La Cina sorveglia le religioni

La Cina sorveglia le religioni

La libertà religiosa in Cina è gravemente minacciata dalle misure di sorveglianza introdotte dal governo

La Cina sorveglia le religioni

(ve/pt) Il governo cinese impiega telecamere di sorveglianza, tecnologie biometriche e intelligenza artificiale per sorvegliare e intimidire le comunità religiose. Lo dichiara un rapporto della Commissione del ministero degli esteri statunitense per la libertà religiosa internazionale (United States Commission on International Religious Freedom, USCIRF).
Il rapporto segnala come il governo cinese abbia installato migliaia di telecamere intorno a moschee, templi e chiese per sorvegliare chi prende parte alle funzioni religiose. Presi di mira dalle tecnologie di riconoscimento facciale sarebbero in particolare i musulmani uiguri e i buddisti tibetani.

La Cina sorveglia le religioni

Stato di sorveglianza
“Siamo turbati dall‘uso improprio della tecnologia da parte del governo cinese per creare uno Stato di sorveglianza che prende di mira in particolare le comunità religiose”, ha affermato il commissario dell’USCIRF Gary Bauer. “Chiediamo al governo degli Stati Uniti e alle imprese americane di adottare misure al fine di garantire che i progressi tecnologici statunitensi non vengano utilizzati dalle autorità cinesi per reprimere la libertà religiosa e i relativi diritti umani”, ha proseguito. “La repressione cinese della religione non è una novità, ma la capacità del governo di utilizzare queste tecnologie ha ampliato la portata e le dimensioni della minaccia alla libertà religiosa nel paese”, ha aggiunto la commissaria Tenzin Dorjee.

La Cina sorveglia le religioni

Rapporto sulla libertà religiosa
Nel rapporto annuale 2019 l’USCIRF raccomanda al governo degli Stati Uniti di aumentare le restrizioni alle esportazioni di tecnologie che hanno migliorato la capacità del governo cinese di sorvegliare comunità religiose ed etniche. L’USCIRF ha accolto con favore l’approvazione da parte del Senato statunitense dell’“Uyghur Human Rights Policy Act”, la legge sulla politica dei diritti umani degli uiguri che obbligherebbe il direttore dell’intelligence nazionale a riferire in merito al trasferimento o allo sviluppo di tecnologie utilizzate dalle autorità cinesi per sorvegliare e arrestare i musulmani uiguri. (apd)

Il virus viene trasmesso anche dagli asintomatici sostiene il virologo Burioni

https://www.corriere.it/cronache/20_febbraio_21/coronavirus-burioni-chi-torna-cina-deve-stare-quarantena-senza-eccezioni-2752292e-548a-11ea-9196-da7d305401b7.shtml?fbclid=IwAR0cN3OrGsTR7Y9s2QaJPDAbqYImX4AIbz9IpjsmmtF98goorvCSlg_bobM

Lasciamo spazio non LEU o al Conte di turno ma a un virologo che deve essere conosciuto per meglio difenderci dal virus. Le Autorita° politiche sono sempre inattendibili in questi casi in qualsiasi regime. Se non vi funziona il link andate sulla prima pagina del Corriere della Sera.

via Il virus viene trasmesso anche dagli asintomatici sostiene il virologo Burioni — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

Dopo Busto anche Marnate: pessime Amministrazioni con orecchie da mercanti

Coppia di Marnate col lavoro ma senza casa: “In mezzo ad una strada con due figli”

Hanno 33 e 32 anni e i figli ne hanno 10 e 6. Mecoledì è stato eseguito lo sfratto. Il sindaco: “Disponibili a pagare le prime mensilità ma devono trovare un appartamento”

AvariePer il momento Valerio e la sua famiglia (moglie e figlie di 10 e 6 anni) hanno ottenuto la possibilità di dormire in albergo per qualche giorno ma il problema rimane aperto: «Ieri (mecoledì) è stato eseguito lo sfratto e, nonostante io abbia un lavoro e mia moglie anche, nessuno ci vuole dare un appartamento in affitto. Siamo disperati».

Lui ha 33 anni, un passato di lavori saltuari con il papà che è morto da poco, oggi lavora ma con un contratto a tempo determinato mentre la moglie ne ha uno part time e la famiglia usufruisce del reddito di Cittadinanza: «Da mesi cerchiamo casa ma nessuno vuole darcela – racconta – il Comune ci aiuta solo se ne troviamo una ma sembra impossibile. Abbiamo provato a proporre al proprietario di casa di rientrare con gli affitti arretrati, ora che ho un lavoro, ma non ha voluto sentire ragioni».

Il Comune di Marnate conosce bene il caso di questa famiglia e da tempo la segue. Il sindaco Elisabetta Galli spiega: «Entrambi sapevano che questo momento sarebbe arrivato e da tempo li stiamo sollecitando a trovare una nuova casa. Solo così potremo aiutarli, anticipando alcune mensilità di affitto – spiega il sindaco -. Non so quanto e come abbiano cercato casa ma faccio appello a chi ha immobili sfitti per aiutarli. Nel frattempo abbiamo dato la possibilità a moglie e figlie di dormire in albergo e se, entro breve, non ci saranno novità offriremo alla mamma e ai bambini la possibilità di stare in una casa famiglia».

Sulla possibilità di ottenere un alloggio popolare il primo cittadino spiega: «Non sappiamo se hanno fatto domanda per la casa popolare all’Azienda del Medio Olona che gestisce gli alloggi popolari dei comuni da Fagnano Olona a Marnate – aggiunge -. Noi li abbiamo indirizzati lì ma non si sa se hanno effettivamente presentato domanda». Da quanto ci racconta Valerio non sarebbe riuscito a completare la procedura per entrare nella graduatoria a causa di un codice da portare all’azienda del Medio Olona e che il comune di Marnate non avrebbe mai rilasciato nonostante le insistenze da parte sua. Il sindaco, da parte sua, sostiene che non vi sia nessun codice da rilasciare da parte del Comune.

Nel caso qualcuno avesse intenzione di aiutare questa famiglia può scrivere a orlando.mastrillo@varesenews.it per ottenere i dati personali della coppia e contattarli per offrire loro una soluzione abitativa.

Invalidi civili, La Consulta dovrà pronunciarsi sulla congruità della pensione per gli invalidi totali

  • Scritto da  Bernardo Diaz
La Corte d’Appello di Torino ha solDlevato la questione di legittimità costituzionale sulla legge 118/1971. Secondo la Corte 285 euro al mese sono insufficienti per garantire un sostegno adeguato agli invalidi totali. Sotto accusa anche il mancato riconoscimento dell’incremento della maggiorazione sociale.

La Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sulla legittimità della misura della pensione di inabilità civile per gli invalidi totali e sulla mancata concessione del beneficio dell’incremento al milione (Ln 448/2001) nei confronti degli stessi soggetti con età inferiore a 60 anni. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Torino con l’ordinanza numero 240 del 3 giugno 2019 pubblicata in Gazzetta Ufficiale lo scorso 8 Gennaio 2020. Si tratta di una questione molto delicata che mette in discussione la misura delle provvidenza economiche spettanti per legge agli invalidi civili (totali), nel sentire comune non più in linea con le esigenze di vita dell’invalido.

La questione

La Corte d’Appello era stata chiamata in causa contro la mancata concessione da parte dell’Inps dell’incremento della maggiorazione sociale di cui all’articolo 38 della legge 448/2011 nei confronti di una 47enne, invalida civile al 100%, già titolare di pensione di invalidità civile ai sensi dell’articolo 12 della legge numero 118/1971 e di indennità di accompagnamento ex art. 1 legge n. 18/1980 di ammontante nell’anno 2018 ad 515,43€ mensili per dodici mensilità. L’interessata lamentava l’inadeguatezza della misura della pensione di inabilità civile (286,66 euro mensili + l’integrazione di 10,33 euro di cui all’art. 70, comma 6, legge n. 388/2000) per consentire la conduzione di una esistenza dignitosa considerando che la stessa non poteva, per le condizioni di salute, prestare alcuna forma di attività lavorativa. Aveva, peraltro, chiesto l’erogazione della maggiorazione di cui all’articolo 38, co. 4 della legge 448/2001 (il cd. incremento al milione) spettante però, fra l’altro, solo ai cittadini invalidi civili totali aventi età pari o superiore a sessanta anni. Il riconoscimento della maggiorazione avrebbe consentito l’integrazione della prestazione sino a 638 euro mensili circa, oltre l’indennità di accompagnamento, consentendo all’invalida di raggiungere quel minimo vitale per soddisfare le proprie esigenze economiche.

La posizione della Corte

I giudici non potendo biasimare il comportamento dell’Inps (che non può far altro che applicare una norma di legge) hanno ravvisato due elementi di incostituzionalità. La prima riguarda la determinazione della misura della pensione di invalidità civile giudicata assolutamente insufficiente a garantire il soddisfacimento delle minime esigenze vitali dell’invalido. L’importo – scrivono i giudici – ancorchè integrato nella misura di 10,33 euro (ai sensi dell’art. 70, comma 6, legge n. 388/2000), “non è certamente sufficiente, per comune esperienza, a garantire all’invalido il soddisfacimento dei più elementari bisogni della vita, come alimentarsi, vestirsi e reperire un’abitazione”. A sostegno della censura i giudici citano diverse pronunce della Cassazione in cui è stato fissato in misura superiore alla cifra di 285 euro il minimo vitale per la conduzione di una esistenza dignitosa. Lo stesso assegno sociale – affermano i giudici -, che può costituire un parametro di riferimento per i normodotati, è fissato in misura più favorevole rispetto alla pensione di inabilità civile.

Nella valutazione dell’idoneità della misura delle provvidenze erogate i giudici sottolineano come non possa includersi l’indennità di accompagnamento (che si somma, al ricorrere dei requisiti sanitari, alla pensione di inabilità civile) “rispondendo tale provvidenza a finalità diverse da quella che presiede all’erogazione della pensione di inabilità, diretta invece a garantire al soggetto totalmente inabile al lavoro privo di mezzi sufficienti il necessario per far fronte alle spese indispensabili al proprio mantenimento”. L’irrisorietà della misura della pensione di inabilità civile risulterebbe, pertanto, in contrasto con l’art. 38, comma 1 della Costituzione che sancisce il diritto di “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere … al mantenimento e all’assistenza sociale“.

La seconda censura riguarda l’articolo 38 della legge 448/2001 nella parte in cui nega l’incremento al milione agli invalidi civili totali con meno di 60 anni. Si tratta, secondo la Corte, di una norma discriminatoria in quanto riconosce l’incremento, fra l’altro, ai normodati titolari di assegno (o pensione) sociale al raggiungimento del 70° anno di età consentendo loro di raggiungere un indennizzo di oltre 600 euro mensili mentre lascia “una pensione di inabilità pari a poco più della metà ai soggetti totalmente inabili di età compresa fra 18 e 59 anni che si trovino per di più in condizioni di gravissima disabilità”.

Le norme incriminate

Per queste ragioni la Corte d’Appello ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 12, comma 1, della legge 30 marzo 1971, n. 118 di conversione del decreto-legge 30 gennaio 1971, n. 5 nella parte in cui attribuisce al soggetto totalmente inabile, affetto da gravissima disabilità e privo di ogni residua capacità lavorativa, una pensione di inabilità di importo, pari nell’anno 2018 ad euro 282,55 e nell’anno 2019 ad euro 285,66, insufficiente a garantire il soddisfacimento delle minime esigenze vitali, in relazione agli articoli 3, 38, comma 1, 10, comma 1, e 117, comma 1, della Costituzione. E l’art. 38, comma 4, legge 28 dicembre 2001, n. 448, nella parte in cui subordina il diritto degli invalidi civili totali, affetti da gravissima disabilità e privi di ogni residua capacità lavorativa, all’incremento previsto dal comma 1 al raggiungimento del requisito anagrafico del 60° anno di età, in relazione agli articoli 3 e 38, comma 1, della Costituzione.

Il futuro dell’America sempre più armato

18.02.2020 – Manlio Dinucci

Il futuro dell’America sempre più armato

Il «Budget per il futuro dell’America» presentato dal governo Usa mostra quali sono le priorità dell’Amministrazione Trump nel bilancio federale per l’anno fiscale 2021 (che inizia il 1° ottobre di quest’anno).

Anzitutto ridurre le spese sociali: ad esempio, essa taglia del 10% lo stanziamento richiesto per il Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umanitari. Mentre le stesse autorità sanitarie comunicano che la sola influenza ha provocato negli Usa, da ottobre a febbraio, circa 10.000 morti accertati su una popolazione di 330 milioni. Notizia taciuta dai grandi media, i quali lanciano invece l’allarme globale per i 1.770 morti a causa del coronavirus in Cina, paese con 1,4 miliardi di abitanti che è stato capace di misure eccezionali per limitare i danni dell’epidemia.

Non può non venire il sospetto sulle reali finalità della martellante campagna mediatica, la quale semina terrore su tutto ciò che è cinese, quando, nella motivazione del Budget Usa, si legge che «l’America ha di fronte la sfida proveniente da risorgenti Stati nazionali rivali, in particolare Cina e Russia».

La Cina viene accusata di «condurre una guerra economica con cyber armi contro gli Stati Uniti e i loro alleati» e di «voler plasmare a propria somiglianza la regione Indo-Pacifica, critica per la sicurezza e gli interessi economici Usa».  Perché «la regione sia libera dalla malefica influenza cinese», il governo Usa finanzia con 30 milioni di dollari il «Centro di impegno globale per contrastare la propaganda e disinformazione della Cina».

Nel quadro di «una crescente competizione strategica», il governo Usa dichiara che «il Budget dà la priorità al finanziamento di programmi che accrescano il nostro vantaggio bellico contro la Cina, la Russia e tutti gli altri avversari».

A tal fine il presidente Trump annuncia che, «per garantire la sicurezza interna e promuovere gli interessi Usa all’estero, il mio Budget richiede 740,5 miliardi di dollari per la Difesa nazionale» (mentre ne richiede 94,5 per il Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umanitari).

Lo stanziamento militare comprende 69 miliardi di dollari per le operazioni belliche oltremare, oltre 19 miliardi per 10 navi da guerra e 15 miliardi per 115 caccia F-35 e altri aerei, 11 miliardi per potenziare gli armamenti terrestri.

Per i programmi scientifici e tecnologici del Pentagono vengono richiesti 14 miliardi di dollari, destinati allo sviluppo di armi ipersoniche e a energia diretta, di sistemi spaziali e di reti 5G.  Queste sono solo alcune voci di una lunga lista della spesa (con denaro pubblico), che comprende tutti i più avanzati sistemi d’arma, con colossali profitti per la Lockheed Martin e le altre industrie belliche.

Al budget del Pentagono si aggiungono diverse spese di carattere militare iscritte nei bilanci di altri dipartimenti. Nell’anno fiscale 2021, il Dipartimento dell’Energia riceverà 27 miliardi di dollari per mantenere e ammodernare l’arsenale nucleare. Il Dipartimento per la sicurezza della patria ne avrà 52 anche per il proprio servizio segreto. Il Dipartimento per gli affari dei veterani riceverà 243 miliardi (il 10% in più rispetto al 2020)  per i militari a riposo.  Tenendo conto di queste e altre voci, la spesa militare degli Stati Uniti supererà , nell’anno fiscale 2021, i 1.000 miliardi di dollari.

La spesa militare degli Stati Uniti esercita un effetto trainante su quelle degli altri paesi, che restano però a livelli molto più bassi. Anche tenendo conto del solo budget del Pentagono, la spesa militare degli Stati Uniti è 3/4 volte superiore a quella della Cina e oltre 10 volte superiore a quella della Russia.

In tal modo «il Budget assicura il dominio militare Usa in tutti i settori bellici: aereo, terrestre, marittimo, spaziale e cyber-spaziale», dichiara la Casa Bianca, annunciando che gli Stati Uniti saranno tra non molto in grado di produrre in due impianti 80 nuove testate nucleari all’anno.

«Il futuro dell’America» può significare la fine del mondo.

il manifesto, 18 febbraio 2020

Giornalisti da tutto il mondo condannano l’azione giudiziaria contro Julian Assange

17.02.2020 – Redazione Italia

Giornalisti da tutto il mondo condannano l’azione giudiziaria contro Julian Assange
Collage con i ritratti dei firmatari dell’appello (Foto di https://speak-up-for-assange.org)

1200 giornalisti di 98 paesi hanno rilasciato oggi una dichiarazione congiunta in difesa dell’editore di Wikileaks Julian Assange, in vista della procedura di estradizione verso gli Stati Uniti da parte di un tribunale britannico, a fronte di accuse di spionaggio. Il caso giudiziario avrà inizio il 24 febbraio.

Questa è la prima volta che l’Espionage Act statunitense viene usato contro qualcuno per aver pubblicato informazioni fornite da un whistleblower (informatore, ndr). Tutti i giornalisti utilizzano informazioni da fonti riservate e per tale ragione azioni legali di questo tipo costituiscono un precedente estremamente pericoloso, che minaccia i giornalisti e i mezzi d’informazione del mondo intero. I firmatari sostengono che la detenzione di Assange e i procedimenti giudiziari a suo carico costituiscono un grave fallimento della giustizia.

“È molto raro che i giornalisti uniscano le loro voci su un problema. In effetti, le dimensioni e l’ampiezza di questa dichiarazione congiunta dei giornalisti potrebbe non avere precedenti”, ha detto la portavoce Serena Tinari.

Ecco la dichiarazione completa, tradotta in otto lingue (compresa quella italiana, ndr): https://speak-up-for-assange.org

La dichiarazione sottolinea che Assange rischia fino a 175 anni di reclusione per aver contribuito alla pubblicazione di documenti militari statunitensi dall’Afghanistan e dall’Iraq e di cablogrammi dal Dipartimento di Stato USA – comprese le prove schiaccianti di crimini di guerra. Numerosi mass media hanno pubblicato articoli di grande interesse pubblico sulla base di queste informazioni. La dichiarazione asserisce: “Se i governi possono usare le leggi sullo spionaggio contro i giornalisti e gli editori, essi vengono privati della loro più importante e tradizionale difesa: quella di agire nell’interesse pubblico, aspetto per cui l’Espionage Act non trova applicazione”.

I giornalisti di qualsiasi parte del mondo potrebbero trovarsi estradati verso un altro paese e accusati in base a leggi di spionaggio draconiane.

La dichiarazione è stata firmata dalle redazioni della maggior parte dei principali media mondiali e comprende numerosi illustri e pluripremiati giornalisti. Tra questi, un cospicuo numero di giornalisti investigativi, tra i quali 30 membri del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ), varie organizzazioni giornalistiche, tra cui la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e Reporter Senza Frontiere (RSF) hanno firmato la dichiarazione. I firmatari provengono da ogni parte del mondo e da un totale di 97 paesi.

L’elenco completo dei firmatari è disponibile qui: https://speak-up-for-assange.org/signatures/

La dichiarazione dei giornalisti ha anche invitato persone con professioni “legate al mondo dei media”. Daniel Ellsberg, la fonte dei Pentagon Papers, ha firmato la dichiarazione come “Whistleblower” ed è stato seguito da altri importanti informatori, tra cui Katharine Gun (UK), Rudolf Elmer (Svizzera) ed Edward Snowden (USA).

La dichiarazione è stata avviata da un gruppo di giornalisti investigativi con sede in diversi continenti. La portavoce, Serena Tinari, presidente dell’Organizzazione giornalistica investigativa svizzera, Investigativ.ch (ndr) ha affermato: “Molti di noi utilizzano informazioni riservate ricevute da informatori. È una parte essenziale del nostro ruolo in nome del pubblico. Ogni giornalista ed editore dovrebbe essere inorridito e preoccupato per questo tentativo di criminalizzare il nostro lavoro.”

I giornalisti sottolineano la grave e continua violazione dei diritti umani che Assange sta soffrendo e scrivono: “Riteniamo i governi degli Stati Uniti d’America, del Regno Unito, dell’Ecuador e della Svezia responsabili delle violazioni dei diritti umani a cui è stato sottoposto Assange”.

La dichiarazione congiunta cita il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura Nils Melzer, che ha indagato sul caso: “Alla fine mi sono reso conto che ero stato accecato dalla propaganda e che Assange era stato sistematicamente calunniato per distogliere l’attenzione dai crimini che aveva denunciato. Una volta che era stato disumanizzato attraverso l’isolamento, il dileggio e l’infamia, proprio come le streghe che solevamo bruciare sul rogo, era facile privarlo dei suoi diritti fondamentali senza provocare indignazione pubblica in tutto il mondo. E così, si è stabilito un precedente legale, attraverso la porta secondaria della nostra stessa compiacenza, che in futuro può essere e sarà applicato altrettanto bene per le pubblicazioni del Guardian, del New York Times e di ABC News.”

Nella dichiarazione si afferma: “La denuncia di abusi e crimini fatta da Assange è d’importanza storica, come lo sono stati i contributi degli informatori Edward Snowden, Chelsea Manning e Reality Winner, che ora sono in esilio o incarcerati. Hanno tutti affrontato implacabili campagne diffamatorie condotte dai loro avversari, campagne che hanno spesso portato a report errati e alla mancanza di copertura e indagini da parte dei media sulle loro reali vicissitudini.”

La dichiarazione dei giornalisti chiede che Julian Assange venga immediatamente rilasciato e che i procedimenti di estradizione e le accuse di spionaggio contro di lui vengano ritirati.

Scrivono: “Invitiamo i nostri colleghi giornalisti a informare accuratamente l’opinione pubblica su questo abuso dei diritti fondamentali. Esortiamo tutti i giornalisti a parlare in difesa di Julian Assange in questo momento critico. Tempi critici richiedono giornalismo senza paura”.

Sui social media, l’iniziativa è promossa con l’hashtag #JournalistsSpeakUpForAssange.

Illustrazioni: i media sono invitati a utilizzare il collage dei ritratti dei firmatari disponibile per il download qui: https://speak-up-for-assange.org/contact

Traduzione di Veronica Tarozzi per MediAttivisti”

Taglio dei parlamentari e difetto della logica

16.02.2020 – Rocco Artifoni

Taglio dei parlamentari e difetto della logica

Domenica 29 marzo con il referendum costituzionale gli elettori saranno chiamati a decidere se tagliare il numero dei parlamentari. Con la vittoria dei Sì, i deputati verrebbero ridotti da 630 a 400 e i senatori elettivi da 315 a 200. I sostenitori della proposta di riduzione adducono alcune motivazioni che difettano di logica. Infatti, si dice che:

  1. In questo modo si ridurranno i costi della politica. Ma se si volesse davvero ridurre i costi, la strada più semplice e coerente sarebbe stata quella di diminuire gli emolumenti ai parlamentari. Sarebbe bastata una legge ordinaria, senza modificare la Costituzione.

  2. Così facendo si otterrà un risparmio quantificato in 57 milioni di euro annui. Ma se questo fosse lo scopo, ci si dovrebbe chiedere perché si è deciso di risparmiare soltanto 57 milioni, considerato l’ammontare del debito pubblico italiano.

  3. Con la riduzione dei posti, si restituiranno un po’ di soldi agli elettori. Ma i rappresentati dei cittadini dovrebbero gestire i soldi pubblici in modo responsabile e non restituire i soldi delle tasse. D’altro canto, se l’obiettivo fosse quello di restituire i soldi, perché limitarsi a questi. Non sarebbe più lineare proporre una riduzione le imposte?

  4. L’attuale numero dei parlamentari è eccessivo. Ma perché 400 deputati e 200 senatori dovrebbero andare bene? Perché ad esempio non scegliere 360 deputati e 180 senatori?

  5. Con meno parlamentari le Camere funzioneranno meglio. Ma allora bisognerebbe prima stabilire qual è il numero ottimale dal punto di vista dell’efficienza di un’assemblea parlamentare e di conseguenza fissare il numero dei componenti. Ne dovrebbe conseguire che il numero dei deputati dovrebbe essere pari a quello dei senatori. Ma non è così nella proposta di referendum.

  6. Se i parlamentari saranno di meno, diventeranno più autorevoli. Se fosse vero, significherebbe anzitutto che i senatori sono e saranno più autorevoli dei deputati. Ma la Costituzione non prevede questa differenza. Inoltre, se la riduzione del numero dei parlamentari aumentasse automaticamente l’autorevolezza, perché ci si dovrebbe fermare a 400 deputati?

  7. Se i seggi dei parlamentari saranno di meno, aumenterà la qualità della politica. Ma questa affermazione non ha alcun fondamento logico. Potrebbe essere valida se gli eletti fossero il risultato di un percorso ad esami, di un concorso con prove. Invece, i candidati al Parlamento non devono dimostrare alcuna preparazione. Di conseguenza si potrebbe addirittura sostenere il contrario: più elevato è il numero dei seggi, più è probabile che tra gli eletti ci sia qualcuno davvero competente.

Evidentemente si potrebbero indicare alcuni motivi per dire che ridurre i parlamentari sia una scelta negativa, poiché di fatto si riduce la rappresentanza e quindi si aumenta la distanza tra eletto ed elettori. Si potrebbe sottolineare che, essendo i senatori eletti su base regionale, la diminuzione dei seggi disponibili in ciascun collegio regionale implicitamente alzerà il quorum per essere eletti, escludendo di fatto alcune minoranze (che la Costituzione dovrebbe tutelare) dalla rappresentanza. Si potrebbe evidenziare che soprattutto al Senato con la riduzione dei seggi alcune forze politiche dovranno inserire il medesimo eletto in diverse commissioni parlamentari, con l’evidente rischio di ingolfamento dei lavori e con senatori che dovrebbero essere competenti in svariate materie. E si potrebbe continuare a lungo nell’indicare i difetti della scelta di riduzione dei parlamentari. Ma in fondo resta aperta la domanda: quale sarebbe a rigore di logica il pregio di questo taglio?