Aderisci come noi alla Lega contro la caccia

Il Signore passò davanti a lui, e gridò:
“Il Signore! Il Signore!
Il Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira,
ricco di bontà e fedeltà,
che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione,
che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato,
ma non terrà il colpevole per innnocente;
che punisce l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!”
(Es. 34, 6-7)
Aderisci come noi alla Lega contro la caccia, oltre ad Emergency e della Lav
http://www.abolizionecaccia.it/ vai sul sito e fai la iscrizione 2019 con 20 Euro. Con Bonifico, bollettino postale come ho fatto io o carta di credito.

Un segno tangibile di nonviolenza anche contro gli animali. Come animatore nazionale sono entusiasta della cosa e purtroppo non avendo un auto non posso dare un aiuto concreto per gli spostamenti degli animali.

La prima decisione con acquisto a parte del loro calendario è avvenuta due anni fa. La Lega è membro della EFAH, dice testualmente la tessera LAC. Sono Iscritto 2019 anche ad Emergency, sebbene non sia entusiasta del gruppo locale di volontari

Maurizio

PS: Puoi donare per confermare i domini di 6 nostri siti e le due pec. Non abbiamo fondi 8 per mille come gli altri o contributi pubblici come i cattolici e valdesi (anche per le scelte indirette! Un vero scandalo dei protestanti e cattolici).

Aiutaci con un bonifico bancario dunque

Ecco IBAN di Maurizio Benazzi, animatore blogger QUACCHERO IN ITALIA,
IT 22W0305801604100571954856 di Che Banca!

Info point – Telefono/fax 0039 0331 641844 o 392/1943729 anche Whatsapp
Indirizzo postale: via Luigi Tovo 3, I 21057 OLGIATE OLONA VA
skype maurizio.benazzi email quaccheri@quaccheri.it o pec quacchericonservative@pec.quaccheri.it

Meeting Minutes serale

Meeting Minutes serale del 21 maggio 2019
 
DO I UNDERSTAND
 
Do I understand
 
How great thou art ?
 
No, but Ilove you
 
With all my heart
 
David Herr
 
 
Le parole hanno il valore che dà loro che le ascolta.
 
Giovanni Verga
 
 
* Giornata ONU per la diversità culturale, il dialogo e lo sviluppo
 
* 1967 nasce a Nuoro Sebastiano Satta, avvocato e scrittore
 
 
“La comunità cristiana è uno dei doni più grandi che ci dà Dio”
 
Dietrich Bonhoeffer
 
 
Su Quaccheri.it la pagina da leggere A) La nostra fede: righe per la nonviolenza e il cristianesimo depurato dagli orperlli del potere e delle sovrastrutture.

Emergenza ambientale, ma non solo CO2!

21.05.2019 – Angelo Baracca

Emergenza ambientale, ma non solo CO2!

L‘allarme per l’aggravarsi della crisi climatica e ambientale (due processi che hanno ampia aspetti comuni ma non sono esattamente sovrapponibili) e per l’intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi si sta allargando a macchia d’olio e acquistando sempre più attenzione sui media e nell’opinione pubblica (semmai in misura minore nella classe politica e ai livelli decisionali, ancorché l’appello di dichiarazione di emergenza ambientale si stia allargando a Stati e amministrazioni a tutti i livelli). La cosa è indubbiamente positiva, ma nella fase che si apre diviene cruciale fare chiarezza su alcuni aspetti perché l’opinione pubblica potrebbe venire diretta verso obiettivi che non sarebbero realmente risolutivi del problema, e per aprire realmente prospettive di un futuro migliore. In particolare, il problema che raccoglie la crescente attenzione non solo dell’opinione pubblica ma anche degli scienziati ambientalisti riguarda l’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera terrestre e l’obiettivo della decarbonizzazione dei nostri sistemi produttivi. Mi guardo bene dal disconoscere questa assoluta necessità, che invece i negazionisti contestano, ma mi sembra assolutamente necessario riconoscere che effettivamente la polarizzazione dell’attenzione sul problema della CO2 rischia di oscurare (forse in parte strumentalmente, come accusano alcuni critici) altri problemi cruciali, non meno importanti allo scopo di salvare il Pianeta dalla catastrofe, ambientale, sociale e umana.

La manomissione sempre più sfrenata della natura e dell’ambiente concerne moltissimi aspetti che sono strettamente correlati, e ciascuno a se di gravità epocale, per cui è assolutamente illusorio poterne risolvere uno senza affrontare gli altri. Collegarli tutti fra loro rende apparentemente il problema più complesso, ma questo punto di vista può essere rovesciato perché può unificare tanti movimenti e obiettivi che sembrano muoversi in modo separato o non coordinato: la sfida è realmente epocale e globale, e l’unione fa la forza!

Comincio dalle cose che possono essere più immediate, in termini sintetici e soprattutto senza nessuna ambizione di esaurire i problemi.

Il problema della perdita di biodiversità è indubbiamente ben presente ai movimenti ambientalisti: ma esso non si riduce al solo riscaldamento globale o alla concentrazione crescente della CO2. Sono responsabili fattori molteplici e complessi di inquinamento, sfruttamento e contaminazione che sconvolgono e riducono gli habitat naturali: la drastica riduzione degli insetti è evidente (20 anni fa il parabrezza dell’auto si oscurava per gli insetti spiaccicati, oggi non accade più), gli allarmi per la riduzione degli insetti impollinatori si susseguono (Einstein diceva che se scompariranno le api l’umanità non sopravvivrà a lungo), le specie in pericolo di estinzione si moltiplicano, un autorevole lavoro dell’Accademia delle Scienze degli USA denuncia il rischio di una sesta estinzione di massa (ve ne sono state 5 nella storia dell’evoluzione biologica, a volte con la scomparsa dell’80% delle specie viventi). La pesca indiscriminata sta impoverendo i mari, e compromettendo l’alimentazione di intere popolazioni a vantaggio della grande industria alimentare.

L’abuso sconsiderato di pesticidi dell’agrobusiness è anch’esso ben presente ai movimenti ambientalisti, e non è direttamente legato, semmai complementare, alle emissioni di CO2: è un fattore fondamentale dei processi di desertificazione, come pure la contaminazione delle acque, che diventerà sempre più un’emergenza umanitaria (che colpisce in primo luogo le popolazioni povere e sta già causando guerre per l’acqua).

Lo stesso dicasi per le plastiche, che sono certo una prodotto della civiltà (o la barbarie) del petrolio, ma che continuerebbero a avvelenare la catena alimentare anche se azzerassimo dall’oggi al domani le emissioni di CO2: il problema deve pertanto essere affrontato con misure specifiche, in un contesto generale, con estrema urgenza per la salvaguardia di tutte le specie viventi, della nostra salute, e dell’ambiente.

Più in generale il problema dell’accumulo insostenibile di rifiuti è un problema che ha certamente legami con le emissioni di CO2, ma richiede misure specifiche: rischiamo veramente di essere sommersi dai rifiuti, fra i quali è gravissimo l’aspetto dei rifiuti tecnologici. La gestione dei rifiuti apre larghe maglie all’illegalità e alle mafie, provocando fenomeni gravissimi di inquinamento.

Un altro problema di gravità epocale è l’aumento scandaloso delle disuguaglianze, che è senza dubbio legato agli sviluppi del capitalismo insaziabile, ma non è direttamente riconducibile al riscaldamento globale o alla crisi ambientale.

L’insieme di tutti i fattori e le loro sinergie stanno provocando danni alla salute a livello globale, che non sono riducibili al solo riscaldamento globale. Da una ventina d’anni si è imposto il concetto di “rivoluzione epidemiologica del 20o secolo”, un cambiamento radicale dello stato di salute della popolazione mondiale, principalmente nei paesi sviluppati: un secolo fa 50% dei decessi erano dovuti a patologie infettive (tubercolosi, diarrea e patologie gastrointestinali e respiratorie, ecc.), poi sono prevalsi i decessi per patologie cardiovascolari e tumori (circa 30% ciascuna), e si abbassa l’età della loro insorgenza (anche se nascono nuove emergenze infettive).

La minaccia di pandemie era stata più volte agitata anni fa e da tempo non viene richiamata, ma non è affatto scomparsa, rimane latente a causa delle manipolazioni sempre più profonde della materia vivente, con la creazione di particelle virali o di geni mai esistite nei 4 milioni di anni de evoluzione biologica e in grado di saltare da un ospite a un altro1. Qui l’imputato è Big Pharma. Il deterioramento selettivo delle strutture sanitarie, con le privatizzazioni e speculazioni galoppanti, e l’aggravamento delle disuguaglianze potrebbero rendere sempre più devastante una prossima pandemia.

C’è poi un problema di fondo che di solito gli ambientalisti inspiegabilmente ignorano: le attività militari sono un fattore primario degli sconvolgimenti ambientali, e quando esplicano i loro effetti nella guerre provocano sconvolgimenti drammatici, oltre a mietere vite umane (basti ricordare l’agente Orange utilizzato indiscriminatamente nella guerra del Vietnam, o l’uranio depleto, ecc.). Si può ricordare (anche se non è il solo fattore, e forse neanche il principale) che il Pentagono è il 35esimo consumatore mondiale di petrolio, in una scala che include tutti gli Stati2:

Collegare i temi e le vertenze ambientali con gli obiettivi dei pacifisti è una necessità sempre più pressante, che fra l’altro moltiplicherebbe le forze.

Last but not least (ma ovviamente il discorso non si chiude) non si devono dimenticare le manipolazioni artificiali dell’ambiente che i militari attuano da decenni per fini bellici, quella che viene chiamata geoingegneria, trascurata (quando non ridicolizzata) sia dagli ambientalisti che dai pacifisti, su cui tanto ha insistito la rimpianta grande scienziata Rosalie Bertell (1929-2012), il suo Pianeta Terra, l’Ultima Risorsa di Guerra.

In seno al movimento ambientalista c’è chi privilegia un aspetto, chi un altro: qui non voglio pronunciarmi, il mio scopo è di evidenziare l’insieme di tanti fattori perché superare i settorialismi, o addirittura le contrapposizioni, è oggi una necessità irrinunciabile in una sfida in cui è in gioco il destino del genere umano.

 

1#. Non è una nozione peregrina ma un’esplicita denuncia della grande biotecnologa pentita Mae-Wan Ho (1941-2016), si veda ad esempio: Orizzontale Gene Transfer – I pericoli nascosti di Ingegneria Genetica, “L’ingegneria genetica comporta la progettazione di costruzioni artificiali di attraversare le barriere di specie e di invadere genomi. In altre parole, si migliora il trasferimento genico orizzontale, il trasferimento diretto di materiale genetico di specie non correlate.”, http://www.eltamiso.it/test/wp-content/uploads/2013/09/Articolo-e-letteratura-scientifica-su-TGO.pdf.

2#. S. Karbuz, Lunga vita al pentagono. Il consumo di petrolio da parte dell’apparato militare statunitense, 16/11/2006, https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=6672.

Meeting Minutes serale

Meeting Minutes serale del 20/5/2012
 
 
” Soltanto chi non ha più curiosità di imparare è vecchio”
 
Ugo Ojetti
 
 
* 1967 muore a Savona Angelo Barile, poeta italiano
 
 
” Se si domanda a un cristiano: sono la tua salvezza, la tua beatitudine, la tua giustificazione?, questi non indicherà mai sé, bensi la Parola di Dio in Gesù Cristo che gli promette salvezza, beatitudine e giustificazione”
 
Dietrich Bonhoeffer
 
Sul sito quaccheri.it trovate un lavoro di raccolta testi unico in Italia sugli Hutteriti. Anabattisti presenti nel sul Italia con congregazioni fra loro collegate ma ai margini del Protestantesimo, condivisibili per il punto centrale della Fede cristiana della comune condivisione dei beni, come nelle comunità delle origini cristiane, fino all’Editto di Costantino, allorquando il cristianesimo divenne religione dell’Impero romano.
 
 

OFFER PRAISE
God,
In all our days
You offer love
And we offer praise
David Herr

Chiudete i porti alle navi delle armi! Il Governo Conte non permetta l’attracco alla Bahri Yanbu

20.05.2019 – Rete Italiana per il Disarmo

Chiudete i porti alle navi delle armi! Il Governo Conte non permetta l’attracco alla Bahri Yanbu
(Foto di Liguria Oggi)

Chiudete i porti alle navi delle armi! Il Governo Conte non permetta l’attracco alla Bahri Yanbu. I portuali spezzini non effettuino il carico di sistemi militari

“Chiudete i porti alle navi delle armi!”. E’ l’appello promosso dalle associazioni nazionali e spezzine a seguito della notizia del possibile attracco a La Spezia della nave-cargo saudita Bahri Yanbu per caricare gli otto cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter ed altro materiale bellico di produzione italiana destinati all’Arabia Saudita. Il trasbordo potrebbe avvenire presso il molo militare o dell’Arsenale Militare della Spezia.

Le associazioni spezzine e nazionali chiedono al Governo Conte di non permettere l’attracco della nave-cargo saudita Bahri Yanbu nel porto della Spezia, nemmeno nella parte di competenza della Marina Militare, e ai portuali spezzini di non effettuare alcun carico di sistemi militari o duali destinati all’Arabia Saudita che possono essere utilizzati nel conflitto in Yemen.

La società Nexter, azienda militare interamente controllata dallo Stato francese, per rispettare l’accordo con l’Arabia Saudita è intenzionata a garantire la consegna ai sauditi degli otto cannoni che non sono stati caricati a Le Havre a seguito della mobilitazione dei gruppi francesi di attivisti dei diritti umani che si oppongono alle forniture di sistemi militari che vengono impiegati dai sauditi
nel conflitto in Yemen.

Per questioni logistiche la scelta potrebbe ricadere sul porto della Spezia che offre maggiori garanzie in quanto attrezzato per imbarcare armamenti e mezzi militari prodotti dalle aziende che fanno capo al gruppo Leonardo-Finmeccanica come Oto Melara che costruisce carri armati. Questi mezzi vengono solitamente imbarcati da una banchina riservata del porto di Spezia. A La Spezia, oltre ai cannoni semoventi francesi, potrebbero inoltre essere caricati sulla Bahri Yanbu anche sistemi militari o dual use italiani tra cui, soprattutto i gruppi elettrogeni prodotti dalla Teknel di Roma per alimentare shelter di comunicazione, comando e controllo in grado di gestire anche droni, comunicazioni e centri di comando aereo e terrestre: come riporta l’Osservatorio sulle armi OPAL di Brescia, l’azienda Teknel nel 2018 ha ricevuto, per la prima volta, dal ministero degli Esteri italiano una licenza ad esportare proprio all’Arabia Saudita 18 gruppi elettrogeni TK 13046 del valore 7.829.780 di euro.

Le nostre associazioni e reti hanno ripetutamente chiesto ai precedenti Governi e all’attuale Governo Conte di sospendere l’invio di sistemi militari all’Arabia Saudita ed in particolare le forniture di bombe aeree MK80 prodotte dalla RWM Italia che vengono sicuramente utilizzate dall’aeronautica saudita nei bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile in Yemen.

Riteniamo che le esportazioni di materiali militari siano in aperta violazione della legge 185/1990 e del Trattato internazionale sul commercio delle armi (ATT) ratificato dal nostro Paese. Il Trattato sul commercio delle armi impone a tutti i paesi coinvolti nel trasferimento di attrezzature militari (cioè anche nel transito e nel trasbordo) verso Paesi coinvolti in conflitti armati di verificare se le armi trasferite possano essere impiegate per commettere crimini di guerra o violazioni dei diritti umani e di conseguenza di sospendere le forniture (art. 7).

Diversi Paesi europei, come Svezia, Germania, Paesi Bassi e Norvegia, hanno da tempo sospeso o iniziato a limitare le vendite di armamenti alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirato Arabi Uniti. Nonostante il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso 28 dicembre abbia affermato che «il governo italiano è contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen. Adesso si tratta solamente di formalizzare questa posizione e di trarne delle conseguenze», nessuna sospensione è stata ancora definita dal governo italiano e le forniture di bombe e sistemi militari sono continuate anche in questi mesi ammontando ad un controvalore di 108 milioni di euro nel solo 2018.

Approfondimento per i media

La nave Bahri Yanbu, che è attualmente nel porto di Genova, è partita all’inizio di aprile dal porto di Corpus Christi negli Stati Uniti ed ha fatto scalo in uno dei maggiori terminal militari del mondo, a Sunny Point nel Nord Carolina. Si è diretta quindi verso l’Europa ed il 4 maggio – secondo alcune organizzazioni della società civile belga – ha imbarcato ad Anversa sei container di munizioni.

L’8 maggio avrebbe dovuto entrare nel porto di Le Havre per caricare 8 cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter, ma ha dovuto rinunciarvi per la mobilitazione dei gruppi francesi di attivisti dei diritti umani. Si è quindi diretta verso il porto spagnolo di Santander, dove è giunta per uno scalo non previsto, presumibilmente per aggirare l’azione legale avviata dagli attivisti francesi.

Anche lì ha dovuto affrontare la mobilitazione di varie associazioni della società civile che si sono appellate alle autorità spagnole. La Bahri Yanbu appartiene alla maggiore compagnia di shipping saudita, la Bahri, già nota come National Shipping Company of Saudi Arabia, società controllata dal governo saudita, e dal 2014 gestisce in monopolio la logistica militare di Riyadh. Anche la tipologia della nave, una delle 6 moderne con/ro multipurpose della flotta Bahri, ha una chiara vocazione militare, adatta al trasporto sia di carichi ro/ro e heavy-lift speciali (ovvero anche mezzi militari fuori norma), sia di container.

Dal 25 marzo 2015 una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta da Stati Uniti e Regno Unito, ha lanciato attacchi aerei contro il gruppo armato huthi in Yemen. I civili stanno sopportando il peso di questo sanguinoso conflitto. Intrappolati nei combattimenti a terra tra gli huthi e le forze filogovernative, e sotto il fuoco dei bombardamenti da parte delle forze della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, uomini, donne e bambini sono stati sottoposti a orribili violazioni dei diritti umani, nonché a crimini di guerra, da tutte le parti coinvolte nel conflitto, evidenzia un rapporto delle Nazioni Unite. Dallo scoppio del conflitto si calcola che siano quasi 17mila i civili morti e feriti, esacerbando una situazione umanitaria già disastrosa dove milioni di persone sono in preda alla carestia.

Primi firmatari nazionali

Amnesty International Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Save the Children Italia.

Primi firmatari di La Spezia

Accademia Apuana della Pace, ACLI La Spezia, ARCI La Spezia, Associazione L’Alveare La Spezia, Associazione Culturale Mediterraneo La Spezia, Associazione di solidarietà al popolo Saharawi La Spezia, Gruppo di Azione Nonviolenta La Spezia, La Sinistra La Spezia

Per contatti stampa:

Giorgio Beretta (OPAL) – Email: berettagiorgio@gmail.com – Cellulare: 338/304.1742
Francesco Vignarca (Rete Disarmo) – Email: segreteria@disarmo.org – Cellulare: 328/3399267

Invito agli olgiatesi del M5S locale

Paolo Colombo presenta la squadra della lista Movimento 5 stelle candidata alle elezioni Amministrative di Olgiate Olona, ed il programma che attuerà la nuova amministrazione.
Sarà presente:
Daniele Pesco, Senatore M5S e Presidente commissione bilancio
Roberto Cenci, consigliere regionale M5S Lombardia, commissione ambiente.
Paola Macchi e Andrea Togno, candidati M5S al Parlamento europeo
o SI CAMBIA ….O TUTTO SI RIPETE.

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I quaccheri conservative in Italia hanno espresso opzione favorevole al Reddito di cittadinanza votato in Parlamento e proposto dal M5S, pur non condividendo nulla delle politiche degli alleati della Lega, razzista e omofoba.

Meeting Minutes

Meeting Minutes del 19 maggio 2019: buona domenica!
GOD’S WAY
May I know
God’s way
And how to live
Each day!
 
David Herr
 
 
Excuse me David for the delay … I am very busy
 
 
“Col segno della croce e i nomi della Trinità, si può benedire il pane, la minestra…. se volete anche gli strumenti da lavoro. Ma non le armi”.
 
Ignazio Silone (L’avventura di un povero cristiano)
 
 
* 1926 A Fumone (FR) muore Celestino V, il papa che ha rinunciato al pontificato.
 
* 5a domenica di Pasqua
 
* Vesak (buddisti)
 
* 1762 nasce a Rammenau (Sassonia) Johan Gottliev Fichte, filosofo tedesco
 
 
 
I quaccheri pur non essendo papisti, non avendo gerarchie o chiesa, esprimono rammarico per i fischi della piazza leghista e sovranista contro il fratello Francesco (Vescovo di Roma e Papa per i cattolici): si comporta sul tema dell’emigrazione come un cristiano non denominazionale. La nostra solidarietà umana e religiosa e un invito a schierarsi contro le tesi razziste domenica al voto. Il posto giusto per esprimere il proprio pensierfo e scelta di campo.
 
 
” Poichè Dio ha già stabilito la base peculiare della nostra comunità, in quanto già da prima che entrassimo nella vita comune con gli altri cristiani ci ha saldati a loro in un corpo con Gesù Cristo, noi non entriamo come pretendenti ma come redenti grazie e compartecipanti alla vita comune con gli altri cristiani”
 
Dietrich Bonhoeffer
 
 
Due anni da pubblicammo -unici in Italia – come documento storico su ecumenici.blog la pagina “La Santa Sede e il terzo Reich” , una tesi di Laurea avventista, che oggi finalmente appare superata con il mancato allineamento di Roma col ministro degli Interni italiano. Gesù opera nei cuori di tutti gli uomini e donne. Papa compreso.

Trump fa arrestare i pacifisti arroccati da un mese nell’ambasciata venezuelana a Washington

18.05.2019 – Peacelink – Patrick Boylan

Trump fa arrestare i pacifisti arroccati da un mese nell’ambasciata venezuelana a Washington
(Foto di PeaceLink)

Ora che gli attivisti sono stati arrestati, i media mainstream accettano finalmente di parlare della loro clamorosa occupazione dell’Ambasciata venezuelana a Washington, durata oltre un mese. Scopo del loro barricarsi nell’edificio diplomatico: “impedirne l’uso da parte degli uomini di Juan Guaidò, l’autoproclamato presidente del Venezuela e burattino di Trump.” E gli attivisti aggiungono: “Se Trump ha voluto riconoscere Guaidò e vuole ora consegnargli l’ambasciata a Washington, è perché vuole realizzare un golpe bianco nel Venezuela – un golpe che potrebbe provocare una guerra civile. Non vogliamo che il Venezuela diventi un’altra Siria.”

Invece pochi mass media hanno parlato di questo straordinario avvenimento quando, per 46 giorni e cioè dal 10 aprile, gli occupanti tenevano in scacco Trump. Quando, cioè, riuscivano a tenere a bada, sia la polizia metropolitana e federale, sia gli squadristi pro-Guaidò che assediavano l’ambasciata per impedire ai sostenitori dei pacifisti, anche usando metodi violenti, di consegnare il cibo, l’acqua e le medicine di cui gli occupanti avevano bisogno. Durante tutte quelle settimane, assoluto silenzio stampa. Bisogna chiedersi perché.

Tra i media che ne hanno parlato sono PeaceLink e le testate affiliate, il TGcom24 (5 righe) e l’edizione italiana di Euronews (che però ha dato la falsa notizia dello sgombero dell’ambasciata da parte della polizia quando invece gli occupanti stavano resistendo ancora).

Ma al di là delle notizie fornite o taciute (o falsificate) in queste settimane, cerchiamo di capire ora come sono andate realmente le cose a Washington.

Per avere un’idea precisa, ecco in dettaglio quello che è successo ieri e poi oggi, il 15 e il 16 maggio 2019, all’ambasciata venezuelana occupata: sono tutti fatti documentati. Poi traete le conclusioni voi.

Ieri, 15 maggio, è stata una giornata positiva: gli occupanti hanno avuto tre successi inaspettati.

(1.) La polizia municipale di Washington aveva effettivamente previsto per la mattina del 15/5 di sgomberare i pacifisti dall’ambasciata. La notte precedente, infatti, la polizia aveva tolto le catene che tenevano chiuse le porte dell’edificio – vedi foto in alto – e aveva consegnato un avviso intimando agli occupanti di uscire immediatamente, pena l’arresto per violazione di domicilio. Poi, mercoledì all’alba, gli agenti si sono presentati alla porta dell’ambasciata.

Mara Verheyden-Hilliard, the activists’ attorney, tells reporters that federal agents could not produce an arrest warrant

Ma ad aspettarli c’era l’avvocata del Soccorso Rosso statunitense, Mara Verheyden-Hilliard, che ha posto loro questa domanda: “Voi avete un mandato d’arresto regolarmente rilasciato da un giudice?” “No”, è stata la risposta. E, difatti, la polizia municipale di Washington non può ottenere, da nessun giudice, un mandato d’arresto per persone che si trovano all’interno di una ambasciata, in quanto, per trattato internazionale, l’edificio costituisce una zona extraterritoriale. “In tal caso”, ha risposto l’avvocata al capo della polizia, fatto arrivare d’urgenza dai suoi uomini, “se voi procedete all’arresto degli occupanti di questo edificio eseguendo ordini palesemente illegali, voi commetterete un reato e sarete perseguibili ai sensi della legge 42 USC § 1983, Bivens.”

Può sembrare incredibile, ma il Presidente Trump, il Segretario di Stato Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Bolton avevano ordinato il raid della polizia senza preoccuparsi della sua legalità o meno e senza aver fornito alla polizia un pezzo di carta da poter esibire. Impreparato, il capo della polizia ha preferito fare marcia indietro, ordinando ai suoi uomini di non effettuare il raid e di rimanere immobili sul marciapiede mentre lui si consultava con i suoi superiori.

(2.) Secondo successo della giornata d’ieri. Il Sindacato Nazionale Avvocati aveva inviato, tre giorni fa, una diffida formale tramite fax a Pompeo, al Direttore del Servizio di protezione delle ambasciate e al capo della polizia di Washington. Il documento spiega il grande pericolo politico in cui tutte le ambasciate del mondo potrebbero incorrere in seguito al precedente creato da Trump nel tollerare le aggressioni degli squadristi pro-Guaidò contro gli occupanti dell’ambasciata venezuelana. Qualsiasi ambasciata, infatti, potrebbe essere assediata da gruppi di oppositori politici, senza che la polizia locale intervenga per proteggerla. Anzi, la stessa polizia potrebbe entrare dentro la sede e cacciare tutti i diplomatici, sostituendoli con persone più gradite: basterebbe che il paese ospitante dichiari di non riconoscere le elezioni di un determinato Capo dello Stato straniero per farlo decadere insieme al suo ambasciatore. Sarebbe il Far West diplomatico.

La diffida è stata indirizzata anche all’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Questo perché molteplici paesi membri dell’ONU si sono allarmati davanti ai rischi che potrebbero incorrere le loro ambasciate se fossero messe in discussione da Trump le protezioni garantite dalla convenzione di Vienna del 1961.

Ora la buona notizia: per spingere l’Alto Commissariato a indagare sui comportamenti dell’amministrazione Trump, il governo Venezuelano e le attiviste di CodePink sono riusciti a tenere una conferenza stampa sugli eventi a Washington alle ore 16 (le 22, ora italiana) nella sede ONU a New York – conferenza stampa che ha rotto finalmente il silenzio mediatico mainstream intorno alla vicenda dell’ambasciata occupata (almeno negli Stati Uniti). Inoltre, ha spronato diversi paesi a sollecitare un intervento in merito da parte dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani.

@RevJJackson has arrived to show solidarity with #EmbassyProtectionCollective and with the hopes of bringing food into the building, still under siege.

(3.) Infine, ecco il terzo successo di ieri: nel pomeriggio è apparso all’improvviso, davanti all’ambasciata, il reverendo Jesse Jackson, storico leader dei diritti civili negli Stati Uniti e erede di Martin Luther King. Il suo arrivo è stato provvidenziale.

Infatti, dentro l’ambasciata le scorte di cibo e d’acqua stavano diminuendo e mancava la corrente da una settimana. Le pacifiste di CodePink avevano cercato di far pervenire agli occupanti alcuni cesti di provviste con l’antico sistema della corda lanciata da una finestra. Solo che, quasi sempre, gli squadristi pro-Guaidò, in agguato giorno e notte, avevano strappato i cesti dalle loro mani prima che potessero legarli alla corda. Mentre la polizia guardava sempre dall’altra parte, naturalmente. Anzi, in almeno un’occasione, un poliziotto ha tagliato la corda.

La penuria di cibo e d’acqua spiega perché, dei venti occupanti iniziali, sedici hanno deciso di lasciare l’Ambasciata qualche giorno fa, in modo che le poche scorte rimaste bastassero per i quattro attivisti rimasti dentro. Ma poi anche loro hanno fatto sapere che le loro scorte stavano finendo.

Ed ecco che irrompe sulla scena ieri pomeriggio, come la cavalleria nei vecchi film western, Jesse Jackson con i suoi uomini muniti di sacchi di provviste, taniche d’acqua e di un mini generatore d’energia elettrica!

Naturalmente, gli squadristi pro-Guaidò hanno cercato di malmenarli e di strappare via le provviste, come hanno fatto con le CodePink. Ma questa volta la polizia è intervenuta – forse in seguito agli eventi della mattinata o forse per paura di uno scandalo nazionale se venisse ferito una celebrità come Jesse Jackson (77 anni). Gli uomini di Jackson, quindi, hanno potuto legare la corda, lanciata dal primo piano, ai loro sacchi, alle loro taniche e al loro generatore e poi gli occupanti li hanno tirati su mentre le CodePink per strada esultavano. Jackson ha promesso di tornare con i suoi uomini ogni giorno, per tutto il tempo che occorreva.

E poi è arrivato oggi, il 16 maggio 2019: il giorno del fattaccio.

Police just loaded one of the remaining embassy protectors into a squad car

Alle ore 9.15, una squadra d’assalto SWAT (armi speciali) ha sfondato la porta sul retro dell’ambasciata; sono poi entrati in azione gli agenti federali armati. C’è sicuramente un motivo, legato alla necessità di trovare una giustificazione legale per l’incursione, che spiega perché la polizia metropolitana, largamente utilizzata nelle settimane precedenti davanti all’ambasciata, sia stata rimpiazzata oggi da agenti speciali provenienti dal poco noto Servizio Sicurezza del Dipartimento dello Stato (DSS).

Comunque sia, il capo di accusa è stato regolarmente letto ai quattro attivisti in manette: “interferenza nelle funzioni di protezione delle ambasciate” svolte dal DSS. Gli agenti federali hanno anche mostrato all’avvocata degli occupanti, Verheyden-Hilliard, un mandato di arresto firmato dal giudice federale G. Michael Harvey, in base ad una richiesta formulata dal “legittimo ambasciatore venezuelano” Carlos Vecchio.

Ovviamente, la legalità di quel mandato rimane tutto da vedere.  Per esempio, in base a quale principio di giurisprudenza può un semplice giudice federale statunitense determinare che Vecchio sia il “vero ambasciatore” e non l’uomo nominato a suo tempo da Maduro?  Nessun principio.  Per cui è ovvio che Trump e Pompeo, nell’ordinare gli arresti all’interno dell’ambasciata, hanno semplicemente imbastito una messa in scena del “rispetto della legalità” e niente di più.

Medea Benjamin, co-fondatrice delle CodePink, ha immediatamente rilasciato una dichiarazione alla stampa in cui ha sottolineato che non è affatto finita la lotta contro il golpe di Trump in Venezuela. Inoltre, ha diffidato Trump e Pompeo dal cedere l’ambasciata agli uomini di Guaidò nell’immediato. La soluzione ideale, ha spiegato Benjamin, sarebbe quella usuale praticata in campo diplomatico quando una proprietà viene contesa tra due governi: si nomina un governo terzo (nel caso presente, Benjamin ha fatto il nome della Svizzera) per tutelare il bene in questione (qui, l’edificio al No. 1099 della 30esima Strada NW a Washington), non consentendo che venga utilizzato da nessuno dei due contendenti, fin quando un arbitrato o una sentenza in giudizio non ne determini il proprietario legittimo.

Intanto, per mantenere alta la pressione su Trump, Pompeo e Bolton, è previsto per questo sabato pomeriggio a Washington davanti all’ambasciata venezuelana, a mezzogiorno (ore 18 in Italia), una grande manifestazione di sostegno per i quattro arrestati, per la legalità internazionale e contro ogni golpe. Oltre alle CodePink, si riuniranno davanti all’ambasciata del Venezuela, gli attivisti di tutte le altre formazioni che hanno sostenuto l’occupazione sin dall’inizio, in particolare la Answer Coalition, Popular Resistance e Black Alliance for Peace.

La partita oggi è stata decisa da una discutibile giocata della squadra di Trump al 90°. Ma il campionato è lungo ed è tutto da decidere.