3) 8 SETTEMBRE 1943: MILITARI ALLO SBANDO

8 Settembre 1943: militari allo sbando

ANGELO BORSETTA
“Al pomeriggio dell’8 settembre gli ufficiali che si erano defilati, non sapevano esattamente dove andare: quelli che abitavano nella zona erano andati a casa, altri invece non potevano, meridionali specialmente, dato che abitavano oltre la linea del fronte.
Alcuni di questi si presentarono alla signorina Amelia Castiglioni, già conosciuta perchè alcuni giorni prima, lei ed il professore Gasperini, erano arrestati perchè si erano presentati ai soldati per consegnare loro dei giornali.
Dopo un breve interrogatorio erano stati rilasciati, senza maltrattamenti
La signorina indirizzò a me ed al ragioniere Macchi questi ufficiali.
Anche i soldati erano scappati; alcuni andarono con i partigiani, altri invece, non potendo andare a casa, si ripresentarono al Comando tedesco presso lo stabilimento e chiesero di rientrare a far parte delle forze militari.
I tedeschi però non si fidavano degli italiani, quindi li disarmarono e chiusero i fucili in un armadio di ferro nella villa Restelli, mentre armato restava soltanto il militare di guardia.
Durante il giorno i soldati venivano impegnati nel lavoro di magazzino e negli uffici; a dormire tornavano nella Villa.”

CARLO FERRARI
“Dopo l’8 settembre io ero però un pò spaventato dato che avevo ditta e lavoravo anche per delle ditte che fornivano macchine alla T.O.T., un’organizzazione tedesca con sede a Monza.
Io nella mia ditta facevo lavorare anche persone che dovevano proteggersi da tedeschi e dai fascisti. Per esempio, ebbi qui anche l’Ingegner Foà che era ebreo; c’era lui, la moglie e il figlio. Mi arrivò l’ordine di proteggerlo, di assumerlo con libretto paga; aveva anche l’esonero ma era un documento falso.”

ANGELO BORSETTA

“La famiglia dell’Ingegnere Foà era fuggita da Milano dove egli lavorava come dirigente della Falk; il fatto è che era ebreo e tutta la famiglia fu ospitata in un cascinale di Saronno.Intanto l’ingegnere aveva conosciuto un industriale che l’aveva raccomandato al signor Garavello che faceva l’elettricista a Castellanza. Questo è poi venuta a Olgiate dal rag. Ruggero Macchi che ha provveduto a liberare un locale occupato dal fratello Anselmo, nel cortile del Maltagliati che avevano negozio, e a nascondere la famiglia Foà.”

 

PIERA MALTAGLIATI E SERAFINO SAPORITI
“La famiglia dell’ingegnere Foà fu tenuta nascosta in un locale del cortiletto qui dietro il negozio per l’intervento del rag. Macchi.”

 

ELISEO CASANOVA

“Il giorno 11 settembre 1943 sono stato richiamato sotto le armi ma non mi sono presentato; un giorno però, in seguito ad una spiata, sono stato preso dai Carabinieri di Gorla perché disertore e sono stato portato a Somma Lombardo. Poi sono stato mandato a Guastalla per operare contro i partigiani della zona. Io però sono scappato e sono tornato a casa con mezzi di fortuna. A Olgiate sono stato ripreso, per un’altra spiata e sono stato mandato a Vercelli, da cui un giorno sono fuggito per unirmi ai partigiani della zona di Colazza.”

GIUSEPPE MENZAGHI

(Foto 6)
“Era un sabato sera e mi lavavo un po’ così, perchè bagni non ce ne erano… però a casa mia c’era un mastello per il bagno. Quella notte lì, senza che io lo sapessi i tedeschi erano venuti a prendere il Casanova ma lui, scavalcando due cinte (la mia e quella dei Saporiti) era fuggito ma avevano preso suo padre e l’avevano portato via.”

ELISEO CASANOVA
“Allora i tedeschi hanno preso mio padre e hanno lasciato detto a mia mamma che mi davano 48 ore di tempo per presentarmi a loro. Io allora ho deciso di consegnarmi e mio padre fu liberato. Mi consegnai al comando tedesco che c’era giù in Valle; incominciarono ad interrogarmi perché volevano sapere i nomi dei compagni. Io non ho parlato e mi hanno mandato a Varese dove avvenivano interrogatori e botte.”

MARIO GUIDI (DEPORTATO)
“Io sono stato richiamato nel maggio del ’44 con un bando che era stato esposto sui muri fascisti, ma non mi sono presentato; sono scappato in Brianza in attesa di andare in montagna.
Però mi hanno poi preso ad Olgiate il primo novembre dello stesso anno insieme col Lisetto Casanova e sono stato portato in Germania a Flossemburg.
Mi hanno poi liberato gli americani ai primi di aprile del 1945, mentre mi stavano portando alla eliminazione. E’ stato un miracolo.”

“Mi ricordo che una sera tornavo da Castellanza quando sono stato fermato da una pattuglia di fascisti e di tedeschi; con me c’erano anche il Lisetto Casanova e il Nino Banfi con altri giovani.
Eravamo nella zona della Garantola ed allora io, approfittando di un attimo di distrazione della pattuglia, sono scappato saltando delle siepi e sono tornato a casa.”

“Quando poi mi presero mi portarono col Lisetto, al carcere di S. Vittore.
Siamo anche stati fortunati perché ci siamo dichiarati capaci di fare diversi lavori: io infatti facevo l’inserviente alla mensa delle guardie.
In questo modo potevamo procurarci da mangiare anche per gli altri compagni di cella.
Noi ci tenevamo buone le guardie perché davamo anche a loro della roba da portare a casa alla famiglia per mangiare e quindi chiudevano un occhio.
Così potevano aiutare anche i detenuti politici del sesto raggio perché alla sera, quando rientravamo nella cella, facevamo scivolare nelle loro celle, che erano ad un livello più basso del cortile, delle bottiglie di latte, mentre le guardie facevano finta di non vederci.
Dopo che sono tornato dalla deportazione in Germania mi è stato dato un indennizzo da parte del Governo tedesco.
Questo avvenne nel 1963.”

GIUSEPPE MENZAGHI
“Quella volta è intervenuta la Franca Ganna, che lavorava giù al comando tedesco e ha salvato la situazione, perché h parlato con i tedeschi che hanno lasciato libero il padre ma il Lisetto è stato portato via.”

 

ALBERTO GAMBINI

“Nel 1943 io ero in Croazia e il Due o tre settembre sono venuto a casa in licenza. Poi sono tornato al reggimento ma il Capitano mi disse di tornare a casa: doveva essere l’8 settembre; mi disse di non farmi trovare per non andare in Germania. Io non facevo parte di nessun gruppo partigiano ma lavoravo come autista dal Colombo di Castellanza.”

GIOVANNI GALBERSANINI

“Io ho dovuto andare a presentarmi e avevo 17 anni. Ma poi sono scappato tre volte e una volta volevano portare via mia mamma; eh sì, avevo già il fratello in Tunisia e il papà in Russia. Mi hanno portato in Germania, dal marzo all’agosto del 1944, dove avevo fatto addestramento. Quando sono tornato sono scappato a casa.

Io non ero inquadrato col C.N.L.; allora si andava per le campagne, non lavoravo mica; si parlava con uno, si parlava con l’altro… si cominciava già ad avere collegamenti… c’era il Pasquale Rossini, un mio coscritto, quello lì andava su in Piemonte a portare le armi.

Noi ci si trovava in una casetta in campagna, dalla parte del Rovelli, verso Solbiate.”

OLGA BANFI

“Nino, mio fratello, ed il Pino Pellegrini, li tenevamo nascosti nel cortile del macellaio di via Menotti e quando nel ’44 vennero i tedeschi per prendere  mio padre, l’abbiamo nascosto dietro una catasta di legna. Tenevamo nascosto anche mio cugino Colombo Giuseppe.”

GIUSEPPE MENZAGHI

“Quando ero “sbandato” a casa ho saputo che c’era un certo Capitano Cozzi di Busto che era partigiano; gli sono stato presentato tramite un amico, il Giannino Viganò, che era partigiano sulle montagne e che ora abita a Castellanza e gestisce la mensa dell’ANPI a Busto.”

“A Santo Stefano era andato giù dal Mentin a giocare a biliardo e ci trovò due tedeschi, uno dei quali era ubriaco; mi spavento ma mi metto a giocare per non dare nell’occhio. Ad un certo punto quello ubriaco scende giù ai servizi e si sentono alcuni colpi di pistola, il suo compagno esce di corsa a vedere e noi siamo scappati tutti.

Sono andato a Castellanza al Cinema e dopo mezz’ora entrano i fascisti… e lì, scappa anche di lì… hanno fatto una retata.”

GIUSEPPE GRAMPA

“I giovani si rifugiavano nelle cascine, nella campagna e uscivano la notte. Qualcuno è anche stato preso dai tedeschi.

In genere erano ragazzi di leva, quelli che non avevano voluto stare nell’esercito. Chi poteva scappava; molti sono scappati anche in Val D’Ossola, uniti ai partigiani.”

CARLO FERRARI
“C’era un maniscalco di Busto che non voleva tornare nell’esercito ed era scappato.
Io lo sapevo che lo cercavano e gli avevo detto di fermarsi nella mia officina e di non andare a casa.
Lui ha voluto andarci, l’hanno preso, lo hanno portato in Germania e non si è saputo più nulla”.

ALBERTO GAMBINI

“Ogni tanto arrivavano i fascisti a cercare gli “sbandati”, quei soldati che non si erano presentati alle armi.

Una volta ero lì in cortile e sono arrivati due fascisti da Castellanza che mi hanno chiesto se conoscevo un certo Gambini Alberto. Io gli ho detto che abitava in una casa ma quel giorno era a Novara.

E Gambini Alberto ero io.

Quando venivano i fascisti io scappavo in casa e poi c’era un’uscita posteriore e mi rifugiavo dalla signorina Angelina Macchi, nipote che divenne poi Sindaco di Olgiate.”

 

(Foto 10)
ANGELO BORSETTA
“Nelle campagne del Gerbone c’erano nascosti due avieri sudafricani, Christian e Thomas, ai quali la gente del posto dava da mangiare; erano nascosti in un capanno che aveva l’ingresso dal lato opposto della strada, per non farsi vedere.
Io gli avevo dato un soprabito e il rag. Macchi un vestito e ogni tanto andavamo a trovarli.
Poi una signorina di Busto, dato che non volevamo andare coi partigiani, li accompagnò a Varese, poi verso il confine dove li presero in consegna dei contrabbandieri e li fecero espatriare.”

PIERA COLOMBO MALTAGLIATI

“Ricordo che nel 1944 c’erano degli avieri inglesi abbattuti e che si erano rifugiati al Gerbone in un capanno.

I signori Borsetta e Macchi andavano qualche volta a trovarli e ogni tanto incaricavano mia mamma, la Carolina Colombo (mentina), di potar loro da mangiare. E lei andava anche se aveva già 60 anni.”

 

Foto 11: relazione che comprende anche i fatti avvenuti ad Olgiate , pur con qualche i imprecisione, nei giorni 25 e 26 aprile 1945.
Testo:
Radunava sotto il suo Comando la 8a Compagnia (Castellanza), la 18a (Olgiate Olona), 28a (Marnate), 38a (Gorla Minore) 48a (Solbiate Olona) .
I primi approcci per la costituzione risalgono al novembre ’43 e pur aumentando progressivamente, si potè dapprima contare su pochi elementi che limitarono la loro attività alla diffusione di manifestini.
Ai primi di febbraio del ’44 il lavoro si intensifica anche perché il Comando del Raggruppamento “A. Di Dio” viene trasferito proprio a Castellanza.
I giorni della liberazione furono veramente gloriosi per la “Costanzia” in quanto forte di 436 uomini, procede energicamente alla cattura di armi per i proprio equipaggiamento.
Le azioni dirette iniziarono col 25 aprile e prima fu l’assedio di un villino, posto in corso Sempione, occupato da ufficiali tedeschi che si arresero senza lotta. Poco dopo è la volta di un anticarro con a bordo 5 tedeschi, attaccato in località “Cascina Olmina”; il nemico lascia due morti e due feriti gravi. Più tardi, sempre nella giornata del 25 aprile, alla “Canazza” avviene uno scontro con due autoblinde le quali, nel tentativo di salvarsi, alzano prima bandiera bianca e poi lanciano furiose raffiche ferendo gravemente due patrioti. Alla fine però la lotta termina con l’annientamento degli equipaggi e la cattura degli automezzi.
Nei giorni seguenti le azioni si susseguono ininterrotte contro elementi tedeschi e fascisti sbandati che però fanno uso di armi. Il 26 viene fermata una macchina targata Mantova con a bordo 3 fascisti e la moglie dell’ex prefetto di Mantova; il 27 è la volta della Fiat 500 con fascisti che sparano sulla folla; il 28 un buon gruppo egregiamente armato accorre per fronteggiare la famosa colonna Stam e il 29 l’azione si ripete per la colonna segnalata nei pressi di Robecco.
Accanto a queste operazioni vanno ricordate pure quelle della 28a e 18a Compagnia contro l’armatissimo presidio magazzino di Olgiate Olona, terminate con la cattura di 18 uomini superstiti, mentre 6 furono feriti e 4 i morti.”