la Filosofia della Libertà’ di Rudolf Steiner nel lager di Bolzano

un evangelico nel lager il 25 aprile 1945

 

Un evangelico nel lager di Bolzano

FERDINANDO VISCO GILARDI, durante la II Guerra Mondiale si trovava con la famiglia a Bolzano, dove si era trasferito nel 1940 per ragioni di lavoro, avendo dovuto chiudere l’attività di Libraio presso la sua LIBRERIA DI CULTURA GILARDI & NOTO, ritrovo e riferimento degli antifascisti italiani (e perciò presa di mira dall’OVRA e da Mussolini), a seguito della demolizione del palazzo dell’Hotel Metropolitan, in piazza Duomo ang. p. Reale, ove aveva sede. Al posto di quel palazzo e di altri limitrofi è stato costruito l’arengario, sede dell’Ente turismo, e il complesso in stile fascista di piazza Diaz.

A Bolzano FVG, in collegamento con il CLN per l’Alta Italia, aveva organizzato l’assistenza ed il soccorso ai detenuti nel Campo di Concentramento locale, i contatti con le famiglie e la messa a punto, ove possibile, dei piani di fuga dal Campo stesso e dai convogli diretti in Germania, nonché l’assistenza e l’accompagnamento oltre le linee dei fuggitivi, ecc. ecc. Nel ‘gioco di chi è dentro va fuori e chi è fuori va dentro’ è capitato anche a lui di andare dentro, non solo camuffato da idraulico di un’impresa chiamata per certi lavori di manutenzione onde poter rilevare la pianta interna del Campo, ma anche da detenuto: è stato arrestato infatti nel suo luogo di lavoro il 19 dicembre 1944, :

Tra i primi libri che si fece portare in carcere (quando ciò fu possibile dopo 72 giorni di isolamento), oltre che a dare – da lì – istruzioni per gli acquisti di novità per la sua Biblioteca, fu una sua Bibbia (NT e Salmi) tascabile, ‘la Filosofia della Libertà’ di Rudolf Steiner, ‘la Logica’ di Benedetto Croce, Goethe, Dante e altro ancora. Fu sempre attento all’evoluzione della situazione socio politica italiana e internazionale.

Rischiando la morte ed in attesa dell’esecuzione (una prima rinviata, l’altra prevista prima dell’abbandono del Campo dai tedeschi in ritirata), comunque fiducioso, non avendo beni terreni di cui disporre, scrisse – ‘dalla cella 28 del Campo di concentramento di Bolzano, il 13 gennaio 1945’ – un Testamento spirituale alla moglie e ai figli, che pervenne loro tramite i canali clandestini di comunicazione.

La Liberazione a Bolzano arrivò ai primi di maggio 1945 (dopo il 25 aprile!).

Egli, apertisi i cancelli del carcere, non si ‘ubriacò’ della ritrovata Libertà sua e degli altri, ma rimase nella sua cella ancora a lungo in meditazione e preghiera, e poi si recò negli uffici del PD-Lager a prelevare della documentazione che lo interessava, cominciando subito a ritessere le fila del ‘dopo’. Solopiù tardi uscì, tranquillamente, quando quasi tutti erano già corsi via in diverse direzioni, mentre la Moglie – quasi angosciata per il ritardo – lo attendeva in ansia al reticolato di ingresso.

Guardando al ‘d%opo’, fece subito parte – indicato dal CLNAI – del Governo Provvisorio della Provincia di Bolzano con l’incarico di Vice-Prefetto (carica che tenne per un biennio, fino al voltafaccia di De Gasperi al Governo di unità nazionale), affrontando da subito – con la sensibilità propria – i delicati problemi dell’integrazione multietnica (tedesca, ladina e italiana) in quella particolare e bella Regione.

Tornò a Milano, per lavoro, dopo qualche anno (1952), trasferendo la famiglia solo nel 1954. Riprese a frequentare la Chiesa Metodista di via Cesare Correnti e poi di via Porro Lambertenghi.

Ecumenici per gentile concessione dei figli di Francesco Visco Gilardi –

CNL Cultura 2009

Una lettera consegnata alla Storia

LETTERA DI ABRAHAM LINCOLN
ALL’INSEGNANTE DI SUO FIGLIO.
 
“Caro professore, lei dovrà insegnare al mio ragazzo che non tutti
gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità; ma la prego di
dirgli pure che per ogni malvagio c’è un eroe, per ogni egoista c’è
un leader generoso.
Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico
e che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una
moneta trovata.
Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo
allontani dall’invidia e gli faccia riconoscere l’allegria profonda
di un sorriso silenzioso.
Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma anche distrarsi
con gli uccelli nel cielo, i fiori nei campi, le colline e le valli.
Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta
onorevole di una vergognosa vittoria, gli insegni a credere in se
stesso, anche se si ritrova solo contro tutti.
Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e a non
accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli
altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a
decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta
anche i veri uomini piangono.
Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere
anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione.
Lo tratti bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si
tempera l’acciaio.
Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di
essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore ed anche in se stesso,
perché solo così può avere fiducia negli uomini.
So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro”.
ABRAHAM LINCOLN

 

Chiudiamo qui l’attività preliminare del Blog con Ragaz

BENAZZI amando particolarmente questo teologo gli ha dedicato anni di studio riepilogati nella pagina a lui dedicata sul blog http://www.ecumenici.it: lo vogliamo solo ricordare per l’appello del 1930 diffuso anche sulla pagina facebook ANPI Olgiate Olona o magari perché violava il coprifuoco a Zurigo e accendeva la luce di casa quando passavano gli aerei tedeschi carichi di bombe per l’Italia? O per l’amicizia con Buber e i profughi ebrei quando dicevano le autorità cantonali che “la barca è piena” o quando stracciò la tessera del PS quando votarono il riarmo elvetico….o le case popolari costruite a Zurigo.

Leonhard Ragaz (1868-1945), per un’etica della politica e un giornalismo profetico
(Markus Mattmüller) Leonhard Ragaz è nato a Tamins, nei Grigioni, il 28 luglio 1868. Figlio di una modesta famiglia di contadini, cresce in un villaggio di montagna in cui gran parte del suolo è di proprietà pubblica, dove molti compiti vengono svolti in comune, in cui annualmente viene assegnata ad ogni famiglia – anche a quella più povera – una parcella di terreno. Tutto ciò rafforza in Ragaz la convinzione delle possibilità inerenti a un socialismo istituzionalizzato, al sistema cooperativistico, a una democrazia comunitaria viva e al federalismo. 

Teologia e lotta sociale 
Spinto a studiare teologia a motivo della facilità con cui ciò permette di ottenere una borsa di studio, dopo alcuni semestri trascorsi a Basilea, Jena e Berlino, a 22 anni diventa pastore e assume la cura di tre parrocchie di montagna. Successivamente è pastore a Coira, e nel 1903 viene chiamato alla cattedrale di Basilea. Fino a quel momento non si distingue in nulla dagli altri teologi liberali del suo tempo, la cui carriera è accompagnata da successo e popolarità. 
Nella città industriale di Basilea però, la lotta sociale, che sta raggiungendo il suo culmine, lo costringe a prendere posizione. Nella quaresima del 1903, scoppia un conflitto tra impresari edili e muratori e manovali. Questi ultimi rivendicano una riduzione dell’orario lavorativo e un aumento dello stipendio. Uno sciopero di grandi dimensioni viene sciolto dall’intervento delle truppe cantonali e gli operai devono arrendersi. La domenica dopo Pasqua, Ragaz sale sul pulpito della cattedrale di Basilea e predica su Matteo 22, 34-35, il doppio comandamento (“Ama il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore… Ama il tuo prossimo…”). In quella occasione afferma che la questione operaia è il problema più urgente del suo tempo: “Il cristiano deve sempre schierarsi dalla parte del debole, dalla parte di coloro che nella lotta sociale tendono verso l’alto. Il cristiano deve sapere che siamo fratelli, non deve solo guardare a se stesso e pretendere che Dio badi a tutti gli altri, ma riconoscere che come figli di Dio siamo responsabili gli uni degli altri”. 

Da Basilea a Zurigo 
Per la prima volta Ragaz esprime la convinzione che nel movimento operaio si manifesti una forma di cristianesimo inconsapevole, istintiva. Nello stesso anno, parla per la prima volta del contrasto tra “la religione statica, immobile, quieta e la religione che si muove dinamicamente in avanti. Il primo tipo”, dice, “vede nella religione un luogo di riposo dove coltivare una pietà individualistica e fa del cristianesimo un potere conservatore. I rappresentanti della seconda forma sottolineano invece non la fede in Cristo, bensì la sequela di Cristo. Non difendono la chiesa intesa come istituzione, ma rivendicano il regno di Dio”. Chiamato a Zurigo, nel 1908, dalla Facoltà di teologia dell’Università, come professore di teologia sistematica e pratica, Ragaz tiene una serie di corsi sulla filosofia della religione, sull’etica, sul cristianesimo e la questione sociale. 

Lo scoppio della guerra 
L’inizio del primo conflitto mondiale nel 1914 è considerato da Ragaz come il giudizio sulla società capitalista e militaristica, ma anche sulla chiesa imborghesita e troppo leale verso lo stato. Da quel momento in poi, l’ex comandante dei cadetti e cappellano militare diventa uno dei leader principali del movimento pacifista svizzero. 
Gli anni 1914-1918 rappresentano un momento importante nell’opera politica e teologica di Ragaz. Nella discussione sulle origini della guerra, condotta anche da molti profughi socialisti, il movimento dei socialisti religiosi ha richiesto un ancoramento intellettuale più profondo del socialismo. 
Gli anni della guerra hanno impresso al pensiero teologico di Leonhard Ragaz l’impronta definitiva (la stessa impressa anche al pensiero di Karl Barth): il regno di Dio non è interiore o trascendente, ma vuole trasformare la nostra società e liberare i poveri. 

La svolta 
La sua critica alla chiesa, alla teologia e a un cristianesimo borghese, spingono Ragaz a riconoscere la contraddizione esistente tra le sue convinzioni e il suo stato privilegiato di teologo accademico. Nel 1921, all’età di 53 anni, senza il diritto ad una pensione, dichiara le sue dimissioni dalla cattedra zurighese e si trasferisce alla Gartenhofstrasse, nel quartiere operaio di Zurigo-Aussersihl, dove fonda l’accademia popolare Educazione e formazione. Da allora in poi, si guadagna da vivere con le modeste entrate provenienti dal lavoro giornalistico. 
Dopo questa grande svolta, Ragaz concentra le sue attività su tre argomenti principali, tutti di carattere “profano”: la formazione operaia, il socialismo e la pace mondiale. 
Nel suo centro di formazione, Ragaz dibatte questioni sociali, giuridiche e politiche. In discussioni di gruppo vengono trattati libri e personaggi biblici, attualizzati nel contesto storico e contemporaneo. Dopo il 1921 non predica più in nessuna chiesa. Le sue considerazioni e disquisizioni nella saletta della Gartenhofstrasse e i suoi contributi pubblicati sulla rivista Neue Wege costituiscono, per molti anni, le sue uniche testimonianze teologiche. 
Ragaz legge i testi biblici nel contesto degli avvenimenti contemporanei: soprattutto durante gli anni della seconda guerra mondiale questo modo di leggere la Bibbia trasmette a molti speranza e consolazione, ma mette anche in guardia di fronte ai pericoli politici di quell’epoca buia. 

Cristianesimo, ebraismo, socialismo 
In molti suoi articoli Ragaz prende posizione sul delicato argomento della “questione giudaica”. Ribadendo che la radice sia del giudaismo che dell’ebraismo è unica, rifiuta qualsiasi attività missionaria verso gli ebrei. Con lungimiranza condanna la notte dei cristalli, nel 1938, come atto barbarico di saccheggio del patrimonio degli ebrei. Riconoscendo già presto e condannando inequivocabilmente la “soluzione finale” nazista, Ragaz accoglie nel suo centro numerosi profughi ebrei e instaura con loro un rapporto di dialogo e amicizia. 
Aderente all’ala sinistra del partito socialista, quella contraria alla guerra, Ragaz osserva accuratamente gli sviluppi in Russia e riconosce i pericoli totalitari: socialismo e violenza, nell’analisi ragaziana, si escludono. Nel 1919 con un gruppo di amici pubblica il programma socialista, nel quale prende posizione contro un socialismo totalitario, in favore del cooperativismo e della formazione. Nel 1935 il partito socialista, la cui esistenza, nella Germania nazista, è in pericolo, adotta una posizione favorevole al riarmo; Ragaz lascia allora il partito con le parole: “Rimango socialista!“ 

Pacifismo e liberazione 
Nel periodo tra le due guerre, Leonhard Ragaz è il principale esponente del movimento pacifista svizzero. Dopo avere giurato a se stesso, nell’agosto del 1914, di volersi impegnare in permanenza per la pace, mantiene questa promessa fino alla fine. Il suo pacifismo è però tutt’altro che apolitico: lotta per istituzioni ancorate nel diritto internazionale e per garantire la pace a livello mondiale. Nel caso estremo, avrebbe anche acconsentito ad una polizia per la pace della Società delle Nazioni. 
Sin dall’inizio del secondo conflitto mondiale, in Svizzera vige la censura di stampa. I commenti di Ragaz sulla situazione attuale, pubblicati nella sua rivista Neue Wege, non passano inosservati: le minacce da parte ufficiale culminano presto nella precensura. Ragaz, irritato, interrompe la pubblicazione della rivista e spedisce d’ora in poi le sue riflessioni, meditazioni bibliche e commenti politici in busta chiusa direttamente ai suoi lettori. Negli anni seguenti Ragaz scrive il suo commento a tutti i libri della Bibbia. Nel contempo (1944 e 1945) redige i due volumi sulle parabole e il sermone sul monte. Non esiste, tra le opere teologiche del Novecento, un’altra presentazione del messaggio di tutta la Bibbia condotta seguendo, quale unico filo conduttore, “il messaggio del regno di Dio e della sua giustizia per la terra.“ 
È assolutamente da rileggere, quest’opera monumentale (Die Bibel. Eine Deutung, Edition Exodus, Brig/Fribourg, 1990, ristampa in 4 volumi, n.d.r.), per conoscere e capire le posizioni teologiche di questa dottrina politica e sociale fondata sulla Bibbia. I rappresentanti della teologia della liberazione, nell’America Latina, hanno riconosciuto in Ragaz un loro precursore. 
Ragaz vede ancora la fine della guerra, la vittoria delle democrazie e la fondazione delle Nazioni Unite. Le commenta nella sua rivista ormai liberata dalla censura. Il 6 dicembre 1945 conclude la 39. annata della rivista Neue Wege. La sera del giorno dopo, all’età di 77 anni, soccombe a un arresto cardiaco (trad. it. Paolo Tognina).

Il martire sconosciuto della Resistenza danese

Kaj Munk (1898-1944), martire della resistenza danese
(Paolo Tognina) La sera del 4 gennaio 1944 membri del “gruppo Skorzeny“, il commando autore della spettacolare liberazione di Mussolini sul Gran Sasso d’Italia, inviati da Berlino, su ordine di Himmler, rapiscono il pastore luterano danese Kaj Munk. Il mattino dopo, sulla strada di Hörbylunde Bakke, nei pressi di Silkeborg, viene ritrovato il suo corpo, crivellato di colpi. L’8 gennaio 1944 una grande folla assiste ai funerali del pastore, drammaturgo e giornalista, che viene sepolto nel piccolo cimitero di Vedersoe, sulla costa occidentale dello Jütland.“Si dice che il cristianesimo non debba occuparsi di questioni politiche e che la chiesa debba occuparsi soltanto della salvezza delle anime“, aveva detto Munk, nel novembre del 1941, in una predica. “È una gran bella religione, che piace all’imperatore e alla quale sua maestà concederà certamente la propria protezione. Una simile religione non gli darà mai fastidio. Ma è una religione che merita il nome di bestemmia. La verità non è tranquilla e piena di dignità e ossequiosa; al contrario, la verità morde e urta e colpisce. La verità non fa per i timorosi e per i prudenti; questi non hanno bisogno della verità, bensì di un divano. Che insulsa richiesta è mai quella che pretende dalla chiesa un atteggiamento prudente? I martiri erano forse prudenti?. Il popolo danese deve smettere di avere paura se non vuole correre il pericolo di morire per eccesso di prudenza“.

Kaj Munk è nato nel 1898 a Maribo, sull’isola di Lolland. I suoi genitori morirono quando era ancora ragazzino e fu perciò adottato da una coppia di parenti. Crebbe in un ambiente contadino, impregnato dagli insegnamenti del pietismo danese di Grundtvig.
Da adolescente cominciò a scrivere ballate, poesie e drammi. E negli anni trascorsi a Copenhagen come studente in teologia accarezzò l’idea di abbandonare l’università per dedicarsi completamente alla letteratura. Ma i genitori adottivi, che avevano fatto non pochi sacrifici per mantenerlo agli studi, glielo impedirono.

Dal 1924 fino alla morte, Munk visse e lavorò come pastore a Vedersoe, sulla costa atlantica dello Jütland. Sposato, padre di cinque figli, curatore d’anime e predicatore, appassionato cacciatore, non smise mai di scrivere. Nel 1928 il suo dramma “En Idealist“ fu messo in scena al Teatro Reale di Copenhagen, con scarso successo. La sua popolarità quale autore drammatico fu decretata dal dramma “Cant”, messo in scena quattro anni dopo. La sua fama si consolidò con i drammi “La Parola“ (da cui il regista Theodor Dreyer ricavò, nel 1955, il celebre film “Ordet“) ed “Egli siede al crogiuolo“. Il primo si basa su una vicenda realmente accaduta a Vedersoe: la morte di una giovane donna, deceduta, insieme al figlio, durante il parto. Il secondo, scritto nel gennaio 1938, è un atto di accusa nei confronti della persecuzione degli ebrei in Germania.

Nel corso degli anni ’30 Kaj Munk si dedica a una intensa attività giornalistica pubblicando, sui maggiori quotidiani danesi, articoli e commenti non solo su temi ecclesiastici, ma anche culturali e politici. Le sue posizioni sono spesso criticate. Giudicando il parlamentarismo poco adatto allo sviluppo di un popolo, Munk asprime più volte ammirazione per il fascismo italiano e per il suo duce e vede nella ripresa economica tedesca sotto Hitler la conferma del carattere positivo della dittatura nazionalsocialista. Munk ritiene che il carisma del dittatore possa imprimere nuovo slancio al popolo tedesco.
Le sue posizioni nei confronti dell’Italia cambiano quando Roma decide di invadere l’Abissinia (il dramma “La vittoria“, del gennaio 1936, è una dura critica a quell’avventura bellica del fascismo). E la brutalità del regime nazista nei confronti degli ebrei lo porta a distanziarsi dall’hitlerismo. Il 17 novembre 1938 pubblica, nel quotidiano Jyllands Posten, una lettera aperta al duce del fascismo nella quale chiede a Mussolini di convincere Hitler ad abbandonare la politica di persecuzione degli ebrei. Il vero destinatario della lettera è tuttavia il pubblico danese che cinque anni dopo, mettendo in salvo la quasi totalità degli ebrei residenti nel regno, traghettandoli sull’Öresund verso la libera Svezia, dimostrerà di condividere appieno il suo appello.

Dopo l’invasione tedesca della Danimarca, nell’aprile 1940, Kaj Munk diventa il simbolo della resistenza nazionale. Il suo dramma storico “Niels Ebbesen“, l’epopea di una sorta di Guglielmo Tell danese che si batte per l’indipendenza dello Jütland contro il tedesco conte Gert di Hollstein, e la raccolta di prediche “Presso i fiumi di Babilonia“ (evidente richiamo alla situazione di cattività del popolo danese, paragonata a quella di Israele dopo l’invasione babilonese) circolano clandestinamente in decine di migliaia di copie contrabbandate anche nella Norvegia occupata.
Nel 1943 Munk entra a far parte del partito d’opposizione “Dansk Samling“ e protesta contro la decisione del ministero danese per gli affari ecclesiastici di vietare ai pastori di parlare pubblicamente della resistenza della chiesa norvegese. La censura controlla la sua produzione letteraria e le librerie non possono più esporre le sue opere.
“Amare il tuo nemico non significa accettare le sue opinioni e dargli ragione. Al contrario, significa essere disposti a sputargli in faccia piuttosto che lasciargli credere, mentendogli, che tu accetti i suoi metodi. La bontà di Dio è dolce e paziente, ma non scende mai a compromessi con il male“. Kaj Munk pagò con la vita la propria fedeltà a questo insegnamento di Cristo.

Anna

Anne Frank (1929-1945), la memoria dell’incubo
(Paolo Tognina) Nel 1933 Otto Frank, il padre di Anne, decise di lasciare Francoforte, dove viveva con le sue due bambine e la moglie, per andare a stabilirsi ad Amsterdam. Aveva capito che l’ascesa di Hitler avrebbe avuto conseguenze nefaste per gli ebrei.Fuga in Olanda
Con i suoi genitori e la sorella Margot, di tre anni più anziana di lei, Anne Frank, che era nata il 12 giugno 1929, andò a vivere in Merwedeplein 37, ad Amsterdam.
L’infanzia di Anne trascorse abbastanza tranquilla, finché l’Olanda non fu invasa dalle truppe tedesche, nel maggio del 1940. Nuvole nere si addensarono nel cielo di Anne quando gli occupanti tedeschi cominciarono a limitare sempre di più le libertà degli ebrei. Gli studenti ebrei furono espulsi dalle scuole pubbliche e costretti a frequentare istituti per soli ebrei. Per qualche tempo ancora – e grazie agli sforzi compiuti da Otto ed Edith Frank per conservare una parvenza di normalità – Anne continuò tuttavia a vivere una vita relativamente tranquilla.
Nel luglio del 1942 Margot Frank ricevette dalle autorità d’occupazione una cartolina che la invitava a presentarsi per essere arruolata nel servizio da svolgere “a est”: era il segnale dell’imminente deportazione. Otto Frank era pronto.

Vita nel rifugio
Nel retro della piccola fabbrica di gelificanti di cui era stato proprietario (aveva ceduto la “Opekta” ad alcuni fidi collaboratori, prima che fosse confiscata dai tedeschi) aveva ricavato un alloggio segreto per sé e per la sua famiglia. E alcune persone, tra cui Miep e Jan Gies, erano pronti ad aiutarli. I Frank entrarono nel nascondiglio sulla Prinsengracht, al numero 263, ai primi di luglio del 1942. E ne uscirono solo il 4 agosto 1944, quando furono tratti in arresto – per colpa di una soffiata – dalla polizia tedesca.
Durante i due anni di permanenza nell’alloggio segreto, Anne tenne un diario. Dopo la guerra quelle pagine furono recuperate dal padre, Otto, e pubblicate e tradotte in molte lingue in tutto il mondo. Si tratta di uno dei documenti più significativi dell’immane tragedia dello sterminio degli ebrei europei.

Da Westerbork ad Auschwitz
Il giorno dopo l’arresto, i Frank furono portati al campo di concentramento olandese di Westerbork. Il 3 settembre 1944 Anne, Margot, Edith e Otto Frank salirono sull’ultimo treno diretto ad Auschwitz. Su quel treno c’erano 498 uomini, 442 donne e 79 bambini. In totale 1019 persone. Quando partirono, gli alleati avevano già raggiunto Bruxelles e si trovavano a poco più di 200 chilometri di distanza da Westerbork.
Il treno raggiunse Auschwitz nella notte tra il 5 e il 6 settembre. All’arrivo fu effettuata la selezione. Uomini e donne furono separati. 549 persone scese da quel treno – e tra loro tutti i ragazzi fino ai 15 anni – furono subito assassinate nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau. Anne sfuggì a quel primo tentativo di eliminazione.
Quando quell’ultimo trasporto proveniente dall’Olanda raggiunse il campo, il “Frauenlager” di Auschwitz conteneva quasi 40’000 donne. Anne, Margot e la madre finirono nel “Frauenblock 29”. Le tre donne rimasero insieme fino alla fine di ottobre. Ad Auschwitz, come disse più tardi un’ebrea olandese che vide Edith Frank e le sue figlie in quel lager, non c’era più traccia dei dissidi tra Anne e sua madre menzionati nel diario scritto nell’alloggio segreto della Prinsengracht: quelle tre donne lottavano, insieme, unite, per sopravvivere.

L’ultimo viaggio
Il 28 ottobre 1944, quando i russi erano ormai a poco più di cento chilometri da Auschwitz, Anne e Margot furono trasportate nel campo di Bergen-Belsen (Edith Frank rimase ad Auschwitz, dove morì il 6 gennaio 1945).
Negli ultimi mesi di guerra Bergen-Belsen si trasformò in un inferno. I tedeschi stavano evacuando i campi a oriente e molti convogli, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, rovesciarono a Bergen-Belsen un numero inverosimile di prigionieri. Il cibo scarseggiava e per giunta nel tardo autunno il campo fu investito da una forte tempesta che ne danneggiò parecchie strutture. Le condizioni bestiali in cui erano ridotti i prigionieri provocarono la morte di un alto numero di loro, negli ultimi mesi prima della fine del conflitto e nei mesi immediatamente successivi alla fine della guerra. In particolare epidemie di tifo falcidiarono la popolazione di Bergen-Belsen. Nel marzo del 1945, poche settimane prima che il campo fosse raggiunto dalle truppe inglesi, Margot e Anne Frank morirono, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra.
Delle 1019 persone salite sul treno partito da Westerbork il 3 settembre 1944, sopravvissero 82 donne e 45 uomini, tra cui Otto Frank.

Anne Frank a Sils-Maria
Nell’estate del 1935 Anne Frank trascorse qualche tempo a Sils-Maria, nell’alta Engadina, ospite di Olga Spitzer, cugina di secondo grado di suo padre, Otto Frank. Anne abitava nella splendida Villa Spitzer (oggi Villa Laret), immersa nel bosco. Ci ritornò anche l’anno dopo, con la mamma e con la sorella Margot. Nelle pagine del Diario riaffiora il ricordo di quelle vacanze, di quella “isola di pace” nell’alta Engadina.
A Sils-Maria, a poca distanza dalla villa dove Anne trascorse vacanze spensierate, sorge oggi un monumento in suo ricordo. Una scultura che vuole esprimere il principio della tolleranza, della comprensione tra le religioni, della convivenza pacifica, senza l’uso della violenza.

Patria indipendente del 24/2/2016

Patria Indipendente

Quindicinale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

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ONLINE I CRIMINI NAZIFASCISTI

Isabella Insolvibile

Prime informazioni sulle tredicimila carte desegretate dalla Camera. Una documentazione rilevante per conoscere le cause e i responsabili dell’occultamento dei fascicoli relativi alle stragi

fosse ardeatine x copertina

In punta di penna

Lettera semiaperta a Salvini

Egr. Sig. Salvini Matteo, Ella ha affermato: «Il 25 aprile, Festa della Liberazione, terremo una grande manifestazione di liberazione da Renzi. Mi aspetto che gli alleati siano con noi». Che […]

Riprendiamo il discorso del Prof. Ampollini che si chiudeva con …

Primo Levi (1919-1987), testimone dello sterminio
(Ursula Braunschweig-Lütolf) Nato nel 1919, Primo Levi trascorse tutta la sua vita – tranne qualche involontaria eccezione – fino alla sua morte, avvenuta l’11 aprile 1987, nella casa paterna di Corso Re Umberto a Torino. Malgrado fosse cresciuto in un ambiente ebraico e conoscesse la tradizione ebraica – fu “bar mitzwah” anche lui all’età di 13 anni – come tanti coetanei non dava grande importanza al suo essere ebreo. Non si sentiva diverso dagli altri. Questo cambiò all’improvviso.Le leggi razziali
Proprio nel momento in cui Levi cominciò lo studio di chimica all’ università furono introdotte le leggi razziali in Italia. Tra l’altro queste leggi proibivano agli ebrei di seguire studi universitari e di insegnare all’università. Sia per disprezzo, sia per imbarazzo o paura tanti professori rifiutarono di accettare Levi all’università. Fece eccezione un’assistente di laboratorio disposto a trascurare le leggi e ad accogliere Levi come collega di laboratorio. Nel mese di luglio 1941 Levi passò gli esami finali “summa cum laude”. Nel documento di diploma fu annotato che egli era di origine ebraica.
In quegli anni era difficile trovare un posto di lavoro, a maggior ragione per un ebreo. L’offerta che gli fu fatta alla fine dell’anno era del tutto inattesa, tanto più benvenuta. Si trattava di un lavoro da chimico in una miniera di nichel. Dato che il contenuto di nichel del materiale estratto era troppo scarso, il direttore della miniera e Levi decisero ben presto di abbandonare il progetto. Levi trovò subito dopo lavoro in una ditta milanese che conduceva ricerche per trovare una medicina orale contro il diabete. Fu a Milano, allora considerata capitale morale dell’Italia fascista, che Levi conobbe l’antifascismo militante e dove fece amicizia con protagonisti dell’antifascismo italiano come Gramsci, Gobetti e Salvemini, protagonisti di una storia dell’Italia diversa da quella insegnata da decenni nelle scuole del regime.

Partigiano in Piemonte
L’8 settembre 1943, quando “il serpente grigio verde delle divisioni naziste“ strisciava nelle strade di Milano e Torino, il risveglio fu brusco. Non si poteva più ignorare che ormai l’Italia era diventata un paese occupato. Sconvolto da questa realtà, insieme ad altri compagni milanesi Levi si recò nelle montagne piemontesi per unirsi ai partigiani. In Sistema periodico Levi scrive che loro erano i partigiani meno armati e probabilmente quelli più ingenui. Qualcuno li tradì e il 13 dicembre furono trovati nel loro nascondiglio e catturati dalla Milizia fascista. Negli interrogatori Levi si dichiarò ‘cittadino italiano, di razza ebraica’ credendo che fosse meno pericoloso dichiararsi ebreo che partigiano. Fu un errore tragico, in cui incorsero Levi e tanti altri ebrei che ancora non intuivano le mostruosità che incombevano.

Prigionia e deportazione
Dopo l’arresto in Piemonte Levi fu trasportato al campo d’ internamento fascista a Carpi/Fossoli, nei pressi di Modena. I dirigenti fascisti del campo assicurarono ai detenuti che sarebbero rimasti lì fino alla fine della guerra. Alla fine di gennaio del 1944 a Fossoli si trovavano 150 ebrei, alcune settimane più tardi più di 600, per lo più intere famiglie catturate dai fascisti o dai nazisti.
”L’arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti; si riuscì tuttavia a interpretare variamente questa novità, senza trarne la più ovvia delle conseguenze, in modo che, nonostante tutto, l’annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati”. Il 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo ordinando di migliorare diversi aspetti della sua organizzazione.

Verso i campi di sterminio
“Ma il mattino del 21 si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti, nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all’appello, dieci sarebbero stati fucilati”.
Dopo una notte “che fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire”.
Il giorno dopo, 650 “pezzi“ (“Stück”, come dicevano i tedeschi), uomini, donne, vecchi, giovani, bambini furono stipati a colpi di bastone nei dodici vagoni merci. Era Auschwitz la destinazione del viaggio, con le soste snervanti, gli sportelli chiusi, la sete, la fame, il freddo, Auschwitz “un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra” .

Una “necessità storica”
Arrivati ad Auschwitz in una scelta rapida e sommaria furono divisi in due gruppi, quelli adatti al lavoro e utili per il Reich e quegli altri, vecchi, malati, donne, bambini che sarebbero morti pochi giorni dopo. “Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei”.
A partire dal 1942 ad Auschwitz e nei Lager dipendenti da esso non ci si limitava più a cucire il numero di matricola dei prigionieri sui loro vestiti, ma venne tatuato sull’avambraccio sinistro. Levi, che fu segnato col numero 174 517, scrive: “L’operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto, ma era traumatica. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome”.

Primo Levi scrittore
Subito dopo il suo ritorno a Torino, il 19 ottobre 1944, Levi scrisse, nel giro di pochi mesi Se questo è un uomo, “un libro che…lascia dietro una traccia lunga e intricata”, pubblicato una prima volta nel 1947, in 2500 copie, ben accolto dalla critica ma venduto male. I 600 esemplari non venduti, immagazzinati a Firenze, vi annegarono nell’alluvione del 1966. Nel 1957 il libro fu accettato da Einaudi. Da allora in poi ha avuto il suo itinerario. È stato tradotto in diverse lingue, adattato per la radio e per il teatro, in Italia ed all’estero. Nel 1959 l’editore Fischer acquistò i diritti per la traduzione in tedesco.

Tradotto in tedesco
Allora “mi sentii invadere da un’emozione violenta e nuova, quella di aver vinto una battaglia…il libro lo avevo scritto sì in italiano per gli italiani…ma i suoi destinatari veri, quelli contro cui il libro si puntava come un’arma, erano loro, i tedeschi. Ora l’arma era carica”. Il libro è una testimonianza sull’inferno dei Lager, sui ricordi orrendi della deportazione, della lotta quotidiana per la sopravvivenza, una riflessione sul raffinato meccanismo per la distruzione fisica e psichica degli uomini. Lo scopo del libro, come scrive Levi nell’introduzione, non è quello di aggiungere un’altra testimonianza a quelle già esistenti, ma piuttosto di rendere cosciente il lettore e la lettrice che il virus della xenofobia e del razzismo può giacere in ogni individuo, in ogni popolo “come un’infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”.

I sopravvissuti parlano
Passarono undici anni prima che Einaudi tornasse sui propri passi (il lettore responsabile aveva per tanto tempo rifiutato di accogliere il libro nel programma della casa editrice) e si decidesse a pubblicare, nei “Saggi”, Se questo è un uomo.
“Effettivamente il manoscritto non fu accettato per parecchi anni, e quello che mi ha sempre sorpreso è che chi lo aveva letto era una personalità della letteratura ebraica, vivente…Non so perché sia stato rifiutato: forse fu solo la colpa di un lettore disattento.“.
Il rifiuto di pubblicare la sua testimonianza di “segnato“ gli bruciava molto, a maggior ragione perché il riufiuto veniva da uno della sua gente. Ricordiamo il sogno spesso ripetuto: il sogno di tornare, raccontare e non essere creduto. Il rifiuto opposto al suo manoscritto era per Levi l’avverarsi del suo incubo.

Umano o disumanizzato?
Se questo è un uomo fu tra le prime testimonianze scritte in Italia ed è, a livello europeo, tra quelle più importanti, forse la più alta nella letteratura europea. Levi è riuscito con mirabile sobrietà di scrittura ad esprimere l’orrore del lager, senza condannare e giudicare.
“È vero che mi sono astenuto dal formulare giudizi in Se questo è un uomo. L’ho fatto deliberatamente, perché mi sembrava inopportuno, anzi opportuno, da parte del testimone, che sono io, sostituirsi al giudice; quindi ho sospeso ogni giudizio esplicito, mentre sono presenti chiaramente i giudizi impliciti.“ Essere superstiti e testimoni non è facile.

Testimone o giudice?
Levi scrive a proposito 40 anni più tardi ne I sommersi e i salvati: “…non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro i ‘mussulmani’, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione.“
Il privilegio di Levi fu quello di essere stato scelto per il lavoro nel laboratorio chimico. In questo modo non fu costretto a lavorare nel corso del secondo, tanto temuto inverno, quando le sue forze fisiche e psichiche erano pericolosamente ridotte.
“Lavorare è spingere vagoni, portare travi, spaccare pietre, spalare terra, stringere con le mani nude il ribrezzo del ferro gelato. Io invece sto seduto tutto il giorno.“ E soffrire per il freddo: “In laboratorio la temperatura è meravigliosa: il termometro segna 24 gradi. Noi pensiamo che ci possono anche mettere a lavare la vetreria, o a scopare il pavimento, o a trasportare le bombole di idrogeno, qualunque cosa pur di restare qui dentro, e il problema dell’inverno per noi sarà risolto.“
Nel laboratorio, Levi trovava carta e matita e prendeva di nascosto degli appunti che più tardi gli sarebbero serviti. Vi poteva rubare benzina, alcool, sapone ed altro materiale che si lasciava vendere o scambiare per una scodella di brodo o un pezzo di pane.

Verso casa
La tregua, pubblicato nel 1958 insieme a Se questo è un uomo, presso Einaudi, ebbe un grande successo e ricevette il premio Strega.
Il libro è stato scritto in duecento ore, un capitolo al mese, la sera, dopo il lavoro in azienda. Il 3 settembre 1963 il libro vinse il primo premio Campiello nella cui giuria figuravano, fra altri, Tecchi, Comisso e Prisco. Dopo questa ‘rinascita’ Levi si sentì per così dire promosso al mestiere di scrittore.
La tregua è il resoconto della liberazione e del lungo viaggio di ritorno attraverso la Polonia, la Russia, la Romania, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e la Germania. Nel lager di Buna-Monowitz erano stati abbandonati in ottocento, tutti malati. Il 27 gennaio 1945, mentre Levi stava portando fuori dalla baracca dell’ Infektionsabteilung il cadavere di un compagno, chimico anche lui, la prima pattuglia russa, quattro giovani soldati a cavallo, giunse al campo.
“Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa. Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva…“.
Alla fine del libro Levi, ormai tornato a casa, a tavola con la famiglia, scrive del brutto sogno che lo tormentava spesso: che non era vero ciò che lo circondava, che era di nuovo nel lager, che solo la realtà del lager era vera, e sentì di nuovo il comando per alzarsi, „wstawac“.

Il sistema periodico
È la quarta grande opera nella cronologia delle pubblicazioni. Si apre con una frase in yiddisch: “Ibergekumene zoress is gut zu derzajln (si possono raccontare facilmente soffferenze sopravvissute). Ognuno dei ventun capitoli porta come titolo il nome di un elemento chimico. Il chimico Levi vi associa le caratteristiche degli elementi alle caratteristiche e peculiarità delle persone e dei fatti raccontati. Si tratta di una specie di autobiografia raccontata attraverso descrizioni esemplari. Così Levi permette a chi legge di di avvicinarsi agli incontri importanti e alle situazioni decisive della sua vita, di dare uno sguardo al contesto storico e sociale che lo ha circondato e formato: la piccola comunità israelitica del Piemonte e i suoi protagonisti – il popol d’Israel – l’introduzione delle leggi razziali in Italia e le conseguenze per il giovane studente di origine ebraica, le varie esperienze come chimico.
Nel capitolo „Ferro“ incontriamo l’amico Sandro, studente di chimica anche lui, un ragazzo silenzioso cui piacevano le più estenuanti gite in montagna d’inverno e d’estate, spesso accompagnato da Primo, che ne porta uno squisito ricordo. Anzi, gli è riconoscente di averlo forzato ad eseguire tali esercizi fisici proprio al limite del sopportabile, come se avesse presentito ciò che sarebbe avvenuto qualche tempo dopo, un futuro duro come il ferro.
Dopo il ritorno da Auschwitz, Levi aveva presto ripreso il lavoro che gli piaceva tanto. Tutto il tempo libero, però, lo utilizzava per scrivere, per testimoniare, perché si sentiva obbligato a farlo e ci esorta tutti a farlo, già da quando scrisse la poesia Shemà, nel 1946, indirizzata a “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando la sera il cibo caldo e visi amici. Meditate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace…Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole…Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa…I vostri nati si torcano il viso da voi.“

Paure, incubi e giudizi
Quarant’anni dopo la pubblicazione di Se questo è un uomo, nell’introduzione a I sommersi e i salvati leggiamo ancora del vecchio incubo di Levi e di altri testimoni – incubo che ricorreva spesso nelle notti di prigionia – di non essere creduti e nemmeno ascoltati.
Citando un brano da Gli assassini sono fra noi, di Simon Wiesenthal, Levi ricorda ciò che i militi SS dicevano ai prigionieri: “In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia del Lager siamo noi a dettarla.”

Qual’è il senso della vita?
In una lettera al suo traduttore tedesco, nel 1960, Primo Levi aveva scritto che non credeva che la vita dell’uomo avesse uno scopo definito ma che, pensando alla propria vita, ne riconosceva uno preciso e cosciente, quello di portare testimonianza e di far udire la sua voce al popolo tedesco, di “rispondere” al kapò che si era pulito la mano sulla sua spalla. Con la sua ultima opera, che non è tanto documento di storia quanto meditazione e lucido discorso sul destino umano, Levi intende contribuire a chiarire alcuni fenomeni del lager. Ma non solo questo. Il libro “vorrebbe rispondere alla domanda più urgente, alla domanda che angoscia tutti coloro che hanno avuto occasione di leggere i nostri racconti: quanto del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà più, come la schiavitù ed il codice dei duelli? quanto è tornato o sta tornando? che cosa può fare ognuno di noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata?”

Il labirinto del lager
I sommersi e i salvati è un libro che insegue più obiettivi. Analizza fino in fondo la “zona grigia” della collaborazione, quella terra di nessuno che separa i prigionieri dagli aguzzini, ma che nello stesso tempo li unisce. È un tema tra i più difficili che Levi, nel suo ruolo di testimone per eccellenza, è legittimato ad affrontare. La sua volontà di capire porta alla luce i lati scuri, la complessità, il labirinto del lager.
Una parte importante del libro è dedicata al bilancio dell’impatto della realtà del lager sulla coscienza contemporanea. Secondo Levi, a quarant’anni dalla guerra, il ricordo era sbiadito. La coscienza si era affievolita tanto che lo sterminio rischiava di apparire solo la variante più spinta di una distruttività generale, cioè che tra lager e altre forme di oppressione la differenza era solo questione di qualità.
Questo libro, come molti altri, è anche una risposta al revisionismo che, sulla scia di storici come Nolte e Hillgruber, ebbe un’appendice italiana a partire dall’estate 1986. Lo “Historikerstreit” all’ italiana fu condotto da storici che non negavano l’esistenza di Auschwitz, ma che postulavano una ridefinizione degli avvenimenti che consentiva di affermare la non-eccezionalità, la non-unicità di fatti come lo sterminio degli ebrei o l’esistenza stessa di Auschwitz. In questa sua ultima opera, Levi accentua le caratteristiche abnormi e specifiche dei lager nazisti, non occasionali ma diligentemente premeditate, singolari e uniche.
“I lager nazisti sono stati l’apice, il coronamento del fascismo in Europa, la sua manifestazione più mostruosa.”

Lager nazisti e gulag staliniani
Affrontando il paragone con i lager russi, Levi scrive: “i lager tedeschi costituiscono qualcosa di unico nella pur sanguinosa storia dell’umanità: all’antico scopo di eliminare o di terrificare gli avversari politici, affiancavano uno scopo moderno e mostruoso, quello di cancellare dal mondo interi popoli e culture”.
Questo motivo ritorna nell’intervista a Camon , pubblicata postuma, e nell’ultimo articolo di Levi sul quotidiano la “Stampa” nel gennaio 1987 dove fra l’altro scrisse: “Che il Gulag fu prima di Auschwitz è vero; ma non si può dimenticare che gli scopi dei due inferni non erano gli stessi. Il primo era un massacro fra uguali; non si basava su un primato razziale, non divideva l’umanità in superuomini e sottouomini: il secondo si fondava su un’ideologia impregnata di razzismo. Se avesse prevalso, ci troveremmo oggi in un mondo spaccato in due, ‘noi’ i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori.“ Particolari esemplari di questo disprezzo sono il tatuaggio e l’uso nelle camere a gas del veleno originariamente prodotto per disinfettare le stive invase dai topi.
“L’empio sfruttamento dei cadaveri, e delle loro ceneri, resta appannaggio unico della Germania hitleriana, e a tutt’oggi, a dispetto di chi vuole sfumarne i contorni, ne costituisce l’emblema.”
Parlando ancora dei gulag e senza minimamente negarne la crudeltà, Levi continua, nell’articolo: “Neppure dalle pagine di Solzenicyn, frementi di ben giustificato furore, trapela niente di simile a Treblinka ed a Chelmno, che non fornivano lavoro, che non erano campi di concentramento, ma ‘buchi neri’ destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei, in cui si scendeva dai treni solo per entrare nelle camere a gas e da cui nessuno è uscito vivo.” Le crudeltà dei lager nazisti non erano una imitazione ‘asiatica’ come taluni storici sostenevano, erano europee. “il gas veniva prodotto da illustri fabbriche tedesche; e a fabbriche tedesche andavano i capelli delle donne massacrate; e alle banche tedesche l’oro dei denti estratti dai cadaveri. Tutto questo è specificamente tedesco, e nessun tedesco lo dovrebbe dimenticare; né dovrebbe dimenticare che nella Germania nazista, e solo in quella, sono stati condotti ad una morte atroce anche i bambini e i moribondi, in nome di un radicalismo astratto e feroce che non ha uguali nei tempi moderni. Se la Germania d’oggi tiene il posto che le spetta fra le nazioni europee, non può e non deve sbiancare il suo passato.”
La legge intellettuale e morale di Primo Levi era sempre quella di capire dall’interno. Ne I sommersi e i salvati, Levi è riuscito a dare a ciascuno il suo, alle vittime e ai carnefici, in un discorso netto, senza asprezza, ricco di argomenti e di sfumature lessicali. Dobbiamo considerare questo libro il testamento spirituale di Levi, scritto perché e quando stava imperversando il revisionismo tedesco.

Una colpa tedesca?
Lo sforzo di capire, Levi lo fece anche nei riguardi del popolo tedesco che a partire da un certo momento aveva seguito ciecamente Hitler. Non scriveva né accettava giudizi generali sui tedeschi perché “giudizi generali sulle qualità intrinsiche, innate di un popolo mi sanno di razzismo.”
Non gli era possibile addossare alla collettività tedesca la volontà di sterminare gli ebrei, ma, dato il fatto che in Germania tutti sapevano che esistevano i lager, “si può e si deve estendere al popolo tedesco l’accusa di viltà: i tedeschi avrebbero potuto sapere molto di più sullo sterminio se lo avessero voluto, se i pochi che sapevano avessero avuto il coraggio di parlare; ma questo non è avvenuto.”
Tali giudizi diretti Levi non li pronunciava spesso, un sapore di amarezza si sente comunque qua e là, così anche nella poesia intitolata Per Adolf Eichmann:

“…O figlio della morte, non ti auguriamo la morte.
Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:
Possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,
E visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide
Rinserrarsi la porta che tolse la via di ritorno,
Intorno a se farsi buio, l’aria gremirsi di morte”.