Made in Carcere: una rivoluzione solidale nel mondo della moda

27.02.2017 – Elena Risi Italia che Cambia

Made in Carcere: una rivoluzione solidale nel mondo della moda
(Foto di Italia che Cambia)

Luciana delle Donne, ex manager nel settore bancario, ha deciso di cambiare completamente vita e ha creato in Puglia la cooperativa sociale Made in Carcere che offre lavoro in tutta Italia a donne detenute per reati minori. Una seconda vita per le persone e… i tessuti: Made in Carcere realizza infatti i propri gadget, accessori e borse utilizzando materiali di scarto che altrimenti andrebbero perduti. 

“Il bello si può costruire in ogni luogo”. Sono queste le parole di Luciana Delle Donne quando spiega la motivazione che l’ha spinta a cambiare vita e a fondare Made in Carcere, un progetto che nelle prigioni di Lecce e Trani insegna alle donne detenute il mestiere tessile, riciclando tessuti provenienti dalle eccedenze delle aziende che sostengono questa iniziativa. Borse, cravatte e braccialetti, ce n’è per tutti i gusti e non resta che scegliere.

L’avventura di Luciana con “Made in Carcere” inizia nel 2008, dopo 20 anni passati a lavorare nel mondo della finanza nel campo dell’innovazione tecnologica. Ad un certo punto si era manifestata in lei l’esigenza sempre più forte di cambiare e dare un taglio netto. Luciana racconta che da quell’esperienza non riceveva più stimoli, i soldi e la possibilità di avere successo erano un film già visto: aveva bisogno di una “sfida impossibile” e l’ha trovata nell’innovazione sociale, nel tentativo di dare una seconda possibilità alle donne ai margini della società.

“Le persone che hanno commesso un reato non sono il reato – sottolinea Luciana – ed è fondamentale restituire dignità a chi vive in questi luoghi”. E dati alla mano conviene: secondo le statistiche l’80% delle persone che lavorano in carcere non tornano a delinquere perché dietro le sbarre trovano una via per il riscatto e non solo rabbia e repressione.

Una seconda vita per le persone dunque, ma anche per i tessuti: con “Made in Carcere” lo scarto diventa una ricchezza e si trasforma in oggetti bellissimi, grazie al lavoro delle donne e delle aziende che le sostengono. Citando Ann Leonard, Luciana ricorda infatti che “consumiamo e generiamo rifiuti come se avessimo tre pianeti a disposizione, invece ne abbiamo uno solo”.

Quando le chiedono se si è mai pentita della sua scelta Luciana ammette che si guarda ogni giorno allo specchio constatando quanto sia faticoso, ma il suo progetto sta crescendo e non tornerebbe mai indietro. Anzi pensa al futuro e a come ampliare il raggio di azione: presto, una produzione di biscotti senza zucchero nelle carceri minorili.

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Realizzazione video: Paolo Cignini

Quando il carnevale è cultura

27.02.2017 Loretta Emiri

Quando il carnevale è cultura

In Brasile il Carnevale inizia il giovedì santo e finisce all’alba del giorno delle Ceneri. Quest’anno la scuola di samba Imperatriz, di Rio de Janeiro, ha incentrato la propria allegoria sugli indios dello Xingu e sulla loro lotta per la preservazione di territorio e diritti. Il coreografo della scuola ha chiesto la consulenza di un antropologo e si è recato nel Parco Indigeno dello Xingu, area in cui vivono diciassette differenti etnie. Sulla carta il territorio è protetto, nella realtà è contaminato da agro-tossici, i suoi fiumi stanno seccando, la foresta è progressivamente divorata. Il coreografo ha concepito lo spettacolo insieme agli indios, convivendo con loro, ascoltandoli. Le varie sezioni della parata carnevalesca affrontano temi legati alla sacralità dei territori indigeni, alla ricchezza di flora e fauna, all’invasione e furto delle terre indigene, agli incendi, alle segherie, ai prodotti agro-tossici, a un’idroelettrica mostruosa beffardamente chiamata Belo Monte, alle alleanze degli indios con i non indigeni. Quando è trapelato il tema scelto per la propria rappresentazione, la scuola e i suoi componenti hanno sofferto pressioni, minacce, violenze verbali, attacchi dei mezzi di comunicazione di massa, naturalmente sempre asserviti ai (pre)potenti di turno.

Un nutrito gruppo di leader indigeni, tra cui alcune battagliere amazzoni, ha visitato la scuola di samba per ringraziarla della coraggiosa scelta fatta. Durante la conferenza stampa indetta dalla scuola Imperatriz ha parlato, nella sua lingua,  lo storico leader indigeno dello Xingu, Raoni, il quale, tra l’altro, ha detto di sentirsi vecchio e stremato dalla lotta portata avanti durante tutta la vita. Un interprete ha tradotto il suo pensiero in portoghese, ma il timbro di voce di Raoni era ben più persuasivo, convincente, caldo, emozionante delle parole in portoghese, che resta pur sempre la lingua degli invasori e colonizzatori. Sugli striscioni posti accanto al tavolo da cui il leader indigeno ha parlato c’era scritto: “Il nostro oro è la natura”, “La nostra energia è la vita”.

La Imperatriz ha messo in campo tremila figuranti, trentadue cosiddette ali, sei carri allegorici. Agli indios è stata assicurata una grande visibilità, attraverso la valorizzazione di pitture corporali, artigianato, strumenti musicali, tecnologie atte a preservare l’ambiente, e attraverso anche la valorizzazione della sacralità del loro rapporto con la natura. La scuola di samba ha attinto dall’antropologia, dalla museologia, dalla storiografia per allestire uno spettacolo che non ha discriminato gli indios facendoli apparire come arretrati, né li ha consegnati al folclore spacciandoli per esotici. Il Carnevale carioca di quest’anno ha dialogato con gli indios e i loro alleati del mondo accademico. Una scuola di samba ha contribuito a far capire al popolo brasiliano quale differenza passa tra una manifestazione di folclore e un’espressione di cultura, e ha anche fornito il suo apporto alla lotta contro preconcetti e razzismo. Accanto a personalità varie e molti leader indigeni, il vecchio Raoni ha preso parte alla parata carnevalesca e si è immerso nella moltitudine del sambodromo di Rio de Janeiro, contribuendo a far giungere “il clamore che viene dalla foresta” fin dentro l’udito di chi non vuol sentire.

Fonti:

http://www.taquiprati.com.br

http://radioyande.com

 

Aiutare chi è in pericolo, una costante nella storia

25.02.2017 Anna Polo

Aiutare chi è in pericolo, una costante nella storia
(Foto di David Andersson)

Nei momenti più drammatici e violenti della storia dell’umanità c’è sempre stato qualcuno che ha fatto la scelta coraggiosa di ascoltare la propria coscienza e di aiutare chi era perseguitato e in pericolo. Questo significava sfidare leggi spietate e occupazioni militari ed esporsi alla possibilità di rappresaglie feroci, eppure in tanti hanno accettato questo rischio.

Gli esempi sono innumerevoli, ma tre in particolare – due appartenenti al passato e uno attualissimo – dimostrano che c’è sempre una luce anche nei momenti più bui.

Negli Stati Uniti dello schiavismo, tra la fine del Settecento e il 1861, anno d’inizio della Guerra di Secessione, una rete di itinerari segreti e rifugi sicuri aiutò migliaia di schiavi a fuggire dalle piantagioni del sud per raggiungere gli stati del nord e il Canada. Soprattutto dopo l’approvazione, nel 1850, della Fugitive Slave Law, che imponeva anche negli stati del nord l’arresto di chiunque fosse sospettato di essere uno schiavo fuggitivo e la sua restituzione al padrone, i rischi erano enormi.  Come viene descritto nel bellissimo e crudo romanzo di Colson Whitehead “The Underground Railaway”,  la punizione per chi aiutava i neri spesso andava ben oltre le pesanti multe e i mesi di prigione previsti dalla legge: case bruciate e linciaggi erano all’ordine del giorno. Una società che considerava gli schiavi oggetti di cui disporre a piacimento non tollerava chi li considerava esseri umani da aiutare e si vendicava in modo atroce per ristabilire l’ordine costituito.

Come racconta Ercole Ongaro nel suo libro “Resistenza nonviolenta”, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, nell’Italia occupata dai nazisti, centinaia di migliaia di persone rischiarono la deportazione e la vita per aiutare le categorie in maggiore pericolo: i soldati in servizio attivo l’8 settembre, gli ebrei e gli ex prigionieri alleati. I risultati di questi incredibili atti di coraggio e solidarietà sono poco conosciuti, ma ugualmente straordinari: settecentomila soldati riuscirono a tornare alle loro case (su un milione e mezzo), trentacinquemila ebrei (su quarantatremila) e quarantamila ex prigionieri alleati (su ottantamila) si salvarono.

E il terribile termine “deportazione” torna oggi negli Stati Uniti di Trump, dove si sta organizzando la resistenza e l’aiuto agli immigrati senza documenti che rischiano l’espulsione. Oltre alle continue manifestazioni di appoggio e solidarietà a immigrati e profughi, l’ACLU (American Civil Liberties Union) sta creando delle “squadre di pronto intervento” con avvocati e gruppi locali per fornire assistenza legale a chi rischia la deportazione. Diverse città, tra cui New York, Boston e San Francisco e Stati come l’Oregon si stanno muovendo per contrastare le misure di Trump contro i migranti e le città rifugio decise ad accoglierli. “Farò tutto ciò che è lecito e in mio potere per proteggere chi si sente minacciato e vulnerabile” ha dichiarato il sindaco di Boston Marty Walsh. “Se necessariouserò il Municipio come rifugio per proteggere chiunque sia preso di mira ingiustamente”.

In California esponenti di diverse religioni si sono uniti per formare una rete, anch’essa definita di “pronto intervento”, per accogliere in rifugi sicuri (non solo chiese ed edifici religiosi, ma anche case private) centinaia e possibilmente migliaia di immigrati senza documenti. L’utilizzo di abitazioni offre una maggiore protezione costituzionale, visto che gli agenti federali non possono entrarvi senza un mandato di perquisizione. La sinagoga di Hollywood Temple Israel è sommersa di volontari pronti ad accompagnare gli immigrati ai colloqui con le autorità, a offrire assistenza legale gratuita e a rifornire le case rifugio di cibo e vestiario.

Our Revolution, l’organizzazione di base lanciata dopo la campagna presidenziale di Bernie Sanders, chiede ai suoi sostenitori di “impegnarsi ad agire a livello locale per proteggere le famiglie di immigrati e fermare le retate”.

Nascondere un immigrato senza documenti è un reato punibile con il carcere e chi è pronto a farlo lo sa. Come in tutte le altre situazioni simili nel corso della storia, la motivazione è semplice: fare ciò che si ritiene giusto indipendentemente dalle conseguenze.

Il ruolo dell’ENI per arrivare alla verità su Giulio Regeni

24.02.2017 Amnesty International

Il ruolo dell’ENI per arrivare alla verità su Giulio Regeni
(Foto di Flavio Lo Scalzo)

Alla vigilia del tredicesimo mese dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo il direttore generale di Amnesty International Italia, Gianni Rufini, si è nuovamente rivolto a Eni con una lettera inviata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi.

Nella lettera, Rufini ricorda come in occasione del precedente carteggio del febbraio 2016 l’amministratore delegato Descalzi avesse affermato che le risposte che la famiglia Regeni attendeva dalle autorità del Cairo erano “risposte importanti anche per noi, perché il rispetto di ogni persona è alla base del nostro operare e perché siamo impegnati nello sviluppo dell’Egitto”.

A 13 mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni, Amnesty International Italia ritiene che la collaborazione tardiva e insufficiente delle autorità giudiziarie egiziane stia rallentando la ricerca della verità. L’organizzazione per i diritti umani teme fortemente il rischio che, in nome di una asserita necessità di riprendere normali relazioni diplomatiche e politiche, si finisca per accettare quella “verità di comodo” di cui l’Italia ha sempre dichiarato di non accontentarsi.

Dei rapporti tesi con l’Italia non hanno risentito, nell’ultimo anno, le attività di Eni in Egitto, paese che sul profilo Twitter del responsabile della comunicazione dell’azienda è definito “un paese amico” e “molto importante per noi, che siamo parte del futuro del paese”.

Il futuro dell’Egitto, sottolinea Rufini, dipende anche dalla capacità e dalla disponibilità delle autorità locali di creare un ambiente nel quale i diritti umani siano rispettati e le organizzazioni della società civile possano agire liberamente per promuovere la cultura dei diritti umani e proteggere le vittime delle loro violazioni.

Amnesty International Italia continua a credere che Eni, in ragione delle sue stesse valutazioni sul suo impegno in Egitto e sui positivi rapporti con le autorità, possa svolgere un ruolo importante per stimolare il governo del Cairo a fare piena luce sull’uccisione di Giulio Regeni. La richiesta verrà rinnovata nel corso di un incontro in via di organizzazione nel mese di marzo.

Preparandoci all’8 marzo: sciopero generale

23.02.2017 – Matilde Mirabella Redazione Italia

Preparandoci all’8 marzo: sciopero generale
(Foto di Samuele Cavadini via Flickr.com)

Questa mattina presso la Sala Stampa del Consiglio Regionale della Lombardia e su invito del Sindacato SIAL Cobas, si è svolto un incontro di presentazione dello sciopero previsto per il prossimo 8 marzo. Marie Moise, del Coordinamento di NonUnadiMeno, insieme a Lea Melandri, giornalista, femminista storica e fondatrice della Libera Università delle Donne, hanno raccontato la genesi di questa importante manifestazione, attualmente in preparazione in ben 40 paesi.

NiUnaMenos, movimento di protesta contro la violenza sulle donne, nasce in Argentina – paese in cui attualmente viene uccisa una donna ogni 18 ore – a partire da un gruppo di donne, con l’intenzione di sensibilizzare l’opinione pubblica su questa problematica e le sue conseguenze, i femminicidi. Si esprime per la prima volta nel giugno del 2015 con una enorme manifestazione di piazza in seguito alla brutale uccisione di un’adolescente. Da lì si estende in vari paesi dell’America Latina e poi di tutto il mondo. Ci sono state altre manifestazioni di vasta portata, l’ultima nell’ottobre 2016, dopo la morte di Lucia Perez, sedicenne torturata, struprata e impalata a Mar del Plata, Argentina.

Sono diversi i movimenti delle donne che si sono sollevati in tutto il mondo, inclusa la Women’s March che ha contestato l’arrivo di Trump negli USA. E’ di ieri, a Madrid, una grande manifestazione in appoggio ad alcune donne accampate a Puerta del Sol in sciopero della fame per chiedere l’assunzione della violenza machista come questione di Stato. La sollevazione delle donne esprime “il fallimento delle politiche degli attuali governi”, dice Marie, “e forse non hanno funzionato neanche le politiche sorte dal basso”.

Importante il contributo di Lea Melandri, che ha riallacciato il percorso storico del femminismo al movimento che oggi, di nuovo, riemerge dal suo percorso “carsico” ma che non è mai davvero scomparso, anche se sparisce alla vista. “Questo è il ’68 delle donne”, ha affermato, perché oggi la mobilitazione riguarda ogni forma di violenza di genere: fisica, economica, psicologica, sociale e di Stato.

Lo sciopero in occasione dell’8 marzo, festa delle donne, coinvolge sia il settore pubblico che quello privato: su richiesta di NonUnadiMeno a tutte le organizzazioni, uno sciopero generale di 24 ore è stato proclamato ufficialmente da diverse realtà del sindacalismo di base. Si comincerà alle 7,30-8,00 di mattina, a sorpresa, con un flash-mob davanti a un luogo di lavoro e ci saranno diversi cortei ed eventi nel corso di tutta la giornata, inclusa una performance artistica in Galleria Vittorio Emanuele. I cortei partiranno dalle periferie (S.Siro e Bisceglie) e anche dalla Caserma Montello, per rivendicare i diritti delle migranti, oltre che dei migranti.

Per approfondire:

https://nonunadimeno.wordpress.com/portfolio/sciopero-lotto-marzo/

https://nonunadimeno.wordpress.com/201

Barcellona, enorme manifestazione per l’accoglienza

19.02.2017 Redacción Barcelona

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese, Greco

Barcellona, enorme manifestazione per l’accoglienza

Sabato 18 febbraio migliaia di persone hanno partecipato a Barcellona alla manifestazione “Volem acollir” (Vogliamo accogliere)”, organizzata dalla campagna “Casa Nostra, Casa Vostra”. L’enorme affluenza, soprattutto nella Via Laietana, ha ritardato l’inizio della marcia. Nei cartelli si leggevano slogan come “Catalunya, terra d’acollida” (Catalogna, terra di accoglienza) o “Prou excuses. ¡Volem acollir ara!” (“Basta scuse. Accoglienza ora!”).

Secondo la polizia locale  hanno partecipato 160.000 persone e secondo gli organizzatori 500.000, ma in ogni caso non c’erano dubbi sull’immenso clamore. E’ stata una manifestazione calda, emotiva, amabile e soprattutto piena di speranza. Qualcosa sta cambiando quando la gente si riversa nelle strade per pura solidarietà, per cambiare le politiche violente dei governi e delle istituzioni europee.

I coordinatori della campagna “Casa nostra, casa vostra” Rubén Wagensberg e Lara Costafreda hanno sottolineato che la manifestazione è stata la più grande mai tenuta in Europa in appoggio ai rifugiati e hanno lanciato un grande patto sociale in Catalogna per chiedere a Madrid e a Bruxelles l’apertura delle frontiere ai richiedenti asilo.

“Il clamore è unanime: basta con le scuse. Vogliamo accogliere e vogliamo farlo ora”, ha dichiarato Costafreda.

 

La manifestazione si è conclusa nel parco di Barceloneta, di fronte al mare, un luogo simbolico per via delle migliaia di persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo.  La compagnia La Fura dels Baus si è esibita in una “performance” con dei giubbotti di salvataggio.

Il veliero Astral della ONG Proactiva Open Arms, impegnato a salvare le persone che cercano di arrivare in a Europa attraversando il Mediterraneo, ha partecipato alla simulazione di una operazione di salvataggio di naufraghi tra gli applausi dei presenti.

Si è poi letto un manifesto per ricordare che nel 2015 la Spagna “si era impegnata ad accogliere 10.772  rifugiati in due anni” e che “questo impegno non è stato mantenuto.” Dunque “il governo spagnolo, insieme ad altri Stati europei, sta violando in modo sistematico il diritto internazionale”.

Parlando con i giornalisti  la sindaca Ada Colau si è detta “emozionata” per la partecipazione e si è augurata che Barcellona diventi “la capitale della speranza, della difesa dei diritti umani e della pace”.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

Rapporto Amnesty, tocca a tutti noi difendere i diritti umani

22.02.2017 Dario Lo Scalzo

Rapporto Amnesty, tocca a tutti noi difendere i diritti umani
(Foto di Dario Lo Scalzo)

Politiche di demonizzazione, gravi violazioni dei diritti umani documentate in 159 Paesi e la certezza che è finito il tempo di delegare ai governi la protezione dei diritti umani. Sono i principali messaggi che emergono dal rapporto 2016-2017 sulla situazione dei diritti umani nel mondo presentato a Roma.

“Non possiamo demandare passivamente ai governi il compito di difendere i diritti umani. Siamo noi, le persone, a dover agire. Poiché i politici sono sempre più intenzionati a demonizzare interi gruppi, oggi è chiaro come poche volte in passato che siamo tutti noi a doverci schierare, ovunque nel mondo, dalla parte dei valori fondamentali della dignità umana e dell’uguaglianza.”

Sono le dichiarazioni di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, dinanzi alla deprimente analisi sui diritti umani nel mondo scattata nel 2016 dagli attivisti dell’organizzazione.

Un rapporto preoccupante e allarmante quello che viene illustrato dapprima dal direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini e poi dal presidente Antonio Marchesi introdotti in precedenza dal portavoce Riccardo Noury.

“Un rapporto che fotografa un mondo che torna indietro” dichiara il direttore generale Rufini nel suo intervento durante il quale ripercorre per grandi linee alcune delle gravi violazioni documentate su scala mondiale, in 159 Paesi.

Sono tante, troppe le nazioni del globo che si sono rese protagoniste di violazioni, atrocità, crimini di guerra (commessi in almeno 23 Paesi, secondo il rapporto), repressioni, respingimenti (36 nazioni hanno respinto illegalmente migranti e rifugiati, secondo il rappoto), limitazioni delle libertà. E’ ormai l’era della divisione, dell’odio e della paura seminata ad arte da governatori che portano avanti politiche discriminanti e aggressive.

I relatori di Amnesty lo hanno ribadito a più riprese, è l’epoca del “noi contro loro”. In Italia ne sono un esempio Giorgia Meloni e Matteo Salvini attaccati in tal senso dal presidente Marchesi che, inoltre, nel suo focus sulla situazione italiana, si è soffermato sulla tanto reclamata quanto necessaria introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale e sulla vendita illegale di armi italiane a paesi come l’Arabia Saudita.

Sia in Italia che nel resto del pianeta siamo dunque di fronte ad un’involuzione che colpisce con veemenza anche il primo mondo, quell’Europa che storicamente aveva blindato lo stato di diritto e la dignità della persona e che adesso si ritrova invece a vivere, insieme a tanti altri, un clima da anni Trenta come dice ai nostri microfoni il direttore Rufini.

Sull’ondata dei nazionalismi, delle svolte a destra, sotto la spinta del Brexit e del Trumpismo il futuro non sembra dare segnali di miglioramento sebbene gli scenari del 2016, illustrati nel rapporto di AI, sia già estremamente bui e pericolosi. Ma nel futuro può esserci più buio del buio?

Dove risiede la speranza? La luce in questo panorama di oscurità è rappresentata da noi, dalla gente comune, dalla cittadinanza attiva, dalla solidarietà globale e dalla mobilitazione dell’opinione pubblica. E’ questo il messaggio forte che lancia Amnesty con il suo rapporto.

Sì, è vero il rapporto denuncia altresì 22 Stati in cui dei difensori di diritti umani sono stati uccisi proprio per avere difeso minoranze o per avere contrastato degli interessi economici.

Ma, non resta un’altra alternativa se non quella di confidare su noi stessi, sulle persone, su coloro che decideranno di stare dalla parte dei diritti umani.

E’ la società civile che, indignata e lungimirante, reagisce e che conduce al cambiamento così come racconta alle nostre telecamere il Direttore Rufini citando per esempio quanto accaduto negli Stati Uniti con Black Lives Matter o con la protesta di Standing Rock.

“Adesso i nostri diritti ce li dobbiamo difenderceli da soli, insieme” conclude il direttore Rufini

E’ già un cammino esistente, una realtà che ha mosso tanti passi, che è.

Alla fine dell’incontro abbiamo raccolto nel video qui di seguito le riflessioni del direttore Rufini e del presidente Marchesi. Ve ne consigliamo la visione