Festeggiamo le 1.389 visite di ieri con 1029 visitatori unici e 1,33 pagine lette su quaccheri.it : un risultato storico di ogni epoca in Italia con…

Prima parte

Questo è un elenco di persone importanti associate alla Società religiosa degli amici , nota anche come Quaccheri, che hanno un articolo su Wikipedia. La prima parte è costituita da individui noti per essere o essere stati Quaccheri continuamente da un certo punto della loro vita. La seconda parte è costituita da individui i cui genitori erano quaccheri o che erano essi stessi quaccheri una volta nella loro vita, ma poi si sono convertiti a un’altra religione, o che formalmente o informalmente si sono allontanati dalla Società degli amici, o che sono stati rinnegati dal loro incontro di amici . Elenco dei quaccheri – https://it.qaz.wiki/wiki/List_of_Quakers

UN

Elisabeth Abegg (1882–1974), educatrice tedesca che ha salvato gli ebrei durante l’Olocausto

Damon Albarn ( nato nel 1968), musicista, cantautore e produttore discografico inglese

Harry Albright (vivente), ex redattore canadese di origine svizzera di The Friend , consulente per le comunicazioni per FWCC

Thomas Aldham (c. 1616-1660), inglese Quaker strumentale nella creazione del primo incontro nella Doncaster zona Horace Alexander (1889–1989), scrittore inglese sull’India e amico di Gandhi

William Allen (1770–1843), scienziato inglese, filantropo e abolizionista

Edgar Anderson (1897–1969), botanico americano

Charlotte Anley (1796–1893), romanziera e scrittrice inglese

Elizabeth Ashbridge (1713–1755), predicatrice e memoirist inglese quacchera

Ann Austin (XVII secolo), prima missionaria quacchera inglese

Iwao Ayusawa (鮎 沢 巌, 1894–1972), diplomatico giapponese

B

Edmund Backhouse (1824–1906), banchiere inglese e parlamentare per Darlington

James Backhouse (1794–1869), botanico e missionario australiano nato nel Regno Unito

Edmund Bacon (1910-2005), architetto americano Ernest Bader (1890–1982), uomo d’affari e filantropo inglese nato in Svizzera

Joan Baez (nata nel 1941), cantante folk americana e attivista per la pace

Eric Baker (1920–1976), cofondatore inglese di Amnesty International e della Campagna per il disarmo nucleare

Emily Greene Balch (1867-1961), vincitrice del premio Nobel per la pace americano

Chris Barber (1921–2012), uomo d’affari inglese e presidente di Oxfam

Robert Barclay (1648–1690), teologo scozzese

John Henry Barlow (1855-1924), statista quacchero inglese

Geoffrey Barraclough (1908-1984), storico inglese Florence

Mary Barrow (1876–1964), cooperante e attivista per la riforma abitativa

Bernard Barton (1784–1849), poeta inglese

John Barton (1755–1789), abolizionista inglese

John Bartram (1699–1777), botanico americano

William Bates (morto nel 1700), uno dei fondatori della Newton Colony, la terza colonia inglese nel West Jersey

Helen Bayes (nata nel 1944), attivista australiana per i diritti dei bambini nata nel Regno Unito

Joel Bean (1825-1914), ministro quacchero americano

Anthony Benezet (1713–1784), educatore americano, abolizionista Caleb P. Bennett (1758–1836), soldato e politico americano

Douglas C. Bennett (nato nel 1946), accademico americano, presidente dell’Earlham College

Lewis Benson (1906-1986), stampatore americano, esperto di primo quaccherismo, in particolare George Fox Hester Biddle (1629–1697 circa), scrittore di pamphlet e predicatore inglese Albert Bigelow (1906-1993), manifestante americano per le armi nucleari

J. Brent Bill (nato nel 1951), ministro americano e scrittore di religione

George Birkbeck (1776-1841), uno dei fondatori inglesi del London Mechanics Institute, ora Birkbeck, University of London Sarah Blackborow (fl. 1650-1660), tractarian inglese prominente nella discussione del ruolo delle donne nella società e delle questioni sociali

Barbara Blaugdone (c. 1609–1705), autobiografa e ministro inglese

Taylor A. Borradaile (1885–1977), chimico e uno dei quattro fondatori e primo presidente della confraternita Phi Kappa Tau ; due dei principi fondanti di Phi Kappa Tau sono anche due delle testimonianze quacchere : Integrity and Equality

Geoffrey Barraclough (1908-1984), storico inglese Florence Mary Barrow (1876–1964), cooperante e attivista per la riforma abitativa

Bernard Barton (1784–1849), poeta inglese

John Barton (1755–1789), abolizionista inglese

John Bartram (1699–1777), botanico americano

William Bates (morto nel 1700), uno dei fondatori della Newton Colony, la terza colonia inglese nel West Jersey

Helen Bayes (nata nel 1944), attivista australiana per i diritti dei bambini nata nel Regno Unito

Joel Bean (1825-1914), ministro quacchero americano

Anthony Benezet (1713–1784), educatore americano, abolizionista

Segue domani ancora la lettera B

Non bisogna essere comunista per sostenere il popolo di Cuba affamato dagli USA

L’embargo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba. Intervista con l’ambasciatore cubano nella Repubblica Ceca

10.05.2021 – Praga, Rep. Ceca – Gerardo Femina

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseSpagnolo

L’embargo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba. Intervista con l’ambasciatore cubano nella Repubblica Ceca
Danilo Alonso Mederos, ambasciatore cubano a Praga (Immagine di Gerardo Femina)

Per più di 60 anni, un embargo economico degli Stati Uniti ha colpito Cuba e diverse risoluzioni delle Nazioni Unite non sono state sufficienti per mettere fine a queste sanzioni. La questione è molto attuale perché grazie alle numerose missioni di solidarietà che Cuba ha realizzato nel mondo, sempre più paesi chiedono a Washington di cambiare la sua politica.
Il signor Danilo Alonso Mederos, ambasciatore cubano a Praga, ex vice ministro di scienza, tecnologia e ambiente, ci ha rilasciato questa intervista.

Signor ambasciatore, può raccontare brevemente come è avvenuto questo embargo?

In poche parole, posso cercare di riassumere ciò che rappresenta la lunga storia del blocco di Cuba.

Fin dal trionfo della rivoluzione cubana nel 1959, le amministrazioni statunitensi speravano che il processo rivoluzionario sarebbe finito in pochi mesi. Ma quando furono messe in atto decisioni popolari e vantaggiose per tutta la popolazione, che a sua volta ratificò l’indipendenza nazionale, cominciò la vessazione.

Il 3 gennaio 1961, il presidente degli Stati Uniti decise di rompere le relazioni diplomatiche con Cuba. Nel marzo di quell’anno prese delle misure che limitavano l’esportazione di cibo e medicine a Cuba. Il 6 febbraio 1962 proibì l’importazione di tutte le merci di origine cubana nel territorio degli Stati Uniti. In sostanza, non si potevano importare merci dagli Stati Uniti a Cuba, né Cuba poteva esportare nulla in quel paese.

Per capire meglio cosa significa il blocco, è necessario sapere che prima del 1959 più del 64,5% delle esportazioni di Cuba e il 73,5% delle sue importazioni dipendevano dal mercato statunitense. Praticamente tutte le attrezzature, la tecnologia, le materie prime, il carburante e i prodotti alimentari esistenti provenivano dagli Stati Uniti.

Cuba era un paese che vendeva praticamente tutto il suo zucchero agli Stati Uniti attraverso un sistema di quote che avevano stabilito. Abbiamo anche esportato in quel mercato altri prodotti come il nichel, il tabacco, il caffè e il rum.

Improvvisamente, il paese ha finito le materie prime, il carburante e la possibilità di vendere il suo zucchero e i suoi prodotti di esportazione. Tutto il commercio, gli investimenti, tutto è stato soppresso!

Il blocco imposto a Cuba aveva lo scopo di far crollare la dipendente economia cubana.

Grazie alla solidarietà internazionale e all’appoggio disinteressato dell’Unione Sovietica e dei paesi che facevano parte del campo socialista, Cuba ha potuto realizzare le sue produzioni e iniziare un tipo di commercio più giusto, ma per farlo ha dovuto riorientare tutta la sua economia, le sue attrezzature e la sua tecnologia.

Negli anni ’90, con il crollo dell’area socialista e la perdita delle relazioni economiche commerciali e di cooperazione create in quasi 30 anni, abbiamo dovuto ricominciare da zero, ricostruire l’economia e riorientare i mercati di approvvigionamento. È stata indubbiamente una tappa dura in cui la volontà del popolo cubano è stata ancora una volta messa alla prova.

Il governo degli Stati Uniti forse pensava che Cuba non avrebbe avuto altra alternativa che seguire il corso dei paesi socialisti.

Tuttavia, quando non accadde ciò che avevano sperato, e quando si resero conto che anche in queste circostanze la popolazione continuava a sostenere la Rivoluzione e le sue conquiste sociali, adottarono nuove misure che intensificarono il blocco.

Nel 1992, la legge Torricelli ha reso il blocco una questione extraterritoriale impedendo alle filiali statunitensi in paesi terzi di commerciare beni con Cuba.

La legge Helms-Burton del 1996 ha ulteriormente intensificato e rafforzato la politica ostile contro il popolo cubano. Il Trade Sanctions Reform and Export Enhancement Act del 2000 impedisce ai cittadini statunitensi di viaggiare a Cuba come turisti. È l’unico paese al mondo in cui gli americani non possono viaggiare liberamente. Questa legge impedisce anche il finanziamento dei prodotti agricoli statunitensi da vendere all’isola.

L’arrivo di Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha significato l’inasprimento del blocco. Nuove e numerose misure sono state adottate per soffocare l’accesso del paese alle fonti per ottenere risorse finanziarie, impedire ogni tipo di transazione commerciale e impedire a Cuba di acquisire i combustibili che garantiscono la vitalità del paese.

In cosa consiste esattamente l’embargo?

Prima di tutto, vorrei specificare che in spagnolo ci sono differenze etimologiche tra embargo e blocco. L’embargo è la proibizione del commercio e del trasporto decretata da un governo, mentre il blocco equivale ad assedio, ostruzione e accerchiamento.

La parola embargo cerca di mascherare la realtà e fingere che si tratti di una questione di due nazioni, ma le leggi e le azioni del governo degli Stati Uniti sono extraterritoriali. Esercitano pressioni, minacciano governi, uomini d’affari e banche, applicano sanzioni economiche e politiche; condizionano l’aiuto e l’accesso a fonti finanziarie alle nazioni che stabiliscono qualche rapporto d’affari o commerciale con il nostro paese. Ecco perché noi parliamo sempre di blocco.

L’obiettivo dichiarato del blocco contro Cuba è: asfissiare economicamente la nazione caraibica e affamare il popolo cubano. Chiudere, bloccare, impedire, tormentare il paese. Questo era l’obiettivo e continua ad esserlo anche oggi.

Quali sono le ragioni che hanno portato gli Stati Uniti a questa decisione?

Gli Stati Uniti, come paese imperiale, hanno sempre voluto possedere Cuba, per ragioni geostrategiche e politiche. Vi ricordo che Cuba è anche conosciuta geograficamente come la chiave del Golfo. Il governo degli Stati Uniti considera l’America Latina come il suo cortiletto privato e agisce di conseguenza.

Infatti, prima del trionfo della rivoluzione cubana, gli americani avevano piani per trasformare l’Avana in un paradiso fiscale e in un luogo di gioco e di prostituzione. Avevano progettato di costruire hotel e casinò lungo tutto il litorale.

Il 1° gennaio 1959 significò la fine di questi piani. All’inizio pensavano che la rivoluzione fosse una questione di giorni e che i leader avrebbero abbandonato i loro obiettivi di giustizia sociale e pari opportunità per tutti i cubani. Le prime misure sociali e nazionaliste non furono di loro gradimento e cominciarono ad aumentare seriamente la pressione.

Il blocco è stata la misura più “pacifica”, ma hanno anche organizzato, incoraggiato ed eseguito numerose azioni aggressive, attacchi terroristici, introduzione di mercenari, guerra biologica, guerra di disinformazione e ostilità cibernetica. Nel 1961 ci fu l’invasione di Playa Giron, sconfitta in meno di 72 ore, che aveva lo scopo di prendere una parte del territorio nazionale per dichiarare un governo di transizione in quella zona e iniziare quella che poteva diventare una guerra civile.

I vari presidenti statunitensi in più di 60 anni non hanno cessato nelle loro intenzioni di mettere in ginocchio i cubani. Il costo è stato alto per entrambe le parti, ma per i cubani la dignità, l’indipendenza e la sovranità non sono negoziabili.

Ci sono stati momenti in cui sembrava che gli Stati Uniti volessero togliere l’embargo. Cosa ha impedito questa decisione?

Il blocco di Cuba ha un quadro giuridico complicato che rende difficile per la presidenza di quel paese prendere una simile decisione.

Ci sono anche molti interessi che ostacolano qualsiasi decisione del genere. C’è un settore di persone di origine cubana che ha costruito la sua storia e le sue posizioni politiche ed economiche sulla base di quel confronto. Togliere il blocco significherebbe perdere importanti benefici, non solo economici ma anche riguardo all’immagine che si sono costruiti.

Rimuovere l’embargo, per il complesso militare industriale e per coloro che esercitano il potere economico negli Stati Uniti, significherebbe ammettere che Golia non può sconfiggere Davide. Questo ferirebbe l’orgoglio di coloro che pretendono di essere i padroni del mondo e di coloro che impongono le loro decisioni secondo i loro interessi.

Personalmente, credo che non ci sia mai stata una seria intenzione da parte degli Stati Uniti di togliere il blocco. C’è stata qualche azione superficiale di ‘facciata’, ma se davvero ci fosse stata questa intenzione, anche con tutti gli ostacoli legali che si sono costruiti in 60 anni, si sarebbero potute fare molte più cose.

Quali conseguenze ha sulla vita delle persone a Cuba?

Senza dubbio, il blocco economico, finanziario e commerciale imposto a Cuba da una delle principali potenze mondiali ha importanti conseguenze sulla vita delle persone. Le politiche del blocco costituiscono una flagrante violazione dei diritti umani dei cubani.

Il blocco impone carenze e difficoltà di accesso a tutti i tipi di risorse. Le importazioni di materie prime e tecnologie sono rese più costose e le esportazioni di prodotti e servizi cubani sono più difficili.

Le transazioni bancarie sono disturbate; molte banche si rifiutano di fare trasferimenti a Cuba per paura di rappresaglie e sanzioni monetarie da parte degli Stati Uniti.

Gli uomini d’affari e i commercianti interessati al mercato cubano o a fare investimenti nel paese sono messi sotto pressione. Se commerciano o investono a Cuba, potrebbero perdere i loro affari negli Stati Uniti o, nel migliore dei casi, loro e le loro famiglie potrebbero non essere in grado di viaggiare a Cuba.

Cuba è allora considerata un paese rischioso per vendere, investire o comprare prodotti e quindi i tassi d’interesse aumentano.

Come potete capire, tutto questo colpisce la popolazione cubana e rende la vita più difficile. I prodotti, le materie prime e il carburante scarseggiano.

Nonostante le circostanze attuali, nessuno a Cuba è lasciato a se stesso. La gente conosce i vantaggi del regime sociale cubano e ciò che la Rivoluzione ha fornito per il suo sviluppo umano. A Cuba c’è giustizia sociale, sicurezza dei cittadini, pari opportunità, istruzione e garanzie sanitarie per tutti.

Come ha interpretato il popolo cubano l’embargo e come sta reagendo?

Il popolo cubano ha resistito a 60 anni di un blocco ingiusto e crudele e ha dovuto affrontarlo con coraggio e dignità. Il blocco statunitense è senza dubbio un’aggressione contro un paese il cui unico crimine è quello di non sottomettersi ai disegni e agli interessi dell’impero.

Il nostro popolo è molto dignitoso e affezionato alla sua libertà, alla sua sovranità. La rivoluzione cubana è autoctona, nessuno l’ha fatta o imposta dall’esterno. È stato il risultato dello sviluppo storico della nazione.

La nostra preparazione educativa e il nostro livello di conoscenze ci hanno permesso di affrontare queste sfide con intelligenza e capacità di adattamento alle circostanze peggiori. Siamo un popolo resiliente, capace di risorgere come una fenice dalle difficoltà che abbiamo affrontato.

Sono convinto che se il blocco statunitense non esistesse, la vita dei cubani e lo sviluppo economico e sociale del paese sarebbero molto migliori.

Come ha fatto Cuba, nonostante la crisi economica si sia aggravata a causa della pandemia, a investire in educazione e salute?

L’istruzione e la salute sono diritti fondamentali di tutti i cittadini cubani residenti nel nostro paese. Questi diritti sono sanciti dalla Costituzione e sono gratuiti per tutti, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla religione o dal modo di pensare. A Cuba, non c’è niente di più importante di ciascuno dei suoi abitanti.

L’istruzione e la sanità sono state la prima priorità dello Stato cubano fin dal trionfo della Rivoluzione, e perciò non si è risparmiato nessuno sforzo o risorsa per garantirle. È stato così per più di 60 anni e così si è comportato durante la pandemia.

È stato proprio grazie a queste politiche che il paese era meglio preparato di molti altri ad affrontare la pandemia.

Grazie all’alto livello di formazione sistematica delle risorse umane e ai livelli educativi raggiunti, il paese ha abbastanza medici e personale sanitario, non solo per affrontare la pandemia a Cuba, ma anche per fornire assistenza ad altri paesi in difficoltà. Grazie a queste politiche e allo sviluppo raggiunto, il paese è in grado di sviluppare i propri vaccini, medicinali e altre tecnologie per sconfiggere il Covid.

Questo è possibile grazie al modo in cui le risorse sono distribuite nella nostra società secondo il regime sociale che abbiamo abbracciato.

Immagino che la ripresa dell’industria del turismo sia importante per Cuba, cosa si sta facendo in questo campo?

Così è. Il turismo è un’importante fonte di risorse per Cuba. Dagli anni 90 del secolo scorso il paese ha iniziato a preparare il paese per questo settore dell’economia. Il volume di turisti annuali è aumentato di anno in anno e nel 2018 abbiamo accolto poco più di 5 milioni di turisti. Il paese è pronto a far sì che il numero di turisti continui a crescere.

Durante questo periodo di estrema contrazione del turismo a causa della pandemia, abbiamo preparato le strutture per garantire un turismo più sicuro e consolidato durante la nuova normalità. Non si è perso tempo e si sono create nuove condizioni nelle strutture. Anche i protocolli per l’assistenza ai turisti sono stati rivisti e aggiornati.

Quali prospettive vede per il futuro?

Il mondo deve necessariamente cambiare. Come disse una volta il leader della rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz: “Un mondo migliore è possibile”.

Perché questo sia vero, molte cose devono cambiare. Il mondo ha bisogno di pace, di più giustizia sociale, di meno egoismo e più solidarietà, di una più equa distribuzione delle risorse. Se queste cose non si realizzano, non saremo in grado di assicurare che la nostra casa comune sopravviva e si sviluppi in pace e armonia.

Il blocco imposto a Cuba dagli Stati Uniti è destinato a fallire e prima o poi dovrà essere eliminato dal governo americano. Allora il popolo cubano potrà impiegare tutta la sua conoscenza, tutta la sua saggezza e tutte le sue energie per raggiungere uno sviluppo armonioso e sostenibile.

Come può uno stato, un’associazione o un individuo aiutare il popolo cubano?

Il più grande aiuto che si può dare è mettere in campo tutta la solidarietà internazionale e denunciare in tutti gli scenari esistenti la necessità di porre fine alle politiche di blocco e di sanzioni.

È necessario moltiplicare la pressione internazionale sul governo degli Stati Uniti in tutti i modi possibili e rendere così insostenibile il mantenimento del blocco su Cuba.

Traduzione dallo spagnolo di Silvia Nocera

Figlie e figli rinnegati

In Europa vennero uccise, tra il 16.esimo e il 18.esimo secolo, 100’000 presunte #streghe.
Ovviamente in nome di Cristo. Oggi negano i figli delle famiglie arcobaleno. PD in testa per calcolo di mantenimento del potere. Ieri e oggi.
Li vogliono negare anche nel Ddl Zan.
Non stiamo con le sentinelle. Mai.

Riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia: l’Italia fa scuola

09.05.2021 – Elena Rasia – Italia che Cambia

Riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia: l’Italia fa scuola
(Foto di Italia che cambia)

Da anni nel nostro paese sono attive associazioni come Libera e il comitato don Peppe Diana che, lavorando sul campo ed esercitando un’intensa attività di lobbying, hanno contribuito a costruire un modello virtuoso di riutilizzo sociale dei beni mafiosi che oggi comincia a essere copiato anche all’estero.

«Può un territorio ad alta concentrazione criminale trasformarsi in territorio libero? È possibile riconvertire il capitale criminale in capitale sociale per comunità libere e solidali? Possono i cittadini attivarsi e ricostruire coesione sociale? La risposta a tutte e tre le domande è sempre “sì”. È già accaduto in provincia di Caserta, dove i beni confiscati alla camorra da simboli del crimine e del sopruso sono diventati presidio di legalità, ma anche testimoni di un modello di crescita in grado di fare economia sociale, di restituire alla comunità il maltolto della malavita e investire nello sviluppo sostenibile».

Tina Cioffo, del comitato don Peppe Diana, inizia così a raccontarmi il processo di cambiamento che riguarda il riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. Non si parla di un semplice progetto, ma di una rifondazione della coscienza civile che, grazie a questo percorso, ricostruisce fiducia.

Il riutilizzo sociale di beni confiscati alla mafia ha una storia che inizia più di vent’anni fa ed è in costante crescita e sviluppo. «Il modello di riutilizzo a cui ha sempre creduto il comitato don Peppe Diana si caratterizza per la specificità delle attività e della gestione che parte dal basso, sperimentando forme di reinserimento di persone svantaggiate ma anche rifondando la fiducia».

Oggi c’è un nuovo tassello che apre la porta a nuove opportunità per la collettività. Tale tassello è riassunto in queste righe: “È possibile il trasferimento dei beni confiscati anche alle Città metropolitane e la destinazione degli immobili confiscati per incrementare l’offerta di alloggi da cedere in locazione a soggetti in particolare condizione di disagio economico e sociale. Viene soppressa l’assegnazione automatica ai Comuni, prevista dalla legislazione vigente, con concessione a titolo gratuito ad associazioni, comunità o enti per il recupero di tossicodipendenti operanti nel territorio ove è sito l’immobile confiscato”.

Con le novità introdotte dalla legge n.132 del 2018 – di cui sopra è citato l’art. 36, co. 3, lett. a), c) – si snelliscono le procedure di gestione e destinazione dei beni confiscati. In questo modo, la rete di associazioni, cooperative, gruppi e parrocchie unite e coinvolte nella lotta alla criminalità organizzata e nella divulgazione della giustizia sociale possono continuare a tracciare un percorso nobile che non smette mai di evolversi.

Iniziò tutto nel 1995 con la nascita di Libera, quando venne lanciata una petizione a sostegno di un disegno di legge che prevedesse la possibilità di restituire spazi alla comunità togliendoli alla criminalità organizzata. Nel 1996 gli attivisti dell’associazione lanciarono e promossero, insieme a Don Luigi Ciotti, una raccolta firme a sostegno della proposta di legge avanzata da alcuni deputati. La legge 109, approvata il 7 marzo 1996, rese concreto questo percorso di sensibilizzazione, attualizzando la legge Rognoni – La Torre del 1982.

Tina Cioffo ripercorre le tappe salienti: «Negli anni molto è cambiato. Pensiamo per esempio all’iniziativa “Facciamo un pacco alla Camorra”, tra le attività promosse dal Comitato don Peppe Diana. Nel 2010 nacque come una riflessione sui temi dell’economia sociale, ma è poi diventata risposta concreta al bisogno di legalità praticata, generando un percorso strutturato e auto-sostenibile. Si consideri il Festival dell’Impegno Civile ideato sempre dal comitato don Peppe Diana per promuovere l’utilizzo dei beni confiscati ancora chiusi. Quando abbiamo cominciato lo abbiamo fatto solo a Casal di Principe, ma ora il Festival è internazionale con tappe anche in Francia e a Bruxelles».

«Si pensi ancora a Casa don Diana – prosegue Tina –, bene confiscato alla camorra in via Urano a Casal di Principe, sede del comitato don Peppe Diana. La villa che era del clan dei Casalesi e che ha poi vissuto anni di cattivo utilizzo da parte dell’Asl di Caserta, è ora un luogo di incontri, laboratori e progettazione viva. La rete sociale del Comitato don Peppe Diana, con cooperative e associazioni, è piena di esempi positivi e buone pratiche di riutilizzo sostenibile e moltiplicatore di esperienze. Nei beni confiscati si produce cioccolato, si fa formazione, si pratica agricoltura biologica, si fa cultura, si aprono biblioteche e si crea occupazione».

In questo modo si continua a dare vita a progetti sempre in evoluzione che regalano opportunità di crescita per una vivibilità migliore. Ulteriore conferma della qualità del lavoro svolto ed elemento di soddisfazione per chi da anni nel nostro paese si batte su questo fronte, è il recente aggiornamento della normativa francese sul tema, frutto di un iter dichiaratamente ispirato all’esperienza italiana.

 Qui l’articolo originale sul sito del nostro partner

Il nucleare non è la soluzione al cambiamento climatico

Il nucleare non è la soluzione al cambiamento climatico
Centrale nucleare Diablo Canyon, Unità 1 e 2, USA (Immagine di: NRCgov, CC BY-NC-ND 2.0)

Tutti gli scienziati sono ormai d’accordo sull’asserire che il cambiamento climatico risulta essere una situazione urgente che minaccia la civiltà e la vita sul nostro pianeta. Qualsiasi soluzione deve includere misure per controllare l’effetto serra diminuendo le emissioni, limitando il consumo di carburante e passando a tecnologie alternative che non distruggano l’ambiente umano, conservando l’energia necessaria per sostenere le specie su questo pianeta.

Questa triste realtà ha portato alcuni osservatori di spicco, anche all’interno del movimento ambientalista, ad abbracciare la possibilità dell’energia nucleare. Sappiamo che dai suoi sostenitori è sempre stata proclamata pulita, affidabile, economica e sicura. In realtà, niente di tutto questo corrisponde a realtà.

1) È costoso e rappresenta un rischio enorme per il nostro benessere fisico e mentale. Secondo la U.S. Energy Information Agency, il costo medio della produzione di energia nucleare è di circa 100 dollari per megawatt/ora. Confrontatelo con 50 dollari per megawatt/ora per il solare e 30-40 dollari per megawatt/ora per l’eolico. Il Lazard Financial Group ha recentemente dichiarato che il costo delle rinnovabili è ora uguale o inferiore al costo delle fonti di energia tradizionali, cioè i combustibili fossili, e molto meno del nucleare.

In teoria, questi costi elevati e i lunghi tempi di costruzione si dovrebbero essere ridotti. Ma dopo mezzo secolo in cui l’energia nucleare si è sviluppata, tale teoria si è rivelata falsa. Al contrario di altre tecnologie, il costo dell’energia nucleare è in costante aumento. Gli stessi sostenitori ammettono che non ritornerà mai ad essere competitiva nell’ambito del mercato libero. Sia l’Agenzia per l’energia nucleare che l’Agenzia internazionale per l’energia hanno concluso che, mentre l’energia nucleare è “una comprovata fonte di produzione di elettricità a basso contenuto di carbonio”, la sua industria deve affrontare seri problemi di costo, sicurezza e smaltimento delle scorie se vuole ricoprire un ruolo nella futura produzione di energia a clima controllato.

Ma ci sono problemi più profondi e seri. Questi riguardano la paura e la realtà delle conseguenze della radioattività. Parliamo tutti di inquinamento invisibile, nel senso che è un veleno che penetra nel corpo e può colpire in qualsiasi momento, anche coloro che inizialmente si pensava non fossero colpiti da un disastro nucleare. Questa non è una paura irrazionale, poiché la medicina dice che gli effetti ritardati delle radiazioni sono reali.

Inoltre, gli incidenti nucleari catastrofici, anche se rari, possono causare queste conseguenze fisiche e psicologiche su vasta scala. Nessun sistema tecnologico è perfetto, ma la vulnerabilità del nucleare è troppo grande. I miglioramenti nella progettazione non possono eliminare la possibilità di fusioni fatali. Queste possibilità sono il risultato di condizioni meteorologiche estreme, eventi geofisici come terremoti, vulcani e tsunami (come quello che ha causato il disastro di Fukushima), problemi tecnici e inevitabile errore umano.

Il cambiamento climatico stesso sta lavorando contro le centrali nucleari, poiché le gravi siccità causano lo spegnimento dei reattori quando l’acqua circostante diventa troppo calda per raffreddare il nucleo.

2) I sostenitori dell’energia nucleare generalmente minimizzano le conseguenze catastrofiche di Fukushima e Chernobyl. Fanno notare che ci sono stati relativamente pochi morti per mano di questi due disastri. Ma non considerano le ripercussioni mediche.

Il caos di entrambi i disastri e l’estrema cattiva gestione della crisi da parte delle autorità hanno portato a una vasta gamma di stime. Ma i calcoli scientifici documentati per Chernobyl prevedono morti future dovute al cancro da decine di migliaia a mezzo milione.

Gli studi su Chernobyl e Fukushima rivelano anche un handicap psicologico dovuto alla paura della contaminazione invisibile. Questa paura ha travolto Hiroshima e Nagasaki, e gli abitanti di Fukushima paragonano dolorosamente la loro esperienza a quella delle città bombardate. La situazione a Fukushima non è ancora sicura. Questa paura pervase anche Chernobyl, dove ci fu un enorme movimento di spostamento forzato della popolazione e intere aree furono avvelenate dalle radiazioni restando così disabitate.

La combinazione di effetti reali e previsti delle radiazioni, la paura di una contaminazione invisibile, è evidente ovunque sia stata usata la tecnologia nucleare, non solo nelle città che sono state bombardate con armi nucleari e nei grandi incidenti, ma anche a Hanford, in relazione ai rifiuti di plutonio della costruzione della bomba di Nagasaki, il Rocky Flats, dopo decine di siti di costruzione nucleare, i siti di test nucleari in Nevada e ovunque i soldati siano stati esposti alle radiazioni dei test nucleari, e le Isole Marshall, sito dei test della bomba H, dove recenti misurazioni hanno dimostrato che ad oggi rimane il luogo più radioattivo sulla terra.

3) I reattori nucleari pongono anche il problema delle scorie nucleari, per le quali non è stata trovata una soluzione adeguata nonostante mezzo secolo di sforzi scientifici e tecnologici. Anche quando una centrale nucleare è ritenuta inaffidabile e chiusa, come nel caso del reattore Pilgrim a Plymouth, o chiusa per motivi economici, come nel caso di Vermont Yankee, le scorie radioattive accumulate rimangono pericolosamente e virtualmente immortali.

Con il Nuclear Waste Policy Act del 1982, gli Stati Uniti hanno tentato di costruire un sito permanente di smaltimento delle scorie nucleari; 40 anni dopo, non è stato fatto nonostante i tentativi falliti di seppellimento profondo a Yuka, Nevada. Si noti che l’amministrazione Trump quest’anno ha tagliato l’importo annuale per la manutenzione del sito, in un momento in cui, con il terremoto nella regione vicina, la possibilità di perdite di acqua freatica è diventata maggiore.

Poiché non c’è soluzione, le scorie nucleari europee vengono segretamente trasportate in treno nei porti italiani per essere spedite in Africa, ma il più delle volte vengono deliberatamente scaricate nel Mar Mediterraneo, soprattutto nella regione ionica.

Una soluzione che fu tentata fu quella di usarlo per fare armi all’uranio impoverito, che, nonostante la dose relativamente bassa di radioattività, causarono problemi di salute ai soldati americani (Sindrome della Guerra del Golfo) e contaminarono l’ambiente dove furono usate a tal punto che alla fine furono vietate e abbandonate.

4) In definitiva, c’è il pericolo più grande. Il plutonio e l’uranio arricchito ottenuti dai reattori nucleari sono la base per fare armi nucleari. La tecnologia di arricchimento dell’uranio per l’analista commerciale può essere facilmente trasformata in uranio per una bomba nucleare. Quando il reattore commerciale sta fissionando il combustibile, produce plutonio, che si traduce in rifiuti altamente radioattivi. Ovunque venga lanciato un grande programma di energia nucleare, c’è la possibilità di costruire armi nucleari. Naturalmente, questa possibilità rende i reattori nucleari un obiettivo interessante per i terroristi.

5) A luglio 2019, ci sono 416 reattori nucleari in funzione nel mondo.

Se il nucleare viene adottato come soluzione tecnologica, questo numero si moltiplicherà e creerà una zona di pericolo nucleare mortale; un sistema planetario di possibile autodistruzione umana. Il pericolo di questo sviluppo è evidente. È assurdo liquidare questa preoccupazione e insistere, dopo più di mezzo secolo di esperienza, che una “quarta generazione” di centrali nucleari farà la differenza.

6) I sostenitori dell’energia nucleare la paragonano spesso alle fonti di energia basate sul carbone. Ma il carbone non è il problema. Si sta già ritirando dalla scena mondiale.

Il confronto corretto è tra il nucleare e le fonti di energia rinnovabili. Le energie rinnovabili fanno parte di una soluzione economica ed energetica. Sono già disponibili molto più velocemente, più ampiamente e meno costose di quanto gli esperti avessero previsto e il consenso del pubblico è notevole. L’uso delle energie rinnovabili inizialmente sarà seguito da miglioramenti nell’immagazzinamento dell’energia, nell’integrazione della rete, nei piccoli elettrodomestici e nei veicoli elettrici. Possiamo fare uno sforzo globale, come la seconda guerra mondiale o, ironicamente, la bomba atomica, che riuscirà a rendere le energie rinnovabili uno stile di vita per tutti.

Il gas naturale e l’energia nucleare avranno solo un ruolo transitorio, ma è sciocco scommettere il pianeta su una tecnologia che non ha mai funzionato correttamente e che pone profonde minacce ai nostri corpi e alle nostre anime.

L’energia nucleare non è la soluzione di nessun problema umano in guerra o in pace. Prima ce ne liberiamo, meglio è se vogliamo che ci sia un futuro per l’umanità.

Fonte: ippnwgr.blogspot.com

Traduzione dal francese di Maria Rosaria leggieri. Revisione: Silvia Nocera

Firenze: manifestazione di denuncia della violenza in Colombia

08.05.2021 – Cesare Dagliana

Firenze: manifestazione di denuncia della violenza in Colombia
(Foto di Cesare Dagliana)

Un nutrita partecipazione della comunità Colombiana, dei rappresentanti delle altre comunità sudamericane e dell’ l’associazionismo internazionalista  in piazza Santa Maria Novella  a Firenze  ha denunciato, sabato 7 maggio,  il clima di violenza della polizia e dell’esercito colombiano che spara sulla folla.Lo sciopero generale iniziato il 28 aprile è  diventata un a vera e propria rivolta dell’opposizione contro le politiche del governo Duque.Foto di Cesare Dagliana

Non solo per la pandemia in corso

Verso un Welfare più universalistico? Ci vuole un Reddito di base incondizionato!

07.05.2021 – Redazione Italia

Verso un Welfare più universalistico? Ci vuole un Reddito di base incondizionato!

Con un breve estratto dell’introduzione di Guido Cavalca, curatore del volume “Reddito di cittadinanza: verso un Welfare più universalistico?”, pubblicato con licenza Creative Commons nella collana Sociologia delle edizioni Franco Angeli, segnaliamo che  il volume collettaneo è liberamente scaricabile

Le politiche di sostegno al reddito e le politiche del lavoro non hanno vita facile nel nostro paese. Strano, si potrebbe pensare, per l’Italia: un paese che prima della crisi generata dalla pandemia Covid-19 contava 4,6 milioni di poveri assoluti e quasi nove milioni di poveri relativi (dati ISTAT riferiti al 2019), un paese tradizionalmente diviso tra aree territoriali prospere e zone meno sviluppate (non necessariamente secondo la frattura Nord-Sud), un paese con una disoccupazione strutturale e di difficile soluzione. Un paese che avrebbe bisogno di fornire aiuto alle persone con redditi bassi e a quelle senza lavoro. Eppure, di fronte a nuove misure di contrasto alla povertà le reazioni più diffuse nel dibattito pubblico (web, giornali cartacei, televisione e radio) convergono nel denunciare l’assistenzialismo non risolutivo dei problemi sociali, l’abuso e l’illecito da parte di cittadini disonesti, gli effetti sul comportamento di disoccupati, più o meno poveri, che finalmente possono coronare i loro sogni di ozio e, naturalmente, l’aumento del debito pubblico. La metafora del divano è senza dubbio la più usata e da diverso tempo ; tipico strumento utilizzato da coloro i quali coltivano una sfiducia atavica nell’essere umano, peraltro indimostrata dal punto di vista scientifico. L’immagine di una massa di disoccupati che trascorrono le loro giornate sul divano di casa a godersi il bottino sottratto alle casse dello stato è non solo ridicola, se vista attraverso le lenti delle scienze sociali, ma è anche tanto popolare (perché ripetuta continuamente) quanto pericolosa, in particolare proprio per i beneficiari effettivi e potenziali di politiche pubbliche necessarie a contrastare gli effetti delle disuguaglianze sociali. Il Reddito di cittadinanza rappresenta per il nostro paese una novità davvero rilevante perché introduce per la prima volta in modo strutturale un intervento di carattere universalistico su base nazionale contro la povertà. E da questo nasce il primo impulso per la scrittura di questo volume. È vero che già il Reddito di Inclusione (ReI), entrato in vigore a inizio 2018 costituiva una misura universalistica nel suo impianto, ma era talmente poco generosa (187 euro mensili in media al soggetto povero che vive da solo) da inficiarne l’efficacia di contrasto alla povertà. Si è trattato di un’innovazione del welfare nostrano importante ma poco coraggiosa , che ha iniziato a rompere l’inerzia del sistema italiano di cui questo volume parla ampiamente. La parte più critica della nuova misura viene spesso individuata nell’attivazione di quella parte di beneficiari in grado di lavorare (si tratta di circa la metà dei soggetti coinvolti e tra questi il 90 per cento ha sottoscritto il Patto per il lavoro). Da questo punto di vista, come hanno sottolineato tanti esperti della materia, l’impianto del ReI, che prevedeva il coinvolgimento dei servizi per l’impiego privati per il (re)inserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro, appare più convincente e di immediata attuazione rispetto a quello proposto dal RdC che è centrato sui Centri per l’Impiego pubblici e, per questo, presuppone un lungo e complesso investimento, non solo finanziario, sulla loro riqualificazione. Anche la parte di reinserimento sociale di questo provvedimento viene molto criticata sulla base del confronto con il ReI, che prevedeva il protagonismo del terzo settore oltre a quello delle amministrazioni comunali. Il RdC, anche in questo caso, riserva un ruolo centrale all’amministrazione pubblica e proprio per questo viene giudicato inefficace. Questi tre aspetti – l’idiosincrasia per forme universalistiche di sostegno al reddito, la novità nel welfare italiano e le difficoltà di applicazione (nel breve periodo e di alcuni aspetti) della misura – sono all’origine del volume che leggete.

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“Il futuro siamo noi”, documentario sui bambini in lotta per migliorare il mondo

07.05.2021 – Bruna Alasia

“Il futuro siamo noi”, documentario sui bambini in lotta per migliorare il mondo

José Adolfo andava a scuola nella città di Arequipa, in Perù, quando osservando come alcuni compagni di classe non avessero né materiale didattico, né colazione, ma il cestino della spazzatura traboccasse di carta e bottigliette di plastica, a sette anni ha avuto l’idea di fondare una banca ecologica attraverso la raccolta dei rifiuti, in modo da difendere l’ambiente e mettere insieme qualche soldo. Portando cinque chili di rifiuti riciclabili i bambini possono aprire un conto e per mantenerlo aperto continuare con almeno un chilo al mese. Come ricompensa ricevono una moneta per acquistare prodotti direttamente dalla banca o cambiarla con dei soldi veri. A distanza di sei anni, i bambini dagli 8 ai 10 anni coinvolti in questo progetto sono circa 3.000.

In India, a Nuova Delhi, Balaknama, in italiano “La voce dei bambini”, è un giornale mensile scritto dai piccoli che vivono e lavorano per strada, che tocca i loro numerosi problemi. Heena, 11 anni, è una di questi reporter, oltre a fare lezione ad alcuni analfabeti.  In Guinea, Aissatou di 12 anni, è impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne, in particolare contro i matrimoni combinati e le spose bambine. In Francia, a Cambrai, Arthur, dieci anni, vende i suoi dipinti per poter acquistare cibo e vestiti per i senza tetto. Negli Stati Uniti, a Los Angeles, Khloe ha creato un’associazione che prepara borse contenenti prodotti per l’igiene e generi di prima necessità, che distribuisce a chi vive per strada. In Bolivia un gruppo di bambini lavoratori, occupati principalmente nelle miniere e nelle fabbriche di mattoni, ha organizzato un sindacato per tutelarsi dai datori di lavoro abusivi

ll 13 maggio esce nelle sale “Il futuro siamo noi”, documentario di Gilles de Maistre che segue le vicende di alcuni eccezionali giovanissimi in lotta per i propri diritti e per quelli delle persone in difficoltà. La telecamera inquadra José, Arthur, Aissatou, Heena, Peter, Kevin e Jocelyn nella loro giornata volta a costruire un domani per i loro coetanei, ma non solo. Gilles de Maistre mette in luce lo sforzo di una generazione che spinge il mondo verso l’istruzione, l’ecologia, la solidarietà. Dà voce a quei piccoli che non hanno mai pensato di essere troppo giovani, deboli o soli per opporsi all’ingiustizia o alla violenza. Come dice José: “Siamo il futuro, ma anche il presente”.

“Il futuro siamo noi”, distribuito da Officine UBU, si avvale del patrocinio del Comitato Italiano per UNICEF Italia e della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO.

IL FUTURO SIAMO NOI

Titolo originale: Demain Est À Nous / Forward

Un film di: GILLES DE MAISTRE

Documentario Francia – 2019 – 85 min.

Con la partecipazione di

JOSÉ ADOLFO 13 ANNI – AREQUIPA, PERÙ

ARTHUR 10 ANNI – CAMBRAI, FRANCIA

AÏSSATOU 12 ANNI – CONAKRY, GUINEA

HEENA 11 ANNI – NUOVA DELHI, INDIA

KEVIN, JOCELYN E PETER 10, 12 E 13 ANNI – POTOSÍ, BOLIVIA

Cast tecnico

Regia GILLES DE MAISTRE

Montaggio MICHELE HOLLANDER

Musiche originali MARC DE MAIS

Missaggio sonoro VINCENT COSSON

Prodotto da: GILLES DE MAISTRE; CATHERINE CAMBORDE; JEAN – FRANÇOIS CAMILLERI, PHILIPPE DE BOURBON; YVES DARONDEAU; SERGE HAYAT; EMMANUEL PRIOU

In memoria della Rosa bianca

SOPHIE


A cento anni dalla nascita di Sophie Scholl (9 maggio, 1921 – 2021) la ricordiamo come una stella nel firmamento della nonviolenza.
Sophie è una delle madri della nonviolenza moderna europea. La sua storia dovrebbe essere studiata nelle scuole, per far capire ai ragazzi di oggi quanta potenzialità c’è nelle loro vite. Il suo esempio è un antidoto al qualunquismo, al fascismo, al menefreghismo che sta dilagando: “Le minacce non ci spaventano, nemmeno la chiusura delle nostre scuole. Tocca ad ognuno di noi lottare per il nostro futuro, per la nostra libertà e il nostro onore rispondendo alla nostra responsabilità morale”.
Sophie è morta a 22 anni, uccisa dai nazisti per le sue attività nel gruppo resistente Weiße Rose, la Rosa Bianca.
Il gruppo era composto da cinque ragazzi: Hans Scholl, Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. Ad essi si unì il loro professore, Kurt Huber. Insieme diffusero opuscoli e volantini che chiamavano i tedeschi ad ingaggiare la resistenza passiva, la nonviolenza e la non-collaborazione contro il regime nazista. La Rosa Bianca fu attiva dal giugno 1942 al febbraio 1943, quando i componenti del gruppo vennero arrestati, processati e condannati a morte mediante decapitazione. Sophie amava la danza, mentre andava al patibolo, il 22 febbraio del 1943, disse: “È una giornata di sole così bella, e devo andare…”.
La rosa bianca è simbolo di amore, purezza, innocenza, luce: il bianco è un colore spirituale. Nella sua breve esistenza terrena Sophie ha davvero coltivato una rosa bianca, che sboccia ancora ogni volta che facciamo rivivere la nonviolenza attiva.

Mao Valpiana

La cacciata medioevale degli ebrei di Sicilia

Sul sito http://www.ecumenici.it che in questi giorni ha una impennata di visualizzazioni, esistono anche file.doc difficili da trovare come questo:

Nasce “Har Sinai”, comunità ebraica a Bergamo - BergamoNews

http://www.corrieredaristofane.it

Una tragedia medievale:

l’espulsione degli ebrei di Sicilia.

  E’ il 18 giugno 1492, un editto di Ferdinando il cattolico impone senza condizioni che gli ebrei devono abbandonare per sempre la Sicilia entro tre mesi, pena la morte.

  Gli ebrei erano vissuti in Sicilia dai tempi biblici e in ogni modo la trinacria era stata una delle terre più importanti dove si erano fermati, partiti dalla Palestina all’inizio della diaspora nel 70 d.c.

  La Sicilia è stata abitata, fino all’anno 1492, da un numero d’ebrei, in percentuale alla popolazione residente, superiore a quelli presenti in qualsiasi altra regione o stato europeo o del bacino del mediterraneo. Le percentuali di presenza nel territorio siciliano purtroppo non sono certe, ma esse oscillavano da un minimo del cinque percento per città ad un massimo del cinquanta percento, che si raggiunse nella città di Marsala.

  La cifra approssimata più esatta dovrebbe uscire da nuovi studi, controversa è la stima che fanno diversi storici.

  Ferdinando il cattolico e Isabella di Castiglia presero una decisione grave e così importante che in seguito ebbe sviluppi tragici nell’economia del regno spagnolo e in Sicilia allora già vicereame.

  Nel 1492 Ferdinando il cattolico era entrato vincitore nella città di Granada aveva vinto la guerra di reconquista contro i musulmani. La Spagna era stata liberata definitivamente dall’infedele popolo arabo.

  Gli ebrei avevano finanziato la guerra di Ferdinando il cattolico contro i mussulmani di Spagna, ma avevano anche segretamente aiutato economicamente il governo islamico contro lo stesso Ferdinando.

  Non potevano sottrarsi alle richieste dell’imperatore in quanto, gli ebrei da sempre piccoli e grandi banchieri, erano in ogni caso un popolo sottomesso. Avevano finanziato segretamente il governo musulmano in Spagna perché riconoscevano ai musulmani una disponibilità ed una tolleranza nei loro confronti certamente più favorevole dei governanti cattolici.

I fatti storici successivi confermeranno che la preoccupazione non sarà infondata.

  Bisogna aggiungere che gli ebrei erano sempre gli eredi di quel sinedrio

che aveva condannato Gesù alla morte. Un pregiudizio che agli ebrei è costato una persecuzione ingiusta e fino ad oggi, viva nell’immaginario collettivo.

   Perseguitati durante la lunga occupazione della Palestina nel periodo della dominazione romana, perseguitati o mal tollerati dai cristiani dopo che l’imperatore romano Costantino decise, nell’anno 313 d.c. con l’editto di Milano, di considerare per legge la religione cristiana religione di stato, gli ebrei di Spagna e di Sicilia erano sempre in contrasto con i cristiani, gli scontri più sanguinosi avvenivano durante la settimana santa.

   Le prediche di monaci domenicani e francescani riscaldavano i fedeli che spesso uscivano dalla chiesa e invece di predicare il vangelo iniziavano vere cacce all’ebreo che finivano con violenze e omicidi.

  Esempio eclatante di strage avvenne nella città di Modica nel 1478, dove gli abitanti di Modica uccisero numerosi ebrei, numero controverso che alcuni storici fecero arrivare fino a 400.   Un antichissimo proverbio raccolto dal Pitrè ricorda ancora che:

pri la Bammina (8 settembre)

lu sangu a lavina (Modica)

(Giuseppe Pitrè seconda raccolta dei proverbi siciliani ed. brancato

2002 pag.151 al capitolo: meteorologia, stagioni, tempi dell’anno).

  Quando andava bene i cristiani e gli stessi ebrei si limitavano a sassaiole che qualche storico ha definito “sante”.

  Gli ebrei erano inoltre particolarmente odiati in quanto praticavano il prestito di denaro su pegno, e segretamente il prestito usuraio con interesse oltre il 10%, che  era il limite ammesso in quel tempo dalle autorità spagnole.

  Una ragione che preoccupava molto i governanti spagnoli, fu che gli ebrei stavano facendo sempre più proseliti fra i cristiani, forse attirati dalle migliori possibilità economiche e dalle attività che gestivano con successo.

C’erano argomenti a sufficienza.

  Di fronte all’editto di espulsione, se si decideva di rimanere, bisognava chiedere il battesimo e convertirsi definitivamente cristianesimo.

Si doveva accettare il Cristianesimo o abbandonare la Sicilia e la Spagna, vendere i beni mobili ed immobili entro tre mesi, oppure rimanere e rinnegare l’antica fede.

  La quantità d’ebrei che uscita dalla Sicilia non è stata mai accertata neanche con una credibile approssimazione.

  Si può solo affermare che probabilmente i poveri preferirono cercare nuove terre, molti ricchi ebrei si convertirono apparentemente al cristianesimo.

  La vendita probabilmente veniva fatta con premura e con premura non si fanno mai buoni affari specialmente se i compratori sanno la grave situazione in cui si trovano i legittimi proprietari diffidati ad andarsene.

  Molti andarono a Napoli, altri certamente in nord-africa, nella città di Salonicco, nelle isole del dodecanneso, altri sparsi per il mondo come vuole una tradizione antica e modernissima che vede questo popolo perseguitato ed errante in tutte le direzioni.

  Il sultano ottomano inviò in Spagna e Sicilia, a più riprese, un’intera flotta per accogliere come profughi in Turchia i giudei cacciati, questa terra ed in particolare Istanbul sono ancora abitate dagli eredi di Spagnoli e Siciliani emigrati.

  Non fu solo un atto d’umanità, ma le autorità turche si resero conto della grand’utilità economica che gli ebrei avrebbero significato.

  Chi rimase in Sicilia finse d’essere cristiano, ma segretamente cercava di mantenere gli usi, le tradizioni, ma soprattutto di rispettare la religione ebraica e le cerimonie ad essa connesse.

  Gli ebrei erano un popolo destabilizzante per il potere spagnolo, non si poteva tollerare che la finta conversione passasse inosservata e impunita ,le autorità spagnole temevano veramente il potere economico degli ebrei e la capacità di far adepti per la loro religione per questo erano sottoposti sempre ad imposizioni fiscali a volte addirittura umilianti e le richieste di pagamento dei “balzelli” mettevano a dura prova le loro capacità finanziarie.

  I governanti spagnoli e non, in tutti i tempi, avevano preso a piene mani

dalle tasche degli ebrei.

  Ricorderemo l’imposta della gezia o jizia creata contro di loro dagliarabi ma mantenuta anche dopo da governanti Normanni.

  Fino ad oggi a Catania esiste una Via Gisira che non è altro che la strada o il luogo che ricorda dove era riscossa la tassa ad esclusivo carico della comunità ebraica.

  Nonostante queste risorse economiche sempre disponibili, le autorità spagnole preferirono l’espulsione dai loro territori. Un gesto di fondamentalismo cattolico.

  Dopo alcuni anni esattamente nel 1506 fu rinvigorita la santa (?) inquisizione, mai abolita, che da quel momento assunse le caratteristiche d’inquisizione spagnola e che fino ad oggi c’è ricordata come un’istituzione particolarmente severa e spietata nei confronti dei cosiddetti marrani.

  Il grande inquisitore Torquemada fu strumento in mano al potere politico, fu il “cattivo” che si scagliava con livore irresponsabile fomentando la crociata antigiudaica. Le crudeltà vere furono condivise dal re Ferdinando che amministrava il potere temporale ultimo, in altre parole applicava la “sanzione”

cioè il rogo o pene minori come il carcere, le frustate, la confisca dei beni.

  I papi e le autorità dello stato pontificio non condivisero la severità dell’inquisizione spagnola, la prova fu che accolsero una quantità notevole di fuggiaschi dalla Spagna e dalla Sicilia.

  In seguito anche i Papi vennero “alle mani” con gli ebrei di Roma e decideranno la loro espulsione. Espulsioni che si finiranno dopo pochi anni col ritorno degli ebrei.

  Nell’altalena fra amore e odio, gli ebrei rimasero definitivamente nella città eterna, e, fino ad oggi il ghetto ebraico è un quartiere di Roma con una grande sinagoga.

  I siciliani, e i catalani fondarono scole o sinagoghe con riti diversi, esistenti in Roma fino all’inizio del 1900.

  Esistevano in Roma cinque sinagoghe, e una di queste era di rito siciliano.

  Un incendio, probabilmente non doloso, distrusse dette scole romane nel 1906.

  Nel regno di Spagna e nel viceregno di Sicilia, gli ebrei falsamente convertiti scatenarono la reazione dei custodi della fede cattolica.

  Marrani erano definiti i neofiti ex ebrei che in realtà non avevano mai abiurato veramente, lo scopo degli inquisitori spagnoli e siciliani, era quindi quello di scoprirli.

  Certamente l’inquisizione spagnola in Sicilia prendeva ad esaminare anche casi diversi come: magia, stregoneria, eresia protestante, blasfemia.

 Nello studio di Francesco Renda: I marrani in Sicilia (Storia degli ebrei in Italia, ed.Einaudi 1996-vol.1° pag.686) sono evidenziati i dati che sotto indichiamo

E che si riferiscono all’attività dell’inquisizione di Spagna in Sicilia

dal 1500 al 1782.

 Vi furono in Sicilia 6211 condannati, i giudeizzanti 2098, i luterani 395, i mori e i rinnegati 608, gli eretici vari 100, negromanti e streghe 852.

  Nello stesso periodo e in altre parole dal 1500 al 1782 i bruciati sul rogo furono 584, quali:

473 giudei, 74 protestanti, 17 mori e rinnegati, 11 eretici vari, 4 obiettori del sant’officio.

  Per quanto tempo segretamente fu professata la religione ebraica in Sicilia dopo il 1492, non è facile a determinarsi.

  Possiamo certificare l’antica presenza ebraica da molti cognomi rimasti in uso fra i siciliani e nomi di strade e toponimi ancora esistenti che certificano la numerosissima presenza di questo popolo.

  Molti storici si sono interessati alla storia della cacciata degli ebrei di Sicilia

cercando di scoprire perché questa tragedia accadde e quanti furono gli ebrei che abbandonarono realmente la Sicilia, le loro case, le attività ben avviate e soprattutto i luoghi dove nacquero e avevano vissuto.

  Il monaco inquisitore Giovanni di Giovanni nel 1748 e i monaci fratelli Lagumina nel 1885, scriveranno sui giudei di Sicilia con documentata penetrazione. I loro libri diventeranno gli studi da cui partire per le successive ricerche e in ogni modo due libri che sono fondamentali per affrontare quest’argomento.

  Com’è facile considerare, Giovanni Di Giovanni e Giuseppe e Bartolomeo Lagumina appartenevano al clero cattolico; non misero in buona luce la civiltà ebraica di Sicilia.

  Le ricerche storiche fino ad oggi continuano ad appassionare e l’argomento non è chiuso, sebbene molti storici, sulle cose e vicende di Sicilia, hanno abbiano approfondito quest’avvenimento.

  Tutti riconoscono che la perdita dei giudei di Sicilia fu un fatto grave per l’economia dell’isola. ( Denis Mack Smith, Lodovico Bianchini), perché gestivano attività importanti in alcuni casi faticose, ma sempre a buon reddito.

  Avevano in loro mano buona parte dell’economia commerciale e soprattutto quella bancaria e finanziaria del regno e del viceregno di Sicilia, anche se questo privilegio non era esteso a tutta la comunità giudaica di Sicilia.

  Oltre all’attività di prestito di denaro e alle attività commerciali,  avevano aziende nell’attività della concia delle pelli (cunziria di Vizzini), lavorazione del ferro, lavorazione della seta, coltivazione della canna da zucchero (Savoca), produzione di maioliche (Naso).

  Numerosi gli ebrei di Sicilia nella professione medica con una presenza sorprendente anche di donne, come l’ebrea Verdimura di Catania e Bella di Paja di Mineo (vedasi a pag 39 del libro: “Medici e medicina a Catania dal quattrocento ai primi del novecento” a cura di Mario Alberghina, ed. Maimone 2001). Le donne non erano solo specializzate in ginecologia.

  Ben 52 erano le giudecche esistenti con 60 sinagoghe ben localizzate (Studi e ricerche della facoltà d’architettura di Palermo, pag 323 del primo tomo in “Storia degli ebrei d’Italia” ed. Einaudi 2001) e oggi si possono ancora vedere i luoghi che testimoniano la loro presenza se proviamo a fare una passeggiata in Sicilia e cercare di scoprire ciò che è rimasto di questa civiltà, ci sorprenderà la presenza di e le numerose testimonianze ancora visibili.

  Un resoconto affascinante ed attendibile lo troviamo nel libro di Nicolò Bucaria: “Sicilia judaica”, ed.Flaccovio 1996, un libro d’archeologia medioevale e non di storia.

  A queste segnalazioni elenco di seguito testimonianze possibili per considerazioni intuitive o tracce d’attività e nomi di luoghi che fanno sospettare detta presenza.

  Palermo la città con il numero di giudei residenti più numerosi. Una sinagoga tra le più belle e più grandi della Sicilia. Ci rimane un chiaro disegno pubblicato

di recente nel libro edito da Einaudi negli annali della storia d’Italia (op.cit. pag 326-327).

  La sinagoga di Palermo si trovava in Piazza Meschita e il ghetto era compreso tra le vie San Cristoforo, Calderai, Maqueda, Giardinaccio.

  Gli ebrei nel medioevo siciliano chiamavano “meskita” le sinagoghe, termine utilizzato per rispetto nei confronti dei musulmani che chiamavano e chiamano “moschee” i loro luoghi di culto.

  Siracusa città dove era presente un’altra importante comunità, anch’essa limitata e controllata nel ghetto dell’isola di Ortigia, dove fino ad oggi si leggono toponimi che testimoniano la loro presenza. La giudecca si trovava fra strette viuzze medievali vicino l’ex via mastra Rua e via delle maestranze, dove fino ad oggi esistono resti della sinagoga e della vasca dove facevano i bagni rituali le donne ebree. I residui archeologici medioevali sono ancora visibili all’interno di un antico palazzo di proprietà privata.

 Si conservano a Siracusa pure lapidi di tombe ebraiche nelle catacombe di vigna cassia e nel museo di Palazzo Bellomo.

  Messina fu città importantissima nel medioevo e tanti sono le prove documentali archivistiche che si conservano. Per Messina i riferimenti topografici sono più difficili da localizzare per i noti disastri causati da diversi terremoti. La maggiore concentrazione d’ebrei si trovava nel quartiere Paraporto tra il Duomo e il torrente Portalegni e oggi dovrebbe essere lungo Via T.Cannizzaro. La sinagoga di Messina era grande come quella di Palermo aveva forma ad esedra e si trovava dove poi fu costruita la chiesa di San Filippo Neri.

  Fonti ebraiche parlano di diverse sinagoghe in questa città che non sono facilmente localizzabili. Dopo la cacciata, molti ebrei messinesi si trasferirono ad Istanbul.

  Catania è stata città un tempo occupata ampiamente dalla presenza giudea. Dall’attuale Piazza Dante fino a piazza Duomo trovavasi case e sinagoghe ebraiche numerose. Alcuni storici come il Policastro e Gaudioso hanno individuato due ghetti e in altre parole la giudecca di Susu e quella di Jusu con sinagoghe esistenti nell’attuale Via Recupero vicino la chiesa di San Cosmo e Damiano

e in Via Sant’Anna. Probabilmente vi erano altre sinagoghe di cui non è certa l’ubicazione. A Catania è accertata una notevole attività legata all’esercizio della professione medica ed anche donne ebraiche esercitavano detta professione, come indicato sopra.

   Il fiume Amenano, che sotterraneo attraversa ancora oggi Catania, nel medioevo si chiamava Judicello, proprio perché attraversava una parte del grande ghetto di Susu e di Jusu.

  Vizzini, aveva il ghetto nell’attuale cunziria che non fu solamente il luogo che vide il duello rusticano fra cumpari Turiddu e cumpari Alfio ma era sede attiva di una conceria ben avviata. Le concerie erano gestite quasi esclusivamente dagli ebrei proprio perché il mestiere era pesante e anche pericoloso in quanto si utilizzavano, nella concia delle pelli, sostanze velenose come il tannino.

Vicino la cunziria fino ad oggi trovasi un macello a testimoniare che gli ebrei

macellavano alla giudea, in altre parole kasher secondo la prescrizione talmudica, cioè sgozzando l’animale evitando la minor presenza di sangue nelle carni.

  Mineo aveva insediamenti sotto la chiesa dedicata a Santa Agrippina,

Caltagirone vicino all’attuale galleria Don Sturzo, Piazza Armerina

Nel quartiere Piano Canali.

  Naso in provincia di Messina, aveva una buona presenza in contrada Batia o Bazia, dove fino ad oggi si leggono nomi di strade che testimoniano quell’insediamento. Nello stesso quartiere di Badia trovasi una chiesa dedicata a Santa Maria della Catena che prima del 1492 era la sinagoga.

  Taormina aveva la giudecca vicino porta Catania e la sinagoga quasi accanto al monastero di San Domenico. Dalle cronache del tempo si racconta che la vicinanza della sinagoga creava fastidio ai monaci cristiani, in quanto gli ebrei cantavano forte e disturbavano le liturgie.

  Savoca aveva anch’essa una sinagoga i cui resti sono ancora visibili

In quella che è chiamata oggi chiesa di San Michele.

(San Fratello, prov.Messina, festa dei Giudei)

  San Fratello ha una contrada che fino ad oggi si chiama

Catena e che era la giudecca. Ricordiamo che tutti i toponimi che in Sicilia indicano catena e le chiese di Santa Maria della Catena sono rispettivamente contrade abitate in quel tempo da giudei e sedi d’antiche sinagoghe. Questa affermazione si rileva dal libro dei fratelli Lagumina, codice diplomatico degli ebrei, vol III pag 276, 283, 485, 509, 560.

  Pertanto Acicatena è il ghetto di Acireale e diverse contrade siciliane ancora così si chiamano e attestano quest’antica realtà. A San Fratello fino ad oggi, durante la settimana santa si festeggia la festa dei giudei. I giudei di San Fratello organizzano un carnevale durante la settimana santa e sembra che prendano in giro Gesù e la passione. In realtà la festa non è altro che il residuo delle sassaiole e manifestazioni di violenza che i cristiani perpetuavano contro i giudei.

   E’ sbagliato pensare che i giudei che si mascherano con costumi tradizionali, proprio della tradizione gallo-italica e provenzale, vogliono prendere in giro le manifestazioni sacre, trattasi invece, non di giudei, ma di fanatici cristiani che minacciano gli ebrei, sebbene questi non esistono più a San Fratello e quindi la manifestazione assume un aspetto strano e anomalo.

  Agira: trovasi una parte di un altare della sinagoga in altre parole un aron in stile gotico-catalano, oggi visibile e ricostruito nella chiesa del SS.Salvatore. Fu trasportato nel 1987 dall’oratorio di S.Croce che era l’antica sinagoga d’Agira.

  La sinagoga ancora è visibile con i muri in parte diroccati, necessita di un buon restauro.

  Nel libro di Nicolò Bucarla: “Sicilia judaica”, sono indicati reperti e oggetti di tradizione ebraica in parte ancora rintracciabili e che si riferiscono ai seguenti comuni siciliani:

Acireale, Agira, Agrigento, Akrai, Alcamo, Bivona, Caccamo, Calascibetta,

Caltabellotta, Caltanissetta, Cammarata, Castelbuono, Castiglione, Castronovo, Castroreale, Catania, Caucana(Rg), Cittadella Maccari(Sr), Comiso, Enna, Erice, Gela, Lentini, Lipari, Marsala, Mazara del vallo, Messina, Monreale, Mozia, Noto, Palermo, Polizzi Generosa, Ragusa, Randazzo, Rosolini, Salemi, San Fratello, San Marco d’alunzio, Santa Croce Camerina, Sciacca, Scicli, Siculiana,

Siracusa, Sofiana(Cl), Taormina; Termini Imerese, Trapani.

Santo Catarame

Bibliografia essenziale:

1) Giovanni Di Giovanni, “L’ebraismo della Sicilia ricercato ed esposto”, Palermo 1784;

2) Giuseppe e Bartolomeo Lagumina, “Codice diplomatico dei giudei di Sicilia”, Palermo 1885;

3) Isidoro La Lumia, “Gli ebrei siciliani”, ed. Sellerio. Palermo, 1992;

4) Nicolò Bucaria, “Sicilia Judaica”, ed. Flaccovio 1996;

5) Annali Storia d’Italia Einaudi, “Gli ebrei in Italia”, due tomi, 2004;

6) Attilio Milano, “Storia degli ebrei in Italia”, ed.Einaudi, 1963;

7) Matteo Gaudioso, “La comunità ebraica di Catania nei secoli XIV e XV”;

8) Henri Bresc, “Arabi per lingua ebrei per religione”, ed.mesogea, Messina 2001.

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Myanmar, 200 Ong chiedono all’Onu l’embargo sulle armi alla giunta militare

06.05.2021 – Brando Ricci – Agenzia DIRE

Myanmar, 200 Ong chiedono all’Onu l’embargo sulle armi alla giunta militare
(Foto di Agenzia Dire)

Le associazioni denunciano la morte di 769 persone e 4.750 arresti durante le proteste contro il regime militare che ha preso il potere con un colpo di Stato, arrestando il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “imponga immediatamente un embargo complessivo globale sulle armi” alla giunta militare al potere in Myanmar per “prevenire ulteriori violazioni dei diritti umani sui manifestanti pacifici“. A lanciare l’appello sono oltre 200 Ong locali e internazionali, tra le quali l’Asean Parliamentarians for Human Rights, Fortify Rights e Amnesty International. Già lo scorso febbraio ben 137 organizzazioni per i diritti avevano inviato un appello simile all’Onu.

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QUASI 800 MORTI E 5000 ARRESTI NELLE PROTESTE

Stando ai dati diffusi in un bollettino quotidiano dall’associazione di esuli birmani in Thailandia, Assistance Association for Political Prisoners (Aapp), ad oggi 769 persone sono state uccise e oltre 4.750 arrestate durante le proteste contro il colpo di stato militare dello scorso primo febbraio, che ha rovesciato il governo eletto a guida National League of Democracy (Nld), il partito della Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Quest’ultima è in stato di arresto, così come altri vertici del partito Nld.

L’OPPOSIZIONE DI RUSSIA E CINA ALL’EMBARGO

“In questo contesto”, scrivono ancora le Ong firmatarie dell’appello, “nessun governo dovrebbe vendere una singola munizione alla giunta“. Secondo le promotrici dell’iniziativa “imporre un embargo sulle armi è il passo minimo necessario che il Consiglio può prendere per rispondere all’escalation di violenze” in corso nel Paese asiatico. Le Ong si rivolgono quindi all’organismo dell’Onu e alla Gran Bretagna, Paese ‘titolare’ della questione birmana presso l’organismo, e li esortano ad “avviare al più presto una negoziazione per giungere a una risoluzione sull’embargo”. A oggi il Consiglio di Sicurezza ha condannato la repressione dei militari e ha richiesto la liberazione della ex consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e di altri detenuti politici, ma non è riuscito a produrre un documento condiviso sull’embargo. A ostacolare una risoluzione sul tema, stando a fonti diplomatiche rilanciate dalla stampa, l’opposizione di Russia e Cina.

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