Venezuela: ore decisive per il futuro della rivoluzione

30.07.2017 – Caracas La Bottega del Barbieri

Venezuela: ore decisive per il futuro della rivoluzione
Geraldina Colotti in Venezuela (Foto di Geraldina Colotti in un precedente viaggio in Venezuela)

di Geraldina Colotti (*)

Nell’ascensore dalle porte capestro, un ragazzo dal sorriso aperto impedisce alla nuova venuta di rimetterci il naso. Scambio di battute. Dove sta andando, perché si trova qui? Quando si è da sole in Venezuela in un momento simile, un po’ di prudenza nelle risposte non guasta. La sera prima ci siamo incappate in un esagitato portoghese che guidava il taxi imprecando contro Maduro come si brontola contro il cambio del tempo: dava per scontato che un’europea dovesse essere d’accordo con lui a prescindere. Perciò ora restiamo nel vago.

Ribaltiamo la domanda: “Lei che fa?” “Operaio petrolifero – dice il ragazzo – vengo dal Zulia per presentare al presidente di Pdvsa un progetto di lavoro che la mia squadra ha messo a punto: si risparmia sui tempi, sui costi e con una miglior qualità di lavoro sulle piattaforme”.

La storia ci interessa. Siamo nelle 48 ore dello “sciopero generale” proclamato dall’opposizione che, secondo i media internazionali, avrebbe avuto un’adesione superiore al 90%. Qual è l’umore fra gli operai petroliferi, nerbatura della principale ricchezza del paese?

Il ragazzo racconta. Lavorare sulle piattaforme – spiega – è sempre stato il suo sogno. Prima di Chavez, però, era difficile accedere senza specializzazione per una famiglia povera, poi c’erano le mafie del lavoro, le tangenti, certe vie gerarchiche da seguire. Insomma, poche possibilità. Dopo la vittoria di Chavez, nel 1998, le cose cambiano. Il giovane si fa avanti, lo mettono alla prova: “Osservavo tutto e prendevo nota – dice ora – porto sempre con me un quaderno come questo. Gli operai più esperti sono stati i miei maestri. La storia del colpo di Stato e della serrata petrolifera padronale, mi ha insegnato il resto”.

Il golpe contro Chavez del 2002. Il giovane partecipa alla resistenza operaia contro il tentativo di ri-privatizzare la Pdvsa attraverso uno sciopero che metta in ginocchio il paese. “Abbiamo cacciato i sabotatori, imparato che si può fare da soli – racconta ancora – e ce l’abbiamo fatta. Ce la faremo anche ora”. I punti di forza? “Le possibilità di crescita, la progettualità, l’ambiente di lavoro, il rispetto per le donne che abbiamo imparato nei fatti. Prima, quasi non si erano viste donne nei lavori di massima competenza, che si pensava fossero riservati agli uomini. Oggi stanno con noi nelle piattaforme, spesso sono più brave. E’ normale che ci sia rispetto. E’ importante, questo: è la rivoluzione bolivariana”.

I punti di debolezza? “Il sabotaggio interno, la lentezza, certi leader sindacali da cui non ci sentiamo rappresentati. Per questo la classe operaia sta con Nicolas, sta con l’Assemblea nazionale Costituente. Le destre parlano di dittatura. Ma quale dittatore avrebbe messo nelle mani del popolo il destino del processo bolivariano? E guardiamo che succede in Brasile: la prima cosa che hanno azzerato è la legge del lavoro e delle pensioni”

Nella maggioranza della capitale, nella maggioranza del paese, tutto è aperto e si produce. Secondo il monitoraggio dei media indipendenti, anche negli Stati governati dall’opposizione la percentuale di chi ha scioperato nelle fabbriche è minima (tra il 10 e il 18%). Nelle zone agiate di Caracas, invece, continuano le violenze benché in proporzione più ridotta: anche grazie all’attivazione del Plan Zamora, il piano di prevenzione dispiegato dal governo per garantire il voto del 30 in sicurezza. Nel Merida vi sono stati scontri e un morto.

Ieri pomeriggio abbiamo partecipato alla presentazione del libro di Jorge Valero, poeta e politico di lungo corso, nel Teatro Carreno: un luogo di cultura partecipata, aperto a ogni tipo di espressione artistica. Nel parco adiacente, si svolge la Fiera del Libro. Il Difensore del Popolo, Tareck Saab ha annunciato l’arrivo di altre sanzioni provenienti da Trump e rivolte ai leader del chavismo.

Il presidente Maduro ha consegnato ai “sanzionati” la copia della spada di Bolivar. Eravamo insieme ai deputati spagnoli di Izquierda Unida. L’accoglienza dei compagni venezuelani riscalda: “Grazie di essere di nuovo qui”.

Poi si va tutti al bar del Teatro, luogo d’incontro e di cultura. Salutiamo una compagna del movimento Ni una menos che distribuisce inviti per una pièce teatrale contro la violenza di genere: “Siamo un gruppo di ragazze che ha vissuto un’esperienza di strada – spiega – e che ora portiamo in scena”. Il movimento delle donne, nelle sue diverse articolazioni, partecipa all’Assemblea costituente, spinge in avanti i contenuti più avanzati e le conquiste della rivoluzione bolivariana. Ci sono le candidate trans, l’attivissimo movimento Lgbtqi che tra un po’ conclude a Caracas la sua campagna elettorale.

Al nostro tavolo, ci sono anarchici internazionalisti e comunisti “spinti” che criticano “l’attendismo” del governo e “l’eccesso di moderatismo”. In qualche modo, riescono a intendersi: in ogni caso, mai con le oligarchie, mai con quegli ex funzionari come la Procuratrice generale, che ora chiedono sanzioni alla “comunità internazionale”. Ci sono palestinesi, siriani, baschi, svizzeri, colombiani. Si parla dei 100 anni della rivoluzione sovietica, dello Stato dei Soviet come prospettiva dell’Assemblea Costituente, dei problemi del socialismo, dei tradimenti, del disorientamento delle sinistre in Europa, della necessità di costruire un forte movimento internazionale. Si fa fatica a sentire, dal palco arriva il jazz cantato di un duo di ragazze. Notevole.

Il cellulare di un compagno squilla: “E’ la mia ragazza – dice – che vive nell’est di Caracas. Hanno minacciato la sua famiglia, non sa come andare a votare. Poco fa hanno sparato sulla polizia, che però ha risposto…” Facciamo un ultimo giro di “cocuy”, un liquore regionale, poi ci riaccompagnano in una macchina senza specchietti retrovisori. “Tranquilla – dice il guidatore – ho fatto un corso di garante di prossimità per la sicurezza alla Pdvsa”. Non abbiamo tempo di entrare nel merito. Prima, il compagno alla guida ci aveva raccontato la sua storia, che esemplifica un pezzetto di società venezuelana: famiglia ebraica sfuggita miracolosamente al nazismo, figlio di guerriglieri, ha un cognome spagnolo e origini jugoslave. Suo padre è un esempio, qui: come Jorge Rodriguez, padre della ex ministra degli Esteri Delcy Rodriguez, di cui ricorre l’uccisione in questi giorni. Rodriguez è stato torturato e ucciso in una caserma dei servizi di sicurezza durante gli anni della IV Repubblica, quella delle democrazie di Punto Fijo. Quella a cui le destre vorrebbero tornare.

Torniamo nella nostra abitazione. A poca distanza da noi, c’è l’ex presidente spagnolo Zapatero. Abbiamo visto un via-vai di dirigenti di opposizione. Ieri Zapatero è andato a trovare anche il leader di Voluntad Popular Leopoldo Lopez, agli arresti domiciliari. Il dialogo continua, per scongiurare la guerra civile. Ma la moglie di Lopez, Lilian Tintori, e il resto della famiglia è partita per Miami. Le prossime 72 ore – secondo Trump e le destre che ne eseguono gli ordini – saranno decisive. Ora sono le 9 di mattina. Ci affrettiamo a uscire. La città si muove.

*Post Facebook dell’Autrice riproposto su gentile concessione e pubblicato sul sito web http://www.lantidiplomatico.it

“Non ci sono più scuse: Milagro Sala deve essere liberata”

29.07.2017 Redacción Madrid

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

“Non ci sono più scuse: Milagro Sala deve essere liberata”

Nonostante  le operazioni del governo nazionale per evitare che la Commissione InterAmericana sui Diritti Umani (CIDH) sentenziasse sulla detenzione arbitraria di Milagro Sala, l’organismo internazionale ha emesso l’ingiunzione è stata richiesta da CELS, Amnesty International e ANDHES e ha ordinato che il governo nazionale, in quanto parte del sistema interamericano,  deve provvedere al rilascio immediato richiesto dal Gruppo di lavoro sulle Detenzioni arbitrarie delle Nazioni Unite o, in alternativa, concederle gli arresti domiciliari o la libertà vigilata elettronicamente; la CIDH ha confermato che considera la detenzione di Milagro Sala  arbitraria. La risoluzione richiede al potere esecutivo anche il rispetto dei trattati internazionali che hanno rango costituzionale e che sono legge in Argentina. Il motivo della risoluzione sta nel fatto che Milagro “è in una situazione di gravità e urgenza, in quanto i suoi diritti alla vita e all’integrità personale corrono il rischio di un danno irreparabile”, come è stato possibile constatare durante la visita del 16 giugno. Hanno anche messo in guardia circa il rischio di criminalizzazione della protesta e hanno sottolineato che la detenzione preventiva “dovrebbe essere limitata dai principi di legalità, di presunzione di innocenza, di necessità e di proporzionalità e che non può essere in alcun caso una misura punitiva”, “lo Stato deve assicurare che la regola sia la libertà degli imputati, mentre se ne accerta la responsabilità penale e che le caratteristiche personali del presunto autore e la gravità del reato di cui è accusato non sono, di per sé, una giustificazione sufficiente per la detenzione preventiva”.

 

Ha inoltre stabilito che lo Stato Argentino ha 15 giorni di tempo per comunicare in che modo intenda dare seguito alla risoluzione.

 

“Si tratta di una grande vittoria del team di difesa di Milagro che fin dall’inizio ha denunciato l’illegalità dell’arresto e le molestie in carcere e della magistratura di Jujuy manovrata  dall’ esecutivo. E’ anche  la vittoria delle  organizzazioni per i diritti umani che ci hanno accompagnato per denunciare al mondo il vero affronto alla legalità e, naturalmente, una grande vittoria del Cels, di Amnesty, di ANDHES e del Comitato per la libertà di Milagro Sala che hanno sostenuto questa lotta e permanentemente sottolineato che in questo caso sono state violate tutte le garanzie costituzionali e sospeso lo stato di diritto a Jujuy con l’appoggio di Mauricio Macri “, ha detto Alejandro ‘Coco’ Garfagnini, portavoce della Tupac Amaru.

 

“Ancora una volta le agenzie internazionali vengono a fare giustizia sulle gravi violazioni dei diritti umani nel nostro paese nel caso di Milagro, così come è accaduto all’epoca del terrorismo di Stato. La Commissione ha ritenuto che il caso dei Milagro abbia gli standard di urgenza, che sia grave e irreparabile e che questa ingiunzione sia legata alla salvaguardia del diritto alla vita e all’integrità fisica, sottolineando che questo arresto è legato a la fatto che Milagro è un leader sociale, donna e indigena “, ha detto Elizabeth Gomez Alcorta, del team di difesa di Milagro Sala.

 

A sua volta, dal Comitato per la libertà di Milagro Sala hanno sottolineato che “nonostante si sia cercato di mettere tutti i bastoni tra le ruote, formalmente era lo Stato nazionale che ha invitato la CIDH a Jujuy. Così ora non potranno fare i distratti con questa risoluzione. Francisco Eguiguren è stato molto chiaro su questo punto quando ha visto Milagro Sala nel carcere di Alto Comedero, quando ha detto che ‘la Commissione è consapevole che le sue raccomandazioni sono fatte affiché lo Stato le compia. Ci rendiamo conto che gli Stati fanno parte di un sistema internazionale e quindi le raccomandazioni devono essere messe in pratica.”

 

Nel decreto di ingiunzione emesso oggi dalla Commissione, l’agenzia chiede al governo federale di “prendere le misure necessarie per garantire la vita e l’integrità fisica dei Milagro Sala nel contesto di detenzione preventiva in cui attualmente si trova “. Si richiede inoltre al governo nazionale di  “organizzare  con la beneficiaria e i suoi rappresentanti le misure da adottare tenendo conto del carattere eccezionale della detenzione preventiva e del peggioramento della situazione, del rischio per la vita e l’integrità personale come conseguenza delle peculiarità che hanno il protrarsi della detenzione della beneficiaria, le presunte molestie subite e la necessità di salvaguardare tali diritti; le autorità competenti adottino, alla luce delle norme descritte, alternative alla custodia, come l’arresto domiciliare in modo che la signora Milagro Sala possa affrontare in libertà il processo eventualmente anche con misure quali il controllo elettronico”.

 

Ricordiamo che i commissari Francisco Eguiguren ed Esmeralda Arosamena di Troitiño, accompagnati dall’avvocato per i diritti umani, Jorge Meza, hanno visitato Milagro Sala nella sezione femminile del carcere di Alto Comedero il 16 giugno scorso. Lasciando la riunione  hanno annunciato in una conferenza stampa che avrebbero trattato l’argomento nella sessione straordinaria tenutasi a Lima la prima settimana di luglio. Oggi la concessione del decreto ingiuntivo richiesto da CELS, Amnesty e ANDHES per quanto riguarda la detenzione arbitraria della deputata  del Parlasur.
“Milagro Sala compie oggi 559 giorni di privazione illegale della libertà. Sono passati nove mesi da quando le Nazioni Unite, Amnesty International, Human Wright Watch e altre organizzazioni internazionali hanno parlato. Con l’arresto di Milagro Sala, il primo prigioniero politico in democrazia, Macri e e i suoi funzionari  hanno screditato l’Argentina nel mondo. Da essere un esempio di difesa dei diritti umani diventiamo un paese che ignora i pronunciamenti del mondo intero, degli organismi interamericani, mettendo a repentaglio lo Stato di Diritto”, hanno detto dal Comitato nazionale per la libertà di Milagro Sala.

Bombe italiane all’Arabia Saudita per compiere crimini di guerra in Yemen: il Parlamento voti con responsabilità

27.07.2017 Redazione Italia

Bombe italiane all’Arabia Saudita per compiere crimini di guerra in Yemen: il Parlamento voti con responsabilità

Alla vigilia della discussione finale, con voto, delle mozioni presentate alla Camera dei Deputati sulla situazione dello Yemen le organizzazioni e campagne che hanno fatto appello al Parlamento stimolando questo dibattito ribadiscono la loro richiesta di interrompere l’esportazione da parte dell’Italia di sistemi militari ai paesi implicati nel conflitto yemenita.

La pace non è solo quando le armi tacciono; occorrono molti altri sforzi per ottenerla veramente, ma sicuramente non si può ottenere la pace quando le armi sparano, le artiglierie tuonano, gli aerei bombardano. Ogni sforzo deve essere fatto per fermare la carneficina, soprattutto di civili, in Yemen e iniziare ad occuparsi seriamente di una delle attuali catastrofi umanitarie più gravi del mondo.

L’Italia non può contribuire a questo scempio con ordigni fabbricati sul proprio territorio e inviati in particolare all’Arabia Saudita, paese che guida la coalizione militare intervenuta senza alcun mandato internazionale nel conflitto in corso in Yemen contro i gruppi armati Houti.

Nessuna alleanza in materia di contrasto al terrorismo internazionale, né la mancanza di formali embarghi internazionali e nemmeno l’impegno sul fronte diplomatico può giustificare il protrarsi di queste forniture di morte e distruzione. La legge italiana sul controllo dell’esportazione di materiali d’armamento (L. 185/90), la Posizione Comune del Consiglio dell’Unione Europea (2008/944/PESC) e il Trattato internazionale sul commercio di armi (ATT) non vietano, infatti, solamente l’esportazione di armamenti ai paesi sotto embargo, ma anche in tutti i casi in cui “sia a conoscenza, al momento dell’autorizzazione, che gli armamenti possano essere utilizzati per commettere atti di genocidio, crimini contro l’umanità, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949, attacchi diretti a obiettivi o a soggetti civili protetti in quanto tali, o altri crimini di guerra definiti dagli accordi internazionali di cui lo Stato è parte” (Arms Trade Treaty, Art. 6.3).

Il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen” inviato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 27 gennaio, documenta chiaramente l’utilizzo da parte dell’aeronautica saudita di ordigni prodotti ed esportati dall’Italia dall’azienda RWM Italia S.p.A. per bombardare diversi centri abitati da civili in Yemen ed esplicitamente afferma che tali azioni militari “possono costituire crimini di guerra” («may amount to war crimes»).

Facciamo pertanto appello al governo, affinché sappia con coraggio cambiare linea e decidere una strada diversa per sforzi reali di pacificazione dello Yemen. Facciamo appello al Parlamento, perché sappia considerare la situazione al di là degli equilibri geopolitici ed avendo invece in mente le sofferenze della popolazione civile yemenita. Chiediamo che vengano votate tutte le mozioni (in particolare le già presentate Marcon e altri e Corda e altri) che chiedono la sospensione dell’invio di materiali militari e – soprattutto – l’inizio di un percorso europeo verso un embargo all’esportazione di armamenti ad Arabia Saudita ed alleati, come richiesto due volte dal Parlamento Europeo (e votato dagli stessi partiti e gruppi politici chiamati ora ad esprimersi a Montecitorio). Qualsiasi nuova mozione che vada nella stessa direzione sarà da noi favorevolmente accolta.

Salutiamo come un segnale forte di fedeltà alla Costituzione il voto unanime del Consiglio Comunale della città di Iglesias, che il 19 luglio 2017 ha espresso «la volontà della città di porsi come luogo di costruzione di rapporti internazionali di pace e solidarietà» richiedendo allo Stato italiano «di mettere in atto tutti i meccanismi utili alla verifica del rispetto dei Trattati internazionali, i principi costituzionali e la normativa nazionale sulla commercializzazione degli ordigni fabbricati nel territorio italiano».

Come dimostrato in passato, i nostri sforzi saranno anche massimi in ottica di riconversione economica dei territori per dismettere la produzione di ordigni italiani coinvolti nella guerra in Yemen: convinti che i lavoratori della fabbrica che, in Sardegna e per conto della tedesca RWM, produce le bombe non debbano essere sottoposti al ricatto tra occupazione e diritti umani. Chiediamo quindi alle istituzioni europee, nazionali, regionali, alle parti sociali e alle comunità locali di impegnarsi immediatamente per evitare questi tragici dilemmi ed investire invece risorse ed energie nella costruzione di sistemi economici e sociali che favoriscano il lavoro giusto e lo sviluppo a lungo periodo. Proteggendo ambiente e persone (sia quelle che si trovano in Italia, sia quelle che si trovano nei teatri di conflitto).

Comunicato stampa congiunto di Amnesty International Italia – Fondazione Finanza Etica – Movimento dei Focolari – Oxfam Italia – Rete della Pace – Rete Italiana per il Disarmo

 

Niscemi. Contro il Muos, campeggio e corteo il 6 agosto

26.07.2017 Redazione Italia

Niscemi. Contro il Muos, campeggio e corteo il 6 agosto

Dopo il successo della manifestazione cittadina dell’uno luglio a Niscemi, come movimento No Muos rilanciamo la lotta e promuoviamo tre giorni di campeggio, dal 4 al 6 agosto, all’interno del presidio di contrada Ulmo e manifestazione il 6. Una lotta, quella contro l’installazione satellitare statunitense, che spesso la gente percepisce distante dalla propria quotidianità.

È realmente una cosa così distante dal popolo? Chiaramente no.

Infatti, nonostante il MUOS sia già attivo, crediamo sia fondamentale che questa lotta continui perché non rappresenta solo la lotta a una base militare, ma alle tendenze alla guerra che si stanno accentuando.

Dopo il G7, dove i sette padroni del pianeta si sono riuniti per parlare di come spartirsi questo mondo, e dopo le manifestazioni e le iniziative che abbiamo costruito per rappresentare la controparte a quella riunione, noi continuiamo a rispondere dal basso con l’intento di portare al centro del dibattito pubblico la questione della guerra, dell’imperialismo e della militarizzazione dei territori, tematiche che i partiti di massa tendono a celare dietro le loro agende politiche, ma che invece sono centrali e sono il motore propulsivo delle loro politiche.

100 sono i milioni di euro spesi al giorno in Italia per stare dentro la NATO e 64 per la guerra e le forze armate, mentre, senza fare retorica, scuole, sanità, diritti sociali, lavoro, pensioni, in questo paese sembrano non esistere o, meglio rappresentano ambiti continuamente massacrati dalle politiche neoliberiste. La logica è semplice: meno soldi ai servizi, cancellazione di diritti sociali, spese militari esorbitanti, per alimentare la voracità dei grandi gruppi industriali e degli stati che, nelle diverse parti del mondo, fanno guerre per i loro sporchi interessi producendo morti, disastri, esodi, carestie.

Come si dice: vostre le guerre, nostri i morti.

Crediamo sia folle indirizzare i fondi pubblici alle guerre e al sostentamento dell’apparato militare dei ricchi e dei potenti del mondo. Crediamo sia giunto il momento di rialzare la testa ed esprimere tutti insieme un grande no a queste scellerate manovre politiche.

In un mondo dove pochi detengono la ricchezza e il potere decisionale, e i tanti, troppi, non hanno la possibilità né di decidere né di accedere a dei servizi (che in realtà sono diritti), crediamo sia necessario lottare con forza e ricostruire dal basso un’alternativa sociale e politica che sia degna di rappresentare le istanze popolari, affinché la ricchezza possa essere redistribuita; affinché il potere possa essere dei territori.

Il campeggio sarà dunque un momento per rilanciare la lotta e le nostre ragioni che opponiamo da anni contro questa installazione. Il campeggio sarà un laboratorio politico, sociale e conflittuale. È per questo che declineremo il tema della guerra in quattro ambiti politici con l’intento di capillarizzare quanto più possibile il valore dell’antimilitarismo e la lotta contro l’imperialismo nei luoghi di studio, di aggregazione sociale e nei quartieri popolari.

PROGRAMMA CAMPEGGIO. IN AGGIORNAMENTO

VENERDI’ 4 AGOSTO
●Ore 10,30 accoglienza
●Ore 13,30 pranzo comunitario
●Ore 16,30 primo momento assembleare “Come riportare il tema della guerra al centro del dibattito pubblico? Perché farlo?”
Presentazione tavoli di lavoro del giorno seguente.
●Ore 20,30 cena comunitaria, jam session e teatro popolare.

SABATO 5 AGOSTO
●Ore 10 suddivisione e inizio dei tavoli di lavoro:
1) Scuola
2) Università
3) Lavoro
4) Immigrazione
●Ore 13,30 pranzo comunitario
●Ore 16,30 assemblea conclusiva “Quale prospettiva nei territori?”. Interventi dei referenti dei tavoli di lavoro.
●Ore 21 cena e concerto.

DOMENICA 6 AGOSTO
●Ore 10,30 incontro con Paolo di Pachino, combattente in Rojava
In mattinata preparazione del materiale per la manifestazione pomeridiana
●Ore 13,30 pranzo comunitario
●Ore 16 manifestazione in contrada Ulmo
●Ore 21 chiusura campeggio

Tutte le realtà politiche, associazioni, comitati, singoli attivisti, sindacati di base, che hanno intenzione di partecipare e vogliono avere maggiori informazioni, sono invitati a contattare la pagina https://www.facebook.com/CoordinamentoNoMuos/

La battaglia è ancora aperta!
Sabotare la guerra imperialista e le basi militari a partire dal Muos
Non un passo indietro.

Movimento NoMuos

Salvare il Centro Antiviolenza: si consegnano 30000 firme

25.07.2017 Redazione Italia

Salvare il Centro Antiviolenza: si consegnano 30000 firme
Giovedì 27 luglio alle ore 16 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati verranno presentate le circa 30.000 firme raccolte in pochi mesi per salvare il centro Antiviolenza sulle donne “Marie Anne Erize” a Tor Bella Monaca.
Il Municipio VI assegnò al progetto i locali in via Amico Aspertini con procedura diretta e per meriti straordinari, fino a quando a Marzo 2017 una mozione della maggioranza Cinquestelle al Consiglio del Municipio VI ha impegnato il Presidente a rientrare in possesso dei locali in questione.
Seguono comunicazioni frastagliate agli occupanti, fino a quando lo scorso 17 luglio una nuova mozione impegna Presidente e Giunta alla redazione di un bando per l’assegnazione dei locali in Via Aspertini a favore di un non meglio identificato progetto di sostegno alla genitorialità.
Proprio per opporsi agli ultimi due provvedimenti sono nate le due ultime raccolte firme sulla piattaforma Change.org ‘Salviamo di nuovo il centro antiviolenza di Tor Bella Monaca’ e ‘Non abbandonare le donne vittime di violenza a Tor Bella Monaca’ lanciate dalla Presidente del Centro Stefania Catallo e della Deputata del PD Laura Coccia e che hanno raggiunto circa 30 mila firme.
“Quella del bando è una foglia di fico, – attacca l’on. Laura Coccia – nella situazione attuale porterebbe alla chiusura di un servizio fondamentale per il sostegno e la protezione delle donne vittime di violenza. Purtroppo la realtà ogni giorno ci racconta di femminicidi e discriminazioni violente a carico di figlie, compagne, mogli, madri. Non possiamo voltarci dall’altra parte e far finta che la sostituzione di un servizio specifico e molto apprezzato come quello del centro “Marie Anne Erize” con un non meglio precisato servizio di supporto alla genitorialità, non sia un grave danno per questa periferia che Raggi aveva promesso di non lasciare indietro e che invece rischia di vedersi privata di un punto di riferimento”.
L’ultima petizione, proposta proprio dalla deputata Dem, chiede intanto la sospensione della procedura di rientro in possesso dei locali, la sospensione delle procedure di bando per un servizio generico e di specificare l’esigenza di un centro antiviolenza, consentendo in questo periodo al CESPP di proseguire il servizio, e di considerarne l’esperienza e il lavoro svolto finora.
“Con un atto di prepotenza istituzionale vogliono sfrattarci dal centro di Tor Bella Monaca – dichiara Stefania Catallo Responsabile del Centro -. Siamo abituate a rispondere alla violenza di mariti e compagni che massacrano di botte le donne, quindi questo manipolo di arroganti arroccato al VI Muncipio non ci spaventa davvero.Ora vogliono chiaramente pilotare il bando di gara e usano il sostegno alla genitorialità, facendo finta di non sapere che da settembre sperimenteremo proprio al Mariane Erize la prima Comunità di destini delle Giovani Madri, come annunciato il 1 luglio (molto prima della loro mozione) dal palco della manifestazione pubblica di Piazza Santi Apostoli presente la presidente della Camera Boldrini.Oltretutto la mozione dei Cinquestelle contro di noi è improponibile, tardiva, ingerente, carente di motivazione tanto da essere sospetta. Vogliono solo pilotare l’eventuale bando che in 4 mesi non hanno ancora scritto. Dicessero chiaramente perché il centro antiviolenza Marianne Erize dà loro tanto fastidio o quale altra associazione amica degli amici di chi ha messo gli occhi addosso a questi locali”
Per partecipare alla conferenza stampa è necessario l’accredito con una mail a uffstampalauracoccia@gmail.com entro mercoledì ore 18. La Sala Stampa della Camera dei Deputati si trova in Via della Missione 4 – per gli uomini è obbligatoria la giacca.

Salvare il Centro Antiviolenza: si consegnano 30000 firme

25.07.2017 Redazione Italia

Salvare il Centro Antiviolenza: si consegnano 30000 firme
Giovedì 27 luglio alle ore 16 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati verranno presentate le circa 30.000 firme raccolte in pochi mesi per salvare il centro Antiviolenza sulle donne “Marie Anne Erize” a Tor Bella Monaca.
Il Municipio VI assegnò al progetto i locali in via Amico Aspertini con procedura diretta e per meriti straordinari, fino a quando a Marzo 2017 una mozione della maggioranza Cinquestelle al Consiglio del Municipio VI ha impegnato il Presidente a rientrare in possesso dei locali in questione.
Seguono comunicazioni frastagliate agli occupanti, fino a quando lo scorso 17 luglio una nuova mozione impegna Presidente e Giunta alla redazione di un bando per l’assegnazione dei locali in Via Aspertini a favore di un non meglio identificato progetto di sostegno alla genitorialità.
Proprio per opporsi agli ultimi due provvedimenti sono nate le due ultime raccolte firme sulla piattaforma Change.org ‘Salviamo di nuovo il centro antiviolenza di Tor Bella Monaca’ e ‘Non abbandonare le donne vittime di violenza a Tor Bella Monaca’ lanciate dalla Presidente del Centro Stefania Catallo e della Deputata del PD Laura Coccia e che hanno raggiunto circa 30 mila firme.
“Quella del bando è una foglia di fico, – attacca l’on. Laura Coccia – nella situazione attuale porterebbe alla chiusura di un servizio fondamentale per il sostegno e la protezione delle donne vittime di violenza. Purtroppo la realtà ogni giorno ci racconta di femminicidi e discriminazioni violente a carico di figlie, compagne, mogli, madri. Non possiamo voltarci dall’altra parte e far finta che la sostituzione di un servizio specifico e molto apprezzato come quello del centro “Marie Anne Erize” con un non meglio precisato servizio di supporto alla genitorialità, non sia un grave danno per questa periferia che Raggi aveva promesso di non lasciare indietro e che invece rischia di vedersi privata di un punto di riferimento”.
L’ultima petizione, proposta proprio dalla deputata Dem, chiede intanto la sospensione della procedura di rientro in possesso dei locali, la sospensione delle procedure di bando per un servizio generico e di specificare l’esigenza di un centro antiviolenza, consentendo in questo periodo al CESPP di proseguire il servizio, e di considerarne l’esperienza e il lavoro svolto finora.
“Con un atto di prepotenza istituzionale vogliono sfrattarci dal centro di Tor Bella Monaca – dichiara Stefania Catallo Responsabile del Centro -. Siamo abituate a rispondere alla violenza di mariti e compagni che massacrano di botte le donne, quindi questo manipolo di arroganti arroccato al VI Muncipio non ci spaventa davvero.Ora vogliono chiaramente pilotare il bando di gara e usano il sostegno alla genitorialità, facendo finta di non sapere che da settembre sperimenteremo proprio al Mariane Erize la prima Comunità di destini delle Giovani Madri, come annunciato il 1 luglio (molto prima della loro mozione) dal palco della manifestazione pubblica di Piazza Santi Apostoli presente la presidente della Camera Boldrini.Oltretutto la mozione dei Cinquestelle contro di noi è improponibile, tardiva, ingerente, carente di motivazione tanto da essere sospetta. Vogliono solo pilotare l’eventuale bando che in 4 mesi non hanno ancora scritto. Dicessero chiaramente perché il centro antiviolenza Marianne Erize dà loro tanto fastidio o quale altra associazione amica degli amici di chi ha messo gli occhi addosso a questi locali”
Per partecipare alla conferenza stampa è necessario l’accredito con una mail a uffstampalauracoccia@gmail.com entro mercoledì ore 18. La Sala Stampa della Camera dei Deputati si trova in Via della Missione 4 – per gli uomini è obbligatoria la giacca.

Egitto, a 18 mesi dalla scomparsa di Regeni, Amnesty chiede a Gentiloni garanzie sul non ritorno dell’ambasciatore

24.07.2017 Amnesty International

Egitto, a 18 mesi dalla scomparsa di Regeni, Amnesty chiede a Gentiloni garanzie sul non ritorno dell’ambasciatore
(Foto di Flavio Lo Scalzo)

18 MESI DALLA SCOMPARSA DI GIULIO REGENI AL CAIRO: MENTRE L’UNIONE EUROPEA PARE AMMORBIDIRE LA POSIZIONE SUI DIRITTI UMANI IN EGITTO, AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA CHIEDE AL PRIMO MINISTRO GENTILONI GARANZIE SUL NON RITORNO DELL’AMBASCIATORE

Alla vigilia del diciottesimo mese dalla sparizione, al Cairo, del ricercatore italiano Giulio Regeni, il cui corpo venne ritrovato orribilmente torturato alcuni giorni dopo, Amnesty International Italia ha scritto al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni chiedendo se, dopo la recente missione nella capitale egiziana di una delegazione della Commissione difesa del Senato, la posizione del governo sul mancato ritorno dell’ambasciatore abbia subito mutazioni.
Nella sua lettera al primo ministro, il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi fa riferimento a quanto riportato dall’autorevole portale indipendente egiziano Mada Masr circa il possibile ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo nel mese di settembre, che sarebbe stato annunciato dalla stessa delegazione parlamentare italiana.
Marchesi ha ribadito che qualunque forma di rafforzamento delle relazioni fra i due paesi non può prescindere dagli sviluppi nella ricerca della verità per Giulio Regeni. La scelta di revocare l’unica misura adottata in un anno e mezzo fra le diverse possibili, rischia di compromettere definitivamente il raggiungimento di quel risultato.
Domani, 25 luglio, si terrà a Bruxelles un vertice di alto livello del Consiglio di associazione Unione europea – Egitto. Le riunioni erano state sospese dopo la rivolta del 2011, ma ora, a causa delle preoccupazioni sulla sicurezza regionale e i flussi migratori in aumento, è stato deciso di riprenderle. Si teme pertanto che gli stati membri dell’Unione europea siano disposti a chiudere un occhio sulle gravi violazioni dei diritti umani nel paese.
 
“C’è il concreto pericolo che le violazioni dei diritti umani in Egitto vengano messe sotto il tappeto e che l’Unione europea dia priorità alla sicurezza, all’immigrazione e ai rapporti commerciali a spese dei diritti umani. L’Unione europea dovrà dire all’Egitto, il 25 luglio e in seguito, che non accetterà compromessi in questo senso”, ha dichiarato David Nichols, responsabile di Amnesty International per la politica estera dell’Unione europea.
Dopo il massacro di Rabaa dell’agosto 2013, quando al Cairo le forze di sicurezza uccisero almeno 900 persone in un solo giorno, gli stati membri dell’Unione europea avevano deciso di sospendere le licenze all’esportazione di ogni tipo di armi che avrebbero potuto essere usate a scopo di repressione interna.
Il rapporto dell’Unione europea sull’Egitto, pubblicato in vista del Consiglio di associazione del 25 luglio, neanche menziona Rabaa e il fatto che, da allora, nessuno è mai stato chiamato a rispondere né tanto meno è stato indagato per quel massacro. Il rapporto tace anche sul ricorso alle esecuzioni extragiudiziali, sugli sgomberi forzati di migliaia di famiglie nel Sinai e sull’assenza di procedimenti giudiziari per i responsabili degli attacchi settari contro i cristiani copti.
Le forze di sicurezza egiziane beneficiano della completa impunità per le violazioni dei diritti umani, come le sparizioni forzate, la tortura, le morti in custodia e le esecuzioni extragiudiziali. Nonostante tutto ciò, quasi la metà degli stati membri dell’Unione europea – Italia inclusa – ha proseguito, in violazione degli obblighi di diritto internazionale, a inviare armi all’Egitto.
 
“In Egitto è in corso un’ondata senza precedenti di violazioni dei diritti umani. Nell’ultimo anno e mezzo decine di difensori dei diritti umani si sono visti congelare i beni patrimoniali, hanno subito divieto di viaggi o sono stati interrogati per accuse ridicole che potrebbero comportare l’ergastolo e la fine delle attività delle organizzazioni indipendenti”, ha sottolineato Nichols.
 
“Mentre la società civile subisce una crescente repressione, le forze di sicurezza egiziane hanno mano libera per compiere massicce violazioni come le detenzioni arbitrarie, la tortura e le uccisioni illegali. L’Unione europea deve usare la sua autorevolezza e dire chiaramente, anche durante il vertice del 25 luglio, che non resterà in silenzio di fronte al fosco quadro delle violazioni dei diritti umani in Egitto.”
Il rapporto dell’Unione europea non fa menzione neanche del terribile omicidio di Giulio Regeni e della detenzione, arrivata al quarto anno, del cittadino irlandese e prigioniero di coscienza Ibrahim Halawa.
Amnesty International chiede all’Unione europea di sostenere la richiesta di un’indagine efficace, indipendente e imparziale sulla sparizione e l’uccisione di Giulio Regeni e l’immediato e incondizionato rilascio di Ibrahim Halawa.
Il 4 luglio, in vista del vertice del Consiglio di associazione Unione europea – Egitto, Amnesty International aveva espresso le preoccupazioni sopra descritte in una lettera all’Alta rappresentante dell’Unione europea Federica Mogherini.