5c) Gli anni dei sabotaggi: I cilindri di rame del Tognella

Gli anni dei sabotaggi: I cilindri di rame del Tognella

ANGELO BORSETTA

“Nello stabilimento del Tognella c’erano molti cilindri di rame custoditi in un locale e che nessuno aveva mai visto; allora alcuni di noi abbiamo deciso di nasconderli dato il loro prezzo e la loro importanza. Il rame era prezioso e guai se fossero andati in mano ai tedeschi.

Abbiamo usato una vasca per la nafta, che era vuota, abbiamo messo sul fondo della sabbia, ci abbiamo dei cilindri e li abbiamo coperti.

Tutto questo lavoro si faceva di sera tardi e di notte; alcuni operai aiutavano a fare questo. Andavano a casa a mangiare e poi tornavano col buio; erano due o tre.

I cilindri di ramo pesano kg. 120, quando sono nuovi, e kg. 80 quando sono usati.

Ne avevamo circa 3.300 (tremilatrecento) con un peso medio di circa kg.100 ciascuno. Un patrimonio !

Una volta riempita la vasca l’abbiamo sigillata.

C’erano ancora altri cilindri, rotoli di cinghia di cuoio, pezze… abbiamo stipato tutto in una campata dello stabilimento e abbiamo tirato su un muro.

Il Palenga ci nascose anche la sua moto, che era un cosa rara a quel tempo e poi non c’era benzina…

Nascondemmo il dietro anche un’automobile e pezzi di ricambio dei telai.

Ma un giorno si presenta uno sconosciuto, fascista, che dice di sapere per certo che nello stabilimento sono nascosti dei cilindri di rame. Si mise a urlare e a fare il prepotente ordinando di tirar fuori i cilindri nascosti.

Qualcuno aveva fatto la spia!

Intimoriti gli operai hanno abbattuto un pezzo di muro e sono apparsi …. i cilindri.

Ma nella cisterna non ha guardato perché non lo sapeva.

Il direttore dello stabilimento, il signor Ratti, discusse con quel tizio che insisteva.

Alla sera tutto fu lasciato così com’era e quello se ne andava dicendo che sarebbe tornato l’indomani.

Alla mattina noi andiamo là presto, prendiamo delle cinghie, due colli di materiale e portiamo tutto in magazzino.

Verso le dieci e mezzo arriva quel tizio del giorno prima con un ufficiale; vuol trovare un colpevole e mi arresta, conducendomi nell’ufficio del direttore, il signor Ratti.

Tutto lo stabilimento entra in subbuglio e succede un pandemonio.

Intanto qualcuno telefona al Tognella a Busto chiedendo che cosa si può fare. Lui allora manda giù sua figlia, che parlava tedesco, dicendole di dare tutto quello che vogliono ur di non lasciarmi portar via.

Il Capitano intanto si dice: “Voi rischiate la vita per salvare la roba del padrone che resterà sempre il vostro padrone.”

Io però non potevo rispondergli che lo facevo per un ideale di libertà.

Dopo il colloquio della figlia del Tognella con l’ufficiale tedesco, il capitano Straub, mi hanno lasciato andare.”