Siria: MSF, allarme inverno per 75.000 siriani bloccati al confine giordano

29.11.2016 Medecins sans Frontieres
Siria: MSF, allarme inverno per 75.000 siriani bloccati al confine giordano
(Foto di OCHA Syria)
– La situazione umanitaria e sanitaria dei siriani bloccati al confine nord-orientale della Giordania, nella zona desertica conosciuta come ‘Berm’, peggiorerà ulteriormente nei prossimi mesi, quando le persone dovranno affrontare un secondo inverno nel deserto. Medici Senza Frontiere (MSF) ribadisce ancora una volta la necessità di accedere direttamente alle persone isolate, al fine di valutare e soddisfare le loro necessità mediche e garantire la fornitura equa di assistenza sanitaria adeguata.Nonostante le Nazioni Unite abbiano annunciato la scorsa settimana di aver ripreso, dopo più di tre mesi, la fornitura di aiuti umanitari nel Berm, MSF ne critica i meccanismi e auspica che i controlli sullo stato di salute delle persone siano effettuati con la supervisione di professionisti medici qualificati.Sono passati più di cinque mesi da quando la Giordania ha chiuso i confini con la Siria: una decisione che ha seriamente colpito l’accesso all’assistenza medica di base per oltre 75.000 siriani, di cui tre quarti donne e bambini, bloccati nel deserto da oltre due anni. Ancor prima della chiusura delle frontiere, le organizzazioni umanitarie non erano in grado di fornire assistenza adeguata e ora la situazione è diventata ancora più drammatica.

Il freddo si sta facendo sentire sempre di più e le temperature dovrebbero presto scendere sotto lo zero”, dichiara la dott.ssa Natalie Thurtle, responsabile medico di MSF per il progetto Berm. “Nel futuro prossimo, temiamo di veder morire bambini di ipotermia, perché è ciò che è accaduto lo scorso anno“.

Nel Berm, i siriani – che vivono in esili tende di fortuna che non sono in grado di sopportare i forti venti invernali – saranno costretti ad affrontare difficoltà ancora maggiori semplicemente per sopravvivere. L’assenza di infrastrutture e beni di prima necessità rappresenta la difficoltà più grande, perché chi è bloccato nel Berm non ha accesso alle cose più elementari, come un corretto abbigliamento invernale, acqua calda, elettricità, legna da ardere, o qualsiasi forma di riscaldamento per affrontare le intemperie.

Analogamente, la disponibilità di alimenti e altri generi essenziali è molto limitata e la chiusura delle frontiere, il 21 giugno, ha portato a gravi complicazioni sanitarie per chi vive nella zona.

“Non ci sono approvvigionamenti dall’inizio di agosto, quindi logicamente vengono segnalati crescenti casi di malnutrizione. Solo nell’ultima settimana abbiamo ricevuto la conferma di 140 casi di malnutrizione nel Berm. La vita lì sta diventando sempre più disperata”, prosegue la dott.ssa Natalie Thurtle.

A 250 km a ovest del Berm, al confine nord-occidentale con la Siria, la chiusura delle frontiere ha bloccato l’evacuazione medica dei siriani feriti provenienti dal governatorato di Dara, nella Siria meridionale, che non possono accedere alla città di confine giordana di Ramtha, dove MSF gestisce un progetto di chirurgia di emergenza. A Ramtha MSF offre da oltre tre anni cure mediche salvavita per i siriani feriti nel conflitto, ma oggi, nonostante l’aumento della violenza e dei combattimenti, i reparti sono quasi vuoti. Se la situazione alle frontiere resterà invariata, MSF teme di essere costretta a chiudere i suoi programmi in Giordania per i siriani feriti in guerra.

Per questo MSF chiede con forza al governo giordano di rimuovere gli ostacoli imposti alla fornitura di assistenza medica salvavita, permettendo l’evacuazione medica dei siriani, in particolare i più vulnerabili, come donne e bambini.

Tra maggio e giugno 2016, MSF ha gestito una clinica mobile nel deserto del Berm, per fornire assistenza sanitaria di base e assistenza alla salute riproduttiva. La maggior parte dei pazienti erano donne e bambini sotto i cinque anni. Durante questo periodo, MSF ha visitato 3.501 pazienti, fornito consulenze a 450 donne in gravidanza e assistito un parto. Nel progetto di Ramtha, MSF continua a fornire assistenza chirurgica salvavita e riabilitazione post-operatoria ai siriani feriti in guerra che erano riusciti a passare in Giordania prima della chiusura delle frontiere. Dal mese di settembre 2013, MSF ha visitato più di 2.427 feriti al pronto soccorso dell’ospedale di Ramtha ed eseguito oltre 4.500 interventi chirurgici su pazienti siriani, di cui oltre 800 interventi chirurgici importanti.

Franco Garelli: Piccoli atei crescono

In Italia un terzo dei giovani si dice lontano dalla chiesa cattolica. Intervista al sociologo Franco Garelli

Una recente indagine, coordinata dal professor Franco Garelli dell’Università di Torino, evidenzia che la quota di giovani che si dice lontana da ogni esperienza religiosa è ormai prossima al 30%. Eppure si tratta di persone che spesso hanno ricevuto un’educazione religiosa in famiglia. Ma poi se ne sono allontanate.

Professor Garelli, quali sono i dati più significativi che emergono dalla ricerca sociologica che avete condotto?
Il dato più rilevante che emerge da questo studio recentissimo sui giovani italiani, ci dice che c’è una aumento sensibile di coloro che si definiscono atei o agnostici o indifferenti rispetto alla religione. In Italia questo gruppo sta toccando quasi il 30% dei giovani ed è una cifra rilevante: negli ultimi vent’anni è più che raddoppiata. Quindi c’è un sensibile incremento dei giovani che si definiscono senza cittadinanza religiosa, ritengono di non aver bisogno di un Dio per vivere una vita sensata.

Nella ricerca, che include 150 interviste e 1500 giovani interpellati, voi evidenziate alcuni profili. Fra questi c’è il “giovane secolarizzato”: una persona che ha ricevuto una educazione religiosa in famiglia, ma progressivamente se ne è allontanato. Come mai?
Credo che questi giovani si allontanino per tre motivi fondamentali. Innanzitutto perché hanno vissuto delle esperienze negli ambienti religiosi o ecclesiali non particolarmente significative: interessanti, ma che non sono riuscite a graffiare la loro esperienza, non sono riuscite a lasciare un segno. In secondo luogo credo che nel passaggio dalla adolescenza alla giovinezza, soprattutto sui banchi delle scuole superiori, questi giovani si confrontano con una proposta culturale, con materie e con discipline che possono allontanarli da una prospettiva di fede; vedono che non c’è una corrispondenza tra ciò che è stato loro proposto nella visione del mondo negli ambienti ecclesiali quando erano bambini o ragazzi, e ciò che viene proposto invece come visione del mondo sui banchi della scuola. A volte c’è una visione problematica del ruolo della religione nella storia. E, in terzo luogo, per il fatto che man mano che crescono avvertono che c’è una immagine negativa della chiesa o della religione a livello di opinione pubblica e nel dibattito pubblico. Vengono a conoscenza di aspetti critici: la questione della ricchezza della chiesa cattolica, gli scandali, la pedofilia, gli interessi temporali della chiesa, ma anche la difficoltà, soprattutto in Italia, dell’accettazione del principio della laicità. Tutto questo, inevitabilmente, allontana i più giovani.

Ma c’è anche un’immagine positiva della chiesa: preti e suore che si impegnano in luoghi di frontiera

Un altro profilo interessante che voi delineate, è quello che definite “il convinto”: un giovane che ha ricevuto un orientamento religioso in famiglia e che ha deciso di restare nell’ambito del cosiddetto cattolicesimo impegnato. Però si tratta di una minoranza, il 12 per cento. Che cosa caratterizza queste persone?
Sono figli di famiglie, di genitori per i quali la fede rappresenta un principio di riferimento attivo nella vita, non è solo “tappezzeria”, non è solo un filo della memoria ma è un qualcosa che li lega, che rappresenta per loro un principio vitale. Dall’altro lato si tratta di giovani che hanno vissuto delle esperienze religiose in ambienti, in gruppi, in parrocchie, che sono state per loro interessanti e che li hanno coinvolti. Detto questo non sono dei giovani tutti d’un pezzo da un punto di vista religioso, nel senso che vivono comunque il rapporto con la fede dentro la dinamica di oggi, dentro un’idea di percorso di fede, di una fede legata alla vita, quindi anche con tutti i suoi alti e bassi: la fede per loro è un riferimento, in una vita pure densa di opportunità, di esperienze e anche esposta alla precarietà.

Che cosa si salva della chiesa cattolica? La figura di papa Francesco forse potrebbe in questa fase storica riavvicinare dei pezzi del mondo giovanile alla fede cattolica?
C’era una domanda specifica nella parte qualitativa della ricerca, che diceva: “Che cosa salvi e che cosa rifiuti della chiesa e della religione cattolica in Italia?”. Il rifiuto molto diffuso è di una chiesa centralizzata, di una chiesa istituzione, di una chiesa lontana dalla gente, di una chiesa che alcuni giovani definiscono altrimenti affaccendata rispetto alle questioni più spirituali o rispetto anche alle indicazioni e ai valori del Vangelo.
Ma c’è anche una immagine molto positiva, che i giovani intervistati valorizzano, ed è quella della chiesa impegnata sul territorio, di figure religiose come preti, suore ma anche laici credenti che si impegnano nei luoghi di frontiera, che tengono aperti gli oratori, pure in quartieri anonimi, spersonalizzati, quasi degli avamposti della socializzazione giovanile in contesti difficili.

Quali prospettive vede per il cristianesimo in questa società secolarizzata, in cui sembra che ogni scelta non riesca più essere definitiva, ma solo provvisoria ed esposta al cambiamento?
Credo che la prospettiva sia quella delineata da papa Francesco che, tra l’altro, ha un largo consenso tra i giovani Rispetto ai suoi predecessori, questo papa non parla molto di relativismo culturale, non ritiene che la fede debba essere valorizzata per il ruolo che ha a livello culturale. Invece tende a rivalutare la fede perché la ritiene una risorsa a disposizione degli uomini, utile anche nella modernità avanzata. Quindi non vede il fatto che la modernità avanzata sia la tomba della religione. Non vede dei nemici nelle ideologie del tempo presente perché ritiene che la fede possa essere una chance di significato per l’uomo contemporaneo che vive una condizione di grande incertezza e precarietà. Ne deriva certamente una proposta di fede più vitale, più interessante, anche più controversa, più ambivalente che però rispecchia il vissuto tipico della modernità avanzata che è fluida, dove si è continuamente messi in discussione ogni giorno circa le proprie scelte, dove ognuno deve ridefinirsi in un progetto di vita che è dinamico e non statico. (intervista a cura di Luisa Nitti)

C'è chi cancella il proprio battesimo

C’è chi cancella il proprio battesimo

19 gennaio 2016

Pace in Colombia: il silenzio dei fucili

28.11.2016 Francesco Cecchini
Pace in Colombia: il silenzio dei fucili

Siamo per l’abolizione della guerra, non vogliamo la guerra.

Mao Tse-tung

Le FARC-EP e il governo colombiano di Juan Manuel Santos hanno avviato negoziati e raggiunto accordi perché la soluzione militari, la guerra, erano impossibili. FARC-EP e governo colombiano sono, ora, per l’abolizione della guerra, non vogliono più la guerra.

 Le FARC-EP e il governo colombiano hanno firmato il 24 novembre nel Teatro Colón di Bogotá l’Accordo Finale per porre fine al conflitto armato e la costruzione di una pace stabile e duratura. L’ Accordo sarà discusso nel Congresso il 30 novembre. L’articolo 3 della costituzione colombina  fa obbligo al governo di presentare gli atti di politica pubblica al vaglio del Congresso. E gli accordi di pace sono un atto di politica pubblica. Dunque nessun’altra consultazione popolare, come avrebbero preteso gli oppositori. Santos conta su una maggioranza trasversale riunita in un fronte di partiti favorevoli alla la pace che dovrebbe ratificare la nuova intesa, in tempi brevi. Alla discussione saranno invitati esponenti politici per il NO e per il SI alla pace. L’approvazione permetterà di realizzare l’Accordo Definitivo per la pace.

 “El Silencio de los Fusiles”, Il Silenzio dei Fucili, è il primo documentario colombiano sul processo di pace.

https://vimeo.com/192151228

Va però affermato, con forza, che la pace è molto di più che il silenzio dei fucili.

ACCORDO FINALE

Il nuovo accordo, frutto di 41 giorni di rinegoziati è un documento di 310 pagine, 13 in più del precedente, firmato in settembre. L’aumento si deve all’ incorporazione di alcune proposte degli oppositori vincitori del referendum del 2 ottobre.

Approccio di genere

Correzione influenzata dalla conservatrice Chiesa evangelica che dall’inizio si oppose ai negoziati di pace dell’Avana perché colpivano principi evangelici come l’intagibilità della famiglia. Opportunisticamente si è tenuto conto della forza elettorale della Confederación Evangélica: 10 milioni di fedeli. La Colombia è anche questa. Nell’Accordo Definitivo le menzioni a questioni di genere sono state ridotte da 144 a 55.  Sono state tolte dal testo tutte le frasi che possano minare l’unità della famiglia, cancellato ogni riferimento a gays e così via.

Partecipazione politica

L’ Accordo Finale non specifica l’ammontare del finanziamento che verrà dato alle FARC-EP, trasformate in partito politico.  L’accordo precedente prevedeva un 10% del presupposto che lo Stato prevede per il finanziamento dei partiti politici. Invece alle FARC-EP verrà assegnato un finanziamento medio di quello che hanno ricevuto partiti politici prima degli accordi del 2016. Vengono mantenuti 2 seggi alle FARC, per 2 legislature consecutive all’Accordo Finale, nonostante la forte opposizione di Uribe e dell’uribismo.

Costituzionalità

Il testo dell’Accordo Finale non farà parte della costituzione. Vi sarà solo l’affermazione che le istituzioni e le autorità statali devono rispettare l’Accordo Finale.

 

Restrizione della libertà, incarcerazione

Mentre Uribe e l’uribismo proponevano prigione per determinati guerriglieri il testo accordato stabilisce che il Tribunal para la Paz fissi orari e spazi, che non sono prigioni, dove i condannati  devono scontare la pena. Inoltre vengono definiti i luoghi dove i condannati devono risiedere dopo l’orario di detenzione.

Giurisdizione speciale per la pace

L’opposizione ha ottenuto che i giudici del Tribunal para la Paz siano colombiani e non stranieri. Il Tribunal para la Paz durerà 10 anni con possibile proroga di altri 5.  Solamente durante i primi 2 anni il Tribunale potrà ricevere richieste di investigazioni, con un’eventuale proroga di un anno.

Narcotraffico

L’Accordo Definitivo stabilisce che caso per caso si stabilisca se il delitto di narcotraffico è connesso alla guerriglia.

ASPETTI POSITIVI DELL’ACCORDO FINALE

Uno fra i tanti. Con l’approvazione dell’Accordo Finale il ruolo dell’ONU nel controllare l’attuazione di tutti punti dell’Accordo diventa operativo, quindi la realizzazione della pace diventa effettiva. Devono, però, essere presi in considerazione i limiti dell’Accordo Definitivo, i potenziali rischi.

LIMITI DELL’ACCORDO DEFINITIVO

 

Opposizione di Uribe

Uribe e l’uribismo sono nemici della pace. Il loro obiettivo strategico è la distruzione politica di una guerriglia, le FARC-EP, che ha raggiunto un accordo definitivo con il governo; quello tattico è di alzare il tiro a ogni passo.

Dopo la firma dell’Accordo Definitivo, Álvaro Uribe e suoi seguaci si sono riuniti per più di 7 ore con il governo colombiano, affermando essenzialmente che il nuovo patto è un semplice ritocco di quello bocciato il 2 ottobre scorso. 10 riunioni precedenti tra uribisti e governo sono stati, secondo gli uribisti, inutili. Il governo ha invece affermato che la maggior parte dei temi proposti sono stati incorporati nel nuovo patto. Si è arrivato a prospettare da parte di Uribe un nuovo referendum o un negoziato diretto con le FARC-EP. La risposta del governo, sicuro della maggioranza in parlamento, è stata contundente: l’Accordo Finale non si modifica. Comunque è evidente che le due posizioni sono inconciliabili e che in questa situazione si sta assistendo a un rispuntare del para militarismo.

Para militarismo, una guerra senza fine

Un rapporto del Centro Nacional de Memoria Histórica (CNMH) ha rivelato che tra il 1970 e il 2015 si sono registrate in Colombia 60.630 sparizioni forzate di campesinos, operai, dirigenti sociali. I responsabili furono, nella maggior parte dei casi, i paramilitari. Nel caso di falsos positivos, invece, il responsabile fu l’esercito. All’inizio degli anni 90 vi è stata la creazione di forze paramilitari di destra, in particolare le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Il loro obiettivo era combattere le guerriglie ma hanno provocato numerosi omicidi politici di persone che disturbavano l’oligarchia. Paramilitari e forze liberiste sono andate, quindi, a braccetto. Forze paramilitari consistenti esistono ancora, vedere lo sciopero armato, paro armado, delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia,  dalla mezzanotte del 31 marzo a quella del 1 aprile 2016.  La ONG Somos defensores denuncia più di 15 assassinii di dirigenti politici e sociali nei primi 3 mesi del 2016, la Unión Patriótica (UP) almeno 30. Gli assassinii continuano fino ai giorni nostri, anche se ancora non vi è una contabilità precisa. Quello che è chiaro è che i negoziati e gli accordi tra FARC-EP e governo hanno fatto rispuntare in forza alcune formazioni paramilitari.

Opposizione interna delle FARC-EP e dubbi

Non tutti nelle FARC-EP sono d’accordo a deporre le armi. Il Frente Primero, Armando Riós, che ha circa 200 guerriglieri e opera nelle province di  Guaviare, Vichada y Vaupés, nella Colombia orientale, con il suo comandante, che partecipò anche ai colloqui dell’Avana, ha espresso un disaccordo totale e chiaro. Ma vi sono dubbi sia alla base sia tra alcuni dirigenti e simpatizzanti. Significative sono   dichiarazioni di fine settembre riportate da La Haine di  Miguel Urbano Rodrigues, persona vicina alle FARC-EP, conobbe e intervistò anche Marulanda, che non esprimono ottimismo, ma sottolineano che all’orizzonte vi è anche incertezza. Queste dichiarazioni sono ancora attuali.   La fine del conflitto armato (52 anni di guerra) è una realtà, benché la cosiddetta riconciliazione nazionale è per il momento impossibile. Le FARC- EP sono state una guerriglia gloriosa. Con l’eccezione di quella vietnamita non si incontra un precedente simile al suo nella lotta rivoluzionaria per la libertà, l’indipendenza e la fine dello sfruttamento dei popoli. Ora con il strutturarsi in organizzazione politica, Movimento di Movimenti, come ha dichiarato Timoshenko, va incontro a un futuro irto di problemi: i paramilitari non hanno deposto le armi, continuano a essere uccisi, anche recentemente, dirigenti di comunità sociali, la Colombia è un paese con forti diseguaglianza e dominato da un oligarchia, il cui potere si basa su queste diseguaglianze.

Le FARC-EP, ora Movimento di Movimenti, sapranno contribuire a cambio politico, economico, sociale e culturale se sapranno tradurre con forza, nel contesto colombiano attuale gli obiettivi che si erano date 52 anni fa, quando, fondate da Marulanda, Tiro Fijo, presero le armi.

ELN (Ejército de Liberación Nacional)

Il 27 ottobre scorso era programmato il primo incontro a Quito tra ELN e governo colombiano con un agenda di dialogo e negoziazione definita lo scorso 30 marzo in 6 punti. Partecipazione della società nella costruzione della pace, trasformazione per la pace, democrazia della pace, vittime, fine del conflitto, messa in pratica degli accordi e controlli. Prima del 27 ottobre era stato accordato la liberazione di due ostaggi da parte dell’ELN e un’amnistia da parte del governo. Il 27 ottobre il governo colombiano ha sospeso con decisione unilaterale il tavolo delle trattative. Non vi sono informazioni chiare in merito agli sviluppi di questa vicenda; è chiaro, invece, che senza un accordo con la seconda guerriglia del paese non vi sarà pace in Colombia.


PROSPETTIVE

La proposta di Timoshenko, leader delle FARC-EP, di formazione di un governo di transizione, di unità nazionale con propositi, se accettata, può costituire una prospettiva reale di realizzazione della pace, del superamento degli ostacoli, potenziali rischi, e anche dell’inizio di un cambio politico e sociale in Colombia.

Referendum: stabilità del Governo o della Costituzione?

28.11.2016 Rocco Artifoni
Referendum: stabilità del Governo o della Costituzione?
(Foto di Investire Oggi)

La stabilità del Governo: sembra essere diventato questo il principale obiettivo di molti che invitano a votare Sì al prossimo referendum costituzionale. Non si può votare No – dicono – perché potrebbe cadere il Governo e addirittura si rischiano le elezioni anticipate nel 2017. Anzitutto va detto che comunque nel 2018 la legislatura arriverà alla sua fine “naturale” (5 anni) e l’anticipo di un anno non può rappresentare un grave problema (ad esempio negli Usa il Presidente ha un mandato di 4 anni). In secondo luogo, paradossalmente è con la vittoria dei Sì che probabilmente la legislatura (e quindi anche il Governo) terminerebbe anzitempo, perché – con la conferma della riforma costituzionale – l’attuale Senato di fatto sarebbe delegittimato, rischiando di trascinarsi inutilmente per un anno in attesa della sua fine definitiva.

Occorre inoltre ricordare che in teoria la sorte del Governo non dovrebbe essere connessa con l’esito del referendum per l’eventuale revisione costituzionale. In realtà il nesso è evidente, ma soltanto per scelta del Governo e in particolare dell’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, che ha deciso di legare il proprio futuro alla riforma della Costituzione. Pertanto, a mettere a rischio la governabilità è stato proprio il Governo, sebbene avesse potuto evitarlo. Quando si gioca d’azzardo, puntando tutto su un risultato, c’è anche il rischio di perdere tutto. Di conseguenza, viene da chiedersi per quale ragione si dovrebbe votare per salvare un Governo che in modo irresponsabile considera la governabilità una carta che si può giocare al tavolo delle scommesse politiche.

Detto questo, c’è un’altra più grave incongruenza che va segnalata. Chi oggi sceglie il Sì per dare continuità al Governo, è pronto a sacrificare la stabilità costituzionale senza battere ciglio. Tutti dovrebbero sapere che la Costituzione non ha una data di scadenza: si può aggiornare, ma non è un obbligo farlo. Le regole del gioco devono tendere alla stabilità, affinché i giocatori possano esprimersi il meglio, proprio perché sono ben conosciute e possono essere rispettate. Il Governo è soltanto un giocatore, comunque destinato ad essere sostituito dopo qualche anno, dentro il complesso gioco della democrazia.

È davvero assurdo che per prolungare di qualche mese la presenza in campo di un giocatore si sia disposti a cambiare le regole del gioco, come se questa fosse semplicemente un’altra partita da giocare. Significa non aver capito nulla di che cos’è una Costituzione e a che cosa serve. Le regole del gioco si possono anche cambiare, ma lo si dovrebbe fare con il consenso di tutti i giocatori e possibilmente quando la partita non è in corso. Invece, per portare a casa un risultato favorevole (la salvezza del Governo Renzi), si è disposti a forzare la mano per una riforma nella quale comunque non si riconoscerebbe circa la metà dei cittadini.

Quando le regole del gioco vengono imposte da una parte e subite dalle altre parti, anziché essere accettate e condivise, si rischia di creare il massimo di instabilità possibile, perché si divide il Paese sulla Carta che dovrebbe essere comune. Se il terreno su cui si dovrebbe fondare la convivenza è soggetto a consistenti revisioni, anche la governabilità né risentirà fortemente. Purtroppo viviamo in un ambiente ad elevato rischio sismico. Questo vale anche per le istituzioni. Ma per salvare la casa per primo cittadino non possiamo mettere a rischio tutto il paese. Il primo cittadino è al servizio del paese, mentre il contrario non è nello spirito della Costituzione.

Invito a Busto Arsizio

OMITATO DI BUSTO ARSIZIO PER IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

 

COMUNICATO STAMPA

 

Il Comitato di Busto Arsizio per il NO al Referendum Costituzionale, invita tutti i cittadini alla Assemblea di chiusura della Campagna Elettorale che si terrà:

VENERDI’ 2 DICEMBRE ALLE ORE 21

Presso la Villa Tovaglieri

Via Volta n. 11

Carlo Stelluti, coordinatore del Comitato per il NO,  presenterà  il

Sen. PAOLO CORSINI

già Sindaco di Brescia e docente universitario di Storia moderna.

Dopo una campagna elettorale molto intensa nella nostra città, dove si sono confrontate in svariate occasioni le tesi contrapposte, il Comitato di Busto ribadisce il proprio NO ad una riforma della Costituzione confusa, demagogica, inopportuna, che sancisce il già preoccupante allontanamento della popolazione dalla politica e dalle istituzioni, affidando ad una oligarchia di partito il controllo dell’intero paese. I padri costituenti ci hanno insegnato che sulle regole fondamentali della Convivenza Civile di un popolo, sulla partecipazione democratica e sulla libertà, non ci sono discipline di partito, ma si risponde solo alla propria Coscienza.

Il Comitato per il NO di Busto non ha assecondato l’asprezza dei toni e la volontà di scontro che taluni, anche tra i massimi responsabili della politica italiana, hanno voluto introdurre nel dibattito. All’indomani del voto gli italiani saranno di fronte ai problemi e alle necessità quotidiane. Il semplice cambiamento delle regole non risolverà i problemi del lavoro, della stagnazione dell’economia, dei servizi sociali, del dissesto del territorio. Sarà necessario: dire la verità sulla condizione reale del Paese, una buona e seria politica che fino ad ora è mancata e soprattutto sarà necessario attivare la partecipazione di tutti i cittadini italiani, delle loro associazioni, dei sindacati dei lavoratori, del volontariato. Solo uno sforzo collettivo porterà l’Italia fuori dalla crisi.

Rush finale referendum costituzionale — Coordinamento Democrazia Costituzionale

Articolo di Alfiero Grandi Ultimi giorni di campagna elettorale, non distrarsi, non allentare l’impegno. Si puo’ vincere ma occorre proseguire fino all’ultimo minuto utile. Il Comitato per il No noto come quello dei gufi e dei professoroni – prendo a prestito la definizione renziana – ha dall’inizio messo al centro le critiche di merito alle […]

via Rush finale referendum costituzionale — Coordinamento Democrazia Costituzionale

Il mio regno per un cavallo — Coordinamento Democrazia Costituzionale

Articolo di Domenico Gallo Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo! E’ l’invocazione che Shakespeare mette in bocca al Re Riccardo III che, sconfitto nella battaglia di Bosworth Field, cerca disperatamente un cavallo per sfuggire alla morte. Mi è ritornato in mente questo aforisma quando ho letto la lettera che mi ha […]

via Il mio regno per un cavallo — Coordinamento Democrazia Costituzionale

Referendum: la democrazia è un ostacolo allo sviluppo?

27.11.2016 Gerardo Femina
Referendum: la democrazia è un ostacolo allo sviluppo?

Se si crede che gli stati sono ormai delle aziende, dove i governi sono una specie di consiglio di amministrazione il cui ruolo è facilitare gli investimenti, allora il voto coerente sul referendum costituzionale è senz’altro il SI. In questa visione uno stato è come una specie di filiale di una grande banca mondiale e il suo compito è solo quello di facilitare le transazioni finanziarie, gli investimenti economici, riducendo al minimo gli ostacoli. In questa direzione gli ostacoli possono essere idee “primitive” come per esempio i diritti dei lavoratori o il diritto ad una educazione e a un sistema sanitario pubblico. Da questo punto di vista la stessa democrazia è un’idea vecchia, obsoleta che era valida per un mondo ormai passato. Inoltre la democrazia ha un costo: le elezioni, i parlamentari, i rappresentanti a vari livelli e tutta la macchina burocratica necessitano molto denaro. E questo costo non è giustificato perchè la macchina non è efficiente. I politici e i partiti non si mettono d’accordo, le decisioni importanti da prendere non vengono prese o si realizzano solo in tempi lunghissimi. In sintesi la democrazia rallenta lo sviluppo. Serve un sistema più efficiente, snello e meno costoso per gestire la res pubblica. Bisogna accettare l’idea che gli uomini non sono tutti uguali ed alcuni, più dotati, hanno il diritto di decidere per altri.

Ma se al contrario si crede che l’idea moderna di democrazia rappresentativa, con tutti i limiti che ha, è una grande conquista dell’umanità e in quanto tale va difesa per essere migliorata, allora il voto coerente è il NO. In questa visione lasciare il controllo dello stato nelle mani del potere economico è un’ideologia primitiva e aristocratica. Un’ideologia primitiva che ha portato alla situazione in cui oggi 85 uomini hanno la ricchezza del 40% della popolazione mondiale e che alcune multinazionali sono più potenti e ricche di interi stati nazionali. Un’ideologia primitiva che vuole la privatizzazione dello stato, l’appropriazione della res pubblica da parte della logica economicistica dello sviluppo e sottomettere i diritti umani alle leggi del mercato.
Al contrario si crede che gli esseri umani sono tutti uguali e che hanno tutti gli stessi diritti. Al contrario si crede che il potere reale è e deve essere della gente. Si crede che il vero sviluppo è liberarsi dalla schiavitù dei vari Wall Street, dei titoli nasdaq, dello spread e del tasso di crescita. Al contrario si crede che la vera crescita consiste nella ridistribuzione della ricchezza e non in politiche che la concentrano sempre di più nelle mani di pochi. Al contrario si crede che la vita umana è molto più grande e dignitosa di questo modello primitivo e obsoleto che vogliono imporre.

Interessante è osservare come l’Italia è sempre all’avanguardia. Il modello Berlusconi – un miliardario che occupa anche il potere politico – è stato poi esportato anche in altri paesi, per ultimo gli Stati Uniti. E’ stata all’avanguardia con il governo Monti, un rappresentante della banca messo dall’alto a capo del governo, senza nessuna elezione. Ora sarà un esempio anche nello “snellimento” delle democrazia? Per questo c’è tanta attenzione in Europa e nel mondo sulle vicende politiche italiane di questi giorni. Un esperimento che se riesce poi si potrà esportare. La riuscita significa che la gente lo accetta “democraticamente”.

Se non si vuole che questo referendum sia solo un’arma di “distrazione” di massa, come sono state le elezioni USA, bisogna coglierne il senso profondo. L’Italia è una grande nazione con una importante storia democratica che non sceglierà di essere ridotta ad un topolino da laboratorio per gli esperimenti del grande capitale finanziario.

E’ chiaro che un cambiamento è non solo necessario ma urgente e che non basta solo dire no. Serve un lavoro sostenuto per arrivare non ad una riforma qualsiasi ma ad una rivoluzione nonviolenta che nelle cose essenziali andrà esattamente nella direzione opposta a quella che gli aristocratici vorrebbero far passare con questo referendum. Questa azione nonviolenta si svilupperà soprattutto nei comuni e nei quartieri dove si vive e prenderà da esempio gli insegnamenti di Ghandi e M. L. King. Farà pressione sui centri di potere con la grande forza di cui dispone. Comprenderà che in nome di dio, dello stato e del denaro si sono spesso compiute e si compiono le più grandi mostruosità contro la gente. Per questo compierà una rivoluzione dei valori, mettendo al centro l’essere umano concreto, con le sue reali esigenze e necessità, sia fisiche che spirituali. Si darà valore all’economia reale e non alle speculazioni finanziarie. Con la pratica della democrazia diretta e del cooperativismo in campo economico ci si muoverà verso un nuovo umanesimo e un nuovo mondo.

Nigeria: rapporto Amnesty denuncia repressione in Biafra

26.11.2016 Amnesty International
Nigeria: rapporto Amnesty denuncia repressione in Biafra
(Foto di Frontierenews.it)

Le forze di sicurezza della Nigeria, sotto il comando dall’esercito, hanno condotto una spietata campagna di esecuzioni extragiudiziali e atti di violenza che, dall’agosto 2015, hanno causato la morte di almeno 150 attivisti pacifici pro-Biafra nel sud-est del paese.

Lo ha denunciato Amnesty International in un rapporto  basato su 87 video, 122 fotografie e un totale di 193 interviste (146 delle quali a testimoni oculari) riguardanti manifestazioni e altre iniziative organizzate tra l’agosto 2015 e lo stesso mese del 2016. I militari – si legge nelle conclusioni del rapporto – hanno sparato proiettili veri con scarso o nullo preavviso dell’intenzione di disperdere la folla.

Le forze di sicurezza, inoltre, si sono rese responsabili di esecuzioni extragiudiziali di massa, tra cui l’uccisione di almeno 60 persone nel giro di due giorni in occasione della Giornata della memoria del Biafra.

“La repressione mortale degli attivisti pro-Biafra sta esasperando la tensione nel sud-est della Nigeria. La sconsiderata tattica del ‘grilletto facile’ per controllare la folla ha provocato almeno 150 morti e temiamo che il totale effettivo possa essere assai più alto” – ha dichiarato Makmid Kamara, direttore ad interim di Amnesty International Nigeria.

“La responsabilità maggiore del bagno di sangue ricade sulla decisione del governo nigeriano di impiegare l’esercito per fronteggiare le iniziative pro-Biafra. Le autorità devono lanciare immediatamente un’indagine imparziale e chiamare i responsabili a rispondere” – ha aggiunto Kamara.

A partire dall’agosto 2015 i militanti e i simpatizzanti dei Popoli indigeni del Biafra (Ipob) hanno organizzato una serie di proteste, marce e riunioni per sollecitare la creazione di uno stato biafrano. La tensione è aumentata dopo che il 14 ottobre 2015 è stato arrestato Nnamdi Kanu, leader dell’Ipob, tuttora detenuto.

Esecuzioni extragiudiziali
Il maggior numero di attivisti pro-Biafra è stato assassinato il 30 maggio 2016, Giornata della memoria del Biafra, in occasione di una manifestazione di 1000 militanti e simpatizzanti dell’Ipob convocata a Onitsha, nello stato di Anambra. La notte prima dell’iniziativa, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in abitazioni private e in una chiesa dove la gente stava dormendo.

Il 30 maggio le forze di sicurezza si sono rese responsabili di ulteriori uccisioni. Nel giro di due giorni, sono morte almeno 60 persone e almeno altre 70 sono state ferite. Il totale effettivo delle vittime, tuttavia, potrebbe essere assai più elevato.

Ngozi (non è il suo vero nome), una madre di 28 anni, ha raccontato ad Amnesty International che la mattina del 30 maggio suo marito, uscito per andare al lavoro, l’aveva chiamata da un mezzo militare dove, ferito all’addome, era stato caricato con altre sei persone, quattro delle quali nel frattempo morte.

“Ha abbassato la voce, dicendo che il veicolo si era appena fermato. Aveva paura che uccidessero lui e gli altri due ancora vivi. C’è stata una pausa, poi mi ha detto che si stavano avvicinando. Ho sentito al telefono i colpi di pistola e poi più nulla” – ha testimoniato Ngozi.

Ngozi si è messa alla ricerca del marito e alla fine ha trovato il suo cadavere in un obitorio. L’impiegato le ha rivelato che erano stati i militari a portare il cadavere di suo marito e gli altri sei corpi. Su quello del marito c’erano tre fori di proiettile, uno all’addome e due al petto.

Amnesty International ha esaminato le immagini di un raduno pacifico di militanti e simpatizzanti dell’Ipob all’Istituto nazionale di educazione superiore di Aba, il 9 febbraio 2016. I militari hanno circondato il gruppo e hanno aperto il fuoco con proiettili veri, senza alcun preavviso.

Secondo testimoni oculari e attivisti locali per i diritti umani, molti dei partecipanti al raduno di Aba sono stati portati via dai militari. Il 13 febbraio, in un fossato nei pressi dell’autostrada di Aba, sono stati rinvenuti 13 cadaveri, tra cui quelli di alcuni manifestanti che erano stati presi dai militari.

“È aberrante vedere come quei soldati abbiano ucciso pacifici militanti dell’Ipob. Il filmato dimostra che si è trattato di un’operazione militare con l’obiettivo di fare morti e feriti” – ha commentato Kamara.

Repressione mortale
Le testimonianze oculari e i filmati delle proteste, delle marce e dei raduni dimostrano che l’esercito nigeriano ha fatto volutamente ricorso alla forza mortale.
In molti dei casi descritti dal rapporto di Amnesty International, compreso il raduno alla scuola di Aba, l’esercito ha impiegato una tattica volta a uccidere e neutralizzare un nemico piuttosto che a garantire l’ordine pubblico durante iniziative pacifiche.

Tutte le manifestazioni dell’Ipob esaminate da Amnesty International sono state in larga parte pacifiche. In quegli sporadici casi in cui vi sono stati episodi di violenza, si è trattato soprattutto di reazioni alle sparatorie delle forze di sicurezza. Alcuni manifestanti hanno lanciato sassi, bruciato copertoni e, in un caso, aperto il fuoco contro agenti di polizia ma il livello di violenza usato contro intere manifestazioni resta ingiustificabile.

Amnesty International ha anche riscontrato centinaia di arresti arbitrari – anche di persone ricoverate in ospedale per le ferite – e di maltrattamenti e torture di detenuti.

Vincent Ogbodo (non è il suo vero nome), un commerciante di 26 anni, ha raccontato di essere stato ferito il 30 maggio 2016 a Nkpor e di essersi nascosto in un canale. Quando l’hanno scoperto, i soldati gli hanno gettato addosso dell’acido:
“Mi sono coperto il volto, altrimenti oggi sarei cieco. Mi hanno buttato l’acido sulle mani. Hanno iniziato a bruciare così come altre parti del corpo. La pelle bruciava. Mi hanno tirato fuori dal canale e hanno detto che sarei morto lentamente” – ha riferito l’uomo.

Un altro uomo portato nella base delle forze armate di Onitsha dopo le uccisioni del 30 maggio 2016 ha testimoniato: “I detenuti venivano frustati ogni mattina, i soldati lo chiamavano il tè del mattino”.

Nessuna azione per accertare le responsabilità
Nonostante le schiaccianti prove di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali e torture, a carico delle forze di sicurezza nigeriane, le autorità non hanno avviato alcuna indagine.

Un sistema simile di impunità è stato riscontrato in altre parti della Nigeria, come le zone nord-orientali nel contesto delle operazioni contro Boko haram.
“Amnesty International ha più volte chiesto al governo nigeriano di avviare indagini indipendenti sulle prove di crimini di diritto internazionale. Il presidente Buhari ha ripetutamente promesso che i nostri rapporti sarebbero stati approfonditi. Tuttavia, non è stato preso alcun provvedimento concreto” – ha sottolineato Kamara.

Nei rari casi in cui un’indagine è stata aperta, non c’è stato alcun seguito. A causa dell’apparente mancanza della volontà politica necessaria per indagare e punire i responsabili, l’esercito continua a compiere impunemente violazioni dei diritti umani e gravi crimini.

Oltre alle indagini, Amnesty International chiede al governo nigeriano di assicurare adeguata riparazione alle vittime e ai loro familiari.

Infine, Amnesty International sollecita la fine dell’impiego dell’esercito nella gestione delle manifestazioni e garanzie che le forze di polizia siano adeguatamente istruite, addestrate ed equipaggiate per svolgere operazioni di controllo della folla in linea con gli standard e le norme del diritto internazionale. In particolare, le armi da fuoco non dovrebbero mai essere usate per controllare la folla.

Ulteriori informazioni
Il 30 settembre 2016 Amnesty International ha condiviso le conclusioni del suo rapporto con una serie di autorità nigeriane: il ministro federale della Giustizia, il procuratore generale federale, il ministro della Difesa, il capo di stato maggiore dell’esercito, il ministro degli Esteri, il ministro dell’Interno, l’ispettore generale di Polizia e il direttore generale dei Servizi per la sicurezza dello stato. Hanno risposto, neanche nel merito delle questioni sollevate nel rapporto, solo il procuratore generale e l’ispettore generale di Polizia.

L’Ipob svolge dal 2012 campagne per uno stato indipendente del Biafra. Quasi 50 anni fa, il tentativo di istituire lo stato del Biafra aveva dato luogo a una guerra civile durata dal 1967 al 1970.

Il rapporto “Nigeria: ‘Bullets were raining everywhere’ Deadly repression of pro-Biafra activists”
è disponibile all’indirizzo:
http://www.amnesty.it/nigeria-repressione-spietata-almeno-150-attivisti-pacifici-pro-biafra-uccisi-da-agosto-2015

“Non una di meno”, in piazza contro la violenza sulle donne

26.11.2016 Dario Lo Scalzo
“Non una di meno”, in piazza contro la violenza sulle donne
(Foto di Dario Lo Scalzo)

Sono accorse decine e decine di migliaia di persone alla manifestazione “Non una di meno” tenutasi il 26 novembre a Roma e organizzata, all’indomani della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, dall’Unione delle donne in Italia (UDI), dalla Rete IoDecido e da D.i.Re, Donne in Rete Contro la violenza.

Non si vedeva da tempo una partecipazione così numerosa per le strade della capitale, secondo gli organizzatori erano circa 200mila le persone partecipanti. Un fiume umano composto da donne e da uomini di diverse generazioni che ha sentito la necessità di esprimersi a sostegno delle donne e di federarsi intorno ad una tematica, la violenza nei confronti delle donne, che nel nuovo millennio è ancora una piaga sociale e che porta a riflettere sul regresso verso il quale rischia sempre più di dirigersi l’umanità.

La voce alzatasi a Roma quest’oggi dimostra però come si possa davvero, tutti insieme, avviare più convintamente un processo nuovo e un percorso differente sia per la condizione delle donne che per controbbattere ad ogni forma di violenza.

Come scritto su un cartellone del corteo: “Non dire una parola che non sia d’amore, rifiuta la violenza”

Abbiamo partecipato anche noi e abbiamo raccolto in un fotoreportage alcuni momenti del corteo che ha sfilato da Piazza della Repubblica sino a Piazza San Giovanni.

Fotoreportage di Dario Lo Scalzo