“Non siamo né morti né vivi, siamo sospesi”: Gaza rimane in uno stato di crisi perpetua

17.02.2017 Tlaxcala Translators

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“Non siamo né morti né vivi, siamo sospesi”: Gaza rimane in uno stato di crisi perpetua

di Ahmed Alkabariti

Cinque anni fa l’ONU ha fatto una delle dichiarazioni più shockanti sul futuro della Striscia di Gaza: non sarà più un “luogo vivibile” entro il 2020. Da allora una serie di delegazioni straniere e di conferenze stampa di personalità preoccupate ha attirato una maggiore attenzione sulla catastrofe imminente.

Nel 2014 l’Autorità palestinese dell’acqua ha dichiarato che l’acqua di Gaza è, tra il 90% e il 95%, “inadatta al consumo”. Tale quota non ha fatto in seguito che aumentare. L’anno successivo Oxfam ha stimato che la ricostruzione successiva alla guerra del 2014 potrebbe “durare più di cent’anni”, a causa dell’occupazione israeliana, che limita i materiali da costruzione. Nello stesso anno la Banca Mondiale ha dichiarato: “Circa l’80% della popolazione di Gaza riceve qualche forma di assistenza sociale, e circa il 40% resta al di sotto della soglia di povertà”.

L’Osservatorio euro-mediterraneo dei diritti dell’uomo ha inoltre rivelato che, a inizio 2016, gli abitanti di Gaza non resistono in questo ambiente devastato: secondo un comunicato, “il 55% soffre di depressione clinica”.

La popolazione non ha altra scelta che perseverare, nonostante l’atroce realtà di vita dopo decenni di occupazione, tre guerre devastanti e una scissione governativa, che hanno ogni sorta di conseguenza rischiosa in una delle zone più densamente popolate al mondo.

Mentre i quasi due milioni di abitanti di Gaza prendono coscienza di tali nuove angoscianti statistiche, non sono messi in guardia da premonizioni sconvolgenti; preferiscono piuttosto affrontare queste dichiarazioni con impassibilità. Anche se la loro vita è direttamente toccata dal fatto che nel 2020 la loro terra non sarà più abitabile, girano lo sguardo verso i loro comportamenti quotidiani che non rivelano alcuna seria inquietudine.

In un mercatino delle pulci molto frequentato nel centro di Gaza, i Palestinesi si descrivono come in uno stato di emergenza costante, aggravatosi durante la guerra del 2014 (Operazione “Protective Edge”, NdT). Al termine del conflitto durato 51 giorni contro Israele, un quarto della popolazione di Gaza si trovava in stato di insicurezza alimentare e più di 10 mila abitazioni, 15 ospedali e l’unica centrale elettrica di Gaza erano in macerie. La ricostruzione è stata marginale a causa delle limitazioni sull’importazione dei materiali da costruzione, che ha reso i prodotti usati nei mercati all’aperto ancora più preziosi.

 

“La comunità internazionale continua a ripetere che c’è una crisi a Gaza, e fa dichiarazioni allarmanti. Noi avevamo paura in passato, ma oggi le persone sono diventate più insensibili”, dice Adnan Abou Shamala, 87 anni, un antiquario di bazar. “Sono stato ad Amman quattro anni fa, ho sentito le persone ridere forte nei caffè. Ho detto alla gente da quelle parti che non avevo neppure sorriso da sei anni a causa della tragica situazione nella mia patria”.

“Non occorre grande sforzo per trovare scene di disperazione”, prosegue, “basta sedersi ad un angolo di strada e osservare. Vi potrete allora fare un’idea della disperazione solo guardando volti che non hanno mai sorriso”.

“Qui non siamo né vivi né morti, viviamo sospesi come se non ci fosse nulla di certo. La paura e l’impotenza dominano le vite delle persone”, aggiunge Abou Shamala, spiegando di non fare più riserve con le razioni, anche se il cibo può venire a mancare. “Lo stoccaggio di farina, olio e zucchero era una misura preventiva in caso di urgenza, ma oggi non facciamo più scorte come ne facevamo nelle guerre del 1948 e del 1967”, dice.

 

 

Hani Mezaini, 38 anni, fabbricante di tende con uno stallo sul mercato, ha una visione pessimista della comunità internazionale e delle organizzazioni di soccorso che citano spesso la sua città come zona di catastrofe. Dice che non è altro che un gioco di calcolo politico destinato alle orecchie dei funzionari e non al beneficio degli abitanti di Gaza.

“Per tutta la vita non ho conosciuto altro che conflitti, fazioni politiche e occupazione”, dice pensieroso Mezaini. “Chi mi avvertirà dunque di una crisi imminente e mi persuaderà a cambiare idea? Non cambierà nulla a Gaza fintanto che Israele continuerà la sua occupazione”.

Sul suo cellulare Mezaini ci mostra una foto di lui fatta in Cina un anno e mezzo fa. Sembra davvero avere l’aria più giovane di dieci anni.

“Invecchiamo di dieci anni per ogni anno trascorso a Gaza”, dice Mezaini, aggiungendo che qui la gente si interessa a questioni più a breve termine che quelle previste dalle Nazioni Unite di qui al 2020. “Riuscite a comprendere lo stato fisiologico di una terra che vive nel blackout per 12 ore al giorno a causa della mancanza di energia elettrica?”

“Se si lanciano dei preallarmi, questi spingeranno la gente a emigrare e ad abbandonare Gaza a favore degli israeliani, e quindi le persone sviluppano le proprie difese di insensibilità per adattarsi al deteriorarsi della situazione”, spiega Mezaini.

Lo psichiatra Jamil Tahrawi conduce ricerche sui traumi infantili a Gaza e dice che coloro che sono stati esposti a crisi successive evitano abitualmente i dirigenti e i decisori. Secondo lui i palestinesi hanno acquisito questo atteggiamento e diffidano delle dichiarazioni delle Nazioni Unite o le ignorano: “la popolazione di Gaza vive in uno stadio di estinzione psicologica”, sostiene.

Professore di Scienze politiche all’Università Al Azhar a Gaza, Naji Shurrab ammette che gli avvertimenti negativi su ciò che succede a Gaza hanno l’effetto nefasto di causare frustrazione piuttosto che speranza. “I dirigenti delle comunità locali e quelli che influenzano l’opinione pubblica contribuiscono involontariamente a diffondere grida d’allarme ingiustificate che deteriorano quel poco di morale che resta nelle persone”, dice Shurrab, “ma agiscono in buona fede cercando di attirare l’attenzione del mondo su questa tragedia umanitaria intollerabile”.

 

 

 

 

 

Foto: Mohammed Assad

Fonte : http://mondoweiss.net/2017/02/suspended-perpetual-crisis/

 

Traduzione dal francese di Diego Guardiani

 

Madre senza documenti si rifugia in una chiesa di Denver, Colorado

16.02.2017 Democracy Now!

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Madre senza documenti si rifugia in una chiesa di Denver, Colorado

Mercoledì una madre di quattro figli ha chiesto asilo in una chiesa di Denver, Colorado, dopo che i funzionari dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) avevano respinto la sua richiesta di rimanere nel paese. Jeanette Vizguerra ha evitato un appuntamento con i funzionari e si è rifugiata con la sua famiglia nella First Unitarian Society Church, dove si è così rivolta ai sostenitori.

Jeanette Vizguerra: “Se questo sistema pensa di spezzarmi e di farmi cadere in ginocchio si sbaglia di grosso. Dietro di me potete vedere le ragioni per cui mi batto tanto per vincere. E so di non essere sola. So che nella comunità e tra gli immigrati ci sono molte persone che condividono la mia rabbia e la mia sete appassionata di giustizia.”

Vizguerra è arrivata negli Stati Uniti dal Messico nel 1997. Ha ottenuto cinque rinvii della deportazione, ma mercoledì ha dichiarato che dubita di poter ottenere un provvedimento del genere sotto l’amministrazione Trump.

Greenpeace contro il CETA: rischia di minare la democrazia, a vantaggio di poche multinazionali

15.02.2017 Greenpeace Italia

Greenpeace contro il CETA: rischia di minare la democrazia, a vantaggio di poche multinazionali
(Foto di Greenpeace)

STRASBURGO (FRANCIA), 15.02.17 – Undici attivisti di Greenpeace sono entrati in azione questa mattina nelle acque che circondano il Parlamento Europeo a Strasburgo, dove hanno mantenuto a galla una statua raffigurante la Giustizia, evitandone l’affondamento, per denunciare la pericolosità del CETA, l’accordo di libero scambio tra Canada e Ue per il quale sono chiamati a votare oggi i parlamentari europei.

Gli attivisti immersi in acqua, supportati da altri attivisti a bordo di tre gommoni, hanno aperto uno striscione con la scritta “Affondate il CETA, non la Giustizia”, chiedendo ai parlamentari europei di rigettare l’accordo. Secondo Greenpeace e molte altre organizzazioni che si oppongono a questo trattato, il CETA rappresenta una minaccia per la tutela dell’ambiente, la salute pubblica e i diritti sociali.

«Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali», dichiara Federica Ferrario di Greenpeace Italia. «I rappresentanti eletti dell’Italia e degli altri Paesi dell’Ue hanno ancora la possibilità di fermare questo accordo pericoloso e prendere una posizione netta a favore delle persone e dell’ambiente».

Anche se la maggioranza dei parlamentari Ue dovesse votare per l’approvazione del CETA, il trattato dovrebbe comunque passare al vaglio dei parlamenti nazionali e regionali.

Il Belgio sta valutando di chiedere alla Corte di giustizia dell’Unione europea di pronunciarsi sulla legittimità di un controverso sistema di tutela degli investimenti – conosciuto come Investment Court System (ICS) – che grazie al CETA permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio i singoli Stati, ma non consentirebbe il contrario. Se l’ICS non dovesse passare l’esame di legittimità della Corte di giustizia europea, si bloccherebbe l’applicazione del CETA.

L’obiettivo principale del CETA non è solo l’eliminazione delle barriere tariffarie, ma soprattutto la rimozione di ogni ostacolo al commercio e agli investimenti dovuto a norme differenti vigenti in Canada e in Europa. Questa operazione rischia di trasformarsi in un attacco diretto verso gli standard di protezione per persone, diritti e ambiente.

Secondo uno studio indipendente, l’entrata in vigore del CETA causerebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea. Inoltre, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, con l’adozione di questo trattato, nel lungo periodo in Europa si registrerebbe una irrisoria crescita economica compresa tra lo 0,02 e lo 0,03 per cento. In Canada questa percentuale sarebbe invece compresa tra lo 0,18 e lo 0,36 per cento.

 

Amnesty: l’accordo UE-Turchia non deve essere replicato

14.02.2017 Amnesty International

Amnesty: l’accordo UE-Turchia non deve essere replicato

A quasi un anno dalla sua firma, Amnesty International ha ammonito che l’accordo tra Unione europea e Turchia, che ha ridotto migliaia di migranti e rifugiati in condizioni squallide e pericolose, non dev’essere replicato con altri paesi.

L’accordo destinato a rimandare i richiedenti asilo in Turchia sull’assunto che questo paese è sicuro ha lasciato migliaia di persone in condizioni squallide e insicure sulle isole della Grecia e, come denunciato da Amnesty International nel documento “A blueprint for despair. Human rights impact of the Eu-Turkey deal”, ha determinato il rinvio illegale di richiedenti asilo in Turchia in flagrante violazione dei loro diritti umani.

“L’accordo tra Unione europea e Turchia è stato un disastro per le migliaia di persone abbandonate a sé stesse in un limbo pericoloso, disperato e apparentemente senza fine sulle isole greche”, ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa.

“È del tutto ipocrita che i leader europei descrivano l’accordo come un successo, mentre chiudono gli occhi di fronte al costo, insopportabilmente alto, pagato da chi ne sta subendo le conseguenze”, ha sottolineato van Gulik.

Ammucchiati nello squallore
Quando l’accordo è entrato in vigore, tutti i migranti e i rifugiati sono stati automaticamente posti in centri di detenzione. Anche se il regime di detenzione non è più applicato rigidamente, coloro che vivono nei campi non possono tuttora lasciare le isole greche e sono costretti a vivere in condizioni squallide per mesi e mesi in campi sovraffollati dove manca l’acqua calda, l’igiene è scarsa, il cibo è insufficiente e le cure mediche sono inadeguate.

Le condizioni sulle isole greche non sono solo degradanti ma pongono la salute fisica e la vita stessa di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in pericolo. La sera del 24 novembre 2016, nel campo di Moria dell’isola di Lesbo, una bombola del gas usata per cucinare è esplosa causando la morte di una donna irachena di 66 anni e di un bimbo di sei anni che viveva nella tenda accanto.

Alle difficoltà causate dalle scarse condizioni di accoglienza si aggiunge il timore degli abitanti delle isole per la loro sicurezza. Le misere condizioni dei campi, l’incertezza che migranti e rifugiati provano per il loro destino e le relazioni non facili con la popolazione locale hanno contribuito ad accrescere la tensione che talora è sfociata in episodi di violenza. Nel campo di Souda dell’isola di Chio i rifugiati hanno subito attacchi motivati da odio.

BKD, un siriano 17enne fuggito da Aleppo, ne ha raccontato uno:
“Quando ci hanno attaccato abbiamo avuto paura e siamo corsi fuori dal campo. La gente urlava, i bambini piangevano. Non abbiamo proprio bisogno di riprovare ancora una volta cose del genere…”

Le donne sono particolarmente esposte alla mancanza di sicurezza sulle isole greche: spesso sono costrette a vivere nei campi insieme agli uomini e a usare le stesse docce e gli stessi servizi igienici. Laddove questi servizi sono disponibili, segnalano la mancanza di porte e illuminazione adeguate. Parecchie donne hanno denunciato di aver subito o aver assistito a offese, aggressioni sessuali e violenza domestica.

Le persone devono andare avanti, non tornare indietro in Turchia
L’assunto centrale dell’accordo, in base al quale ogni persona arrivata irregolarmente in Grecia va rimandata in Turchia, è che questo è un paese sicuro per i richiedenti asilo.

Sebbene formalmente nessun richiedente asilo finora sia stato rimandato dalla Grecia in Turchia con tale motivazione, Amnesty International ha verificato che alcuni richiedenti asilo sono stati espulsi in tutta fretta senza poter presentare richiesta d’asilo o appellarsi contro il primo diniego, in violazione del diritto internazionale.

“Fino a quando la Turchia non sarà un paese sicuro, l’Unione europea dovrà cooperare con le autorità di Atene per trasferire urgentemente i richiedenti asilo dalle isole greche alla terraferma e, attraverso la ricollocazione, verso altri paesi europei”, ha affermato van Gulik.

“Nessuno dovrebbe morire di freddo alle porte dell’Europa. I leader che sostengono che l’accordo con la Turchia potrebbe essere il modello per ulteriori accordi con paesi quali Libia, Sudan, Niger e altri ancora dovrebbero esaminare le orribili conseguenze e sapere che quell’accordo con dovrà essere replicato”, ha concluso van Gulik.

Il documento “A blueprint for despair: human rights impact of the EU-Turkey deal” è online all’indirizzo:

http://www.amnesty.eu/en/news/statements-reports/all/a-blueprint-for-despair-the-eu-turkey-deal-0863/?preview=fjnxwSdf7cjYui2#.WKNHsW_hAnR

Rohingya: il popolo che nessuno vuole

13.02.2017 Unimondo

Rohingya: il popolo che nessuno vuole
(Foto di Andrew Mercer via Foter.com / CC BY-NC-SA)

Sono circa 800.000 mila i Rohingya che vivono in Myanmar e in particolare nello stato del Rakhine, da dove nel 2012 è partita un’ondata di violenze che ha fatto centinaia di vittime tra questa minoranza musulmana, che la maggioranza buddista detesta e che il governo mal sopporta e considera alla stregua di immigrati clandestini del Bangladesh, anche se molte famiglie hanno vissuto per generazioni in Myanmar e potrebbero rientrare a pieno titolo tra le minoranze etniche del Paese.

Come se non bastasse una vera e propria rappresaglia militare è stata lanciata il 9 ottobre del 2016 contro i Rohingya, ritenuti responsabili di un attacco armato a tre posti di blocco militari. Il risultato? Circa 65mila di loro sono stati costretti a fuggire in Bangladesh e altri 120.000 sono confinati in 67 campi profughi dove subiscono le violenze anche dei soldati birmani, come ha testimoniato un video apparso nel gennaio di quest’anno che ha provocato le immediate proteste di tutto il mondo islamico. Dallo scoppio delle violenze nel giugno 2012 i rappresentanti dei 57 paesi membri dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) hanno ripetutamente segnalato, all’Assemblea dell’ONU e alle sue istituzioni, la drammatica situazione della minoranza e lo hanno ribadito lo scorso 19 gennaio a Kuala Lumpur in Malesia durante un vertice speciale sulla questione dei Rohingya a cui continua ad essere negata la cittadinanza birmana in Myanmar.

Per questo alla vigilia del vertice, con una lettera indirizzata ai Ministri degli esteri dei paesi islamici, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto che l’OIC si impegni concretamente per una soluzione politica della tragedia dei profughi Rohingya nel sudest asiatico. Secondo l’APM, infatti, non solo è urgente aumentare la pressione sul governo birmano affinché lavori a una soluzione pacifica della questione dei Rohingya nel paese, ma “è necessario anche appellarsi al governo del Bangladesh, paese membro dell’OIC, affinché accolga e tuteli almeno temporaneamente i profughi Rohingya in fuga dal Myanmar (Birmania)”. Di fatto ad oggi, nonostante i rigidi controlli alle frontiere e l’immediato rimpatrio dei richiedenti asilo, i 65.000 Rohingya che sono riusciti a scappare in Bangladesh vivono una situazione drammatica perché, come ha spiegato l’APM, “in Bangladesh vengono considerati come semplici migranti illegali e per questo restano privi di protezione internazionale”. Un richiamo che in settimana ha fatto proprio anche il Papa ricordando i Rohingya “cacciati via dal Myanmar, che vanno da una parte all’altra perché nessuno li vuole. È gente buona, pacifica: sono buoni, sono fratelli e sorelle! È da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi, semplicemente per portare avanti la loro tradizione, la loro fede musulmana”.

Sui profughi, però, tutto il modo è paese e non solo il Myanmar e il Bangladesh sembrano voltare le spalle a questi potenziali rifugiati birmani. Anche altri paesi membri dell’OIC, come Malesia, Indonesia, i più vicini geograficamente alla crisi, ma anche Arabia Saudita e Pakistan, i paesi in cui vivono numerose comunità di Rohingya in esilio, temono un ulteriore esodo dalla Birmania nel caso di un’escalation del conflitto. Così nonostante l’OIC sembri al momento più preoccupato per il “problema profughi” che per il “rispetto dei diritti umani”, in Malesia l’Organizzazione ha espresso la sua “grave preoccupazione per la perdita di vite innocenti e lo sfollamento di decine di migliaia di Rohingya a causa della violenza che infuria nel Rakhine”. Per questo il primo ministro malese Najib Razak, durante il discorso conclusivo della riunione di Kuala Lumpur, ha esortato il Myanmar “a porre immediatamente fine alla discriminazione” e ha invitato gli altri paesi islamici “ad agire subito con un fondo di sostegno d’emergenza”.

Un richiamo che il Myanmar ha rispedito al mittente definendo deplorevole la richiesta fatta dall’OIC in Malesia. In una dichiarazione fatta a Channel News Asia, il governo del Myanmar ha rinfacciato al governo malese, membro anch’esso dell’Association of South-East Asian Nations (Asean), “di aver violato le regole dell’organizzazione, che prevedono la non ingerenza negli affari interni” ed ha accusato il presidente Najib di utilizzare la causa Rohingya “come cortina di fumo per coprire gli scandali miliardari che lo vedono implicato”. Per il Governo di Naypyidaw le azioni delle forze di sicurezza sono state eseguite in conformità con la legge, anche se a quanto pare non ha ancora sbloccato l’ingresso degli aiuti umanitari internazionali da cui dipendono circa 120mila persone.

Lo stesso ministro degli esteri birmano, il premio Nobel Aung San Suu Kyi ha recentemente chiesto alla comunità internazionale maggiore pazienza per poter trovare “una soluzione unanime” della questione Rohingya evitando di “polarizzare inutilmente lo scontro nel paese”, magari cominciando con l’utilizzare per questa minoranza il nome ufficiale birmano di “Bengali”, definizione che però sia i Rohingya sia la comunità internazionale hanno sempre rifiutato.

Un atteggiamento, quello di Aung San Suu Kyi, che per l’APM, ricorda tristemente l’atteggiamento verso i Rohingya della giunta militare e del poco democratico governo che è succeduto alla dittatura: “Il rifiuto di riconoscere il nome proprio di un intero popolo non costituisce una base propizia per il riconoscimento dei loro pari diritti senza i quali i Rohingya non possono sperare in un futuro di libertà e dignità”. Per ora in tutto il Myanmar, nonostante l’intervento dell’OIC e la pressione della comunità internazionale, la libertà dei Rohingya è ancora fortemente limitata e i loro diritti umani individuali, come il diritto a sposarsi o a cercare lavoro, non sembrano preoccupare neanche Aung San Suu Kyi.

Come se non bastasse in questi giorni il clima politico è tornato incandescente per l’assassinio dell’avvocato birmano di primo piano Ko Ni. Consulente della Lega nazionale per la democrazia (Nld), il partito di Aung San Suu Kyi oggi al potere, Ni era di religione musulmana e aveva promosso diverse campagne a favore dei musulmani Rohingya perseguitati. Non è ancora certa la matrice del delitto, ma è sicuro che queste sue attività gli avevano recentemente procurato diverse inimicizie sia dal punto di vista politico che confessionale. Premesse che non fanno sperare in una immediata e pacifica soluzione di questo conflitto religioso.

 

Alessandro Graziadei

 

Manifestazione degli immigrati a New York: “Noi non ce ne andiamo”

12.02.2017 Pressenza New York

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Manifestazione degli immigrati a New York: “Noi non ce ne andiamo”
(Foto di David Andersson)

Gruppi per i diritti degli immigrati si sono ritrovati in Washington Square Park a New York per sfidare la criminalizzazione causata dalla politica della polizia chiamata  “Broken-Windows” e peggiorata dall’amministrazione di estrema destra di Trump. Questo sistema colpisce i reati minori nella convinzione di impedirne di più gravi, ma si teme che possa mettere in pericolo gli immigrati dopo che il 26 gennaio il Presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per rimpatriare gli immigrati senza documenti con precedenti penali.

Da New York a Los Angeles una serie di arresti di immigrati ha scatenato questa settimana un’ondata di paura e incertezza nelle loro comunità.

“C’è gente con cui lavoro decisa a scomparire” ha detto alla CNN Cesar Vargas, uno dei primi immigrati senza status giuridico nello Stato di New York che sia diventato avvocato. “Non vogliono farsi vedere in pubblico. Passano meno tempo per strada. Vanno al lavoro e tornano diritti a casa. Non usano più Facebook. E’ come se si fossero imposti un coprifuoco.”

Qui la nostra galleria di foto della manifestazione

 

Cominciano i lavori per ultimare l’oleodotto Dakota Access

11.02.2017 Pressenza New York

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Cominciano i lavori per ultimare l’oleodotto Dakota Access

Nel North Dakota, squadre di operai hanno ripreso i lavori per ultimare l’oleodotto Dakota Access, dopo che l’amministrazione Trump ha permesso all’Energy Transfer Partners di trivellare sotto il fiume Missouri. Intanto giovedì 9 febbraio gli oppositori dell’oleodotto hanno fatto un ultimo, disperato tentativo presentando un ricorso in una corte federale di Washington, D.C., nella speranza di ottenere un ordine che fermi i lavori. Un’altra causa intentata dalla tribù Sioux Standing Rock è stata presentata in tribunale. Il giudice distrettuale James Boasberg ha dichiarato che lunedì ascolterà le parti riguardo alla mozione.

Allo stesso tempo veterani stanno arrivando da tutto il paese a Standing Rock per proteggere i nativi dagli attacchi della polizia. La loro presenza potrebbe rendere più difficile scacciare tutti gli attivisti ancora accampati nei pressi del cantiere. LaDonna Brave Bull Allard, fondatrice del Sacred Stone camp, ha dato il benvenuto ai veterani e li ha ringraziati per il loro piano di fare da scudi umani contro la violenza della polizia.

L’organizzazione VeteransRespond si è impegnata a essere auto-sufficiente e ad aiutare i protettori  dell’acqua in una vasta gamma di compiti, tra cui le pulizie, i turni di cucina, le cure mediche e la protezione dalla polizia.

Fonti:

www.democracynow.org

https://www.facebook.com/VeteransRespond/

https://www.facebook.com/CampOfTheSacredStone/

Una settimana di azione per la messa al bando delle armi nucleari

10.02.2017 Rete Italiana per il Disarmo

Una settimana di azione per la messa al bando delle armi nucleari

 Anche in Italia rilanciata la “Week of action” internazionale a sostegno dei negoziati per la messa al bando delle armi nucleari, che si svolgeranno nel 2017 in sede ONU.

Senzatomica e Rete Italiana per il Disarmo chiedono che anche il Governo italiano partecipi ad una scelta di coraggio e lungimiranza per conto dell’umanità presente e futura.

Il 2017 sarà un anno cruciale per l’obiettivo di un mondo senza armi nucleari: lo scorso 23 dicembre 2016 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha infatti adottato a larga maggioranza – 113 Paesi a favore, 35 contro, 13 astenuti, confermando una precedente decisione in seno al Primo Comitato sul Disarmo – una storica risoluzione per la convocazione di negoziati per un Trattato che proibisca le armi nucleari.

A partire dal marzo 2017 (e poi in una sessione più lunga e strutturata durante l’estate) le Nazioni di tutto il mondo avranno la possibilità di incontrarsi per iniziare un dibattito e ipotizzare azioni concrete per l’eliminazione degli armamenti più distruttivi e pericolosi della storia umana.

Per la prima volta anche a livello diplomatico e di legislazione internazionale c’è la concreta possibilità di andare oltre la logica della deterrenza e della non proliferazione, ponendo le basi per un autentico processo di disarmo nucleare, che renda illegale (e non più solo immorale!) l’uso, la minaccia d’uso, il possesso, la detenzione, la costruzione di queste terribili armi di distruzione di massa. Una situazione resa più preoccupante dalla recente situazione politica internazionale e che ha costretto il Bullettin of Atomic Scientist a posizionare il “Doomsday Clock” (orologio che da decenni segna la maggiore o minore probabilità di guerra globale nucleare, e con essa la “fine del mondo”) di mezzo minuto più vicino alla “Mezzanotte” (ora mancano solo due minuti e mezzo). Da qui numerosi appelli anche di scienziati, come quello del Comitato Pugwash, che chiede di “metter in campo tutti gli sforzi per dare impulso ad un percorso verso un mondo libero da armi nucleari”.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo importante passo avanti per il disarmo nucleare e per evidenziare la sua importanza storica è stata lanciata dalla campagna internazionale ICAN e inizia oggi venerdì 10 febbraio una Settimana globale di azione (Week of action) che intende concentrare centinaia di azioni e iniziative in tutto il Mondo ed amplificare la voce di chi chiede il disarmo nucleare totale.

Una settimana di azione in cui anche la società civile italiana intende reiterare la richiesta che l’Italia divenga uno dei paesi leader dei negoziati ed esprima tutto il suo potenziale di creatività e capacità diplomatica nella ricerca di un nuovo paradigma di sicurezza globale che promuova la comprensione reciproca e si lasci alle spalle la logica obsoleta della deterrenza nucleare fondata sulla sfiducia reciproca. A questo fine domenica 12 febbraio i rappresentanti di Senzatomica e Rete Italiana per il Disarmo incontreranno alcuni parlamentari a Firenze dove ha sede il Comitato Senzatomica.

“Purtroppo il Governo italiano non ha sostenuto la risoluzione, preferendo un approccio graduale al disarmo nucleare. Si tratta di una scelta risultata incomprensibile per la società civile italiana, ma – sottolinea Daniele Santi Segretario Generale di Senzatomica – va sottolineato che il voto contrario alla risoluzione non esclude l’Italia dai negoziati che si svolgeranno nei prossimi mesi”. Il nostro Governo ha infatti l’occasione di partecipare alle riunioni di New York per portare il proprio contributo: anzi, New York sarà proprio la sede più adeguata per contribuire – anche con le critiche, le perplessità, le obiezioni – ad un risultato finale che sia il migliore possibile.

“L’obiettivo di Senzatomica e Rete Italiana per il Disarmo è quello di sostenere l’Italia affinché coraggiosamente abbandoni il gradualismo e si sieda al tavolo del dibattito potendo contare sull’appoggio della grande maggioranza dell’opinione pubblica: la nostra è una richiesta che si accompagna ad un incoraggiamento forte, fondato sulla volontà popolare, espressa da cittadini sempre più consapevoli della posta in gioco”, conclude Santi.

Una richiesta che si inserisce negli auspici di tutta la comunità internazionale per il disarmo nucleare per una presenza fattiva a tali negoziati da parte in particolare dei Paesi che si collocano sotto “l’ombrello nucleare” della NATO, alla cui Alleanza è del tutto possibile partecipare pur opponendosi in toto alle armi nucleari.

“Il nostro primo passo sarà scrivere al Presidente del Consiglio ed al Ministro degli Esteri come abbiamo già fatto in passato, rimanendo però purtroppo inascoltati” commenta Lisa Clark referente per il disarmo nucleare in seno a Rete Disarmo e co-presidente dell’International Peace Bureau (Premio Nobel per la pace 1910). “Speriamo che in questa occasione ci sia più attenzione per la posizione della società civile italiana che rilancia la voce di centinaia di organizzazioni e migliaia di attivisti di tutto il mondo. E riprende soprattutto il grido di dolore dei sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki: mai più si usino gli ordigni nucleari!”.

Per supportare la richiesta di una presenza dell’Italia al negoziato che inizierà fra poche settimane le organizzazioni disarmiste italiane andranno a diffondere l’iniziativa sui territori e proprio nel corso della “Settimana di Azione” chiederanno il sostegno dei sindaci delle città aderenti alla rete Mayors for Peace, lanciata proprio dalle città di Hiroshima e Nagasaki e che conta centinaia di membri nel nostro Paese. Nei prossimi giorni Senzatomica e Rete Italiana per il disarmo contatteranno direttamente anche i Parlamentari (sia di Camera e Senato che del Parlamento Europeo) per informarli del percorso in sede ONU e per chiedere una presenza significativa nel corso della prima sessione di marzo a New York.

“Come società civile italiana, insieme ai nostri amici e colleghi di tutto il mondo, noi ci saremo – sottolinea Lisa Clark – sarebbe al contrario grave e spiazzante un’assenza totale della politica e delle istituzioni del nostro Paese”.

Il messaggio che Senzatomica e Rete Disarmo vogliono rilanciare anche in Italia è chiaro: “La sicurezza che desideriamo e intendiamo realizzare è la sicurezza umana, cioè la sicurezza delle persone, fondata sul rispetto dei diritti inviolabili e sul soddisfacimento dei bisogni essenziali. Bisogna trovare il coraggio di agire adesso, per conto dell’umanità presente e futura. E’ il momento di condividere questa grande e nobile impresa”.

 Per ulteriori contatti:

Senzatomica

ufficiostampa@senzatomica.it – 339/4175397

Rete Italiana per il Disarmo

segreteria@disarmo.org – 328/3399267

Per informazioni sulla Week of Action internazionale e dettagli sul percorso di negoziazione si veda il sito www.nuclearban.org

Turchia, in sette mesi espulsi 4.811 accademici

09.02.2017 Murat Cinar

Turchia, in sette mesi espulsi 4.811 accademici

In Turchia, dopo il tentativo del colpo di stato del 15 luglio 2015 le università attraversano un periodo molto difficile. Pochi giorni dopo il tentativo di golpe, il 20 luglio, è stato dichiarato per la prima volta lo stato d’emergenza, che ha avuto una durata di tre mesi ed è stato poi rinnovato per tre volte consecutivamente. Il paese vive quindi ancora oggi in questa condizione straordinaria. La presenza di numerosi controlli, l’impossibilità di svolgere manifestazioni di protesta, l’annullamento di numerose manifestazioni culturali sono soltanto alcune conseguenze dello stato d’emergenza.

Attraverso i decreti legge il Presidente della Repubblica, il Primo Ministro e il Consiglio dei Ministri hanno trasformato il paese su più fronti adducendo “motivi di sicurezza”. Cambiamenti radicali nella gestione degli enti pubblici, interventi straordinari nella gestione dei fondi pensionistici, apertura di nuovi cantieri edili per i privati, oppure per le grandi opere pubbliche in terreni prima appartenenti alle forze armate ed espulsione di numerosi impiegati statali presso vari ministeri. Tra queste persone allontanate dal posto di lavoro e finite sotto indagine ci sono 4.811 accademici universitari.

Dal 20 luglio fino a oggi sono stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale cinque decreti legge che riguardano i lavoratori dell’informazione e sono state chiuse 15 università su 191. Secondo i dati diffusi dalla Rete dei Giornalisti Indipendenti (BiaNet) queste strutture davano lavoro a 2.805 persone ed erano frequentate da 64.533 studenti.

Oltre alle università chiuse definitivamente, perché accusate di appartenere alla rete della comunità di Gulen – accusata a sua volta di aver progettato e messo in atto il tentativo di colpo di stato del 15 luglio – in diverse atenei sono stati licenziati e indagati 4.811 accademici. Osservando i nomi si nota che  molti compaiono tra i firmatari dell’appello per la pace lanciato nel gennaio del 2016 da 1.128 accademici appartenenti a 89 università in Turchia e all’estero, con la richiesta allo Stato di porre fine al massacro e alla politica di espulsione contro la popolazione delle regioni del sud est della Turchia e di punirne i responsabili. Il conflitto tra le forze armate turche e la guerriglia del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) è ricominciato nel luglio del 2015 dopo due anni di tregua. I firmatari dell’appello hanno subito numerosi attacchi politici e mediatici da parte del Presidente della Repubblica, del Primo Ministro, di numerosi esponenti del governo e di vari giornali e canali televisivi allineati con le politiche del governo. Nel giro di poche settimane alcuni accademici sono stati sospesi e denunciati e alcuni hanno passato parecchie settimane in detenzione cautelare.

In base al decreto del 7 febbraio 2017 sono stati sospesi 330 accademici. Tra questi c’è anche la Professoressa Oget Oktem, la prima neuropsicologa del paese, conosciuta anche per aver aperto il primo studio di neuropsicologia in Turchia. Tra gli accademici espulsi c’è anche la Professoressa Nur Betul Celik, che insegnava presso la Facoltà di Comunicazione dell’Università di Ankara. Secondo Celik queste espulsioni non prendono di mira soltanto i firmatari dell’appello, ma anche la cultura accademica e la ricerca scientifica del paese. “Non siamo soltanto noi le vittime di questa situazione, ma anche le future generazioni”, ha dichiarato Celik nell’intervista rilasciata al portale di notizie T24. Nella Facoltà di Lingue, Geografia e Storia dell’Università di Ankara presso il corso di laurea in Teatro a causa delle numerose espulsioni sono rimasti solo tre insegnanti di recitazione e un professore per il corso di scrittura creativa. Nella Facoltà di Scienze Politiche della stessa università con l’ultimo decreto sono stati espulsi 23 accademici. Secondo il Professor Ayhan Yalcinkaya grazie a questa situazione per il momento 50 laureandi sono rimasti senza tutor e circa 40 corsi sono stati interrotti per mancanza di insegnanti.

E’ stata l’Università di Suleyman Demirel della città di Isparta a subire la maggior parte dei danni sin dall’inizio dei primi decreti, perdendo 193 accademici, seguita dall’Università di Istanbul con 192 espulsi, dall’Università di Gazi ad Ankara con 169 professori e dall’Università di Pamukkale a Denizli con 164 accademici sospesi/espulsi.

Secondo un’intervista realizzata dalla BBC Turchia con Sener Aslan, responsabile relazioni con la stampa del Consiglio per l’educazione superiore (YOK), non è quest’ente a decidere i nomi degli accademici espulsi. Secondo Aslan in questo periodo sono stati istituiti dei consigli indipendenti presso ogni università; sono stati i membri di questi consigli a decidere i nomi e i provvedimenti da prendere. Aslan ha precisato che gli accademici espulsi potranno appellarsi alle decisioni rivolgendosi a queste commissioni.

In un intervento televisivo presso TELE1, Erdogan Boz, professore presso la Facoltà di Lingue Straniere dell’Università di Ankara, espulso anche lui con l’ultimo decreto, ha dichiarato: “Coloro che ci spingono verso la povertà e la fame pensano che rinunceremo a ciò che abbiamo detto, ma  si sbagliano. Tutto questo prima o poi avrà delle ripercussioni e dei riscontri. Questa situazione non è sostenibile sia per il paese che per il governo. Se si continua così questo paese diventerà invivibile anche per chi mette in atto questa persecuzione”.

Uno degli espulsi in base all’ultimo decreto legge è Ibrahim Kaboglu, Presidente del Corso di Laurea in Giurisprudenza dell’Università di Marmara, che nel 2002 era stato nominato dallo stesso governo come Presidente del Consiglio per i Diritti Umani del Primo Ministro (attuale Presidente della Repubblica). In un’intervista rilasciata all’agenzia di notizie DHA, Kaboglu ha affermato: “In questi mesi sono stati messi in atto diversi provvedimenti che non c’entrano con il tentativo di colpo di stato. Uno di questi è la distruzione delle università. Non è accettabile che vengano prese delle decisioni contro la Costituzione e contro una serie di convenzioni internazionali, di cui la Turchia risulta la firmataria e si coinvolgano scienziati che non fanno altro che portare avanti le loro ricerca. Si tratta di un errore molto grave, che potrebbe portare il paese a errori ancora più grav

Mozione contro le armi nucleari in Italia

08.02.2017 Redazione Italia

Mozione contro le armi nucleari in Italia
(Foto di Wikimedia Commons)

“La NATO è obsoleta? Quale futuro per la base statunitense di Camp Darby?”

Venerdì 3 febbraio ne hanno discusso a Livorno: l’On. Manlio Di Stefano, del Movimento 5 Stelle, membro della Commissione Esteri della Camera; il giornalista Manlio Dinucci, esponente del Comitato Nazionale No Guerra No Nato; l’ing. Roberto Benassi, esperto militare e componente della Rete Civica Livornese Contro la Nuova Normalità della Guerra; Andrea Morini, Assessore del Comune di Livorno con delega alla Pace e alla Cooperazione. Moderatore: Sergio Nieri.

La tavola rotonda, organizzata dalla Rete Civica Livornese Contro la Nuova Normalità della Guerra, è stata una straordinaria occasione di informazione, approfondimento e, speriamo, di stimolo per la mobilitazione rivolta alla cittadinanza di Livorno, ma non solo; e questo grazie alla presenza di RadioRadicale, Pandora tv e Telecentro2 che hanno registrato l’evento e ne hanno dato ampia diffusione.

Condivisa dai relatori la valutazione dell’estrema pericolosità dell’appartenenza dell’Italia alla NATO, un’alleanza militare a guida Usa che, dotata di un poderoso arsenale nucleare in corso di ammodernamento, ha fatto della guerra permanente il suo specifico programma, per salvaguardare i propri interessi espandendo la sua area di influenza .

In chiusura è stata consegnata al senatore Di Stefano e all’assessore Morini la mozione “NO alle bombe nucleari in Italia”, già approvata dal Consiglio Regionale della Toscana, perché se ne facciano promotori in Parlamento e in Consiglio comunale.

Bozza di mozione proposta dal Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO ai parlamentari e ai rappresentanti degli enti locali

CONSIDERATO che – secondo i dati forniti dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) – gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180.

CONSIDERATO che – come documenta la stessa U.S. Air Force – sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Europa.

CONSIDERATO che – come documenta la FAS – la B61-12 non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare, con un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.

CONSIDERATO che foto satellitari, pubblicate dalla FAS, mostrano le modifiche già effettuate nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre per installarvi le B61-12.

CONSIDERATO che l’Italia mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma anche piloti che – dimostra la FAS – vengono addestrati all’uso di armi nucleari con aerei italiani.

CONSIDERATO che l’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, il quale all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».

I PROPONENTI CHIEDONO al governo di rispettare il Trattato di non-proliferazione nucleare e, attenendosi a quanto esso stabilisce, far sì che gli Stati Uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.