Test missilistico della Corea del Nord: provocazione, o piuttosto invito alla ragionevolezza?

29.11.2017 Angelo Baracca

Test missilistico della Corea del Nord: provocazione, o piuttosto invito alla ragionevolezza?
(Foto di KCNA)

Questa mattina la Corea del Nord ha effettuato con successo il 20o test missilistico in quest’anno, dopo due mesi di “inattività”.

 

I fatti

L’agenzia ufficiale KCNA ha affermato che il missile era il più sofisticato rispetto a tutti i test precedenti ed è in grado di trasportare una testata nucleare pesante “super-large”.

Queste affermazioni non sono ancora state verificate dagli esperti, ma gli stessi si aspettavano che Pyongyang dimostrasse che ora ha l’intero territorio degli Usa nel suo raggio d’azione: uno sviluppo che rafforza in modo significativo la sua posizione negoziale nei confronti di Washington.

Da quanto  viene riportato, il missile ha volato per 50 minuti su una traiettoria molto alta, raggiungendo l’altezza di 2.796 miglia (10 volte maggiore dell’orbita della Stazione Spaziale Internazionale della Nasa), cadendo a una distanza di 621 miglia dal lancio ad ovest della costa del Giappone. David Wright, fisico ed esperto missilistico della Union of Concerned Scientists, calcola che su una traiettoria normale anziché così alta, il missile avrebbe una portata di 8.078 miglia (13.000 km), sufficiente a raggiungere Washington, l’Europa e l’Australia.

 

Le implicazioni

I commenti parleranno ovviamente di ennesima provocazione, di escalation inaccettabile. Ci sarà un ulteriore polverone. Vogliamo, per lo meno noi, ragionare con freddezza e raziocinio?

Innanzi tutto ho discusso più volte che la responsabilità dell’escalation nucleare della Corea del Nord ricade in primo luogo sugli Stati Uniti[1]. Questo non certo per “giustificare” che Pyongyang si sia dotata di armamenti nucleari, che sono comunque un delitto contro l’umanità, come verrà sancito non appena il nuovo Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari entrerà in vigore: è l’esistenza stessa delle armi nucleari, il loro uso come minaccia, a moltiplicare gli Stati che ambiscono dotarsene. Da un lato è ormai il segreto di Pulcinella che gli armamenti nucleari implicano enormi interessi economici oltre che militari, gli Stati che se ne sono dotati hanno ricevuto informazioni, tecnologie e supporti da cani e porci, e la Corea del Nord non ha certo fatto eccezione.

Si smetta di dipingere Kim come un pazzo fuori di testa, a mio parere è molto lucido, e fa un freddo, ancorché cinico, calcolo: “Saddam ha abbandonato i suoi armamenti e è stato fatto fuori, Gheddafi pure e è stato ucciso”. Più realistico di così! Sono gli Stati Uniti, e Trump in modo esasperato, che conoscono solo il linguaggio della minaccia della coercizione.

Pyongyang ha offerto la disponibilità a negoziare, non da ora ma da anni[2], ponendo come condizione il riconoscimento del suo status di Stato nucleare. Ormai gli Usa, e tutto il modo, devono prendere atto che – per loro precisa responsabilità – la Corea del Nord non pone più un problema di proliferazione, ma è uno Stato nucleare a tutti gli effetti. Kim e il suo regime possono essere legittimamente antipatici, ma di fronte alla minaccia che incombe è necessario mettere in secondo piano l’obiettivo di regime change, e lasciare il posto alla politica, ai popoli e alla storia.

La situazione diventa sempre più drammatica, e il rischio che venga premuto – accidentalmente, per errore o per calcolo – il bottone della fine del mondo è sempre più concreto. Sta al più forte, non al più debole, avere la saggezza di negoziare. La strada è chiara, anche se tutt’altro che priva di ostacoli e problemi: intavolare finalmente – dopo 63 anni dalla Guerra di Corea – un negoziato di pace complessivo che possa pacificare l’intera penisola coreana, e porre le basi per la sua completa denuclearizzazione.

[1]             A. Baracca, “La resistibile ascesa nucleare della Corea del Nord”, Pressenza, 3 maggio 2017, https://www.pressenza.com/it/2017/05/la-resistibile-ascesa-nucleare-della-corea-del-nord/.

[2]               Si veda ad esempio D. Bandow, “North Korea Wants to Talk Peace Treaty: U.S. Should Propose a Time and Place”, The National Interest, 3 dicembre 2015, http://nationalinterest.org/blog/the-skeptics/north-korea-wants-talk-about-peace-treaty-us-should-propose-14504; A. Denmark, “Time for President Trump to negotiate with North Korea”, The Hill, 10 novembre 2017, http://thehill.com/opinion/white-house/354891-time-for-president-trump-to-negotiate-with-north-korea.

Contro il crimine dei respingimenti in Libia: «La verità va gridata dai tetti»

28.11.2017 Redazione Italia

Contro il crimine dei respingimenti in Libia: «La verità va gridata dai tetti»
(Foto di Medici senza Frontiere)

Siamo associazioni, Ong, cittadini, attivisti della società civile italiana ed europea che si rivolgono al Parlamento italiano e al Parlamento europeo perché Gennaro Giudetti, l’attivista italiano testimone del comportamento criminale tenuto lo scorso 6 novembre dalla guardia costiera libica – finanziata con fondi UE gestiti dall’Italia e addestrata da personale dell’UE – sia audito con urgenza dal Parlamento italiano e dal Parlamento europeo riunito in sessione plenaria, o dalla sua competente Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Cinque profughi sono annegati, tra questi un bambino di quattro anni, e almeno altri trentacinque risultano dispersi. Il materiale video pubblicato dalla Ong tedesca Sea-Watch mostra con chiarezza che la Guardia costiera libica, lungi dall’aver condotto un’operazione di soccorso, ha agito in modo aggressivo e scoordinato per riportare i profughi in Libia, impedendo alla Ong e alle unità italiane e francesi presenti sulla scena del naufragio di procedere nelle operazioni di soccorso, già coordinate dal centro operativo (MRCC) di Roma.

I quarantasette migranti recuperati in mare dall’equipaggio libico sono stati ammassati sul ponte e frustati per impedir loro di tuffarsi in mare e raggiungere i familiari a bordo dei gommoni della Sea-Watch3, che aveva intanto salvato cinquantanove persone. La motovedetta si è poi allontanata a tutta velocità, incurante del fatto che un naufrago fosse aggrappato a una cima sporgente da una paratia. La guardia costiera libica non si è fermata al disperato e ripetuto avvertimento dell’elicottero della Marina militare italiana, distintamente udibile sulle frequenze radio registrate dalla Sea-Watch 3. […]

Siamo preoccupati dal fatto che non vi sia alcun controllo sul reale utilizzo dei fondi UE in Libia. Questa preoccupazione sembra confermata dalla risposta data dalla Commissione europea all’interrogazione scritta presentata lo scorso 5 settembre da ventuno parlamentari europei con riferimento alla denuncia dell’Associated Press, secondo cui i fondi versati dall’Italia al governo di Tripoli finirebbero alle milizie coinvolte nel traffico di esseri umani.

Il governo italiano e quello dell’Unione non possono non conoscere il rapporto del gruppo di esperti sulla Libia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSMIL), che già un anno fa elencava «esecuzioni, torture, deprivazione di cibo, acqua e servizi igienici», e dichiarava che «i trafficanti di esseri umani, il Dipartimento di contrasto all’immigrazione illegale libico e le guardia costiera libica sono direttamente coinvolti nelle violazioni dei diritti umani». Secondo l’UNSMIL, «le intercettazioni di imbarcazioni di migranti da parte della guardia costiera libica hanno implicato azioni che possono costituire omicidi arbitrari».

Chiediamo ai nostri rappresentanti nelle istituzioni italiane ed europee di agire per ottenere verità e giustizia sul filo rosso che lega le morti in mare dell’11 ottobre 2013 a quelle del 6 novembre 2017. Uno stesso accordo di respingimento continua a uccidere, oltre ai profughi nel Mar Mediterraneo, la democrazia nei nostri Parlamenti. Questo accordo – interrotto solo dall’operazione Mare nostrum e, alla sua dismissione, dall’entrata in azione delle Ong nelle operazioni di ricerca e soccorso – mostra ora in piena luce il suo volto criminale.

Per questo riteniamo un atto politico e umano non rinviabile l’ascolto della testimonianza del “naufragio dei bambini” dell’11 ottobre 2013 – portata da chi ha ricostruito l’infamante vicenda, il giornalista Fabrizio Gatti, e, se opportuno, i legali dei medici siriani che hanno perso i figli nel naufragio – e l’ascolto della testimonianza dell’eccidio del 6 novembre 2017, portata dall’attivista per i diritti umani Gennaro Giudetti. Come lui, siamo convinti che la verità vada «gridata dai tetti», perché non ci sommerga.

PRIMI FIRMATARI:

Osservatorio Carta di Milano “La solidarietà non è reato”, Associazione Diritti e Frontiere (ADIF), Associazione per i Diritti Umani, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), ARCI, Antigone, Associazione Costituzione Beni Comuni, Campagna LasciateCIEntrare, COSPE Onlus, Ex Opg Je so’ pazzo, Fondazione Casa della carità di Milano, Lunaria, Terre des Hommes Italia, ActionAid, Scuola di pace di Napoli, Hayat Onlus, Maurizio Acerbo (segretario nazionale PRC), Alessandra Ballerini (avvocato), Diego Bianchi (conduttore televisivo, attore e regista), Daniele Biella (giornalista e scrittore), Stefano Bleggi (Progetto Melting Pot Europa), Tony Bunyan (Statewatch), Annalisa Camilli (giornalista), Eleonora Camilli (giornalista), Angela Caponnetto (giornalista) Valerio Cataldi (giornalista), Francesca Chiavacci (presidente nazionale ARCI), Don Luigi Ciotti (fondatore Associazione Gruppo Abele, presidente Associazione Libera), Stefano Corradino (giornalista, direttore Articolo21), Raffaele Crocco (direttore Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo), Paolo Cuttitta (Professor of Migration Law, Vrije Universiteit Amsterdam), Erri De Luca (scrittore), Don Vitaliano Della Sala (parroco a Mercogliano, Avellino), Giuseppe De Marzo (responsabile nazionale Libera per le Politiche sociali), Anna Falcone (avvocato), Ciro Ferrara (calciatore), Francesco Floris (giornalista), Francesca Fornario (giornalista e scrittrice), Stefano Galieni (responsabile migrazione PRC), Riccardo Gatti (capomissione Proactiva Open Arms), Beppe Giulietti (giornalista), Patrizio Gonnella (presidente Antigone e Cild), Maurizio Gressi (portavoce del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani), Ben Hayes (Transnational institute), Charles Heller (Research Fellow al Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London, Forensic Oceanography e WatchTheMed), Yasha Maccanico (ricercatore e giornalista, Statewatch, University of Bristol), Anna Maffei (pastora della Chiesa Battista di Milano), Francesca Mannocchi (giornalista), Lorenzo Marsili (direttore European Alternatives, coordinatore DiEM25), Maruego (rapper), Susi Meret (Associate Professor, Institute of Culture and Global Studies, Aalborg University, Denmark), Filippo Miraglia (presidente ARCS e vice presidente ARCI), Emilio Molinari (Comitato italiano per un Contratto mondiale sull’acqua), Tomaso Montanari (presidente Libertà e Giustizia), Grazia Naletto (presidente Lunaria), Moni Ovadia (attore, regista e scrittore), Salvatore Palidda (professore Università di Genova), Simon Parker (docente di Scienze Politiche, Università di York), Stefano Pasta (giornalista, Sant’Egidio), Steve Peers (Professor in the School of Law at the University of Essex), Riccardo Petrella (economista politico), Lorenzo Pezzani (ricercatore Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London, Francesco Piccinini (direttore Fanpage.it), Paola Pietrandrea (coordinatrice DiEM25), Nancy Porsia (giornalista), Sara Prestianni (responsabile migrazione Sinistra Italiana), Annamaria Rivera (antropologa, attivista e studiosa antirazzista), Fabio Sanfilippo (giornalista), Roberto Saviano (scrittore), Nello Scavo (giornalista), Ilaria Sesana (giornalista), Barbara Spinelli (avvocato, Giuristi Democratici), Silvia Stilli (portavoce AOI – Associazione delle Organizzazioni Italiane di cooperazione e solidarietà internazionale), Fulvio Vassallo Paleologo (avvocato, presidente ADIF), Guido Viale (sociologo), Giacomo Zandonini (giornalista), Padre Alex Zanotelli (missionario comboniano), Padre Mussie Zerai (presidente Agenzia Habeshia).

 

Per firmare la petizione: https://www.change.org/p/naufragio-del-6-novembre-il-parlamento-italiano-e-il-parlamento-europeo-ascoltino-il-testimone-gennaro-giudetti-sui-crimini-della-guardia-costiera-libica

 

OPAL: cala l’export italiano di armi, ma non ai regimi del Medio Oriente

27.11.2017 Unimondo

OPAL: cala l’export italiano di armi, ma non ai regimi del Medio Oriente
(Foto di La Porzione)

Diminuisce, seppur di poco, l’export italiano di armi e munizioni, ma toccano record storici le forniture al Medio Oriente di munizionamento militare e di armi leggere, soprattutto di pistole. E’ questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dal “Rapporto sulle esportazioni nel 2016 di armi e munizioni dall’Italia e dalla provincia di Brescia” che gli analisti dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e di Difesa (OPAL) hanno presentato in anteprima nazionale durante una conferenza stampa venerdì scorso a Brescia.

I dati rivelano diverse cose interessanti e sollevano più di un interrogativo sul rispetto delle normative vigenti da parte dell’ormai decaduto governo Renzi (in carica fino al 12 dicembre 2016), ma anche sull’attuale governo Gentiloni, responsabile della continuazione di diverse esportazioni di materiali bellici. Meritano pertanto di essere considerati con attenzione.

Diminuisce l’export, un’incoerenza?

Il primo dato del Rapporto di OPAL è all’apparenza anomalo rispetto a quanto si era appreso dalla Relazione sulle esportazioni di materiali militari inviata dal governo alle Camere lo scorso aprile. Quella Relazione, che riguarda le esportazioni del 2016, cioè lo stesso anno preso in considerazione da OPAL sulla base dei dati forniti da Istat e Eurostat, rivelava infatti una vera e propria esplosione delle autorizzazioni all’export di sistemi militari: “l’esecutivo Renzi ha portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro”, scrivevo in un ampio e dettagliato articolo lo scorso giugno.

Un errore quindi rispetto a quanto evidenzia il rapporto di OPAL? Nient’affatto. Perché il record raggiunto dall’esecutivo Renzi riguarda le licenze all’esportazione, cioè come scrivevo, le autorizzazioni rilasciate e non le consegne effettive che invece, come documentavo fornendo anche un preciso grafico, erano in calo rispetto al 2015. La differenza tra autorizzazioni e consegne è nota agli esperti, ma è bene spiegarla. Innanzitutto va considerato che, trattandosi in gran parte di sistemi complessi, vi è necessariamente uno sfasamento temporale tra il rilascio delle autorizzazioni e il momento delle consegne: cioè, in parole semplici, ci vuole del tempo per fabbricarli e consegnarli e quindi ciò che è stato autorizzato lo scorso anno solo in gran parte verrà esportato a partire dal quest’anno. Ma occorre anche ricordare che le autorizzazioni comprendono una fetta, a volte consistente, di licenze di fabbricazione all’estero che l’Agenzia delle Dogane, che è quella che certifica appunto i passaggi doganali, non può riportare nella relazione di sua competenza perché non si tratta di beni tangibili ma, appunto, di licenze di fabbricazione.

I dati esaminati da OPAL, si riferiscono propriamente alle esportazioni, cioè ai materiali esportati (e non quindi alle autorizzazioni o licenze) e soprattutto non considerano tutti i materiali militari complessi (aeromobili, navi, mezzi terrestri, sistemi elettronici e di radaristica, ecc.) ma solo le “armi e munizioni”, cioè tutto (e solo) quanto riguarda le armi propriamente dette (mitragliatrici, fucili, carabine, pistole, revolver, ecc.) sia di tipo militare che cosiddetto “comune” e il munizionamento sia pesante (come bombe e altri ordigni) che “leggero” (munizioni, pallottole, cartucce ecc.).

Cala l’export, ma fa il botto in Medio Oriente

Le esportazioni effettive dall’Italia di armi e munizioni, di tipo militare e comune, mostrano anche nel 2016 un leggero calo (-2,4%): dai 1.252.573.023 euro del 2015 – che avevo esaminato in questo articolo – si passa ai 1.222.438.632 euro dello scorso anno in contrazione anche rispetto ai 1.302.319.271 euro del 2014. Fanno il botto invece le forniture, soprattutto di munizionamento militare, ai paesi del Medio Oriente: si tratta di oltre 161 milioni di euro con un incremento del 63,0% rispetto al 2015. In particolare aumentano le esportazioni all’Arabia Saudita (40 milioni di euro), ma soprattutto verso la Giordania (52 milioni di euro).

E qui troviamo una conferma e una vera e propria anomalia. Innanzitutto i dati Istat esaminati da OPAL confermano il protrarsi nel 2016 di spedizioni di munizionamento dalla Sardegna alle Forze armate dell’Arabia Saudita. Si tratta, di fatto, delle bombe aeree prodotte nella fabbrica della RWM Italia di Domusnovas in Sardegna che – come ha documentato un rapporto delle Nazioni Unite – sono utilizzate dall’aeronautica militare saudita per effettuare bombardamenti in Yemen, anche sulle zone civili, in un intervento militare mai legittimato dall’Onu che in tre anni ha causato più della metà degli oltre diecimila morti tra la popolazione inerme. Le esportazioni di queste micidiali bombe sono proseguite anche durante quest’anno con il beneplacito del governo Gentiloni: nei primi sei mesi ne sono state spedite dalla Sardegna per oltre 28,4 milioni di euro che significa che le forniture sono sestuplicate rispetto ai 4,7 milioni del primo semestre del 2015. Si tratta di esportazioni che il Parlamento europeo ha chiesto, per ben tre volte, di fermare perché, in considerazione del coinvolgimento dell’Arabia Saudita “nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite” nel conflitto in Yemen sono in violazione dei criteri stabiliti dalla Posizione Comune dell’UE. Violazioni sulle quali la maggioranza del nostro parlamento ha deciso di sorvolare, non sospendendo le forniture di bombe ai militari sauditi.

Armi e munizioni alla Giordania: chi le ha autorizzate?

Ma c’è un altro dato, particolarmente strano, sul quale gli analisti di OPAL hanno posto l’attenzione. Nel 2016 sono state esportate alla Giordania armi e munizioni per oltre 52 milioni di euro, per l’esattezza 52.213.637 euro. Se una piccola parte riguarda armi leggere esportate dalle aziende della provincia di Brescia (1.832.709 euro) e di munizioni dalla provincia di Lecco (986.134 euro), la parte più consistente riguarda esportazioni dalla provincia di Roma (49.331.855 euro). L’anomalia sta nel fatto che, dato l’ammontare, è impensabile che si tratti di “armi comuni”, cioè di armi destinate alla popolazione civile e quindi non soggette alle prescrizioni della legge n. 185 del 1990. E’ logico quindi pensare che si tratti di materiali militari, ma – ed è qui il punto – nelle Relazioni governative inviate negli anni recenti al Parlamento le autorizzazioni all’esportazione di armamenti alla Giordania non raggiungono i 28 milioni di euro. E quindi, all’appello, ne mancano due dozzine di milioni di euro. Per capirci: chi e quando ha autorizzato l’esportazione alla Giordania di oltre 49 milioni di euro di “armi e munizioni”? E di che tipo di materiali si tratta? Due domande semplici che i parlamentari – e anche qualche organo di informazione nazionale – farebbero bene a porre al governo. Vedremo nei prossimi giorni se vi saranno riscontri.

Tante pistole per gli Usa, ma anche all’Iraq

Un altro forte incremento illustrato da OPAL consiste nell’export di rivoltelle e pistole: nel 2016 ammonta a 76.442.770 euro raggiungendo così la cifra record dal 1990. Un record ottenuto soprattutto all’aumento di esportazioni verso gli Stati Uniti (40.496.862 euro), ma anche verso diversi paesi del Medio Oriente (17.732.923 euro, cifra record dal 1990), tra cui principalmente l’Iraq (38.100 pistole per un ammontare di 14.820.131 euro), ma pure alla già citata Giordania (8.332 pistole per un valore di 1.732.839 euro), all’Oman (3.500 pistole per 977.364 euro) e finanche all’Egitto (1.233 pistole per 433.607 euro). A cui vanno aggiunte le esportazioni soprattutto al Messico (5.293 pistole per 1.645.377 euro) e al turbolento Venezuela (1.550 pistole per 762.061 euro) di cui ho già parlato in due precedenti miei articoli. In lieve calo (-1,6%) invece le esportazioni di carabine e fucili (258.465.526 euro) che però vedono una ripresa soprattutto nei paesi dell’UE (82.650.507 euro).

Gli affari delle aziende di Brescia

La provincia di Brescia si conferma anche nel 2016 come la principale zona di esportazione di armi e munizioni sia di tipo militare che per armi comuni: con quasi 326 milioni di euro ricopre più di un quarto di tutte le esportazioni nazionali in questo settore e rispetto al 2015 il giro di affari nel 2016 è aumentato del 9,6%. In forte crescita sono soprattutto, anche in questo caso, le esportazioni di armi e munizioni verso il Medio Oriente che nel 2016, con oltre 31 milioni di euro, hanno raggiunto la cifra record degli ultimi venticinque anni. Gli Stati Uniti (131 milioni di euro) si confermano il principale acquirente di armi prodotte a Brescia, ma nel 2016 figurano consistenti spedizioni anche verso l’Iraq (16 milioni), la Turchia (12 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (6 milioni), Singapore (5,6 milioni) e Messico (4,2 milioni).

E proprio a questo riguardo l’Osservatorio OPAL non ha mancato di notare che anche quest’anno le esportazioni di armi italiane e bresciane rivelano il “permanere di consistenti forniture di tipo militare a paesi in zone di conflitto” ed “il persistere di spedizioni di armi semiautomatiche alle forze dell’ordine e a corpi di sicurezza di regimi autoritari internazionalmente riconosciuti per le reiterate violazioni dei diritti umani”.

Un festival controcorrente

«Riteniamo importante – ha commentato Piergiulio Biatta, presidente di OPAL – portare all’attenzione nazionale queste informazioni per riaprire il confronto pubblico, anche nella città e nella provincia di Brescia, sulla produzione e soprattutto sulle esportazioni di materiali militari e di armi comuni. Il forte incremento di esportazioni verso le zone in cui sono in corso conflitti armati, verso paesi governati da regimi autoritari, a monarchie assolute islamiche e a paesi belligeranti pone gravi interrogativi a tutte le parti sociali ed in particolare alle rappresentanze politiche» – ha aggiunto Biatta.

Si tratta di questioni a cui sono particolarmente sensibili le associazioni che fanno parte dell’Osservatorio OPAL che, insieme a numerose altre associazioni locali e all’Amministrazione comunale hanno promosso e celebrato nei giorni scorsi proprio a Brescia il primo “Festival della pace”. Un evento sul quale le realtà vicine al settore armiero hanno manifestato, nei modi che conoscono bene, più di qualche rimostranza. Ma che ha saputo sollevare, in alcuni dibattiti particolarmente partecipati dalla cittadinanza, questioni importanti che riguardano quei “beni comuni” che molti, in direzione ostinata e contraria ai venti di guerra, continuano a considerare preziosi: il disarmo e la pace.

Giorgio Beretta

Libia: non tacere per non farsi complici

16.11.2017 Francesco Gesualdi

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Libia: non tacere per non farsi complici
(Foto di Medici senza Frontiere)

Il martello battuto all’asta di Tripoli per annunciare che il migrante era stato venduto per 400 dollari ci ha portato indietro di 300 anni quando sul mercato di Montgomery o di New Orleans si separavano gli uomini dalle donne, i figli dalle madri e si vendevano gli esseri umani come fossero buoi, anatre o cavalli. Poi arrivò Abraham Lincoln e nel 1863 la Costituzione americana si arricchì del tredicesimo emendamento, che proibisce  la schiavitù negli Stati Uniti d’America.  Cinquanta anni più tardi il divieto venne esteso a livello mondiale da una convenzione stipulata nel 1926 dalla Lega delle Nazioni Unite.

L’umanità sembrava liberata per sempre dalla barbarie della schiavitù e invece il filmato della CNN documenta che no: la schiavitù esiste ancora nel secondo millennio e ci riguarda molto da vicino perché ad essere venduti come zappatori sono i migranti che noi respingiamo. Non direttamente, perché non abbiamo neanche il coraggio delle nostre azioni, ma tramite la guardia costiera libica che però sosteniamo con mezzi e consiglieri.

Situazione certificata da Zeid Ra’ad Al Hussein, direttore dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, che in una nota del 14 novembre scrive:” L’Unione Europea e l’Italia stanno dando assistenza alla guardia costiera libica per intercettare barche di migranti nel Mediterraneo, comprese le acque internazionali, per riportarli in Libia, benché le associazioni di difesa dei diritti umani abbiano denunciato che ciò li espone a una prigionia arbitraria e illimitata, tortura, stupri, lavoro forzato, estorsione.”  E aggiunge: “Nonostante i crescenti interventi nell’area da parte dell’Unione Europea e dei suoi stati membri, fino ad ora niente è stato fatto per ridurre il livello degli abusi sofferti dai migranti.”

Situazione puntualmente confermata dal filmato della CNN: quel battito di martello certifica che in Libia non vige altra legge se non quella del denaro, privata non solo di qualsiasi regola morale, ma  addirittura di qualsiasi sentimento umano, come quando si arriva ad approfittare della totale mancanza di difese in cui si trovano i migranti per trasformarli in merce venduta all’asta.

Ormai l’Italia è in campagna elettorale, tutti i partiti stanno col fonendoscopio sulla pancia degli elettori per individuare cosa desiderano sentirsi dire per compiacere la loro emotività. Purtroppo una campagna mediatica orchestrata ad arte ha dipinto i migranti come criminali che rubano e uccidono, teppisti che violentano donne e bambini, accattoni profittatori che ci impoveriscono perché si impossessano del nostro welfare. Inevitabilmente in un largo strato della nostra popolazione si è fatto strada un odio strisciante verso i migranti ritenuti la causa di tutti i nostri mali. E tutti i partiti fanno a gara a chi dimostra di saper essere più bravo a liberarci da questo male. I capipopolo più grossolani fino a paventare di ricacciare i migranti a mare con i mitragliatori. I dirigenti più educati stringendo accordi con i militari africani affinché il lavoro sporco lo facciano loro.

I nostri costituenti mai avrebbero potuto credere che la democrazia, per cui tanto si erano battuti, potesse trasformarsi in una macchina talmente competitiva da calpestare qualsiasi principio in nome della vittoria. Ma ad essere decaduta non è la democrazia: è la nostra società che non ha saputo accompagnare il progresso tecnologico con un uguale progresso umano, che non ha saputo accompagnare la crescita della complessità con un’uguale crescita della scuola, capace di metterci in grado di capirla e governarla, che non ha saputo accompagnare la crescita del mercato con un’uguale crescita di valori atti a impedire che le sue regole invadessero l’intera società, che non ha saputo accompagnare la crescita del potere economico con un’uguale crescita dell’informazione plurale, affinché non fosse controllata solo da pochi interessati a far interiorizzare una visione distorta della realtà.

Come si possa rompere questa spirale perversa è difficile dirlo, ma se una possibilità c’è, è che chi ha conservato la capacità di pensare e di giudicare levi la propria voce di disaccordo, a costo di essere emarginato e vilipeso. Nel 1963, mentre si trovava in prigione, Martin Luther King scrisse: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”  Alzare la nostra voce di condanna è l’unico modo per porre un argine alla banalità del male, la malattia più contagiosa di cui possa soffrire l’umanità.

Presentata a Madrid la 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza 2019

25.11.2017 – Madrid Rafael de la Rubia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Catalano

Presentata a Madrid la 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza 2019

Durante le Giornate della Nonviolenza, svoltesi a Madrid dal 15 al 18 novembre, è stata presentata la 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, che avrà inizio il 2 ottobre 2019 a Madrid e terminerà l’8 marzo 2020.

Le Giornate della Nonviolenza, promosse e organizzate da Mondo senza Guerre e senza Violenza insieme a molte altre associazioni, tra cui PNND[i], Fundación Cultura de Paz, WILPF-Spagna, Noviolencia 2018, Ecologistas en Acción, Pressenza, AiPaz, si sono svolte in diversi punti della capitale spagnola: dalla simbolica Camera dei Deputati al quartiere popolare di Vallecas, passando per il Comune di Madrid in Piazza Cibeles. L’interesse degli organizzatori è stato quello di introdurre la nonviolenza nelle sue diverse espressioni in tutti gli ambiti sociali, a livello statale, comunale e di quartiere. Tale dinamica sarà potenziata dalla 2ª Marcia Mondiale, che punta a diffonderà i temi della pace e della nonviolenza in tutti i settori sociali.

Il 15 novembre, nella Sala Clara Campoamor della Camera dei Deputati, si è parlato della sicurezza globale, dell’aumento del rischio dell’utilizzo di armi nucleari e del recente Trattato per la proibizione delle armi nucleari[ii] , che è stato ratificato da molti Stati, ma non dal governo spagnolo. Durante l’incontro il parlamentare Pedro Arrojo[iii] ha annunciato l’adesione al PNND di 50 deputati di Podemos.

Si è svolto un incontro anche tra Pablo Bustinduy[iv] e Alyn Ware[v], che hanno discusso della via seguita dalla Nuova Zelanda per riuscire, mantenendo in vigore il patto di difesa comune tra Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, a rispettare la decisione del popolo neozelandese di non consentire l’installazione di armi nucleari sul proprio territorio. Pedro Arrojo ha annunciato l’attivazione a livello internazionale di una rete di parlamentari a sostegno della 2ª Marcia Mondiale.

Foto di René Gomez

Nella giornata del 17 novembre, nell’auditorium del Palazzo di Cibeles, sede del Comune di Madrid, si è svolta un’attività intensa e serrata con 30 relatori distribuiti tra 10 tavole rotonde e conferenze.

Alla tavola rotonda “Mezzi di Comunicazione, al servizio di chi?” hanno partecipato Stéphane Grueso[vi] di Radio Carne Cruda, Magda Bandera[vii] della rivista La Marea e Javier Belda dell’agenzia internazionale Pressenza. Tutti i relatori hanno evidenziato la necessità di contrastare le informazioni promosse dai grandi gruppi economici, spesso assai lontani dalle reali necessità d’informazione dei cittadini.

Nella tavola rotonda dedicata alla Nonviolenza e alla Spiritualità nel mondo d’oggi si sono sviluppati diversi punti di vista. Moisés Mato ha messo in rilievo la campagna Nonviolenza 2018, Philippe Moal del Centro Studi Umanisti Noesis ha esposto le basi filosofiche e psicologiche della nonviolenza, Houssein el Ouarachi del Collettivo ONDA ha parlato della nonviolenza dal punto di vista dell’Islam e l’antropologa Aurora Marquina lo ha fatto dal punto di vista della nuova spiritualità del Messaggio di Silo.

Foto: René Gómez  (Album)

Antonio Zurita, direttore della UCCI [viii] ha dichiarato che il Comune di Madrid e la UCCI avrebbero collaborato alla preparazione della 2ª Marcia Mondiale e ha espresso l’interesse a sostenere i valori della nonviolenza e a sviluppare la proposta delle Città della pace. Ha evidenziato la necessità di un’alleanza tra il potere politico locale e quello sociale per la piena realizzazione di questo tipo di azioni. Ha riportato una frase del professor Tierno Galván, ex sindaco di Madrid, che sosteneva: “Gli imperi crollano, ma le città rimangono”. Ha annunciato che nel 2018 si celebrerà una nuova edizione del Forum Mondiale sulle Violenze Urbane con l’obiettivo di costruire Città della Pace e Città della Convivenza. Zurita ha invitato Mondo senza Guerre a partecipare al comitato organizzatore del Forum.

Sarà in questo Forum Internazionale, a cui sono invitati i sindaci delle 300 città più popolose del pianeta, che si realizzerà nel 2018 il lancio mondiale ufficiale della 2ª Marcia per la Pace e la Nonviolenza.

Ecco il calendario provvisorio della 2ªMM:
EUROPA: Madrid – 2/10/2019, Cadice – 6/10
AFRICA: Casablanca 8/10, Dakar 27/10
AMERICA: New York 28/10, San José di Costa Rica 20/11, Bogotà 21/11, Santiago – Cile 3/1/2020
OCEANIA-ASIA: Wellington – 4/1, New Delhi 30/1/2020
EUROPA: Mosca 6/2, Madrid 8/3/2020

Tali date saranno confermate, così come i percorsi dettagliati in ogni paese, nel mese di ottobre 2018 durante il lancio mondiale della 2MM.

Rafael de la Rubia
Membro dell’Equipe di coordinamento mondiale di Mondo senza Guerre e senza Violenza e coordinatore dell’Equipe Base che ha realizzato la 1ª Marcia Mondiale

[i] PNND- Rete dei parlamentari per la non proliferazione e il disarmo nucleare
[ii] Lo scorso 7 luglio 2017, su iniziativa dell’ONU, 122 paesi hanno ultimato i negoziati e l’elaborazione di un Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Dal 20 settembre 2017 il Trattato è stato aperto alla firma degli Stati, con l’aspettativa fondata di essere ratificato da più di 50 paesi quale condizione per entrare in vigore.
[iii] Pedro Arrojo Agudo, deputato di Podemos. Ha conseguito il dottorato in Fisica e insegna nell’Università di Saragozza; le sue ricerche sono concentrate sull’economia dell’acqua.
[iv] Pablo Bustinduy Amador è il Portavoce del Gruppo Parlamentare di Unidos Podemos nella Commissione Affari Esteri del Congresso e deputato di Podemos per Madrid. E’ anche coordinatore della Segreteria Internazionale del partito.
[v] Alyn Ware, fondatore e coordinatore della Rete dei Parlamentari per la non proliferazione e il disarmo nucleare.
[vi] Stéphane Grueso, giornalista, cineasta e attivista sociale.
[vii] Magda Bandera è giornalista e scrittrice.
[viii] UCCI-Unione delle Città Capitali Ibero-Americane. Rete di cittadini che raggruppa tutte le capitali ibero-americane e altre città emblematiche della regione.

Traduzione dallo spagnolo di Giovanna Vasciminno

video de Alvaro Orus

Egitto: Grande moschea Roma, terroristi vigliacchi attacco Sinai prova loro fallimento

24.11.2017 – Roma Redazione Italia

Egitto: Grande moschea Roma, terroristi vigliacchi attacco Sinai prova loro fallimento

L’attacco terroristico condotto oggi contro una moschea del nord del Sinai, che ha provocato centinaia di vittime tra morti e feriti “è opera di terroristi vigliacchi che con questa azione non hanno fatto altro che dimostrare il loro fallimento”.

E’ duro il commento del Segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia, meglio noto come la Grande moschea di Roma, Abdellah Redouane, della strage perpetrata ai danni dei fedeli che uscivano della preghiera del venerdì nella zona di al Rwda.

“Ancora una volta il terrorismo colpisce l’Egitto prendendo per bersaglio un luogo di culto e scegliendo un momento di grande affluenza che coincide con la preghiera del venerdì – ha affermato Redouane – per fare centinaia di vittime innocenti. Questo atto orrendo e vigliacco dimostra ancora una volta la ferocia dei terroristi ma prova anche il loro fallimento considerato che hanno colpito dei civili inermi. In questa occasione come Centro islamico culturale d’Italia non possiamo che presentare le nostre condoglianze sincere ai familiari delle vittime e pregare per i morti affinché Dio li abbia nella sua misericordia”.

I diritti LGBT in Turchia: un’intervista con Buse Kılıçkaya

23.11.2017 Unimondo

I diritti LGBT in Turchia: un’intervista con Buse Kılıçkaya
(Foto di https://www.facebook.com/www.pembehayat.org/?fref=ts)

Al Divine Queer Film Festival di Torino abbiamo incontrato Buse Kılıçkaya, attivista per i diritti LGBT in Turchia. Il movimento LGBT turco è particolarmente coraggioso, considerando ad esempio che la Turchia è un paese nel quale i crimini d’odio, cioè le violenze basate su discriminazioni in base all’etnia, la religione, l’identità di genere, l’orientamento sessuale e così via, sono molto frequenti. Tra le notizie più recenti in arrivo dal paese, giovedì 16 novembre ha avuto inizio il processo contro 24 attivisti arrestati durante la 15esima Pride Parade, lo scorso 15 giugno. Sono accusati di aver violato la Legge sulle Manifestazioni. Lo stesso giorno, le autorità di Ankara hanno impedito la realizzazione di un evento cinematografico a tematica LGBT organizzato in collaborazione con l’ambasciata tedesca. Due giorni dopo, è stata annunciata dalle autorità della capitale turca la sospensione a tempo indeterminato di tutti gli eventi LGBT, per proteggere la sensibilità e la morale dei cittadini e per ragioni di sicurezza ed ordine pubblico.

L’attivismo di Buse Kılıçkaya ha avuto inizio nel 1994 con la testata KAOS GL e poi con il partito DEHAP (Partito Democratico del Popolo), un partito filo curdo a cui ha deciso di aderire perché per la prima volta qualcuno nominava la questione di genere nel contesto della politica turca. Nel 2005, Kılıçkaya fonda Pembe Hayat, la prima organizzazione formata da e rivolta a transgender. “L’associazione è nata per reagire a una vera e propria attività di distruzione nei nostri confronti”, spiega. “Noi, prime fondatrici, eravamo tutte lavoratrici del sesso ad Ankara: sempre più spesso subivamo violenze fisiche, rapine, le nostre auto venivano bruciate, le bande criminali ci chiedevano di pagare il pizzo”. Con l’aiuto di Esra Özban, altro membro dell’associazione, ci districhiamo tra turco, inglese e un po’ di lubunca, lo slang queer turco che ha dato anche il nome alla rivista di Pembe Hayat (Lubunya).

Quali sono le attività di Pembe Hayat?

Le attività dell’associazione sono varie: realizziamo film e telefilm (come #direnayol, proiettato a Torino)  e organizziamo un film festival, il Kuir Fest, con lo scopo di creare consapevolezza nella società su certe tematiche; prendiamo parte a manifestazioni, anche se oggigiorno è sempre più difficile in Turchia e nonostante la nostra associazione si occupi soprattutto di diritti LGBT cerchiamo sempre di aderire a una rete di solidarietà più ampia e di porre attenzione ai diritti di tutti: abbiamo capito di non essere le uniche a subire delle discriminazioni in Turchia. Nel tempo, prima alcune associazioni di donne e poi alcune associazioni per i diritti umani hanno iniziato a supportarci. Altre organizzazioni per i diritti civili hanno invece rifiutato di collaborare con noi. Ad ogni modo, lo ripetiamo da molto tempo: lo Stato ce l’ha con noi, ma al momento giusto se la prenderà con chiunque altro. Ed è proprio ciò che sta accadendo! Per questo dobbiamo unire le lotte.

Quali conquiste sentite di aver raggiunto?

Prima che l’associazione esistesse, sapevamo chi ci aggrediva, ma le denunce non servivano: ingrandendoci, invece, le bande criminali che ci perseguitavano hanno perso potere e c’è stato qualche arresto dopo le nostre denunce. Per fortuna non ci siamo arrese: finalmente, un giudice ha definito per la prima volta queste azioni come crimini d’odio. Si è trattato di un precedente giuridico importante. A proposito di approccio giuridico, tra le nostre attività ci sono anche la consulenza legale e l’assistenza in carcere per le persone trans, perché crediamo che nella maggior parte dei casi si trovino lì per motivi politici. Forse è proprio questo il settore in cui siamo particolarmente rodate.

Come è cambiata la situazione per la comunità LGBT turca nei 15 anni di governo AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, il partito al governo)? Come in altri ambiti, il partito ha dimostrato un’iniziale apertura nei vostri confronti?

Devo dire di si, c’è stato un miglioramento iniziale nella prima fase di governo AKP, dovuto al processo di allargamento dell’Unione Europea. Con il tempo, si è poi assistito a violazioni dei diritti umani sempre più ampie e comuni, in particolare dopo le proteste di Gezi Park nel 2013 e il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016.

Parallelamente, ci sono stati problemi anche all’interno del movimento LGBT: ha avuto luogo un processo di non- identificazione. Come avviene in altri luoghi nel mondo, gay e lesbiche rivendicano una posizione predominante all’interno del movimento, a scapito di trans e lavoratrici del sesso. Queste ultime, però, sono anche gli individui più vulnerabili.

Quali problemi e quali minacce preoccupano le persone trans in Turchia?

Per quanto riguarda le donne, siamo spesso lavoratrici del sesso, poiché non riusciamo a trovare lavoro e spesso nessuno vuole nemmeno affittarci una casa. Per questo siamo più esposte a subire violenze, oltre che rapine e minacce. Inoltre abbiamo quasi automaticamente problemi con il sistema legale. Gli uomini, invece, affrontano disagi soprattutto all’interno del sistema sanitario ed educativo.

Come funziona per gli uomini trans il servizio militare, obbligatorio in Turchia?

Ovviamente i transessuali non sono tenuti a farlo, anzi, vengono rifiutati. Alcuni di loro, però, lottano per poterlo fare: è il caso dei membri di AKLGBT, sostenitori del partito al governo AKP.

Qual è stato invece il ruolo del filo-curdo HDP (Partito Democratico dei Popoli) per la comunità LGBT?

L’HDP ha svolto e svolge un ruolo importantissimo. Ad esempio, Selahattin Demirtaş, leader del partito che si trova in carcere da più di un anno, ha parlato dei diritti LGBT nei suoi discorsi prima delle elezioni parlamentari del 2015: i candidati HDP furono gli unici a non fare una campagna per i voti, ma per i diritti. In generale, i membri di questo partito hanno una certa esperienza in materia di protezione dei diritti umani e civili: per questo, anche a livello di comuni e municipalità si sono fatti molti progressi, sebbene i cambiamenti avvengano lentamente per via degli ostacoli burocratici. Inoltre, i politici dell’HDP hanno supportato in vari modi il lavoro di Pembe Hayat e della comunità LGBT.

Oggi, per via delle purghe effettuate fuori e dentro al partito, quale ruolo è ancora in grado di svolgere l’HDP?

Per questo sono preoccupata… così come lo sono per la situazione in Turchia e nel mondo in generale. Fino a tre anni fa, non avrei mai immaginato che saremmo arrivati a questo punto. Comunque, credo che il problema sia globale e legato al capitalismo: credo che la coscienza politica delle persone sia aumentata, ma che il potere si riorganizzi sulla base di questo. Oggi i potenti hanno creato un “nuovo software” di controllo.

Cosa pensi dell’esperienza di resistenza in corso nel Rojava curdo, in cui la donna assume un ruolo fondamentale e più in generale cosa pensi della jineologia* come linea di pensiero? La lotta per i diritti delle donne e quella per i diritti LGBT si intrecciano e supportano a vicenda o viaggiano parallele? 

Certamente si intrecciano e si supportano a vicenda. La differenza rispetto al mio personale modo di pensare con riferimento alla jineologia e a certe forme di femminismo è sistèmica: io non vedo il mondo in maniera binaria, diviso tra maschi e femmine. Per me ogni essere umano vale come un’impronta digitale: è unico, diverso da chiunque altro. Nessuno è portatore di una sola istanza e deve cercare di essere solidale con le istanze degli altri.

La lotta in Rojava non è un simbolo solo relativamente al ruolo della donna: qualche tempo fa, ad esempio, alcuni gruppi di combattenti LGBT sono arrivati in Rojava. In quell’occasione, mi sono personalmente preoccupata, ma più in quanto pacifista, contraria alla lotta militare.

L’omicidio, un anno fa, dell’attivista Hande Kader ha avuto una risonanza tale per cui una fetta più ampia della società turca è venuta a conoscenza delle difficili condizioni di vita per le persone trans?

Innanzitutto è necessario specificare che quello di Hande Kader non è l’unico omicidio recente di una persona transgender, per non contare il grande numero di suicidi. In seguito all’assassinio di Hande Kader, così come dopo le proteste di Gezi Park, l’attivismo turco sta acquisendo visibilità. Ma non nasce ora: la resistenza in Turchia è parte di un processo che ha coinvolto per decenni le ONG, le municipalità, le associazioni. La nostra lotta fa parte di una struttura lunga e articolata.

*La jineologia è una linea di pensiero elaborata da Abdullah Öcalan, leader del Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), che auspica la liberazione della donna nella società in modo trasversale.

 

Sofia Verza