Algeria, il poeta Amin Khan: non voto, il regime ignora il popolo

12.12.2019 – Agenzia DIRE

Algeria, il poeta Amin Khan: non voto, il regime ignora il popolo

“Non intendo partecipare a questa specie di elezioni. Il voto di oggi è illegittimo e rischia di aggravare la crisi”. Alle 8 di stamani in Algeria si sono aperti i seggi per le presidenziali, un appuntamento che giunge otto mesi dopo le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika, sull’onda di forti mobilitazioni popolari. A parlare con l’agenzia Dire è Amin Khan, poeta e intellettuale algerino, funzionario Unesco verso la fine degli anni Ottanta e promotore della cultura algerina come motore di cambiamento sociale.

A partire dal 22 febbraio milioni di algerini in tutto il Paese sono scesi in strada ogni venerdì per chiedere non solo a Bouteflika, da 20 anni al potere, di non ricandidarsi per un quinto mandato, ma anche un rinnovo delle istituzioni ritenute appannaggio di certe elite. Oltre alle riforme democratiche, il movimento popolare ha chiesto maggiore inclusione dei cittadini ai vertici del Paese per porre fine a un “nizam”, “sistema” in arabo, ritenuto corrotto e responsabile delle difficoltà economiche del paese.

A candidarsi alle presidenziali di oggi sarebbero però solo esponenti del “nizam”: per questo i movimenti popolari hanno lanciato un appello a boicottare le urne. Khan, classe 1956, che ha conosciuto l’Algeria della guerra contro la Francia coloniale e poi l’indipendenza, si dice d’accordo con i contestatori. E spiega così la sua scelta: “Mi ritengo un partigiano della transizione democratica, frutto di un negoziato tra il potere e il movimento popolare. Solo questo permetterà di creare le condizioni politiche, giuridiche e amministrative per elezioni realmente democratiche”.

L’intellettuale continua: “I manifestanti, completamente pacifici, non si accontentano di un cambiamento di facciata, ma rivendicano la fine di un regime corrotto e la sua sostituzione con un governo democratico impegnato nella costruzione dello stato di diritto. Invece oggi il regime, imponendo agli algerini delle elezioni sotto la propria egida, nel quadro delle sue leggi e ricorrendo a tutti i mezzi di pressione a sua disposizione, dimostra di voler ignorare le istanze dei cittadini”.

Perchè per Khan, la rinascita della società civile è stata “un dono divino”. “Da tempo il governo di Bouteflika era in totale stallo” sottolinea. “L’Algeria soffre il drastico calo
delle risorse finanziarie, dilaga la corruzione, la mancanza di diritti e di libertà di espressione. Il disagio sociale è forte per via dell’alto tasso di disoccupazione e della povertà. La crisi è profonda e colpisce tutti gli ambiti della società. La gente è consapevole che tutto va ricostruito dalle fondamenta. Secondo l’intellettuale, “il movimento popolare del 22 febbraio è un’opportunità storica per il Paese”, ma le classi politiche “non vogliono coglierla”.

Al voto di oggi l’affluenza potrebbe non raggiungere neanche il 20 per cento, “ben al di sotto delle elezioni farsa di Bouteflika” osserva Khan. Che avverte: “Chiunque sarà eletto avrà ancora meno legittimità del suo predecessore e questo peggiorerà la crisi. Queste elezioni sono un grosso rischio per il Paese”.

In questo quadro, Khan sollecita il ruolo degli intellettuali: “Il regime per anni ha maltrattato la cultura promuovendo spettacoli volgari e riletture superficiali del nostro
patrimonio”. Scrittori, pensatori e artisti rimasti svincolati dal regime godrebbero però di grande stima tra la popolazione. “Possono assumere un ruolo di guida” sottolinea Khan: “Ricostruire l’Algeria è un compito immenso, ma noi possiamo dare il nostro contributo per lo sviluppo della società e dei suoi valori più positivi: libertà, giustizia e dignità”.

 

Siamo molti i truffati dalla Baldiflex di Quarrata PT

Siamo molti i truffati in Italia dalla Baldiflex di Quarrata Pt

Messaggio di posta certificata
Il giorno 14/12/2019 alle ore 05:57:50 (+0100) il messaggio
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Data: Fri, 13 Dec 2019 23:29:43 +0100
Mittente: Maurizio Dott. Benazzi
A: commerciale@baldiflex.it

Diffido la Baldi Srl di via Bologn 2 51039 QUARRATA PT a consegnarmi effettivamente e immediatamente, e non truffaldamente con numero inventato BRT, materasso ordinato e pagato con mia carta di credito American Express

Con riserva di ogni azione contro voi ed E bay per le ragioni di omissione alle Vs ripetute infrazioni comportamentali,

Distinti saluti

Maurizio Benazzi

Via Luigi Tovo 3

21057 Olgiate Olona VA

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Oggetto: CONSEGNA: Corresponsabilità di E bay Italia nella truffa di mancata consegna materasso
Data: Fri, 13 Dec 2019 21:19:00 +0100
Mittente: Posta Certificata Legalmail A: maurizio_benazzi@pec-legal.it

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Il giorno 13/12/2019 alle ore 21:19:00 (+0100) il messaggio “Corresponsabilità di E bay Italia nella truffa di mancata consegna materasso” proveniente da “maurizio_benazzi@pec-legal.it” ed indirizzato a “ebayitaliasrl@legalmail.it” è stato consegnato nella casella di destinazione.

Questa ricevuta, per Sua garanzia, è firmata digitalmente e la preghiamo di conservarla come attestato della consegna del messaggio alla casella destinataria.

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From: Maurizio Dott Benazzi
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Bcc:
Date: Fri, 13 Dec 2019 21:17:24 +0100
Subject: Corresponsabilità di E bay Italia nella truffa di mancata consegna materasso
Con riferimento alla vostra comunicazione ricevuta questa sera:

La controversia è aperta: numero di rif. 5216104043
Da:eBay
Posta inviata:13-dic-19 19:30

MATERASSO MATRIMONIALE 160X190 H25 CM 9 ZONE DIFFERENZIATE 7 CM MEMORY FOAM DUCK
Numero ordine:

18-04228-07476
Venditore:

gianduia07

Quantità:

1
Controversia num.:

5216104043

Controversia aperta:

13 dic. 2019

Dopo aver letto i numerosi feedback negativi che solitamente mi avete censurato quando scritti, ho appresso che sono numerosi i casi di segnalazione di mancata consegna di materassi e che non è stata adottata nessuna misura restrittiva alle attività della Ditta venditrice che impeterrita fornisce falsi numeri di consegna BRT (non di 19 cifre come dovrebbe essere), indica date di cosegna 18-19 dicembre sulla inserzione e oggi leggo che la consegna sarebbe avvenuta ieri senza nessun messaggio di preavviso al cliente.

Rintengo il vostro comportamento irresponsabile e meritevole di denuncia alla locale stazione dei carabinieri per concorso in truffa ripetuta e aggravata da Vs omesse misure di prevenzione del reato.

Con la presente mi riservo ogni azione legale per impedirte questa letargia comportamentale. La risposta me la darete il 19…. vediamo se non perdo la pazienza nell’attesa e non vi denunci anche voi oltre al fornitore bugiardo e truffatore .

Distinti Saluti

Maurizio Benazzi

via Luigi Tovo, 3
21057 Olgiate Olona VA
Cell 3921943729

PS: diamo una garanzia cliente anche contro e bay e le sue omissioni

Jugoslavia, memorie del Paese che non c’è più

Dunja Badnjevič : “Come le rane nell’acqua bollente”
Bordeaux Edizioni, 2019, 159 pp.

Jugoslavia, memorie del Paese che non c’è più

Recensione di Angelo d’Orsi

Jugonostalgia. La parola indica quell’insieme di sentimenti, pensieri, e una profondissima disillusione, che si agita nel cuore e nella mente di chi ha conosciuto e amato quello strano capolavoro che fu la Jugoslavia di Josip Broz Tito, che, alla fine di un’aspra guerra di liberazione antifascista e antinazista, la rifondò sotto forma di Repubblica Federativa nel 1945, che poi, nel 1963, divenne Repubblica Socialista Federale. Un capolavoro in quanto il maresciallo Tito seppe dosare centralismo e autonomia, alle singole etnie, che oggi, dopo la distruzione della Federazione sono diventati altrettanti Stati, o micro-Stati, che si sforzano, tra dramma e farsa, di costruirsi una individualità.  

Come si sa quel mosaico di culture lingue e religioni fu cancellato dopo la caduta del Muro, non tanto per una implosione interna quanto per effetto di interventi esterni, a cominciare dalla Germania di Kohl e dal Vaticano di Wojtila, che innescarono un processo decennale di conflitti, che insanguinarono popoli e famiglie, spezzarono ciò che era stato unito, frammentarono molecolarmente un Paese, misero padri contro figli, fratelli contro fratelli, mogli contro mariti.  

Abbiamo ricostruzioni storiche, memorie personali, testimonianze che ci hanno fatto conoscere questa vicenda truce, uno dei frutti avvelenati del 1989; ma proprio la sua gravità e la sua complessità fanno sì che ogni nuovo contributo, quale che sia il suo registro (letterario, storiografico, politologico…), sia il benvenuto. Come questo testo – tra memorialistica e narrativa – di Dunja Badnjevič (Come le rane nell’acqua bollente, Bordeaux Edizioni, 2019, 159 pp.) che costituisce uno dei più dolenti e amari messaggi d’amore per la Jugoslavia, non scevro tuttavia di spirito critico, che nasce anche dall’esperienza binazionale dell’autrice, interprete autorizzata del governo jugoslavo in Italia.  

Dunja finisce per entrare nel mondo del PCI, e stabilisce rapporti significativi con la dirigenza del partito, e anche con esponenti del mondo intellettuale di area comunista. Ne fornisce frammenti di memoria, che non mancano di aspetti interessanti, talora nuovi, spesso anche divertenti: come quella volta che Berlinguer ricevette i complimenti della delegazione jugoslava all’ultimo congresso del PCI (Milano, 1983), e l’aggettivo “emozionante” usato dal capo delegazione fu tradotto malamente dall’interprete, diventando “divertente”. Berlinguer ne fu molto sorpreso: “è la prima volta che mi definiscono divertente. Dovrebbero sentirlo quelli che mi dipingono sempre con la faccia lunga e luttuosa! Che bello!”. 

Gli episodi narrati sono numerosissimi, lungo gli anni di interpretariato politico, un ruolo, e non solo un mestiere, che l’autrice ha svolto con crescente competenza, via via che la sua conoscenza della lingua italiana migliorava, vivendo se stessa come un ponte che collegava le due sponde dell’Adriatico, un collegamento tra i comunisti italiani e quelli jugoslavi, gli uni e gli altri anomali rispetto all’ortodossia russo-sovietica. In questa attività Dunja mise passione politica, oltre che impegno scientifico, e visse le vicende ora esaltanti, ora mortificanti di una storia di cui si sentiva parte: in sintesi, l’autoritarismo di Tito in patria, autoritarismo spesso dittatoriale, che lei aveva sperimentato da vicino, con la deportazione del padre spedito in quell’isola-prigione che era Goli Otok (la cosiddetta “Isola nuda”, su cui aveva pubblicato un bel libro, da Bollati Boringhieri nel 2008); ma anche la lungimiranza di quel leader in politica estera, con la scelta dei “Non allineati”, l’allontanamento dall’URSS, il che comportò anche una feroce repressione dei “filorussi”, ossia degli ortodossi del socialismo reale: tra i quali appunto il padre dell’autrice, un importante diplomatico, che era convinto che non si dovesse mai voltare la spalle alla “patria del socialismo”, la Russia, a qualunque costo.  

La nostalgia per il proprio Paese, la Jugoslavia socialista, emerge anche nel confronto con l’Italia, le sue disfunzioni, su vari piani. La Jugoslavia era uno Stato che assicurava una buona istruzione, del tutto gratuita, ma severa; garantiva assistenza sanitaria e sociale; favoriva la diffusione della cultura, come dello sport: piscine e teatri erano assai diffusi; le librerie erano sempre affollate e si leggeva molto più che in Italia.  

I viaggi di ritorno a Belgrado, la città natale della BadnJevič, negli anni più recenti erano altrettante pugnalate: tutto ciò che allora, sotto Tito, funzionava benissimo – dall’Università agli ospedali – ora era in rovina, o quasi; e si avvertiva nella società, un clima generale di sfiducia, di diffidenza, di latente conflittualità. Non tutto andava certo per il meglio fino al 1980, l’anno della scomparsa di quel padre della patria, e l’autrice sa tenere a bada il rimpianto governandolo con la fredda osservazione della realtà, quella di ieri, del passato socialista, comparata a quella di oggi, quando il capitalismo trionfa, a scapito di tutto e tutti. E la poesia del volontarismo nella illusione della costruzione del socialismo, riemerge, in squarci in cui si parla di politica, di sport, di teatro: una espressione tipica erano le Brigate del lavoro, in cui migliaia di giovani offrivano la loro opera nei campi più diversi, travolti dalla generosa utopia della edificazione della “patria socialista”, una patria multietnica in cui il socialismo, appunto, avrebbe favorito l’integrazione, salvaguardando le specificità dei diversi popoli del mosaico jugoslavo. 

Le guerre degli anni Novanta, frantumarono definitivamente quelle speranze, o illusioni che fossero. E quel Paese fu distrutto, e ancora ci si chiede perché. L’auto-interrogazione dell’autrice sul Paese che non c’è più, ma anche sul partito che non c’è più assume nel finale un tono di profonda mestizia. “Provo nostalgia per le sicurezze che avevano i giovani una volta – la scuola, il lavoro, la casa, i figli, la pensione, la salute – e che oggi non esistono più. Per la certezza che un domani sarebbe stato migliore per i miei nipoti, più di quanto non lo sia stato per la nostra generazione. E invece accade tutto il contrario” (p. 131).

Il razzismo della stampa rende invisibili le proteste ad Haiti

13.12.2019 – Redação São Paulo

Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloPortoghese

Il razzismo della stampa rende invisibili le proteste ad Haiti

Secondo Lautaro Rivara, la comunità internazionale non vuole riconoscere la propria responsabilità nella crisi del paese caraibico.

L’America Latina sta vivendo un nuovo ciclo di proteste in paesi come Haiti, Cile ed Ecuador. Le richieste dei manifestanti, sebbene legate alla situazione specifica di ciascuno dei paesi, mettono in discussione i pilastri del neoliberismo nella regione, rappresentata dai suoi governatori.

Mentre in Cile le proteste sono iniziate dopo l’annuncio dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici il 19 ottobre, in Ecuador e Haiti sono dovute all’aumento del prezzo del carburante a causa della fine delle sovvenzioni governative, una delle richieste del Fondo Monetario Internazionale per i prestiti concessi ai governi di Lenin Moreno (Ecuador) e Jovenel Moïse (Haiti).

Tuttavia, alcune differenze segnano questo ciclo. Nel caso di Haiti, l’insoddisfazione popolare ha portato in piazza milioni di manifestanti dal luglio 2018 e l’ultima mobilitazione è in corso da otto settimane. Nelle strade, la popolazione haitiana denuncia la mancanza di carburante e di risorse e chiede le dimissioni di Moïse. In uno scenario di inattività istituzionale, l’unica risposta del governo è stata la repressione della polizia.

L’America Latina sta vivendo un nuovo ciclo di proteste in paesi come Haiti, Cile ed Ecuador. Le richieste dei manifestanti, sebbene legate alla situazione specifica di ciascuno dei paesi, mettono in discussione i pilastri del neoliberismo nella regione, rappresentata dai suoi governatori.

Mentre in Cile le proteste sono iniziate dopo l’annuncio dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici il 19 ottobre, in Ecuador e Haiti sono dovute all’aumento del prezzo del carburante a causa della fine delle sovvenzioni governative, una delle richieste del Fondo Monetario Internazionale per i prestiti concessi ai governi di Lenin Moreno (Ecuador) e Jovenel Moïse (Haiti).

Tuttavia, alcune differenze segnano questo ciclo. Nel caso di Haiti, l’insoddisfazione popolare ha portato in piazza milioni di manifestanti dal luglio 2018 e l’ultima mobilitazione è in corso da otto settimane. Nelle strade, la popolazione haitiana denuncia la mancanza di carburante e di risorse e chiede le dimissioni di Moïse. In uno scenario di inattività istituzionale, l’unica risposta del governo è stata la repressione della polizia.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, 42 persone sono state uccise durante le proteste, e il numero è ancora più alto secondo le organizzazioni per i diritti umani del paese, che riportano più di 77 morti durante l’anno, 51 delle quali solo tra settembre e ottobre.

Nonostante la grave crisi politica, economica e sociale del paese caraibico, le proteste ad Haiti non hanno avuto la stessa visibilità sui media internazionali, né sono diventate una questione centrale nell’agenda di organizzazioni come l’ONU e l’OSA o blocchi multilaterali come il Gruppo Lima.

Secondo Lautaro Rivara, sociologo e giornalista argentino membro della Brigata di Solidarietà di Alba ad Haiti, l’invisibilità delle proteste è dovuta a due motivi. Da un lato, una visione razzista “totalmente stereotipata sulla realtà, la politica e la cultura del paese” – il primo a diventare indipendente in America Latina, con il trionfo della Rivoluzione haitiana (1804) – la cui popolazione è al 95% nera.

D’altra parte, da un’intenzionale negligenza della comunità internazionale “per non doversi assumere la propria partecipazione e la propria responsabilità nel fallimento assoluto della gestione politica di Haiti”.

“Dobbiamo ricordare che Haiti ha già avuto 15 anni di occupazione internazionale delle missioni delle Nazioni Unite, con la partecipazione e l’accompagnamento dell’OSA e con una tutela politica molto evidente da parte degli Stati Uniti e di altre potenze minori come Francia e Canada”, ha commentato l’attivista.

Nella conversazione del 29 ottobre con Brasil de Fato, Rivara ha parlato della grave crisi istituzionale che il paese caraibico sta attraversando e delle sfide per i movimenti popolari che si stanno organizzando per rovesciare il governo Moïse e chiedere una riforma del sistema politico ed elettorale di Haiti.

“I movimenti popolari stanno partecipando alle mobilitazioni, non solo dimostrando la loro forza nelle strade, ma anche discutendo idee e programmi politici per indicare soluzioni concrete, affinché la crisi non venga risolta dall’alto, attraverso accordi tra settori dell’oligarchia e Stati Uniti, come è accaduto in altre situazioni”, ha concluso.

Ecco l’intervista completa:

-Potrebbe commentare un po’ lo scenario generale di Haiti nelle ultime settimane?

-Stiamo vivendo la settima settimana consecutiva di proteste nel paese, che includono un ampio programma di richieste – frutto di una crisi economica ed energetica abbastanza grave, che punisce la stragrande maggioranza della popolazione che è molto povera -, e unificato sotto la comune richiesta di dimissioni immediate del presidente Jovenel Moïse (PHTK) e di tutta la sua squadra.

Per quanto riguarda la vita quotidiana, le scuole non funzionano, lo stesso presidente ha parlato da un’emittente radiofonica il 28, e ha detto che c’erano ancora attività scolastiche in cinque comuni del paese. Questa informazione non è stata confermata, ma il paese ha 144 comuni. L’attività ospedaliera è intermittente o inesistente.

La situazione nelle campagne – Haiti è un paese con un numero significativo di villaggi rurali e contadini – è assolutamente critica. Abbiamo parlato con diversi leader dei movimenti sociali contadini e tutti si sono trovati d’accordo su una diagnosi catastrofica. Tutti i raccolti sono sospesi perché non possono garantire la logistica, il trasporto di frutta e verdura ai centri di vendita e alle grandi città. La situazione alimentare del paese, di per sé drammatica, tende quindi a peggiorare sempre di più, soprattutto in alcune regioni come il sud-est, che fino ad oggi dipendono interamente dagli aiuti alimentari e dalla distribuzione di acqua da parte di organizzazioni internazionali.

Non esiste un’attività governativa o statale di alcun tipo; le grandi aziende sono permanentemente chiuse, come pure le banche; le istituzioni pubbliche e private, e i trasporti sono, nella maggior parte dei giorni, totalmente paralizzati. Soprattutto nella capitale del paese – Port-au-Prince – e nell’area metropolitana, a causa delle proteste quasi quotidiane, c’è solo una piccola circolazione di motociclette e nessun tipo di trasporto pubblico o di automobili individuali. La situazione è drammatica.

Un’altra dimensione importante è il bilancio della repressione della polizia, che è drammatico. Il silenzio mantenuto dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani sulla questione di Haiti è scandaloso e quasi complice. Tra il 16 settembre e il 27 ottobre, stiamo parlando di 51 persone uccise con armi da fuoco, molte delle quali vittime della repressione della polizia durante le proteste.

Secondo i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani nel paese stesso, ci sono 77 morti nel corso dell’anno e le cifre non sono aggiornate.

-Nel frattempo, Jovenel Moïse non si dimette né adempie al suo ruolo di capo di Stato. Potrebbe spiegarci qualcosa di più sulla crisi istituzionale ad Haiti in questo momento? Cosa mantiene il presidente al potere nonostante la sua scarsa popolarità?

-Oggi Haiti è un paese che non ha un governo, come stabilisce la propria Costituzione. Haiti ha un sistema misto che riconosce due figure esecutive: il primo ministro come capo di governo e un presidente come capo di stato. Il primo ministro non esiste più dalle dimissioni dell’ex primo ministro Jacques Guy Lafontant durante la crisi di giugno dello scorso anno. Alcuni primi ministri hanno assunto temporaneamente le sue funzioni e tutti hanno rassegnato le dimissioni. L’ultima non è stata nemmeno ratificata dalle due camere del Parlamento, come richiesto dalla Costituzione.

Oggi Haiti non ha un governo. Il paese non funziona con un bilancio pubblico, poiché l’ultimo bilancio è stato cancellato e il paese sta eseguendo i conti pubblici in modo del tutto arbitrario. Questa crisi istituzionale è grave e probabilmente peggiorerà perché, in ottobre,  avrebbero dovuto tenersi le elezioni parlamentari, ma non sono state fatte a causa della crisi.

Va notato che i 30 senatori del paese perderanno il mandato a gennaio. Non ci saranno elezioni fino ad allora. In questo modo, il presidente inizierebbe l’anno di governo con maggiore arbitrarietà, attraverso decreti esecutivi, perché non avrebbe un parlamento eletto e né un primo ministro.

E’ una situazione grave di uno Stato totalmente antidemocratico, ed è ancora sintomatico che organizzazioni sovranazionali, come l’ONU, l’OSA, le potenze occidentali che segnalano sempre una presunta mancanza di democrazia nei governi popolari dell’America Latina e dei Caraibi, non dicano nulla del malgoverno di Haiti. Ciò è collegato e può essere spiegato dall’allineamento del presidente Jovenel Moïse alla politica degli Stati Uniti nella regione dei Caraibi.

Oggi il presidente non ha alcun sostegno interno, né da parte delle imprese né da parte di settori della Chiesa cattolica. E tutti i movimenti sociali, i sindacati, le organizzazioni giovanili, gli studenti e altri sono nel campo dell’opposizione.

L’unico sostegno che il governo Moïse ha oggi è quello dell’ambasciata degli Stati Uniti e il silenzio complice delle organizzazioni internazionali. Qualche giorno fa, l’Ambasciata degli Stati Uniti ha presentato un comunicato che ripudia la “presunta violenza” nelle manifestazioni e garantisce la continuità del suo sostegno al governo. Sappiamo che gli Stati Uniti continueranno a sostenere il Presidente Moïse a prescindere dai costi e dagli effetti devastanti della sua politica.

-Pensa che le proteste ad Haiti siano meno visibili nei media?

-Sì, non c’è dubbio che le proteste ad Haiti sono state e sono rese invisibili dalle grandi agenzie mediatiche private. Se guardiamo, ad esempio, all’origine di questa crisi, nel luglio dello scorso anno, quando il FMI – come ha fatto in altri paesi – ha chiesto al governo di eliminare i sussidi per il carburante e di aumentare i prezzi di oltre il 50%, il che ha generato un ciclo di mobilitazione massiccia. Alcuni analisti e osservatori stimano, in queste proteste, 1,5 o 2 milioni di persone per le strade.

A quel tempo, le proteste dei giubbotti gialli iniziarono in Francia, proteste indette da migliaia di persone a Parigi. Se guardiamo al modo in cui i media hanno trattato quella notizia, è stato totalmente iniquo.

Migliaia di manifestanti – con giuste richieste, naturalmente – per le strade di Parigi, sono state notizie internazionali. Più di un milione in strada ad Haiti no. E Haiti è un paese che non ha nemmeno 11 milioni di abitanti. Ciò è passato completamente inosservato all’opinione pubblica internazionale.

Oggi, la crisi dimostra la volontà politica della comunità internazionale affinché ciò che accade ad Haiti non esca dal paese, in modo che non debbano assumersi la loro partecipazione e la loro responsabilità per il fallimento assoluto della gestione politica di Haiti.

Vale la pena ricordare che Haiti ha già avuto 15 anni di occupazione internazionale delle missioni delle Nazioni Unite con la partecipazione e l’accompagnamento dell’OSA e con una chiara tutela politica da parte degli Stati Uniti e di altre potenze minori come Francia e Canada.

Ciò è senza dubbio dovuto anche a considerazioni razziste nell’ignorare un popolo nero che è stato il fondatore della Prima Repubblica Indipendente del mondo. Ci sono una serie di considerazioni razziste, di pregiudizi e fallacie coloniali, una visione totalmente stereotipata della realtà, della politica e della cultura del paese che rende invisibile ciò che accade ad Haiti o, quando la gravità di alcuni eventi riesce a rompere l’assedio, la visione viene distorta.

Questo di solito accade, per esempio, quando troviamo quasi ogni giorno delle mobilitazioni totalmente massive e pacifiche, eppure la stampa che copre le proteste mette in evidenza solo la “presunta violenza” e il “carattere barbaro” e “caotico delle manifestazioni” che in nessun modo hanno questo carattere.

-Quali sono le sfide della sinistra e dei movimenti popolari di Haiti in questo momento di protesta?

In questo momento, la maggior parte dei movimenti popolari, sindacati e partiti politici si sono riuniti in uno spazio comune chiamato Forum patriottico, che si è tenuto dal 27 al 31 agosto in una piccola comunità rurale e ha riunito più di 200 leader delle forze politiche.

La sfida per questi settori è quella di incanalare il malcontento visibile e massivo che esiste nel paese per ottenere le dimissioni del presidente Jovenel Moïse, che è la prima condizione per iniziare a discutere le trasformazioni strutturali di cui il paese ha bisogno.

E, allo stesso tempo, essere in grado di presentare i cambiamenti strutturali. L’asse delle richieste è stato, sempre più, un cambiamento radicale, il malcontento per decenni di politiche neoliberali che hanno devastato Haiti e la riforma di un sistema politico che deve essere modificato.

All’ordine del giorno c’è anche la riforma del sistema elettorale, caratterizzato oggi dalla mancanza di trasparenza, fraudolenta, controllata tecnicamente e politicamente da consulenti stranieri, per garantire una soluzione sovrana e autonoma alla crisi.

I movimenti popolari partecipano alle mobilitazioni, non solo dimostrando la loro forza nelle strade, ma anche discutendo idee e programmi politici per indicare soluzioni concrete, affinché la crisi non venga risolta dall’alto, attraverso accordi tra settori dell’oligarchia e gli Usa, come è accaduto in altre situazioni.

Di Luiza Mançano / Brasil de Fato
Traduzione di Silvia Nocera

La censura dei TG

«L’ESPLOSIVO DELLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA PROVENIVA DALLE BASI NATO» 

 LA DENUNCIA DEL MAGISTRATO IMPOSIMATO:

Nel 50° anniversario della strage di Piazza Fontana, ripubblichiamo l’intervento del magistrato Ferdinando Imposimato, Presidente Onorario della Suprema Corte di Cassazione, al Convegno del Comitato No Guerra No Nato, svoltosi a Roma il 26 Ottobre 2015.

Imposimato riassume i risultati delle indagini da lui compiute, dalle quali emerge il ruolo della Nato nelle stragi che hanno insanguinato l’Italia. Una precisa denuncia, ignorata da quel mondo politico-mediatico che formalmente oggi commemora il tragico anniversario.

 
VIDEO

L’Afghanistan Con 18 Anni di Guerra Addosso

11.12.2019 – Cristina Mirra

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

L’Afghanistan Con 18 Anni di Guerra Addosso

L’Afghanistan ha raccontato dal dott. Hakim che ha lasciato la tranquillità di Singapore per aiutare il popolo afghano a rialzarsi: 18 anni di guerra, 100 milioni di mine antiuomo, il 40% della popolazione analfabeta

Ci racconti l’Afghanistan di oggi?

Ogni giorno penso: “Gli umani non devono vivere in questo modo”. Purtroppo ritengo che l’Afghanistan sia un esempio di come gli stranieri e locali non organizzati siano organizzati dalla società. Gli afgani hanno un proverbio che dice: “Il fiume è fangoso dalle sue origini”. Le attuali basi della società afghana sono una copia “fangosa” delle pratiche militaristiche dei sistemi globali elitari e commerciali sul profitto. I sistemi ambientali, economici, socio-politici, educativi e sanitari dell’Afghanistan sono insostenibili e si sfaldano. La “guerra al terrorismo” USA / NATO in Afghanistan, condotta dal 2001 è stata un pretesto e adesso ci sono osservati in un Afghanistan classificato il peggiore sul Global Terrorism Index 2019 e vittime civili che hanno ottenuto numeri record.

Il terrorismo, la corruzione, l’eroina e la produzione di marijuana, il maggior numero di tossicodipendenti, la mortalità infantile, la mortalità materna, il più grande numero di disoccupati, il più grande numero di rifugiati per un tempo prolungato nel mondo, la maggior parte della città per l’inquinamento dell’aria, la maggior parte delle persone depresse, uno dei venti paesi più vulnerabili al cambiamento climatico …

Conseguentemente, il suolo e il popolo afghano sono gravemente debilitati e feriti. Sopravvivere alla guerra e alla povertà è un obbligo quotidiano, che ha imposto un pesante tributo ai rapporti sociali. Gli afgani devono affrontare la vendetta ciclica, la sfiducia, lo stress di vent’anni di guerra, il dolore e la rabbia.

Per molti, la vita in Afghanistan è insostenibile. Quindi, fuggono. Partono per rifugiarsi altrove.

Il 64% della popolazione afghana ha meno di 25 anni. Come i giovani di tutto il mondo, ho visto come cercano di superare le tragedie. I volontari afghani per la pace (APV) che interagiscono tra loro presso il Centro comunitario di non violenza di Kabul reagiscono con forza e resilienza nel loro viaggio verso relazioni e pratiche non violente.

Quali sono le questioni ei problemi fondamentali che riguardano nell’Afghanistan di oggi?

Le tre grandi crisi che gli APV (I Volontari di Pace Afghani) stanno cercando di affrontare nel loro lavoro volontario sono il cambiamento dell’attuale e distruzione del mondo naturale: crisi idrica tra cui siccità, malnutrizione, insicurezza alimentare, deforestazione, desertificazione, esaurimento di suoli sani e pozzi di carbonio, il futuro delle industrie di estrazione distruttiva minerali tra cui rame, ferro, uranio, elementi terrestri e combustibili fossili. Le disuguaglianze guidano dagli elitari, comprese le disuguaglianze economiche e socio-politiche: povertà, aumento del divario di disuguaglianza nel GINI, corruzione endemica, governo farsesco di signori armati e persone che si ignorano e calpestando il “99%”. Il militarismo e la guerra: uso internazionale di violenza, violenza che a volte può essere psicotica, trasformando le persone da tutte le parti del conflitto in oggetti odiati e dispensabili. Gli afgani a volte descrivono questa de-umanizzazione come: “Siamo stati uccisi come mosche”.

E i problemi fondamentali dell’Afghanistan sono gli stessi del resto del mondo, condividono le stesse radici umane. Due di queste radici sono il nostro rapporto disfunzionale con il denaro e il potere. Il denaro ha sostituito il cibo, l’immagine e un luogo dove abitare come bisogno umano, quindi siamo meno preoccupati di consumare cibo nutriente o di tutelare le risorse idriche di quanto lo siamo di ottenere denaro.

Cerchiamo il significato della vita, ma ci distraiamo dall’affascinante esca dello stato e del potere. Lasciamo gli altri ci facciano credere che gli individui e la società che raggiungono lo stato e il potere, ci renda umani umani “di successo”, quando in realtà, questo stato e potere artificiale ci sono al di sopra degli altri esseri umani nelle relazioni fondamentalmente disuguali e non naturali.

In Afghanistan, nei paesi impoveriti e dilaniati dalla guerra, questo rapporto disfunzionale è ulteriormente complicato dal forte istinto di sopravvivenza attraverso l’acquisizione di denaro e potere, spesso in modo violento.

Le nostre relazioni disfunzionali con il mondo naturale e l’un l’altro sfociano in violenza.

L’industrializzazione, l’urbanizzazione, il materialismo, la mercificazione, la digitalizzazione e altri sviluppi ci sono allontanati dai nostri rapporti e dalla cura per il mondo naturale e dell’altro.

Abbiamo organizzato i giovani dell’Afghanistan portandoli dai campi profughi di ieri al gruppo organizzato di volontari APV di oggi. Puoi descrivere quel viaggio, le difficoltà e gli obiettivi raggiunti?

Gli afgani e gli internazionalisti che ho incontrato in questo viaggio hanno capovolto la mia vita, in quanto sono incoraggiati a concentrarmi sull’essenziale della vita, ad essere l’uomo che cerca di miglioramenti e sensibile come tutti noi dobbiamo essere, e ad amare con passione.

Ho subito minacce, depressione dovuta alla guerra, corruzione e miei legami familiari e sociali si sono spezzati. In vari momenti, queste sfide mi hanno ‘distrutto’, ma dalla mia ‘distruzione’, cerco di rimanere forte.

Ho imparato da tutti quelli delle relazioni e desidero dirigere la mia vita oltre i passioni attraverso il lavoro con APV e la mia famiglia nel mondo per migliorare la scienza e l’umanità delle relazioni. Stiamo sviluppando il Progetto di Apprendimento Relazionale ei Circoli di Apprendimento Relazionale, e sto elaborando l’Enciclopedia delle Relazioni. Ora stiamo lavorando per istituire un Istituto di Nonviolenza a Kabul, attraverso il quale abbiamo organizzato la pedagogia relazionale.

Ho riscoperto e ho iniziato a prendermi cura delle mie emozioni. Mi sono allontanato dall’esprimere emozioni perché sono cresciuto nella comune credenza che ‘i maschi-non dovessero piangere’ e invece ora mi sento libero di esprimerle se, come e quando voglio. Ho visto quanto possiamo essere fragili e forti. Come nella citazione di Eric Fromm, “io sono il criminale e il santo”.

Ho imparato non solo a pensare fuori dagli schemi, ma a vivere fuori dagli schemi: un medico australiano che lavora anche tra i rifugiati afghani a Quetta, in Pakistan, mi ha dato questo consiglio: “Non solo devi essere flessibile. Devi essere fluido! “

Non sento più il bisogno di misurare i risultati raggiunti. Essere in grado di camminare con l’APV lungo un percorso più sano, in mezzo a un mondo orwelliano e fortemente militarizzato, è abbastanza appagante.

Quali elementi della comunità afghana apprezza di più? Come sono gli afghani? 

Apprezzo l’umanità “grezza”, la resilienza dell’erede e il valore che danno alle relazioni.

Gli afgani sono sopravvissuti. Il loro istinto di sopravvivenza è stato dimenticato da decenni di guerra e, mentre li mantiene in vita, le insidie ​​di questa spinta a sopravvivere porta alcuni di loro in un senso di diritto fuori luogo, e una brutta competitività.

Gli afgani sono stati devastati psicologicamente e feriti, e questo li fa empatizzare, confortare ed essere nella solidarietà umana con gli altri.

Hai iniziato il Progetto di apprendimento relazionale che offre partecipazione e connessione con i gruppi educativi, di supporto e attivisti interessati in tutto il mondo. Puoi fornirci una breve descrizione del progetto e cosa si speri di ottenere con i dati raccolti?

L’obiettivo del Progetto di apprendimento relazionale è quello di incoraggiare la ricerca di relazioni più profonde e più significative in tutto il mondo.

Il progetto ha due componenti: un sondaggio online “Conoscenza, attitudini e pratiche”, che fornirà dati su come i partecipanti in tutto il mondo sono in relazione con il mondo naturale e la famiglia umana e conversazioni online di aggiornamenti tramite Circoli di apprendimento relazionale .
Immagina di fornire dati su come i partecipanti in tutto il mondo sono in relazione con il mondo naturale e con il mondo.

Ad esempio, i dati dell’indagine includono le opinioni dei partecipanti sull’inclusione dei diritti della natura nelle leggi di un paese e le loro opinioni sulle differenze di genere.

Questi dati possono aiutare gli attivisti nella loro difesa e incoraggiare tutti a esaminare e migliorare le loro relazioni ambientali, economiche e socio-politiche.

I Circoli di Apprendimento Relazionale offrono un’opportunità più personale per imparare conversando e relazionandosi con partecipanti provenienti da diverse parti del mondo.

Quali strategie devono continuare a lottare per il ritmo e la giustizia in un mondo così difficile?

Coltivare relazioni comunitarie resilienti e amorevoli. L’amore attraverso le relazioni empatiche è il “superpotere”, l’invisibile “potenza atomica della fusione”.

Guarigione individuale e comunitaria e cura di sé, compresa la cura per la nostra salute emotiva e psico-sociale.

Le alternative che possono condurci altrove devono essere concrete e devono essere istituite intenzionalmente e con passione per osare un altro mondo di strade per “nascere”. Nessuna alternativa è troppo piccola o troppo insignificante. Nessuna luce è troppo fioca nell’oscurità.

Continuiamo a dicendoci di non rinunciare mai. I piani, i programmi e persino la vita stessa spesso non servono in Afghanistan. Ma quando le cose non servono, non dovrebbe essere perché ci siamo arresi.

Continuiamo a dire di non perdere una pazienza senza tempo. Molti dei APV dicono che stanno lavorando per le esigenze future in quanto non si aspettano di vedere i risultati nella loro vita.

Continuiamo a dire che dovremmo divertirci e giocare nel nostro attivismo. Questa energia potrebbe essere chiamata gioia. Personalmente tendo a dare questa priorità.

Altre informazioni alla posta: relationshipallearningproject@protonmail.com

Cristina Mirra e J Jill