Stiamo subendo una grave restrizione della libertà di espressione

30.05.2018 European Humanist Forum 2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

Stiamo subendo una grave restrizione della libertà di espressione
(Foto di Joana Alomà)

Krystyna Schreiber è una giornalista e scrittrice tedesca che vive a Barcellona dal 2002. Lavora per dei media internazionali e pubblica libri sull’attuale situazione politica in Catalogna. Ha ricevuto il Premio Giornalistico 2016 per “Tradurre l’Indipendenza” dall’Istituto delle Regioni d’Europa. Ha partecipato al Forum Umanista Europeo, tenutosi recentemente a Madrid, in qualità di relatore alla tavola rotonda “Giornalismo indipendente e attivismo sociale”.

Come potrebbero contribuirei mezzi di comunicazione indipendenti a ripristinare la libertà di espressione, attualmente così minacciata?

Vivo in Catalogna e, in qualità di giornalista professionista che informa media tedeschi, voglio offrire il mio punto di vista sulla situazione attuale in Catalogna, e in realtà in tutta la Spagna, per quanto riguarda la libertà di informazione e la libertà di espressione.

La Piattaforma in difesa della libertà di informazione spagnola (PDLI) ha dichiarato che in Spagna il 2017 è stato, dal punto di vista della democrazia e per quanto riguarda la libertà di espressione, l’anno peggiore dal 1978 in poi. Come tutti sappiamo, nel 2015 è stata attuata in Spagna una riforma del codice penale ed è stata creata una legge, detta anche “legge bavaglio”, con il pretesto di proteggere i cittadini dal terrorismo. La PDLI denuncia che questa legge sta ostacolando una parte importante del lavoro dei giornalisti, in particolare dei fotoreporter. Così il governo ha sanzionato con multe importanti i giornalisti baschi e andalusi per eventi quali la denuncia di proteste sociali o la fotografia di agenti di polizia che hanno perpetrato violenze contro i cittadini.

Oltre a questa legge, che ha contribuito alle casse dello Stato con 131 milioni di euro con multe che vanno da 600 a 600.000 euro a seconda della gravità del reato, questa riforma penale ha aumentato i reati legati al terrorismo. La situazione è così assurda che nel 2011, quando l’ETA ha deposto le armi, l’Audiencia Nacional (tribunale che persegue i crimini contro lo Stato) ha quintuplicato le pene relazionate al terrorismo. Si tratta di sentenze per esaltazione del terrorismo nelle reti sociali, alcuni dei casi più sorprendenti sono stati quello di Cassandra, condannata dall’Audiencia Nacional a un anno di carcere (poi assolta dalla Corte Suprema) per i suoi tweet su Carrero Blanco [ndt: ammiraglio e politico spagnolo, capo del governo durante il franchismo, ucciso in un attentato dall’ETA]. Circa 30 sentenze sono state emesse in relazione a dichiarazioni su Facebook o Twitter, accusando le persone che hanno criticato in modo umoristico alcune azioni dei poteri dello Stato, la polizia, i giudici o il re. Abbiamo assistito a una grande repressione della libertà di opinione.

Sono stati condannati anche alcuni musicisti antisistema come Hasel, condannato dall’Audiencia Nacional a due anni di carcere per aver criticato la monarchia, la brutalità della polizia o la chiesa, o Valtonyc, un giovane rapper di Maiorca condannato a tre anni e mezzo di carcere per crimini quali esaltazione del terrorismo, minacce, calunnie e ingiurie.

Quando questa pressione viene esercitata sulla cultura, sull’arte, che è uno dei modi che ha la società per criticare il sistema, allora c’è una forte limitazione alla libertà di espressione di una società.

Sappiamo tutti che il 1° ottobre, in Catalogna, si è tenuto un referendum che è stato dichiarato illegale. La PDLI ha denunciato che in Catalogna si è verificata una chiara persecuzione della libertà di informazione e di espressione nei confronti dei cittadini. I crimini motivati dall’odio sono aumentati con accuse come quella di ignorare la polizia. Anche 500 insegnanti sono stati accusati per aver parlato in classe di violenza da parte della polizia durante gli eventi del 1° ottobre, o si considerano colpevoli di crimini 700 rappresentanti di enti comunali che hanno sostenuto il referendum.

La PDLI ha inoltre criticato il fatto che, anziché dare risposte politiche, il governo limitasse la libertà di espressione di mezzi di comunicazione come TV3 (canale catalano indipendente con un’audience del 19% della popolazione).

Questa situazione dovrebbe preoccuparci, perché tutto ciò che viene applicato ora in Catalogna sarà in futuro applicabile in tutta la Spagna e in Europa.

Pertanto, il ruolo dei media indipendenti è molto importante, poiché non fanno parte del sistema e consentono ai cittadini che non hanno voce nei media dipendenti dal sistema di comunicare.

In Germania, i cittadini sono preoccupati perché vedono che in Spagna si può esercitare violenza di Stato contro gli elettori a prescindere dalla situazione giuridica. Vedono che lo Stato protegge la polizia che commette questa violenza e non il cittadino. Sanno che se ciò accade in Spagna, potrebbe accadere altrove in Europa, che le proteste sociali in futuro saranno considerate casi di ribellione.

Ora assistiamo a situazioni simili in Stati come Ungheria e Polonia: con la scusa del terrorismo e con una certa apatia da parte della società, ai poteri di fatto si permette ogni volta di più di limitare le espressioni di movimenti sociali scomodi e i nostri diritti, limitare la nostra libertà di espressione, dividerci e rendere sempre più difficile cambiare le cose.

Come possiamo rendere i media indipendenti più credibili dei media tradizionali?

L’ideale sarebbe che i grandi media fossero indipendenti dal potere, dato che sono i grandi media ad avere molte risorse; per i piccoli non è così facile lavorare, perché non hanno molte risorse. D’altra parte, è importante che i media indipendenti si professionalizzino, devono cercare di fornire lo stesso servizio professionale dei media mainstream, e questo è difficile, richiede risorse e molto volontariato. È importante rendere visibili i vantaggi dei media indipendenti, di cui dei più importanti è la loro vicinanza alla base sociale, il loro inserimento nell’ambito sociale e la loro vicinanza ai suoi attori. A proposito del lavoro con i movimenti sociali, io lavoro per grandi media tedeschi e trovo molto difficile informarmi sull’azione dei movimenti sociali e avere contatti con loro, quindi incoraggio i movimenti sociali a riferire le loro azioni ai media, i media indipendenti possono fare da ponte tra i movimenti sociali e i grandi media.

 

Immagine: David Anderson

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

Don’t be afraid, believe in your inner voice and try

31.05.2018 – Madrid, Spain European Humanist Forum 2018

This post is also available in: Spanish, French, Catalan

Don’t be afraid, believe in your inner voice and try

Alex Ross dedicates herself to writing and creative painting. She writes about the little beauties and the great evil of everyday life. She collaborates with the electronic magazine Neue Debatte and participated in the European Humanist Forum, recently held in Madrid, as a speaker in the “Independent Journalism and Social Activism” round table.

EHF2018: What is the role of independent media?

Alex Ross: One of the functions of alternative media is to give young people the opportunity to publish their work, to allow them to explain their own version, their story. In my personal case, I didn’t have the opportunity to publish my own work, so I decided to do it on my own in 2016. The moment I connected to an alternative digital medium, opportunities opened up for my young voice to be heard. It is very difficult for young people to publish, to exhibit, to make their productions visible, to make their way. One is constantly reduced to their age, which means for young people: you have nothing to say, because you have not experienced anything yet and therefore you have nothing in you. With alternative media it becomes easier and I have noticed that points of contact are available.

Can citizens generate information and set the media agenda?

We need media in which power is shared among people, not media in which power is held by a few families. We need to allow readers to have a say in the issues we need to publish, so that power is shared among many people and not concentrated in a few.

In relation to the theme of this forum: “What unites us” How can we improve our joint work with the media and social movements?

We need opportunities like this weekend, for example to meet, to connect, to continue this work together. We must not listen to those who tell us to stay out of it! That’s all for nothing! On the contrary, we must listen to our own inner voice. That voice that says to you: “Take the opportunity! Even if it’s a risk, I want to try.” That voice that says to you: “Don’t be afraid, believe in yourself, in your inner voice and try!”

Era la barca della speranza, portava 35 feriti gazawi: Israele la sequestra

29.05.2018 Patrizia Cecconi

Era la barca della speranza, portava 35 feriti gazawi: Israele la sequestra
Mentre scriviamo Israele ha sequestrato una barca contenente feriti gazawi, ha sparato, ha bombardato anche il porto di Gaza.
Ha arrestato gli occupanti della barca che speravano di raggiungere Cipro per potersi curare, visto l’impossibilità di farlo a casa loro. Chi non ha capito perché i gazawi hanno organizzato la Grande Marcia del Ritorno cercando di rompere, sebbene simbolicamente, la recinzione israeliana che delimita il confine dell’assedio tenendo imprigionate 2 milioni di persone da 11 anni,  forse potrà capirlo ora.
A nulla è valsa la comunicazione che tramite la Tv Al Jazeera il direttore dello Shifa Hospital ha dato due giorni fa. Il dr. Medhat Abbas sperava che rendendo pubblica la missione di salvataggio di 35 feriti non operabili a Gaza, avrebbe potuto proteggerli dalla furia degli assedianti. Purtroppo non è servito. A noi resta il compito di chiederci come mai i nostri media main stream o tacciono o forniscono soltanto notizie basate su veline israeliane, una per tutte la comunicazione data da Rainews24 in cui il giornalista di turno afferma che la partenza di questi pescherecci con a bordo “pazienti e studenti” è “un’operazione volta a innalzare la tensione” volendo forzare il blocco israeliano. In tal modo il giornalista di Rainews24 si pone come fedele servitore della narrazione israeliana escludendo totalmente dalla comprensione dello spettatore che non conosce la realtà, l’idea che l’assedio sia illegale oltre che disumano. Anzi, escludendo addirittura l’idea dell’assedio limitandosi a chiamarlo blocco violato dai pescherecci.
A noi resta da chiederci ancora che fine farà il Diritto Internazionale se può essere calpestato in questo modo e, per di più, con l’assenso dei media democratici che alla funzione di informazione oggettiva hanno sostituito quella di lettori di veline dettate da chi al diritto sostituisce la forza. Al vecchio binomio oppositivo “socialismo o barbarie” basterebbe ormai sostituire più semplicemente “verità o barbarie”, visto che la costante negazione della verità facilità il riconoscimento della barbarie come sostituto del Diritto Internazionale.

Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati

29.05.2018 – Forlì Carmelo Musumeci

Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati

Questo è l’intervento che ho fatto al convegno annuale della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi svoltosi nei giorni scorsi a Forlì.

Da un quarto di secolo lotto per l’abolizione dell’ergastolo, ma in questo periodo mi è venuto il dubbio che ho fatto poco per cercare di migliorare gli ergastolani. Le due cose, secondo me, invece dovrebbero marciare da pari passo. Migliorare una persona e poi farla marcire dentro è una pura cattiveria, perché in carcere si soffre di meno se uno rimane cattivo, ma nello stesso tempo far uscire una persona senza che il carcere abbia tentato di farlo diventare buono, può essere pericoloso per la società.

Che fare? Penso che, oltre a continuare a lottare per l’abolizione dell’ergastolo, bisogna anche tentare di migliorare gli stessi ergastolani.

Come farlo? Parto dalla mia esperienza. Quello che a me ha fatto bene più di tutto non è stato certo lo studio, o i libri, e neppure l’amore della mia famiglia: certo queste cose sono state importanti, ma da sole non sarebbero bastate. La mia vera rivoluzione interiore è avvenuta con l’incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII, perché ad un certo punto della mia vita mi sono accorto che una piccola parte della società mi amava ed io ho smesso di odiarla. E se questo è accaduto a me, il più delinquente dei delinquenti, può accadere anche ad altri. Ecco, in sintesi, la mia proposta a tutta la Comunità: perché alcune case famiglie non adottano a tutti gli effetti un ergastolano? Fare quello che avete fatto con me. Si potrebbe iniziare con un esperimento pilota con alcuni ergastolani, dare a ciascuno di loro una “Casa Famiglia” o una seconda famiglia (alcuni di loro non ne hanno più una). Quando parlo della Comunità nelle mie testimonianze dico che la Papa Giovanni XXIII è una grande famiglia che dona piccole famiglie a chi non ne ha e faccio l’esempio dei bambini nati con gravi problemi fisici che se abbandonati in un ospedale avrebbero pochi anni di vita, invece adottati riescono a vivere più a lungo e bene, perché l’amore è la migliore delle medicine. E perché non dare questa medicina anche per i cattivi e colpevoli per sempre? Aggiungo anche che la Papa Giovanni non si occupa solo dei buoni ma anche dei cattivi e per questo hanno preso anche me, quindi perché alcune case famiglie, quelle che se la sentono, non provano ad “adottare” nella loro famiglia un ergastolano, magari quelli da circa trenta anni in carcere? Parliamone e confrontiamoci. Un abbraccio.

 

Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati

29.05.2018 – Forlì Carmelo Musumeci

Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati

Questo è l’intervento che ho fatto al convegno annuale della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi svoltosi nei giorni scorsi a Forlì.

Da un quarto di secolo lotto per l’abolizione dell’ergastolo, ma in questo periodo mi è venuto il dubbio che ho fatto poco per cercare di migliorare gli ergastolani. Le due cose, secondo me, invece dovrebbero marciare da pari passo. Migliorare una persona e poi farla marcire dentro è una pura cattiveria, perché in carcere si soffre di meno se uno rimane cattivo, ma nello stesso tempo far uscire una persona senza che il carcere abbia tentato di farlo diventare buono, può essere pericoloso per la società.

Che fare? Penso che, oltre a continuare a lottare per l’abolizione dell’ergastolo, bisogna anche tentare di migliorare gli stessi ergastolani.

Come farlo? Parto dalla mia esperienza. Quello che a me ha fatto bene più di tutto non è stato certo lo studio, o i libri, e neppure l’amore della mia famiglia: certo queste cose sono state importanti, ma da sole non sarebbero bastate. La mia vera rivoluzione interiore è avvenuta con l’incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII, perché ad un certo punto della mia vita mi sono accorto che una piccola parte della società mi amava ed io ho smesso di odiarla. E se questo è accaduto a me, il più delinquente dei delinquenti, può accadere anche ad altri. Ecco, in sintesi, la mia proposta a tutta la Comunità: perché alcune case famiglie non adottano a tutti gli effetti un ergastolano? Fare quello che avete fatto con me. Si potrebbe iniziare con un esperimento pilota con alcuni ergastolani, dare a ciascuno di loro una “Casa Famiglia” o una seconda famiglia (alcuni di loro non ne hanno più una). Quando parlo della Comunità nelle mie testimonianze dico che la Papa Giovanni XXIII è una grande famiglia che dona piccole famiglie a chi non ne ha e faccio l’esempio dei bambini nati con gravi problemi fisici che se abbandonati in un ospedale avrebbero pochi anni di vita, invece adottati riescono a vivere più a lungo e bene, perché l’amore è la migliore delle medicine. E perché non dare questa medicina anche per i cattivi e colpevoli per sempre? Aggiungo anche che la Papa Giovanni non si occupa solo dei buoni ma anche dei cattivi e per questo hanno preso anche me, quindi perché alcune case famiglie, quelle che se la sentono, non provano ad “adottare” nella loro famiglia un ergastolano, magari quelli da circa trenta anni in carcere? Parliamone e confrontiamoci. Un abbraccio.

 

Irlanda, vittoria netta del sì al referendum sull’aborto

26.05.2018 Agenzia DIRE

Irlanda, vittoria netta del sì al referendum sull’aborto
(Foto di youtube)

Storica vittoria in Irlanda, con il 68% dei cittadini che ha espresso parere favorevole al referendum sulla legalizzazione dell’aborto. La vittoria del sì di oggi, con una percentuale di votanti pari a quanto sembra al 70% della popolazione, suggella il trionfo del fronte favorevole all’abrogazione dell’articolo 8 della Costituzione. Un segno da parte di un popolo, quello irlandese, fortemente cattolico, ma che nonostante ciò ha espresso in maniera netta il suo desiderio di cambiamento.

Un lungo percorso iniziato nel lontano 1995 quando il popolo disse ‘si” al divorzio, per arrivare 20 anni dopo alla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Oggi si scrive un’altra pagina importante nella storia di questo paese: finora l’aborto era vietato anche nel caso di stupro o malformazione del feto. Ciò comportava che ogni anno moltissime donne si recassero all’estero per effettuare un’interruzione volontaria della gravidanza.

Obiezione Respinta! In piazza a Roma per i 40 anni della 194

27.05.2018 – Jasmina Poddi Redazione Italia

Obiezione Respinta! In piazza a Roma per i 40 anni della 194
(Foto di Pressenza)

Il 22 Maggio 1978, in Italia, è stata approvata la legge 194 che legalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza. A quarant’anni da questo storico evento, ieri, 26 maggio, a Roma, hanno sfilato migliaia di persone in un corteo organizzato dal movimento “Non Una Di Meno”. La manifestazione oltre a celebrare questo grandioso traguardo, ribadisce ad alta voce come l’esercizio di questo diritto sia tutt’ora molto complesso, infatti, in Italia, circa l’80% dei medici è obiettore di coscienza, rendendo di fatto impossibile e inapplicabile, in moltissime zone del nostro paese, l’interruzione volontaria di gravidanza.

Questa legge, come ci spiega Martina Caselli, portavoce de “Le Donne de La Comune” è un diritto che va sostenuto e difeso poiché è stato vittima di attacchi con vari referendum abrogativi.

É una legge che tutela le donne e la loro salute, poiché legalizzare l’aborto significa non sottoporsi più a operazioni rischiose e praticate in maniera clandestina che hanno portato negli anni la morte di numerosissime donne.

La manifestazione di oggi, oltre a ribadire l’aborto come espressione piena della libertà di scelta, ha celebrato la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza volontaria in paesi dove attuare tale pratica era pressoché impossibile, infatti, la conquista dell’aborto come diritto in Irlanda e i primi passi in avanti da parte delle “Bandane Verdi” in Argentina sono una dimostrazione che tutto il mondo si sta mobilitando per il riconoscimento dei diritti delle donne.

Qui di seguito il video reportage di Jasmina Poddi