Carceri. Antigone: “attività criminale non in aumento. Cala il numero degli stranieri reclusi, il patto di inclusione paga”

 

30.07.2018 Associazione Antigone

Carceri. Antigone: “attività criminale non in aumento. Cala il numero degli stranieri reclusi, il patto di inclusione paga”
(Foto di http://www.lindro.it)

Carceri. Antigone: “attività criminale non in aumento. Cala il numero degli stranieri reclusi, il patto di inclusione paga”. I dati del rapporto di metà anno dell’associazione.

Calano gli ingressi in carcere dalla libertà (sono stati 24.380 nei primi mesi del 2018 erano stati 25.144 nel primo semestre del 2017), segno di un’attività criminale non in aumento – come del resto sottolineano le statistiche sui reati commessi – ma continuano a salire i detenuti, anche se di poco, aumentati di circa 700 unità negli ultimi 5 mesi. Al 30 giugno 2018 erano 58.759, 8.127 in più rispetto alla capienza regolamentare.

È quanto emerge dal rapporto di metà anno sulle carceri di Antigone che dedica ampio spazio anche alla questione stranieri. “Non c’è un’emergenza stranieri e non c’è un’emergenza sicurezza connessa agli stranieri” ha sottolineato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, durante la conferenza stampa. “La detenzione degli stranieri in Italia – ha fatto presente Gonnella – è diminuita di oltre 2 volte negli ultimi 10 anni. Se nel 2008 il tasso di detenzione (numero dei detenuti stranieri sul numero degli stranieri residenti in Italia) era dello 0,71%, al 30 giugno di quest’anno il tasso è dello 0,33%. I detenuti stranieri – ha concluso il presidente di Antigone – sono addirittura diminuiti in termini assoluti rispetto al 2008”.

Secondo l’associazione questo dato è spiegabile con il patto di inclusione. Regolarizzare la posizione degli stranieri e integrarli nella società riduce di molto i tassi di criminalità. Un esempio è quello dei rumeni che in soli cinque anni sono oltre 1.000 in meno nelle carceri, mentre la loro presenza in Italia è andata crescendo.

Nel rapporto Antigone risponde anche a chi propone di costruire nuove carceri. Secondo l’associazione la costruzione di un istituto in grado di ospitare 250 detenuti costa circa 35 milioni di euro. “Molto meno – ha chiarito ancora Patrizio Gonnella – costano le misure alternative alla detenzione che risultati molto migliori danno in termini di abbattimento della recidiva”.

Secondo l’associazione attualmente in Italia sono 28.621 i detenuti in misura alternativa (16.554 in affidamento in prova al servizio sociale, 11.159 in detenzione domiciliare, 908 in semilibertà). Potrebbero essere 50.000 se non si chiudesse la porta del carcere agli oltre 20.000 che potrebbero averne diritto avendo pene residue inferiore ai tre anni.

Tutti gli altri dati sono consultabili nella cartella stampa a questo link

Andrea Oleandri
Ufficio Stampa Associazione Antigone
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UNICEF/Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani (30 luglio): i bambini costituiscono circa un terzo delle vittime di tratta identificate a livello globale

29.07.2018 UNICEF

UNICEF/Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani (30 luglio): i bambini costituiscono circa un terzo delle vittime di tratta identificate a livello globale
(Foto di UNICEF)

Secondo quanto dichiarato oggi, alla vigilia della Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani (30 luglio), dall’UNICEF e dal Gruppo di Coordinamento Interagenzia contro la Tratta di esseri umani (ICAT), circa il 28% delle vittime di tratta identificate a livello mondiale sono bambini. In regioni come Africa Subsahariana e America Centrale e Caraibi, i bambini costituiscono una percentuale anche maggiore delle vittime di tratta identificate, rispettivamente il 64% e 62%.

L’UNICEF e l’ICAT stimano che il numero di bambini vittime di tratta sia maggiore rispetto a quanto suggeriscono i dati attuali. La realtà è che i bambini sono raramente identificati come vittime di tratta. Pochi si fanno avanti per paura dei trafficanti, mancanza di informazioni sulle opzioni disponibili, diffidenza nei confronti della autorità, paura di stigmatizzazione o per la possibilità di essere rimpatriati senza nessuna tutela e un supporto materiale limitato.

I bambini rifugiati, migranti e sfollati sono categorie particolarmente vulnerabili alla tratta. Sia che stiano scappando da guerre o violenze o che siano alla ricerca di migliori opportunità di formazione o sostentamento, un numero esiguo di bambini trova strade per spostarsi regolarmente e in sicurezza con le loro famiglie. Questo aumenta le probabilità che i bambini e i membri delle loro famiglie utilizzino percorsi irregolari e più pericolosi o che i bambini si spostino da soli, fattore che li rende più vulnerabili a violenze, abusi e sfruttamento da parte di trafficanti.

“La tratta è una minaccia estremamente concreta per milioni di bambini nel mondo, soprattutto per quelli che sono stati costretti a lasciare le loro case e comunità senza una protezione adeguata”, ha dichiarato il Direttore Generale dell’UNICEF, Henrietta Fore. “Questi bambini hanno urgentemente bisogno che i governi intensifichino e mettano in atto misure per tenerli al sicuro”.

In molti contesti mancano soluzioni sostenibili per i bambini vittime di tratta – fra cui assistenza a lungo termine, riabilitazione e protezione. Molti sistemi di protezione dell’infanzia e dell’adolescenza non hanno risorse sufficienti e c’è un’estrema carenza di tutori legali e altri meccanismi di tutela alternativa. I bambini spesso vengono collocati in sistemazioni inadeguate, dove rischiano ulteriori traumi e di diventare ancora più vittime. I ragazzi vittime di tratta possono incontrare ulteriori ostacoli a causa degli stereotipi di genere che impediscono loro di ottenere o cercare l’aiuto di cui hanno bisogno, mentre le ragazze possono essere esposte anche al rischio di ulteriore sfruttamento e abuso a causa di discriminazione e povertà di genere.

L’UNICEF e l’ICAT continuano a chiedere l’attuazione di politiche governative e soluzioni transfrontaliere per tenere questi bambini al sicuro, fra cui:

  • Aumentare vie sicure e legali per far sì che i bambini si possano spostare con le loro famiglie, anche accelerando la determinazione dello status di rifugiato e rispondendo agli ostacoli di legge e pratici che prevengono il ricongiungimento dei bambini con le loro famiglie;
  • Rafforzare i sistemi di protezione sociali e per l’infanzia e l’adolescenza per prevenire, identificare, orientare e rispondere ai casi di tratta, violenza, abusi e sfruttamento contro i bambini e rispondere ai bambini con bisogni specifici per età e genere;
  • Assicurare che le soluzioni sostenibili siano guidate da una valutazione individuale del caso del bambino e la determinazione del suo superiore interesse, a prescindere dallo status del bambino, e che la partecipazione del bambino a questo processo sia appropriata alla sua età e maturità;
  • Migliorare la cooperazione transfrontaliera e lo scambio di informazioni tra i controlli di frontiera e le autorità incaricate per la protezione dei bambini e attuare delle procedure di ricerca e di ricongiungimento familiare e dei meccanismi di tutela alternativa per i bambini senza assistenza familiare.
  • Evitare misure che potrebbero spingere i bambini a scegliere rotte più pericolose e di spostarsi da soli per evitare la detenzione da parte delle forze dell’ordine.

USA, oltre 700 famiglie di migranti ancora separate dopo la scadenza per la riunificazione

 

28.07.2018 Democracy Now!

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

USA, oltre 700 famiglie di migranti ancora separate dopo la scadenza per la riunificazione
(Foto di Democracy Now!)

Funzionari federali hanno dichiarato che 711 figli di migranti sono ancora detenuti e separati dalle famiglie, dopo che l’amministrazione Trump ha lasciato passare una scadenza imposta da un tribunale per il ricongiungimento delle 2.500 famiglie separate al confine tra Stati Uniti e Messico.

Secondo gli avvocati del governo i 711 bambini non “potevano beneficiare del ricongiungimento”. I genitori di oltre 430 di loro sono già stati deportati dagli Stati Uniti.

L’avvocato dell’ACLU Lee Gelernt ha dichiarato al riguardo: “Siamo felici per le famiglie che finalmente sono state riunite, ma molte altre restano separate. L’amministrazione Trump sta cercando di nascondere il problema sotto il tappeto scegliendo in modo unilaterale chi è idoneo al ricongiungimento e chi no”.

Tutto questo avviene in mezzo a proteste in tutto il paese contro la politica di “tolleranza zero” di Trump sull’immigrazione. A Louisville, nel Kentucky, giovedì la polizia ha arrestato nove attivisti mentre si incatenavano per bloccare gli ascensori nella sede di un tribunale dell’immigrazione. A Washington, D.C., attivisti guidati da bambini hanno organizzato un sit-in di protesta contro la separazione delle famiglie all’Hart Building, che ospita gli uffici del Senato. I bambini portavano T-shirts con la scritta “I am a child”—evocando lo slogan “I am a man” delle proteste guidate da Martin Luther King Jr. 50 anni fa.

Vi racconto la giornata dei martiri bambini. Reportage da Gaza est

28.07.2018 Patrizia Cecconi

Vi racconto la giornata dei martiri bambini. Reportage da Gaza est

Sono le 3 del pomeriggio. Il sole anche oggi brucia la pelle e fa stringere gli occhi. Qui a Malaqa a quest’ora siamo ancora pochissimi e nessuno è vicino alla rete. Si sentono tre, quattro, cinque colpi secchi. Vengono dalla parte israeliana. Ma non c’è ancora nessuno, che fanno i killer? Scaldano i fucili?

Roger, il ragazzo che mi accompagna, uno degli skater più bravi di Gaza e, quando può, anche studente di italiano, mi dice che oggi sarà una giornata molto rischiosa anche se ci saranno molti bambini perché il tema della Grande marcia oggi è l’omaggio ai martiri bambini che Israele ha ucciso in questi mesi. Tutti i venerdì mi dicono che è molto pericoloso e lo so. Staremo attenti. Come sempre del resto. Oggi non vorrei rilasciare interviste ma farne. Comincio proprio con Roger chiedendogli “Ma tu perché sei qui?” la sua risposta è precisa, formata da tre frasi “Per condividere con gli altri il mio desiderio di libertà” poi gira la testa verso il confine e aggiunge “la mia libertà è oltre la rete, dove c’è la nostra terra che abbiamo il diritto di recuperare”. Bene, in tre frasi ha citato la risoluzione Onu 194 e la necessità di rompere l’assedio, praticamente gli obiettivi per cui è nata la grande marcia del ritorno.

Intanto i cecchini seguitano a sparare. L’orecchio ormai è abituato e sa distinguere il rumore dei colpi sparati dalle jeep da quello dei fucili degli snipers. Forse veramente si stanno allenando al tirassegno perché non c’è motivo di sparare, le migliaia di persone arriveranno dopo.

A fine giornata si conteranno lungo tutto il confine due morti e circa 160 feriti. I martiri sono Ghazi Abu Mustafa, un uomo di 43 anni che camminava sulle stampelle, perché già ferito in precedenza da questi soldati, e che voleva avvicinarsi alla recinzione. Sua moglie, un’infermiera che partecipava alla marcia occupandosi dei feriti lo aveva dissuaso, ma deve essere stato un boccone molto ghiotto per il killer con la divisa dello Stato ebraico che lo ha mirato alla testa. Succedeva più a sud, al border di Khan Younis e la notizia è arrivata tramite gli altoparlanti proprio mentre a Malaqa un cecchino colpiva un ragazzo a pochi metri dalla rete e i soccorsi correvano verso di lui caricandolo in ambulanza. Poi, più tardi, arrivava la notizia del secondo martire, quasi un bambino, al border di Rafah, Madj Ramzi Al Sarri, quattordici anni. I cecchini hanno sparato alla testa anche a lui.

I cecchini israeliani possono farlo, nessuno li accuserà per questo. Insieme al bambino e all’uomo uccisi vengono scarnificati piano piano i principi base della moderna democrazia, ma il mondo sembra non accorgersene e seguita a tenere regolari rapporti con questo Stato di Israele, ormai per sua propria legge Stato Ebraico, quindi etnico-religioso, rendendo impunito ogni crimine che oltre a massacrare il popolo palestinese ferisce, portando gradualmente al suo annichilimento, il Diritto internazionale.

A Malaqa è andata meglio che a al sud. Si pensava a un morto ma era “solo” gravemente ferito. I colpi secchi hanno accompagnato l’intero pomeriggio, intervallati da quelli più gonfi e più sordi sparati dalle jeep e provocando diversi feriti, sia per proiettili vivi che per inspirazione di tear gaz. I copertoni bruciati, il cui fumo nero e tossico ha sollecitato l’attenzione ecologista di alcuni sionisti nostrani, hanno salvato anche oggi parecchie vite, ma le ambulanze hanno fatto comunque molti viaggi.
Le ambulanze! Sì, una delle cose impressionanti di questa Grande marcia è il numero delle ambulanze. Un numero altissimo perché è dato per scontato che ci saranno ogni volta centinaia di feriti. Lo sanno le organizzazioni internazionali e sovranazionali, lo sanno e ne conoscono l’essenza criminale ma sono impotenti. O conniventi.

A Malaqa i tear gaz, oggi, sono arrivati da terra e dal cielo ed hanno colpito anche il personale di un’ambulanza. La scena sembrava da film: l’ambulanza corre nel budello sterrato che dal confine porta alla strada principale, è il percorso normale. Ma si ferma e si buttano fuori, sdraiandosi a terra, gli operatori sanitari. Stanno male, hanno inspirato il gas tossico dei lacrimogeni israeliani. Arrivano le barelle di altre ambulanze che caricano i più gravi e partono al volo verso l’ospedale. Intanto in cielo si sono levati gli aquiloni. Alcuni hanno la fiammella in fondo alla coda. I ragazzi che ne manovrano il filo li lasceranno al vento quando saranno sulla rete dell’assedio. Da quel momento andranno liberi e porteranno il loro messaggio attraverso quella fiammella. Forse bruceranno qualche stoppia e gli agricoltori chiederanno il rimborso alle assicurazioni dichiarando danni esagerati. Ormai le compagnie assicuratrici hanno scoperto il gioco, ma a Netanyahu è più utile far credere che siano stati gli aquiloni a bruciare ettari di campi. Se così fosse Gaza avrebbe un’arma semplice e imbattibile e forse Israele sarebbe costretto, finalmente, a rispettare la legalità internazionale come mandano a dire proprio quegli aquiloni che vorrebbero tornare ad essere solo un gioco.

Ma qui di voci straniere che rinforzino il messaggio degli aquiloni non ce ne sono, solo oggi finalmente ho visto un altro internazionale, rispondeva ai giornalisti palestinesi. Stampa e Tv era in grande abbondanza oggi. Ma tutta informazione interna. Per l’estero è routine e quindi non ci sono inviati. Quelli che ne parlano – a parte pochissime eccezioni – le notizie le ricevono normalmente dall’IDF e non corrono rischi di carriera nel trasmetterle in quella versione.

Oggi non voglio rilasciare interviste ma farne e mi dirigo verso un gruppo di donne. In realtà sono stata catturata dall’attenzione che loro mi hanno rivolto e vogliono farmi delle domande. In fondo è normale, gli stranieri sono una rarità. Faremo delle interviste incrociate. Una delle donne porta il niqab ed ha una gruccia alla quale si appoggia per camminare. E’ stata ferita due settimane fa ma appena ha potuto è tornata alla Great march. Si chiama Samia, Samia Jaber e non ha problemi a darmi il suo nome intero. Suo marito è stato imprigionato dagli israeliani per 12 anni. Ha 7 figli e il più grande, 13 anni, partecipa regolarmente alla marcia. Tutte le donne del gruppo mi danno il loro nome e mi raccontano qualcosa della loro storia. Etaf, Ilaf, Tagreed, Nabila, Ridah, Nashreeem, tutte sono passate per l’ospedale in uno di questi 18 venerdì, ma tutte stanno qui. Sono “hard” le donne di Gaza! Tutte vogliono foto ricordo, le facciamo. Mi chiedono di portare la loro voce in Italia. Ecco, lo sto facendo, anche se la mia non è una voce molto alta. Mi dicono di mettere anche il loro nome, non hanno problemi ad essere pubblicate, vogliono solo che si sappia cosa significa vivere a Gaza e cosa significa chiedere la pace e avere come risposta l’esercito pronto a uccidere. Tra loro c’è una donna più avanti negli anni, una donna molto magra, con un viso ossuto e volitivo. Porta un cappello con la visiera parasole sopra l’ijiab e parla, parla ininterrottamente e non lascia quasi il tempo a Roger di tradurre. E’ Etaf e tutte la rispettano riconoscendola come “l’organizzatrice del caucciù”, un vero boss che coordina l’arrivo e la distribuzione dei copertoni che ormai possono essere chiamati salvavita dato che disorientano la mira dei cecchini. Chiedo loro quale futuro prevedono per la grande marcia. Le risposte sono comuni, “la grande marcia non si può fermare”, ok, ma questo non è il futuro. Mi rispondono ancora che non si fermeranno allora devo cambiare domanda, chiedo se sono affiliate a qualche fazione politica e ridono. Una di loro risponde che la politica che le interessa è il recupero della libertà dall’assedio. Le altre annuiscono. In un’altra intervista una giovane donna, quella che in realtà mi avvicina per intervistarmi ma, appunto, è una giornata di interviste incrociate, mi dice che lei è di Giaffa. Avrà al massimo 35 anni e quindi non è possibile sia nata a Giaffa, ormai israeliana fin dal 1948. Ma la marcia del ritorno è per il rispetto della Risoluzione 194, quella che appunto riconosce il diritto a tornare nelle case da cui sono stati cacciati i palestinesi nel “48, e la sua famiglia è stata cacciata da Giaffa. Quella è la sua origine. Mi presenta le sue amiche, due giornaliste e una docente universitaria. Il loro inglese non è migliore del mio ma ci si intende. Dove l’inglese arranca usano l’arabo e Roger traduce. Faccio anche a loro la stessa domanda che faccio a tutti: cosa vi aspettate dal futuro della grande marcia. Tutte e tutti mi sembra abbiano chiaro che con la grande marcia, sul breve periodo, non otterranno nulla. Eppure, e qui c’è un’altra prova della straordinarietà di questo popolo, eppure si fa. Si fa perché ci sono dei principi irrinunciabili. Si fa perché farla sedimenta il diritto a far riconoscere i propri diritti.

“Si fa perché i figli non abbiano da vergognarsi dei genitori” mi dice Tagreed. Si fa perché a Gaza non si può vivere così,” i nostri giovani vogliono scappare. Viviamo di sussidi. I nostri giovani hanno un livello di istruzione generalmente molto alto ma sono disoccupati perché l’economia di Gaza è morta.” Vogliamo la libertà, come aveva detto Etaf, “la boss del caucciù” con aria definitoria “o libertà o morte” e Ridah aveva aggiunto “raggiungeremo una delle due”.

Intanto i cecchini sparano, le ambulanze corrono, i gas si infittiscono. Ci avviciniamo un po’ al border, restando sempre a non meno di cento metri. I ragazzini sono tanti, onorano i loro coetanei caduti ma in realtà per loro è quasi un gioco. Roger scruta sempre il cielo e a un certo punto dice che dobbiamo allontanarci e tornare nella zona delle tende. Mi dice una cosa incomprensibile sia in arabo, e questo è abbastanza normale, che in inglese. Ho imparato, in questi tanti venerdì passati al border, a dare ascolto ai miei accompagnatori, tutti nel ruolo affettuoso di bodyguard. Ho fatto bene e l’unico danno riportato è stata qualche leggera inalazione di gas. Non riesco a capire cosa mi dice indicando il cielo, credo voglia mostrarmi un aquilone e invece ora lo vedo, è un puntino lontano, sembra un ragno, è un drone che si sta avvicinando. I droni possono portare la morte e comunque qui porteranno i gas lanciati dal cielo che si sommeranno a quelli delle jeep. Ora lo vedono anche gli altri. Tutti provano a capire dove si dirige per allontanarsi. Riesco a prendere qualche foto mentre lancia i gas. Torniamo alle tende.

Sotto il grande tendone delle conferenze i bambini hanno le foto dei loro coetanei uccisi appese ai palloncini che lasceranno volare. Non portano fiammelle, non sono pericolosi. Portano una condanna morale ma i soldati dell’IDF “rispettano gli ordini” e quindi non si sentono condannabili, non conoscono né scrupolo, né rimorso. Sono la perfetta rappresentazione di cui Hanna Arendt ha dato magistrale spiegazione ne “La banalità del male”. Comunque i palloncini volano con i loro ritratti appesi andando verso il cielo.

Sul palco si alternano bambini e adulti e infine un bambino di una decina d’anni considerato un enfant prodige per la sua voce canterà. Lo avevo conosciuto in un’altra occasione, si chiama Mohammad e canta una canzone ritmata e coinvolgente. Chiedo a Roger cosa significhino alcune strofe che sembrano coinvolgere più di altre. “Al Gazaw alh soet” mi scrive sul mio blocco. Mi dice che la traduzione non rende e mi aggiunge un’altra frase. Nell’insieme il significato sembra essere più o meno questo: “Alziamo le nostre voci, i gazawi non hanno paura, solleviamo le nostre voci, non abbiamo paura di Israele”. Già, questo è il clima che in tutti questi venerdì ho respirato lungo il border. A Rafah o a Khuza’a o ad Abu Safia o a Malaqa o ad Al Bureji il clima sostanzialmente è stato questo. Le parole iniziali di Roger alla mia domanda “perché stai qui” completano la canzone del bambino sul palco: “per condividere col popolo il mio sogno di libertà”.

Ancora due morti uccisi per pura crudeltà ancora tanti feriti, ma la marcia continua. Sotto una sola bandiera: quella palestinese. Perché, come canta il piccolo Mohammed, i gazawi non hanno paura.

Mascia denuncia Raggi all’Unione Europea per lo sgombero del campo rom

26.07.2018 – Roma Redazione Italia

Mascia denuncia Raggi all’Unione Europea per lo sgombero del campo rom
(Foto di Il Fatto Quotidiano)
“Poco fa ho utilizzato il modulo online presente a questo link: https://ec.europa.eu/assets/sg/report-a-breach/complaints_it/ per denunciare la sindaca Raggi all’Unione Europea per la violazione della disposizione della Corte europea dei diritti dell’uomo, che aveva chiesto di sospendere fino al 27 luglio le espulsioni (evictions) programmate al Camping River.” Scrive sul suo blog (gianfrancomascia.it) Gianfranco Mascia, noto esponente delle proteste in piazza del Popolo Viola, che precisa:
“Questa mattina 150 agenti della Polizia locale, coordinati dal comandante Antonio Di Maggio hanno sgomberato il campo nomadi presente in via Tenuta Piccirilli disattendendo le disposizioni della Corte Europea. La Corte stava esaminando gli articoli 8 e 3 della convezione europea dei diritti dell’uomo che riguardano il rispetto della vita privata e familiare e il divieto di trattamenti inumani e degradanti.”
“La soluzione della denuncia online – prosegue Mascia – è uno strumento importante di democrazia diretta per reagire ai soprusi di questa maggioranza che sta governando la nostra città e che è pappa e ciccia con la Lega di Salvini, avendone assorbito per osmosi i toni beceri, xenofobi e intolleranti.”

“Invito tutti coloro che vogliono a fare altrettanto. Per questo nel post spiego per filo e per segno come fare la denuncia e spero che molti mi seguano.” Conclude.

Il post di Mascia: http://bit.ly/denuncia_raggi_UE

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

25.07.2018 Olivier Turquet

Addio alle armi: una prospettiva necessaria
(Foto di Possibile)

Stefano Iannaccone è un giornalista impegnato: ha collaborato su politica e cronaca estera con numerose testate e dall’anno scorso è addetto stampa di Possibile. Ha lanciato il sito e la campagna “Addio alle Armi”.

Ci puoi spiegare l’iniziativa e raccontare come sta andando?

Addio alle armi è nata come una campagna di Possibile, insieme a una serie di altre mobilitazioni messe in cantiere da Giuseppe Civati e proseguite dall’attuale segretaria Beatrice Brignone. L’iniziativa, tuttavia, vuole raccogliere tutte le energie e le sensibilità sul tema: è stata pensata come un impegno culturale e politico, insieme. Il sito addioallearmi.it è aperto a ogni contributo, non c’è bisogno di tessere per aderire alla mobilitazione. Nel dettaglio la campagna si muove su due binari. Il primo è quello più ‘tradizionale’, cioè il disarmo globale, partendo da una riduzione delle spesa militare internazionale e ovviamente Italia compresa. Non dimentichiamo che le bombe italiane vengono vendute all’Arabia Saudita e sganciate in Yemen. Il secondo binario, invece, è quello più prettamente italiano con l’attualità della riforma della legittima difesa. Formula dietro cui si cela il desiderio di mettere più armi nelle mani degli italiani. Seguendo quel modello svizzero, molto caro alla Lega di Salvini.

L’informazione può fare di più per combattere questa idea di destra più armi uguale più sicurezza?

I professionisti dell’informazione possono fare di più con un gesto semplice: facendo con rigore il proprio lavoro. E quindi raccontando i dati e le storie che ci sono dietro a quei numeri. Parlo di tragedie quotidiane di armi da fuoco ‘legalmente detenute’, che sono strumento di morte. Qualche giorno fa sul sito abbiamo pubblicato un intervento di Gabriella Neri, che ha perso il marito, 8 anni fa, per mano di un uomo armato. Sono stragi di famiglie, donne uccise, uomini assassinati, perché hanno iniziato una relazione con una ex, o bambini vittime di raptus. Questi episodi di cronaca vanno messi insieme, non sono accadimenti ‘alieni’, perché formano il contesto complessivo del fenomeno ‘armi’. Avere pistole e fucili in casa non porta più sicurezza: favorisce delitti e, d’altra parte, spinge i ladri ad armarsi prima di entrare in un appartamento. Un autentico far west, appetitoso per chi produce e vende armi.

L’industria italiana delle armi di vario tipo è una lobby potente che ha condizionato i governi di ogni segno da tanti anni: cosa fare per invertire questa tendenza?

Il primo passo è una legge che restringa la concessione delle licenze. Dal 2016 al 2017 c’è stato un aumento di oltre 80mila licenze sportive. Davvero crediamo che sia stato un boom di passione per il tiro sportivo? Siamo seri. Ecco che bisogna partire da una norma che faccia conservare munizioni e armi ai poligoni, come prevedeva un disegno di legge presentato nella scorsa legislatura. Poi è necessario provvedere a fare verifiche più stringenti sui requisiti per ottenere una licenza. È mai pensabile persone con problemi psichici accertati abbia armi a disposizione?

Le città umane sono città sicure: cosa ha fatto e cosa deve fare la politica per promuovere e realizzare questa idea?

Nessuno ha la soluzione in tasca. Ma sono certo che una serie di misure consentirebbero un miglioramento della situazione. Cerco di fornire un elenco molto rapido: la promozione politiche sociali efficaci, garantire lavoro e sostegno alle persone più deboli, il contrasto al degrado nelle periferie, l’attuazione di politiche concrete di integrazione. Bisogna creare contatto tra le persone: la reciproca conoscenza aiuta a eliminare la diffidenza

La storia dimostra (il caso Osella con le mine) che è possibile riconvertire senza perdere posti di lavoro: sarà ora di dire, anche a sinistra, che i posti di lavoro nei comparti industriali si difendono riconvertendo le industrie inquinanti e belliche?

È un impegno fondamentale per differenziare la sinistra, offrendo soluzioni concrete. Purtroppo la sinistra, per anni, ha imitato la destra: dall’immigrazione alla legittima difesa, è diventato difficile trovare le differenze. La riduzione delle spese militari non è infatti solo un’ossessione ideologica, come dicono i sostenitori dell’industria bellica, ma è una concreta opportunità. Nessuno vuole togliere posti di lavoro, l’idea è quella di renderli migliori. Pensiamo un attimo: tutte le competenze impiegate oggi per costruire armi possono essere riconvertite per progetti decisamente meno impattanti. Sull’ambiente e di conseguenza sulla qualità della vita di ognuno di noi.

Modello Svizzera: Salvini vuole rendere l’Italia il Paese più armato d’Europa

24.07.2018 Redazione Italia

Modello Svizzera: Salvini vuole rendere l’Italia il Paese più armato d’Europa

Tranquilli, nessun modello Stati Uniti. L’esempio è la pacifica e neutrale Svizzera. Matteo Salvini, parlando della riforma della legittima difesa, ha cercato di smorzare le polemiche, usando la metafora elvetica. Quindi di cosa preoccuparsi se vogliamo puntare a un’Italia più svizzera? Peccato, però, che proprio la Confederazione elvetica non sia solo il paradiso del buon cioccolato, la Terra Promessa delle banche e la Mecca degli orologi precisi, come ci dicono i luoghi comuni più consolidati: il Paese risulta in vetta per il possesso di armi (in rapporto alla popolazione) in Europa, in riferimento ovviamente ai Paesi più sviluppati.

Numeri svizzeri

Le ricerche sono varie e convergono su un’unica direzione: gli svizzeri hanno molte armi in casa.  E c’è un motivo chiaro, legislativo e culturale: al termine del servizio militare, il cittadino può decidere di acquistare il fucile d’assalto, una delle armi più comuni. Da tenere in casa, tranquillamente. Secondo uno studio pubblicato dall’Università di Liegi (che ha la particolarità di aver escluso gli Stati Uniti), e che ha ‘superato’, per precisione, una precedente ricerca (presa come riferimento per lungo tempo)  la situazione è seria. Lo studio è stato commissionato dal World Forum on Shooting Activities (WFSA), che promuove e favorisce le attività di tiro sportivo: non proprio un simposio di pacifisti.

Il quadro tracciato dice che la Svizzera ha un tasso di persone armate pari al 20,31%, secondo solo alla Grecia (stando ai dati precedenti era sul podio globale, alle spalle solo di Usa e Yemen). Impressionante anche il dato sugli omicidi: il 47,83%, quasi appaiato all’Argentina, Paese che non è un esempio di sicurezza. E con il tasso di 0,23 delitti con arma da fuoco rispetto a una popolazione di 100mila abitanti: lo stesso di Armenia e Cipro, nonché il doppio rispetto alla Spagna.

La proporzione di possesso armi e omicidi con arma. Fonte: Università di Liegi

Disinformata malafede?

«Proprio questa ricerca dimostra che tra i Paesi più industrializzati (esclusi gli Usa di cui non riporta i dati) la Svizzera è il paese dove vi è la maggior percentuale di omicidi per armi da fuoco», ha commentato Giorgio Beretta, analista di Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia, interpellato da Addioallearmi.it. «Un dato estremamente preoccupante – ha aggiunto Beretta – anche perchè per la gran parte si tratta di omicidi con armi regolarmente detenute, mentre gli omicidi commessi dalla criminalità sono una realtà marginale. Quindi o Salvini è disinformato, alquanto grave per un Ministro dell’Interno, o è in malafede. Ancora più grave dato il suo ruolo».

La proposta salviniana del modello svizzero è peraltro un antico cavallo di battaglia della Lega. E, per restare in tema di metafore equine, potrebbe essere il Cavallo di Troia della liberalizzazione della vendita, avvicinando – al di là delle rituali smentite – l’Italia agli Stati Uniti. Qualche passo ben oltre la Svizzera. Del resto non è un mistero che il ministro dell’Interno abbia sempre proposto la reintroduzione della leva militare per “insegnare ai ragazzi a sparare” e fare in modo che, al termine della naja, possano portare a casa il fucile. Come accade in Svizzera. Per una società armata fino ai denti, possibilmente con un’arma in ogni casa. Per sentirsi ‘tranquilli’ in un modo originale: dando un fucile pure ai 20enni.