4 Novembre, vedi Napoli e poi muori – Manlio Dinucci, 05.11.2019 L’arte della guerra.

4 Novembre, vedi Napoli e poi muori – Manlio Dinucci, 05.11.2019 L’arte della guerra.

 

La «Fiera della guerra» è stata allestita con il preciso scopo di reclutare: il 70% dei giovani che vogliono arruolarsi vive nel Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia dove la disoccupazione giovanile è del 53,6% Napoli, e non Roma, è stata ieri al centro della Giornata delle Forze Armate. Sul Lungomare Caracciolo sono sfilati 5 battaglioni. Ma il pezzo forte è stata l’area espositiva interforze, che ha richiamato per cinque giorni in Piazza del Plebiscito soprattutto giovani e bambini. Essi hanno potuto salire a bordo di un caccia, guidare un elicottero con un simulatore di volo, ammirare un drone Predator, entrare in un carrarmato, addestrarsi con istruttori militari, per poi andare al porto a visitare una nave da assalto anfibio e due fregate missilistiche. Una grande «Fiera della guerra» allestita con un preciso scopo: il reclutamento. Il 70% dei giovani che vogliono arruolarsi vive nel Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia dove la disoccupazione giovanile è del 53,6%, rispetto a una media Ue del 15,2%. L’unico che offre loro una occupazione «sicura» è l’esercito. Dopo le selezioni, il numero dei reclutati risulta però inferiore a quello necessario. Le Forze armate hanno bisogno di più personale, poiché sono impegnate in 35 operazioni in 22 paesi, dall’Europa orientale ai Balcani, dall’Africa al Medioriente e all’Asia. Sono le «missioni di pace» effettuate soprattutto là dove la Nato sotto comando Usa ha scatenato, con l’attiva partecipazione dell’Italia, le guerre che hanno demolito interi Stati e destabilizzato intere regioni. Per mantenere forze e armamenti adeguati  come gli F-35 italiani schierati dalla Nato in Islanda, mostrati dalla Rai il 4 novembre  si spendono in Italia, con denaro pubblico, circa 25 miliardi di euro annui. Nel 2018 la spesa militare italiana è salita dal 13° all’11° posto mondiale, ma Usa e Nato premono per un suo ulteriore aumento in funzione soprattutto della escalation contro la Russia. Lo scorso giugno il governo Conte I ha «sbloccato» 7,2 miliardi di euro da aggiungere alla spesa militare. Lo scorso ottobre, nell’incontro del premier col Segretario generale della Nato, il governo Conte II ha assicurato l’impegno ad aumentare la spesa militare di circa 7 miliardi di euro a partire dal 2020 (La Stampa, 11 ottobre 2019). Si sta così per passare da una spesa militare di circa 70 milioni di euro al giorno a una di circa 87 milioni di euro al giorno. Denaro pubblico sottratto a investimenti produttivi fondamentali, specie in regioni come la Campania, per ridurre la disoccupazione a partire da quella giovanile. Ben altri sono gli «investimenti» fatti a Napoli. Essa ha acquistato un ruolo crescente quale sede di alcuni dei più importanti comandi Usa/Nato. A Napoli-Capodichino ha sede il Comando delle Forze navali Usa in Europa, agli ordini di un ammiraglio statunitense che comanda allo stesso tempo le Forze navali Usa per l’Africa e la Forza congiunta Alleata (Jfc Naples) con quartier generale a Lago Patria (Napoli). Ogni due anni il Jfc Naples assume il comando della Forza di risposta Nato, una forza congiunta per operazioni militari nell’«area di responsabilità» del Comandante Supremo Alleato in Europa, che è sempre un generale Usa, e «al di là di tale area». Nel quartier generale di Lago Patria è in funzione dal 2017 l’Hub di direzione strategica Nato per il Sud, centro di intelligence, ossia di spionaggio, concentrato su Medioriente e Africa. Dal comando di Napoli dipende la Sesta Flotta, con base a

Gaeta, che  informa la vice-ammiraglia Usa Lisa Franchetti  opera «dal Polo Nord fino al Polo Sud». Questo è il ruolo di Napoli nel quadro della Nato, definita dal presidente Mattarella, nel messaggio del 4 Novembre, «alleanza alla quale abbiamo liberamente scelto di contribuire, a tutela della pace nel contesto internazionale, a salvaguardia dei più deboli e oppressi e dei diritti umani».

 

© 2019 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

Il 73% dei cittadini di 10 Paesi europei vuole la messa al bando dei “killer robots”

13.11.2019 – Rete Italiana per il Disarmo

Il 73% dei cittadini di 10 Paesi europei vuole la messa al bando dei “killer robots”

Tre italiani su quattro sono contrari a queste armi. Nei prossimi giorni a Ginevra si deciderà quale percorso internazionale intraprendere per norme che vietino le armi completamente autonome.

Il 73% degli intervistati da YouGov (in un sondaggio per la “Campaign to Stop Killer Robots” in 10 differenti Paesi europei vuole che i propri governi “lavorino per un divieto internazionale sui sistemi letali di armi autonome (LAWS)”. Solo il 13% degli intervistati si dice contrario a tale divieto.

L’opinione pubblica italiana è tra quelle maggiormente a favore di una messa al bando dei “killer robots”: il 75% degli intervistati (cioè 3 italiani su 4) vorrebbero che l’Italia diventasse protagonista nella creazione di norme internazionali e solo il 12% esprime contrarietà per questa opzione (circa il 13% non esprime opinione). Un sostegno diffuso sia a livello territoriale (la messa al bando è voluta dal 77% nel Nord Ovest, dal 78% nel Centro, dal 74% nel Sud e nelle Isole, con solo una minima flessione nel Nord Est comunque al 70%) sia a livello generazionale (la richiesta di una messa al bando cresce gradualmente con l’età: dal 69% per gli under 24 al 78% per gli over 55). I risultati di questo sondaggio dimostrano una  preoccupazione per il tema in continua crescita (indagini analoghe nel 2017 e 2018 avevano visto un’opposizione ai killer robots inferiore al 60%) e in linea con quanto già evidenziato da un sondaggio approfondito e specifico condotto da IRIAD Archivio Disarmo a marzo 2019 che mostrava una contrarietà verso le armi autonome da parte del 70% degli italiani.

“Ancora una volta i dati dimostrano che l’opinione pubblica è dalla nostra parte nel chiedere la messa al bando delle armi autonome e nell’evitare che decisioni di vita o di morte siano lasciate a macchine o a qualsiasi forma di intelligenza artificiale, non in grado di assolvere a tale compito secondo principi etici e di umanità – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – Dobbiamo mantenere un controllo umano significativo sull’uso della forza e chiediamo che il Governo italiano sia in prima fila nella elaborazione di norme internazionali in tale direzione”. Una richiesta che trova l’appoggio degli italiani anche al di là delle appartenenze politiche. Secondo il sondaggio appena realizzato, infatti, la richiesta di sostegno ad un percorso di messa al bando è sostenuta da oltre il 76% dell’elettorato del Movimento 5 Stelle, da oltre l’81% di quello del Partito Democratico, da circa il 75% degli elettori di Italia Viva e da ben il 91% dei simpatizzanti di Liberti e Uguali. Ma il sostegno è esplicito non solo per quanto riguarda le forze dell’attuale maggioranza governativa: anche il 65% dell’elettorato della Lega con Salvini, il 71% di quello di Fratelli d’Italia e ben l’81% dei sostenitori di Forza Italia sono a favore.

Un motivo in più per chiedere a Governo e Parlamento di agire prontamente sia a livello nazionale che internazionale.

Dal 2014 più di 90 stati si sono incontrati otto volte alla Convenzione sulle armi convenzionali (CCW) delle Nazioni Unite a Ginevra per discutere delle gravi minacce per l’umanità poste dalle armi autonome letali (LAWS) note anche come “killer robots”. Alla riunione annuale della CCW del prossimo 15 novembre, gli Stati decideranno i loro prossimi passi per far fronte alle crescenti preoccupazioni sul consentire alle macchine, piuttosto che agli umani, di prendere decisioni di vita o di morte in conflitto. Già 30 Stati hanno espresso l’intenzione di negoziare un nuovo Trattato per vietare completamente questi sistemi d’arma, mentre sono decine (tra cui l’Italia) i Paesi che hanno espresso l’urgente necessità di elaborare norme per mantenere un significativo controllo umano sull’uso della forza. I colloqui diplomatici sono stati incaricati di raccomandare “opzioni” sulla risposta normativa appropriata, ma devono ancora produrne uno a causa dell’opposizione delle maggiori potenze militari, in particolare la Russia e gli Stati Uniti.

La coordinatrice internazionale della della Campaign to Stop Killer Robots (di cui fa parte anche Rete Disarmo) Mary Wareham ha dichiarato: “I nuovi risultati del sondaggio confermano ciò che abbiamo detto ai leader politici di questi Paesi europei: l’opinione pubblica sostiene fermamente la nostra richiesta di vietare i robot killer! Dunque è arrivato il momento di trasformare la retorica politica in una leadership concreta che avvidi i negoziati su un Trattato per vietare le armi completamente autonome. Una rapida azione normativa è essenziale per garantire che l’umanità mantenga un controllo significativo sull’uso della forza in conflitto”.
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Nota: il sondaggio è stato commissionato dalla “Campaign to Stop Killer Robots” e condotto da YouGov nell’ottobre 2019. Agli intervistati in dieci Stati europei è stato chiesto, “Pensi che il tuo Paese dovrebbe lavorare per un bando internazionale sulle armi autonome?”. La dimensione del campione di riferimento è stata di 1.000 intervistati (Tranne per la Germania con  2.000 e per Svizzera e Irlanda con 500).
Maggiori informazioni:
In Italia la campagna per la messa al bando delle armi completamente autonome vede tra i suoi membri la Rete Italiana per il Disarmo (RID) e l’Unione Scienziati per il Disarmo (USPID).

Il colpo di stato in Bolivia

Bolivia: vincono squadracce e oligarchia bianca con l’aiuto degli Usa

La Paz ieriLa Paz ieri

© LaPresse

Roberto LiviIl Manifesto

EDIZIONE DEL12.11.2019

PUBBLICATO11.11.2019, 23:59

È un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e alla fuga il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti.

Come ben racconta l’ inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto.

Per «il bene della Bolivia» e per evitare uno spargimento di sangue, sia Evo Morales sia il suo vice Alvaro García hanno rinunciato all’incarico dopo che da giorni squadracce dei cosiddetti comitati civici di Santa Cruz e Potosí e i “motoqueros” di Cochabamba hanno bastonato, rapito e torturato indigeni e membri del Movimento al socialismo (Mas) e del governo, e assaltato e incendiato sedi del Mas e abitazioni di personalità del partito e del governo, compresa l’abitazione di Morales.

Ancora una volta si dimostra che in America latina le forze preposte alla difesa della democrazia e dello stato di diritto sono invece al servizio di un’oligarchia e dell’impero nordamericano. È un copione già seguito dai golpe contro Arbens in Guatemala, nel Cile di Allende, con l’operazione Condor in Argentina, poi con Chavez in Venezuela. Prima una campagna nazionale e internazionale di accuse mai provate ma diffuse dai media. Poi una seconda fase di agitazione di classi medie che prepara l’intervento finale dei militari. Ci eravamo augurati e illusi che fosse roba del secolo passato. Questo «muro» invece non cade.

Ancora una volta vi è un mondo che si definisce democratico che applaude la caduta di Evo Morales per mano di tali turbe violente e razziste. E sostiene che è stata debellata una «gigantesca frode» organizzata «da una dittatura» che in tredici anni di governo ha abbassato l’indice di la povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari. Che ha usato le risorse naturali per finanziare salute e scuola. Che ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proviene anche il presidente deposto. Un mondo «democratico» che ha bisogno di essere difeso da squadracce come quelle di Fernando Camacho, Bibbia in mano e conti a Panama – come fu dimostrato dai Panama Papers.

Ancora una volta, purtroppo, le Forze armate in America latina hanno deciso che la pace si ottiene difendendo i diritti di una minoranza e dell’impero del nord.
Evo Morales è stato votato da più del 47% dei boliviani. Voti che ora non sarebbero validi a causa di quella che chiamano la «gigantesca frode» decisa e sbandierata ancor prima delle elezioni dai Camacho e Mesa (il secondo arrivato a dieci punti di distanza da Morales) e poi confermata – ma senza prove – dai tecnici dell’Oea, l’Organizzazione degli Stati americani, praticamente il «ministero delle colonie Usa», peraltro invitati dallo stesso Morales. Ora con l’arresto in massa dei membri dei tribunali elettorali, non vi è dubbio che le prove salteranno fuori. I torturatori della Cia hanno fatto scuola.

Non bisogna essere grandi analisti per prevedere il ritorno del Fondo monetario internazionale e delle grandi multinazionali. Il litio e gli idrocarburi non serviranno a finanziare politiche sociali ma finiranno in poche mani come nei secoli scorsi accadde ad argento e stagno. Sarà il ritorno alla vecchia Bolivia dei cento golpe, dello sfruttamento e dell’emarginazione delle popolazioni indigene. Ma dove il seme lasciato da Morales non scomparirà.

La Nato? “Siamo alla sua morte cerebrale”

La Nato? “Siamo alla sua morte cerebrale”

di Sergio Cararo

Il giudizio è decisamente tranchant ma la fonte è autorevole e pesante, soprattutto se si tratta di Emmanuel Macron.

In una intervista al settimanale britannico L’Economist, un giornale scritto e diretto all’establishment mondiale, il presidente francese ha avvertito i paesi europei di non poter più fare affidamento sugli Stati Uniti per difendere gli alleati della NATO. “Ciò che stiamo attualmente vivendo è la morte cerebrale della NATO”, ha dichiarato testualmente Macron nell’intervista pubblicata da L’Economist.

L’Europa si trova “sull’orlo di un precipizio”, dice, e deve iniziare a pensare a se stessa strategicamente come una potenza geopolitica; altrimenti “non avremo più il controllo del nostro destino”.
Durante l’intervista di un’ora, avvenuta all’Eliseo il 21 ottobre scorso, Macron sostiene che è giunto il momento che l’Europa si “svegli”. Alla domanda se credeva ancora nell’efficacia dell’articolo 5 (quello che prevede l’intervento di tutta l’alleanza qualora uno stato membro venga attaccato e che rappresenta il principale effetto deterrente della Nato, ndr), la risposta è stata di quelle pesanti: “Non lo so”, ha detto Macron “ma cosa significherà l’articolo 5 domani?”. Una risposta con cui Macron ha messo praticamente i piedi nel piatto.“Se il regime di Bashar al-Assad decidesse di vendicarsi in Turchia, ci impegneremo? Questa è una vera domanda. Ci impegniamo a combattere Daesh. Il paradosso è che la decisione americana e l’offensiva turca in entrambi i casi hanno lo stesso risultato: il sacrificio dei nostri partner sul campo che hanno combattuto contro Daesh, le forze democratiche siriane “, ha affermato Emmanuel Macron.
Ma l’analisi del presidente francese è andata oltre. l’Europa “scomparirà” se non “pensa a se stessa come una potenza mondiale“, afferma Macron. “Non penso di drammatizzare le cose, cerco di essere lucido”. Il presidente francese ha poi indicato quelli che, a suo avviso, sono tre grandi rischi per l’Europa: “ha dimenticato di essere una comunità”; il “Disallineamento” della politica statunitense dal progetto europeo e l’emergere del potere cinese “che emargina chiaramente l’Europa”.
Tre rischi che, secondo Macron, rendono ancor più “essenziale, da un lato, l’Europa della Difesa – un’Europa che deve acquisire un’autonomia strategica e capacità a livello militare, dall’altro la necessità di riaprire un dialogo strategico con la Russia, un dialogo senza ingenuità e che richiederà tempo”.

“Il Presidente Trump, per cui ho molto rispetto, pone la questione della NATO come un progetto commerciale. Secondo lui è un progetto in cui gli Stati Uniti forniscono una forma di ombrello geopolitico, ma in cambio deve esserci un’esclusività commerciale, è un motivo per comprare americani. La Francia non ha firmato per questo “,  sostiene Macron nell’intervista a  L’Economist.
“Per 70 anni abbiamo realizzato un piccolo miracolo geopolitico, storico e di civiltà: un’equazione politica senza egemonia che consente la pace. (…) Ma oggi ci sono una serie di fenomeni che ci mettono in una situazione di limite al precipizio”.

Il presidente francese ritiene che “se gli europei non hanno un risveglio, una consapevolezza di questa situazione e la decisione di coglierla, il rischio è, in ultima analisi, che geopoliticamente scompariamo o in ogni caso non siamo più i padroni del nostro destino. Lo credo profondamente”.

Si tratta di parole pesanti come macigni e che confermano quella crisi della Nato incubata alla fine del secolo scorso (di cui l’aggressione alla Serbia nel 199 è stata l’epifenomeno,ndr), una crisi di cui parliamo da tempo e che si era palesata nel 2008 con il mancato intervento della Nato nella guerra tra Georgia e la Russia. La prima, in mano al dittatorello Shakasvili, aveva invocato proprio l’art.5 della Nato liquidato da Macron nell’intervista a L’Economist. Gli Stati Uniti si erano detti d’accordo ma tutti i partner europei negarono il loro consenso. Insomma di “morire per Tbilisi” non se ne parlava proprio.

Le camere di compensazione tra le potenze capitaliste emerse da un dopoguerra a egemonia statunitense, negli ultimi venti anni hanno perso peso, significato e capacità di intervento. E’ accaduto per il Fmi, il G7, la Wto, ma è accaduto anche per la Nato. E la crisi di questi organismi in cui si agiva solo in base al Washington Consensus si è  via via accresciuta con il rafforzamento dell’Unione Europea, il declino statunitense, la loro competizione con Russia e Cina sul teatro mondiale.

Come ebbe a dire profeticamente Henry Kissinger nel 2001: “Mi preoccupa il fatto che quando l’Unione Europea agisce come soggetto unico negli affari mondiali molto spesso, e sarei tentato di dire, sempre, agisce in opposizione agli Stati Uniti”. “Sarebbe un errore” ha proseguito “un errore capace di portare gradualmente a una frattura tra le due sponde dell’Atlantico in un mondo sempre pieno di problemi”.

Che il mondo sia pieno di problemi e la frattura delle due sponde dell’Atlantico si sia accentuata, è ormai sotto gli occhi di tutti. L’intervista a Macron è qualcosa di più di un epitaffio solo per la Nato, è il segno di una nuova epoca nelle relazioni internazionali.

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia

09.11.2019 – Il Cambiamento

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia
(Foto di Il Cambiamento)

La Danimarca sempre più lanciata nella transizione verde con un progetto ambizioso: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Praticamente il doppio dell’obiettivo che si è posto l’Italia

Pochi giorni fa, il 30 ottobre, è accaduto un fatto in Danimarca ormai entrato nella routine di un governo che si impegna seriamente nella lotta al cambiamento climatico: l’incontro a Copenaghen tra Dan Jørgensen, Ministro per il clima, l’energia e i servizi pubblici e i giornalisti stranieri presso la sede di State of Green, un’organizzazione molto attiva in Danimarca sui temi della transizione energetica.

Prima di raccontare cosa il Ministro ha riportato, due considerazioni: la prima è che mi ha colpito il nome del dicastero da lui presieduto che indica chiaramente l’approccio danese al tema dell’energia, non slegato dall’emergenza climatica in corso e dal ruolo dei servizi pubblici. La seconda, mi domando: tra i giornalisti stranieri ve ne erano di italiani? Non credo, in quanto non mi sembra che la stampa nazionale ne abbia parlato, sebbene delle cose interessanti siano state dette.

Oggetto dell’incontro era illustrare alla stampa straniera (in quanto quella nazionale è ben edotta) le politiche su energia e clima che la Danimarca intende perseguire in futuro. Quindi discutere sulla transizione verde, gli obiettivi climatici e il ruolo internazionale della Danimarca nella lotta al cambiamento climatico. Ve la immaginate una cosa del genere in Italia? Fantascienza! Tanto che nel nostro Paese, senza che minimamente la stampa nazionale se ne (pre)occupi si sta finalizzando il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) che, secondo le raccomandazioni giunte dalla Commissione Europea, dovrebbe subire una notevole rivisitazione, ma sembra che per il nostro Governo vada bene così come è uscito in prima bozza, a parte qualche lieve correzione da apportare.

Tornando alla Danimarca, il Ministro ha riportato l’ambizioso obiettivo che il Paese si è posto: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Avete letto bene, praticamente il doppio di quanto si è posta al momento l’Italia. Questo obiettivo numerico è parte di una ben definita strategia che mira a far diventare la Danimarca una “super-potenza verde” con obiettivi ambiziosi a livello nazionale ed una consistente leadership a livello internazionale. Il Ministro danese ha sottolineato l’importanza strategica di un approccio alla transizione verde che sia sistemico in quanto consapevole dell’elevata impronta carbonica del suo Paese, ad oggi, circa il 20% in più della media europea, sebbene di rilevanza marginale in quanto pari a solo lo 0,1% delle emissioni globali di CO2.

”L’Occidente ha inquinato per centinaia di anni – ha detto il ministro – Adesso, economie emergenti e paesi in via di sviluppo stanno iniziando ad inquinare di più e nonostante questo possiamo veramente condannarli? La responsabilità è più sulle nostre spalle che sulle loro e ci dovremmo sentire obbligati ad aiutare questi Paesi affinché possano percorrere la strada verso uno sviluppo sostenibile”.

Il Ministro ha sottolineato anche che la transizione verde della Danimarca terrà conto delle eventuali conseguenze sociali al fine di evitare ripercussioni come accaduto in Francia con i “gilet gialli”.

Attualmente la Danimarca ha accordi di partenariato con 15 paesi che in totale sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali, inclusi Paesi come gli Usa, la Cina, la Germania e l’India. L’ultimo, in ordine di tempo, tra gli accordi di collaborazione sottoscritti è quello con il Governo vietnamita che contribuirà alla riduzione delle emissioni nel Paese asiatico stimate, in totale, a 370 milioni di tonnellate annue. Non c’è bisogno di specificare che, sebbene si dia enfasi alla riduzione delle emissioni climalteranti, dietro ci sono accordi commerciali per lo sviluppo e la promozione di tecnologie a basso impatto ambientale. Giusto per ricordarlo a coloro che, per pura ignoranza o malafede, ancora tengono separati i concetti di “sviluppo industriale”, “sostenibilità ambientale” e “nuovi posti di lavoro”.

Sembra paradossale ma proprio mentre il Presidente Usa Donald Trump annuncia l’uscita del suo Paese dagli Accordi di Parigi, facciamo il tifo per Paesi come la Danimarca che, seppur non paragonabili in termini dimensionali, possono assumere un nuovo ruolo di leader a livello mondiale. A titolo di esempio, secondo le proiezioni dell’Agenzia Danese per l’Energia, l’elettricità in Danimarca sarà 100% rinnovabile entro il 2028. E la Danimarca non ha nemmeno il sole di cui è baciata l’Italia, quindi a rigor di logica noi potremmo arrivare tranquillamente a risultati simili. Perché non lo si fa?

Articolo di 

Il mio valore base è l’antifascismo

Originally posted on Maurizio Benazzi: 9 novembre 1938: la notte dei cristalli Claudio Vercelli Un violentissimo pogrom contro gli ebrei tedeschi. Joseph Goebbels regista principale. Circa 400 morti. Sull’intero territorio di lingua tedesca dell’Europa centrale, nei giorni successivi la terribile contabilità sfiora le 1.500 vittime. È l’anno dell’avvio di una lunga politica di espansione territoriale…

via Il mio valore base è l’antifascismo — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

La quacchera Pat Patfoort spiega alla Piccola Scuola di Pace di Firenze il metodo dell’Equivalenza

03.11.2019 – Firenze – Redazione Toscana

Pat Patfoort spiega alla Piccola Scuola di Pace di Firenze il metodo dell’Equivalenza
(Foto di Irene L’Abate)

Presso le Baracche Verdi della Comunità dell’Isolotto a Firenze si è svolta, sabato 2 Novembre,  una giornata di incontro con Pat Patfoort, antropologa belga che ha inventato un metodo di risoluzione dei conflitti chiamato  metodo dell’Equivalenza.

Di fronte a un pubblico di una trentina di persone, all’interno del ciclo di incontri Pillole di Nonviolenza della Piccola Scuola di Pace “Gigi Ontanetti”, Pat ha spiegato i principi del suo metodo, che ha sviluppato ormai da quasi 50 anni ed ha anche presentato in anteprima il suo ultimo libro, Il Piccolo Albero Spaventato, che uscirà per la casa editrice Infinito a gennaio del 2020.

I partecipanti, alcuni dei quali venuti appositamente anche da altre città italiane, hanno avuto un’esauriente spiegazione del metodo che hanno potuto iniziare a praticare con esercizi e giochi proposti per l’occasione. A fine giornata si è presentato il nuovo libro per bambini, ispirato alle idee di Pat e alle sue esperienze di lavoro e di vita.

E’ stato anche formato un gruppo di autoformazione che lavorerà sul metodo dell’equivalenza a Firenze e dintorni nei prossimi tre anni.

Per ulteriori informazioni e per partecipare ai prossimi corsi è possibile consultare la pagina Facebook della Piccola Scuola di Pace  o iscriversi ai prossimi eventi a questo link