I bambini di terezin

I bambini di Terezin

Contributo a cura di Giovanna Corchia

Per ringraziare i miei amici Marinella Fasani e il marito, Giuseppe Costingo, che hanno organizzato una mostra sul ghetto di Terezìn proprio per non perdere mai la memoria e dare strumenti di conoscenza soprattutto alle giovani generazioni indispensabili perché sappiano ribellarsi all’assurdo sempre, v’invio una pagina di poesie di bambini che in quel ghetto sono stati rinchiusi. Con Primo Levi possiamo dire Se questo è un bambino.

Diffondetele!

Riprendendo gli incubi dei genitori di un suo personaggio, il bambino Momik – Vedi alla voce: amore – David Grossman richiama quello che i genitori e gli adulti in genere, sopravvissuti alla Shoa, dicevano al bambino che voleva scacciare via quel terrore che leggeva sui volti  che tutto era successo in Quel Paese lì … Se fosse stato detto al bambino un giorno, un anno, una data, sarebbe stato diverso, quel paese poteva essere relegato nel passato, ormai non c’era più… Invece quel lì poteva ripresentarsi altrove. Ora, aggiungo a conferma, una riflessione del dottor Rieux, il narratore di “La peste” di A.Camus: il bacillo della peste non muore mai, perciò bisogna essere sempre vigili.

Giovanna

Shoah – Poesie dei bambini del ghetto di Terezin
Terezin è una cittadina a circa settanta chilometri da Praga. Quando, nel 1941, la Polonia fu invasa dai Tedeschi, la cittadina diventò un ghetto per gli Ebrei.
Tra le sue antiche mura a forma di stella, vennero ammassati quindicimila bambini e ragazzi, strappati dalle loro famiglie e destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Solo un centinaio di loro riuscì a salvarsi.

Vorrei andare sola

dove c’è un’altra gente migliore

in qualche posto sconosciuto

Dove nessuno più uccide

Ma forse ci andremo in tanti

verso questo sogno,

in mille forse

– e perché non subito?

(Alena Sinkovà nata il 29.4.1926 liberata)

 

La farfalla

L’ultima,proprio l’ultima,

di un giallo intenso, così

assolutamente giallo,

come una lacrima di sole quando cade

sopra una roccia bianca

– così gialla, così gialla! –

L’ultima,

volava in alto leggera

aleggiava sicura

per baciare il suo ultimo mondo

Fra qualche giorno

sarà già la mia settima settimana di ghetto

Ma qui non ho visto nessuna farfalla.

Quella dell’altra volta fu l’ultima:

le farfalle non vivono nel ghetto…

Pavel Friedmann nato il 7.1.21 . morto il 29.9.44
Una macchia di sporco dentro sudice mura
e tutt’attorno il filo spinato
30.000 ci dormono…
Sono stato bambino tre anni fa.
Allora sognavo altri mondi.
Ora non sono più un bambino,
ho visto gli incendi
e troppo presto sono diventato grande.
Ho conosciuto la paura,
le parole di sangue, i giorni assassinati…

Alla luce di una candela m’addormento
forse per capire un giorno
che io ero una ben piccola cosa,
piccola come il coro dei 30.000,
come la loro vita che dorme
laggiù nei campi,
che dorme e si sveglierà,
aprirà gli occhi
e per non vedere troppo
si lascerà riprendere dal sonno…

(Hanus Hachenburg, da Vedem, settembre 1944)

I bambini rubano il pane e chiedono soltanto
di dormire, di tacere e ancora di dormire…
Pesanti ruote ci sfiorano la fronte
e scavano un solco nella nostra memoria…
Mif, 1944

È piccolo il giardino
profumato di rose,
è stretto il sentiero
dove corre il bambino:
un bambino grazioso
come il bocciolo che si apre:
quando il bocciolo si aprirà
il bambino non ci sarà.
Franta Brass, nato a Brno il 14.9.1930

 

Maria Rosaria Valentini

Di armadilli e charango…

42 F 6

Che giorno è?

Darei tutto per essere dentro un tacito ieri. E tutto darei per essere in una diversa geografia.

È molto strano: d’impulso partirei, ma il corpo mi ferma e resto, ancorata a questa terra perché ho paura di scoprire le altre. Ho paura di ascoltare voci non più mie.

La narratrice scopre per caso una lettera, in essa vi sono racchiuse pagine del passato. A scriverla è la nonna Enta, poi ne legge delle altre, sempre prese di nascosto e briciole di storie affiorano e il nome di un luogo sconosciuto: Lodz. Vorrebbe chiedere ai genitori, ma nessuno le risponde, dicono che non serve sapere, vogliono rassicurarla: come raccontare l’orrore a una bambina?

Cerca sul suo atlante e la pagina resta aperta 42 F 6: Lodz è proprio là…

David Grossman Vedi alla voce: amore

Il bambino Momik e la sua lotta contro il mostro che schiacciava nel sonno i suoi genitori. Quel mostro abitava in quel paese che si chiama “Quel Paese Lì”

Bene, bisogna dire la verità, dapprincipio Momik pensava che Bella intendesse parlare davvero di un mostro immaginario o di un dinosauro gigantesco che esisteva una volta e tutti ne avevano paura. Ma non aveva avuto tanto coraggio di chiederle chi e cosa. Ed ecco, da quando era arrivato il nonno nuovo, e il babbo e la mamma di Momik erano ancora più intristiti e sofferenti e urlavano di notte, Momik aveva deciso di chiederlo ancora a Bella, e Bella gli aveva risposto con un tono aspro, che ci sono certe cose che, grazie a Dio, un ragazzo di nove anni non è obbligato a saperle, e con mano nervosa gli aveva aperto come al solito il bottone del colletto della camicia, e gli aveva detto che si sentiva soffocare al solo vederlo in quel modo, ma Momik aveva deciso d’insistere, e le aveva chiesto chiaramente che razza di bestia fosse precisamente la belva nazista (perché sapeva bene che al mondo non c’erano più bestie immaginarie e certamente non dinosauri), e Bella aveva tirato una lunga boccata di fumo dalla sua sigaretta, e poi l’aveva spiaccicata forte forte nel posacenere, e aveva fatto krekz, e l’aveva guardato, e poi aveva storto le labbra, e non voleva dir nulla, però le era sfuggito di bocca, e aveva detto che la belva nazista in fondo poteva venir  fuori da qualunque bestiaccia, se solo l’avessero allevata in modo adatto e col mangiare adatto e allora aveva acceso un’altra sigaretta, e le mani le tremavano…

A partire da quel momento Momik cercherà disperatamente di liberare tutti dagli incubi della presenza di “Quel Paese Lì”

Come la ragazzina di 42 F 6   anche Momik diventa a nove anni improvvisamente adulto scoprendo una realtà, la realtà di Quel Paese Lì.

Allora mi vennero in gola tante di quelle domande… ma non sapevo trovare risposte…e tutto mi pareva assurdo, illogico, impossibile.

Silenzio del padre e della madre. Come raccontare l’assurdo? Come non capire la scelta di non raccontare l’orrore?

Ecco, un racconto e un libro, Maria Rosaria e David, e una vicinanza della scrittura, una scrittura utile per il lettore, utile non solo per la memoria ma anche per un passaggio dall’infanzia/adolescenza ignare a una consapevolezza indispensabile perché “Quel Paese Lì” non sia più una realtà

Difficile, impossibile? Sappiamo che le speranze sono cieche, ma ci aiutano a vivere.

Giovanna – Pavia, 24 marzo 2009