Un esule antifascista in Svizzera

Ignazio Silone (1900-1978), un esule cristiano

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Ignazio Silone è morto il 22 agosto del 1978, a Ginevra, così come è vissuto: quasi in esilio e certo in solitudine. Del resto Ignazio Silone ha sempre vissuto in esilio, nel senso più ampio del termine.
Nato a Pescina dei Marsi, in Abruzzo, il 1. maggio 1900, dopo il terremoto che distrusse la sua famiglia visse per collegi ecclesiastici. Durante il fascismo trovò rifugio in Svizzera: fu dapprima a Davos (dove curò la tubercolosi) poi ad Ascona e, dal 1942, a Zurigo (fu proprio in Svizzera che scrisse il celebre romanzo Fontamara).
Ma Silone fu “esule” anche a livelli più profondi: ben presto fuori dalla chiesa cattolica per gli inaccettabili compromessi che vi vedeva col potere e la società capitalistica, espulso dal Partito Comunista Italiano nel 1930 in quanto dissidente antistalinista, fu a lungo esiliato anche dagli ambienti letterari italiani (lui, uno dei più apprezzati e tradotti scrittori italiani in tutto il mondo).

Socialismo e libertà
Ignazio Silone – spinto verso il movimento socialista perché in esso scorgeva una tensione verso la liberazione della persona da ogni forma di asservimento – fu e rimase un ribelle, critico nei confronti di tutti i “poteri costituiti”.
Nei suoi romanzi si ritrovano, con grande lucidità ed efficacia, tematiche legate alla difesa della dignità dell’essere umano – e in particolare degli “ultimi” nella classifica sociale – e alla ricerca del nucleo autentico della predicazione cristiana delle origini.
Nell’opera di Silone la scelta dei poveri e degli “ultimi”, e la loro elezione a propri compagni, si presenta come scelta decisiva e costante della propria vita. Accanto a questa scelta c’è la riscoperta, nella lotta, di una più autentica fedeltà all’uomo e al vangelo (“Fortunatamente Cristo è più grande della chiesa”, dice); c’è il valore concreto dell’utopia; c’è la riscoperta di un “filo rosso” che attraversa non solo la Bibbia, ma tutta la storia del cristianesimo e che si traduce per lui in un atteggiamento critico nei confronti della chiesa che fonda il suo potere e la sua autorità appoggiandosi allo stato (tale atteggiamento sfocia nel rifiuto del concordato tra la Santa Sede e il regime fascista) e nell’appropriazione dell’amara e sarcastica saggezza della religiosità popolare.

Contrasto tra due chiese
In tutta l’opera siloniana è inoltre presente, costante, lo scontro, irriducibile e insanabile, fra le “due chiese”: quella che è del popolo e sta dalla parte del popolo, e quella che è del potere e sta contro il popolo, contro le sue lotte, contro le sue prese di coscienza, contro la sua liberazione.
Significative, a questo riguardo, le riflessioni autobiografiche contenute nei capitoli (“Quel che rimane”) che introducono il romanzo L’avventura di un povero cristiano. “Mi riferisco – scrive Silone – a quelli che dopo aver ricevuto la consueta educazione religiosa in qualche istituto o collegio di preti, si siano in gioventù allontanati dalla chiesa, non per la naturale indifferenza che sopravvive nella maggioranza dei maschi appena escono di pubertà, né per dubbi o dissensi intellettuali sulla sostanza della fede (questi sono casi rari), ma spinti da insofferenza contro l’arretratezza, la passività o il conformismo dell’apparato clericale di fronte alle scelte serie imposte dall’epoca”.
“Come si poteva rimanere in una simile chiesa?”, si chiede Silone, che “menava il can per l’aia”, parlando ossessivamente ai fedeli “dell’abbigliamento licenzioso delle donne, dei bagni promiscui sulle spiagge, dei nuovi balli d’origine esotica, e del tradizionale turpiloquio” in un’epoca “di confusione di massima, di miseria e disordini sociali, di tradimenti, di violenze, di delitti impuniti e d’illegalità d’ogni specie?”. È da questo “scandalo insopportabile” che la ricerca, umana, politica, religiosa di Silone prende avvio o si conferma.

Amicizia con Ragaz
L’irriducibile contrasto fra le “due chiese”, fra i due diversi modi di concepire il cristianesimo e di viverlo, si trova espresso soprattutto nel dramma L’avventura di un povero cristiano (1968) e in particolare nelle due figure che questo scontro personificano: Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, che si dimise poco dopo l’elezione, e Bonifacio VIII, suo successore, il papa del rilancio del potere temporale della chiesa e del cinismo del potere stesso. Ma lo scontro era prefigurato già nei personaggi di don Benedetto (in Vino e pane) e fra Celestino (in Ed egli si nascose), indimenticabili figure di “preti del dissenso”, che vengono dal popolo e restano dalla parte del popolo, solidali, poveri, emarginati dalla chiesa e dal potere politico, spesso con gravi e tormentati conflitti di coscienza per questa loro difficile doppia fedeltà. In quelle figure e attraverso quelle narrazioni riemergono le radici di un cristianesimo “diverso”, di minoranza, rigorosamente contrario a ogni forma di compromesso.
Vale forse la pena ricordare, in questo contesto, anche l’amicizia, nata già nel 1935, tra Silone e il pastore protestante svizzero Leonhard Ragaz, promotore del “socialismo religioso”. Ragaz – col quale Silone rimase a lungo in contatto epistolare – appare nel romanzo La volpe e le camelie: “un uomo in gamba”, che “ha lasciato chiesa e università per la causa degli operai”.

(Per Ragaz Benazzi ha curato la migliore pagina italiana su web a questo link:

https://ecumenici.wordpress.com/leonhard-ragaz/)
Fedeltà a Cristo
Silone, nella sua ricerca, scava nelle vicende della sua terra per ritrovarvi i problemi e la storia di oggi. “Numerosi cenobi si formarono nelle montagne abruzzesi” – scrive nei citati capitoli introduttivi dell’Avventura, rifacendosi ai fermenti ‘eretici’ abruzzesi del Duecento – esperienze che “pur evitando l’aperta eresia” rimasero per molto tempo “al di fuori della vita ufficiale della Chiesa, accogliendo assai liberamente, e spingendo talvolta agli estremi, le ispirazioni benedettine, gioachimite e francescane” dell’attesa “di una terza età dello Spirito, senza Chiesa, senza Stato, senza coercizioni, in una società egualitaria, sobria, umile e benigna, affidata alla spontanea carità degli uomini”.
“La storia dell’utopia – continua Silone – è in definitiva la contropartita della storia ufficiale della Chiesa e dei suoi compromessi col mondo… L’utopia è il suo rimorso”.
Per Silone non è affatto strano che “gli uomini i quali una volta dicevano no alla società e andavano nei conventi, adesso il più sovente finiscono tra i fautori della rivoluzione sociale… Non esito ad attribuire ai ribelli – conclude Silone – il merito di una più vicina fedeltà a Cristo”.