutto il mondo a cui i giovani partecipano, spesso con rabbia, frustrazioni e violenza. Se non riportiamo Internet alla comunicazione orizzontale e non liberiamo la rete dalla fratturazione commerciale dei giovani, il futuro non è roseo. Tuttavia, le marce per il cambiamento climatico mostrano chiaramente che se i giovani vogliono cambiare il mondo, i valori e la visione torneranno. È evidente che Internet potrebbe rappresentare uno strumento molto potente. Ma come si potrà ricorrere ad Internet come strumento di partecipazione? Questa è una domanda che le istituzioni politiche, se si preoccupassero davvero della democrazia, dovrebbero affrontare il più presto possibile. L’era Zuckenberg deve affrontare questa scelta ora, tra qualche anno sarà troppo tardi.

Parliamo di eroine oggi che abbiamo scoperto che in Italia un Partito nazista (di donne)

DONNE E RESISTENZA.
In sua memoria nacque la Brigata ‘DEGLI ESPOSTI’, forse l’unico distaccamento composto esclusivamente da donne.

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Cannibali e ReMi piace

I NAZISTI TOLSERO GLI OCCHI, SQUARCIARONO IL VENTRE E TAGLIARONO I SENI ALLA PARTIGIANA GABRIELLA DEGLI ESPOSTI MENTRE ERA INCINTA.
IN SUA MEMORIA TANTE DONNE SI UNIRONO ALLA RESISTENZA E FORMARONO UN DISTACCAMENTO COMBATTENTE TUTTO FEMMINILE

<<Io, urlando, mi rivolsi a lei. Le chiesi: “Mamma, cosa devo fare?”
“Nulla!” rispose lei, “Non ti preoccupare. Penso a tutto io.”
E con un sorriso dolce mi mandò un bacio mentre i suoi aguzzini me la portavano via per sempre.>>
Così Savina ricorda le ultime parole che gli rivolse sua madre mentre le SS guidate dall’ufficiale Schiffmann la trascinavano via da casa. Era il 13 dicembre 1944.
Gabriella Degli Esposti prima di essere fermata dentro la sua abitazione era riuscita ad avvisare i partigiani della sua zona della retata in corso. Già tra le mura domestiche, nonostante fosse incinta, i nazisti l’avevano percossa con violenza davanti alla figlia affinché denunciasse l’ubicazione dei suoi compagni.
Nello stesso giorno poi la portarono a Castelfranco dove fu identificata da alcune spie fasciste e torturata per giorni. Ma “Balella”, questo il suo nome di battaglia, non cedette. E così il 17 i nazisti la condussero a San Cesario sul letto del fiume Panaro, la seviziarono e l’ammazzarono. Le strapparono i capelli, le tolsero gli occhi, le squarciarono il ventre e le tagliarono i seni. Difficile dire cosa avvenne prima e cosa dopo la fucilazione. Il suo corpo e quello di altri nove compagni, ormai in decomposizione, vennero ritrovati giorno dopo. Li riconobbero solo grazie agli abiti che indossavano.
Era sempre stata antifascista Balella così come suo marito Bruno Reverberi. Lei contadina e lui cascinaio, non avevano esitato al momento opportuno a trasformare la propria casa in una base della Resistenza nel modenese. Gabriella, attivissima, aveva partecipato in prima linea tanto agli scioperi contro la guerra e per il pane svoltisi a Castelfranco nell’estate del 1943, quanto alla formazioni dei Gruppi di Difesa della donna, un’organizzazione prettamente femminile che operava nell’ambito della guerra partigiana. Sempre in prima linea nel fornire supporto e assistenza ai compagni, aveva continuato ad operare incessantemente nonostante la gravidanza e sebbene la morsa degli occupanti si stringesse sempre più intorno alla sua figura.
Fu proprio la generosità e il coraggio di “Balella” a motivare tante donne nella zona di Modena ad aderire alla Resistenza. E in sua memoria nacque la brigata Degli Esposti, forse l’unico distaccamento composto esclusivamente da combattenti donne di tutta la storia partigiana italiana. Distaccamento operativo nella provincia modenese che partecipò attivamente a varie azioni fino alla Liberazione.

Cannibali e Re
Cronache Ribelli

Continuiamo alla giornata…

Nota redazionale, censurata da Facebook oggi, sul mio profilo. Non di terzi.

Le condizioni di salute risultano invariate rispetto alla recidiva di trombosi di sei mesi fa, non rientrata: si continua così alla giornata, perchè non sono applicabili farmaci diversi dal Coumadin nel mio caso.

Sono pronto ad un terzo letale evento in ogni caso ed ho depositato più un anno fa in Comune il mio testamento biologico di non accettazione di una vita artificiale, e se si potesse, opterei per l’eutanasia in caso di deformità psichica o fisica. derivante da ictus molto probabile. Ma viviamo in un maledetto paese clericale!

Bisogna aderire ai comunisti per non sentire parlare ogni giorno del Papa. A 360 gradi: perfino nel PRC!

Sono fatti miei con Gesù e non riguardano altri le scelte individuali, comunque. Grazie a chi vorrà ancora seguirmi, finché Dio vorrà.

Maurizio

La finanziarizzazione del clima

28.11.2019 – Attac Italia

La finanziarizzazione del clima

All’inizio del terzo millennio, uno dei grandi nodi del modello capitalistico è giunto al pettine.

La relazione attività umane-natura ha da tempo superato i limiti necessari per permettere la rigenerazione del ciclo biologico, e la contraddizione ecologica si presenta in tutta la sua evidenza: mutamenti climatici ormai in atto e dovuti all’aumento della concentrazione di anidride carbonica e di altri gas nell’atmosfera, erosione ed impoverimento della fertilità dei suoli, distruzione delle foreste e diminuzione della biodiversità, inquinamenti industriali, contaminazione chimica dei prodotti agricoli, congestione delle città, produzione esponenziale e dispersione di rifiuti.

E, ancora, guerre globali per l’appropriazione delle risorse naturali e fenomeni di migrazione ambientale senza precedenti.

Se la consapevolezza della drammaticità della situazione sembra ormai aver raggiunto una diffusione sociale sufficiente a far scendere in piazza in tutto il mondo una nuova generazione di giovani e giovanissimi, le decisioni messe in campo dalle diverse classi dirigenti nazionali ed europee sono sconfortanti per la sproporzione fra entità del problema e misure approntate per affrontarlo.

La ragione sarebbe facilmente comprensibile, se solo si partisse dalla premessa dell’elaborazione sul  tema di Andrè Gorz: “E’ impossibile evitare una catastrofe climatica senza rompere radicalmente con i metodi e la logica economica che sono condotti da centocinquant’anni”[1].

Se questo è vero, occorre avere chiaro come non sia possibile una soluzione solo tecnologica alla sfida del cambiamento climatico, bensì occorra una rimessa in discussione del capitalismo.

D’altronde, lungi dall’essere l’umanità sulla stessa barca, mentre la crisi climatica miete le sue vittime soprattutto nei paesi poveri e tra le fasce più disagiate della popolazione, i capitali finanziari vi hanno trovato da tempo nuovi e profittevoli territori di espansione.

Il mercato finanziario del carbonio

A partire dall’accordo di Kyoto, dietro il paravento del contrasto ai cambiamenti climatici e con l’obiettivo, attraverso il mercato, di ridurre le emissioni di anidride carbonica, sono stati avviati due nuovi meccanismi.

Il primo è il Sistema di Scambio delle Quote Emesse (ETS, Emissions Trading System); attraverso questo strumento, viene fissato un tetto al totale di anidride carbonica che ciascun Paese può emettere, stabilito il quale i paesi sottoscrittori dell’accordo, se superano la quota assegnata, possono acquistare sul mercato i permessi di emissione da quelli che emettono di meno. Non c’è di conseguenza nessun obbligo alla riduzione delle proprie emissioni: è sufficiente avere i soldi per comprare i permessi di emissioni per risultare fra i paesi virtuosi.

Il secondo è il Meccanismo per lo Sviluppo Pulito (Clean Development Mechanism); attraverso questo strumento, i produttori di anidride carbonica, invece di ridurre le proprie emissioni, possono finanziare progetti di riduzione di emissioni in altri paesi.

Il sistema ETS, nato nel 2005, è diventato un grande mercato finanziario: solo nel continente europeo, fra il 2010 e il 2015 sono state scambiate 480 miliardi di t di CO2 per un valore di 500 miliardi di euro.

Il sistema, che, a parole, si prefiggeva di far lievitare il prezzo del carbonio per favorire le innovazioni tecnologiche volte a ridurre le emissioni, si è di fatto rivelato un dispensatore di sussidi per i grandi produttori di CO2, sia perché l’offerta ha notevolmente superato la domanda, facendo crollare il prezzo, sia perché sono stati concessi un numero molto rilevante di permessi gratuiti. Inoltre, nella seconda fase (2008–2012) si è consentito ai produttori di energia elettrica di scaricare sui consumatori il futuro costo dell’adeguamento tecnologico, attraverso l’aumento dei prezzi, e relativa raccolta di risorse finanziarie tra i 23 ed i 71 miliardi di euro (in Italia, i cittadini hanno pagato 13,4 miliardi/anno in più per sussidiare le energie rinnovabili).

Nel 2013 vi erano sul mercato 2,2 miliardi di quote in eccesso: la Ue, per il timore di una crisi finanziaria, ne ha ritirate 900, con una spesa di 4,5 miliardi di euro; mentre, tra il 2021 e il 2030 è prevista un’assegnazione gratuita alle imprese di circa 6,3 miliardi di quote, per un valore di 160 miliardi di euro, al fine d’impedire il trasferimento dei siti di produzione al di fuori dell’Ue.

Il decantato meccanismo di tutela ambientale si è dunque rivelato per quello che era: uno strumento di speculazione finanziaria, un mercato di titoli nel quale oggi gli operatori possono comprare e vendere la CO2 non ancora prodotta.

Ma il business del clima non finisce qui: ammontano a diverse centinaia di miliardi i finanziamenti pubblici nazionali e internazionali, al punto che il cambiamento climatico è ormai considerato dai grandi capitali finanziari la nuova svolta economica da cui estrarre valore.

Per avere un’idea dell’interesse che la finanza internazionale mostra per le politiche climatiche, si può aprire la home page dell’FSB (Financial Stability Board). Gli scritti che trattano l’argomento clima, dal punto di vista finanziario, sono circa 3510. L’FSB fornisce informazioni agli investitori sulla possibilità di limitare i costi, ampliare le opportunità e ridurre i rischi degli investimenti nell’affare clima. Vi sono moltissime organizzazioni che gestiscono i fondi per il clima o che danno consulenze per gli investimenti. Il fondo per il clima dell’ONU convoglia miliardi di dollari per i progetti energetici nei paesi in via di sviluppo, le cui realizzazioni saranno ovviamente attuate dalle multinazionali occidentali.

Il business dei derivati climatici e dei bond catastrofe

La riassicurazione è lo strumento che usano le compagnie di assicurazione per assicurarsi a loro volta per la copertura di rischi che sarebbero intollerabili da sostenere persino per colossi del genere: catastrofi naturali, terremoti, tsunami, attentati.

Munich Re è una delle più antiche e grandi compagnie di riassicurazione: nel suo curriculum troviamo il pagamento delle conseguenze del terremoto  di San Francisco nel 1906, dell’affondamento del Titanic e degli attacchi al World Trade Center a New York.

I ricercatori di Munich Re monitorano e analizzano ogni tipo di dato potenzialmente legato a un qualche rischio e i database della società contengono informazioni sui disastri già avvenuti, su quelli che stanno accadendo e su quelli che potrebbero accadere in futuro, raccogliendo dati su ogni terremoto e ogni scossa della crosta terrestre. oltre che sull’altezza delle onde degli oceani, le temperature dell’aria e dell’acqua, la direzione e la velocità delle correnti.

E’ probabile che in nessun altro posto della Terra i rischi climatici vengano studiati con così grande intensità e dettaglio. Ma, naturalmente, non allo scopo di aiutare la prevenzione o il soccorso alle popolazioni eventualmente colpite, bensì per capire dove porre l’asticella dell’azzardo per estrarre profitti da dati e previsioni.

Oggi, in piena crisi climatica, il legame tra assicurazioni e finanza è sempre più saldo, e i titoli finanziari di trasferimento dei rischi climatici, i derivati climatici e le obbligazioni catastrofe, sono ormai ampiamente utilizzati.

Nel novembre del 2013 il super-tifone Haiyan colpì le Filippine: 8000 tra morti e dispersi, più di un milione di case colpite – di cui 550.000 completamente spazzate via – danni stimati per 13 miliardi di dollari.

Tre mesi dopo il tifone, Munich Re e Willis Re, un’altra società di riassicurazionefiutarono l’opportunità e si presentarono al senato federale. Accompagnati da alcuni rappresentanti delle Nazioni Unite, proposero al parlamento un nuovo prodotto finanziario, PRISM – Philippines risk and insurance scheme for municipalities.

Come ha raccontato Razmig Keucheyan, professore di sociologia all’Università di Bordeaux[2], PRISM è uno schema assicurativo ideato su misura per supplire alle mancanze di liquidità nelle casse dello Stato filippino piegato dalle catastrofi climatiche e incapace di risarcire le vittime o persino di ricostruire le proprie infrastrutture.

La geometria di PRISM è tutto sommato simile a quella dei titoli spazzatura: prevede che lo Stato si metta a vendere insurance bond ai privati, titoli dal rendimento elevato e ad alto rischio. Nel caso in cui gli eventi atmosferici superino una certa entità e gravità prestabilita, i privati perdono tutto. Una sorta di scommessa sulla catastrofe (rischiosa anche nel senso che sin dall’inizio non era chiaro neanche da dove le Filippine avrebbero preso i soldi per pagare eventuali premi assicurativi in caso di mancati diluvi e uragani).

Strumenti finanziari come i “derivati climatici” (weather derivates) e le “obbligazioni catastrofe” (catastrophe bond) sono ormai in uso in Messico, Turchia, Cile e Alabama (post-Katrina).

Di fatto, scrive Keucheyan, citando Gramsci: ”[…] le crisi sono sempre momenti ambivalenti per il capitalismo – se da un lato rappresentano un rischio per la sopravvivenza del sistema, dall’altro sono anche occasioni per creare nuove opportunità di profitto.

E così, davanti a una crisi potenzialmente letale come quella climatica, che potrebbe portare a ridiscutere le basi di un sistema non più sostenibile, il sistema stesso si sta riorganizzando per trovare nuovi modi di riassorbire l’emergenza senza doversi per questo mettere in discussione”.

Sembra molto evidente come da parte dei grandi capitali finanziari non si tratta di salvare il pianeta, ma di salvare il capitalismo facendo finta di salvare il pianeta.

Marco Bersani

[1] A. Gorz, Capitalismo, socialismo, ecologia, Manifestolibri, Roma 1992

[2] R. Keucheyan, La natura è un campo di battaglia, Ombre Corte, Verona 2019

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole