La dichiarazione delle due Coree parla anche a noi

29.04.2018 Angelo Baracca

(Foto di Democracy Now)

Credo che la “Dichiarazione di Panmunjom per la pace, la prosperità e l’unificazione della Penisola Coreana” (https://www.pressenza.com/it/2018/04/dichiarazione-panmunjom-la-pace-la-prosperita-lunificazione-della-penisola-coreana/) scaturita dallo storico summit fra le due Coree meriti alcune riflessioni ulteriori, oltre la pioggia di commenti che vi è stata. Intanto dissolve una minaccia che è stata agitata per quasi 30 anni, ed ha prodotto l’effetto esattamente contrario a quello che si diceva di volere.

Personalmente ho sempre ripetuto e argomentato da un anno a questa parte la convinzione:

  • che la resistibile ascesa nucleare della Corea del Nord sia stata diretta responsabilità della politica di minacce e imposizioni degli Stati Uniti (https://www.pressenza.com/it/2017/05/la-resistibile-ascesa-nucleare-della-corea-del-nord/);
  • che il Presidente nord-coreano Kim Jon-un non fosse affatto il “pazzo” che veniva descritto in modo strumentale e caricaturale, ma che il suo comportamento fosse invece molto lucido (ora qualche commento lo paragona a un lucido giocatore di scacchi);
  • che fosse invece farneticazione velleitaria il “fire and fury” di Trump; che in realtà gli Usa fossero sotto scacco (per riprendere la metafora), perché un attacco militare a Pyongyang era ed è assolutamente impensabile e irrealistico (https://www.pressenza.com/it/2018/02/bottone-piu-grosso-dice-le-balle-piu-grosse/);
  • che qualsiasi passo negoziale dovesse partire dalla presa d’atto che la Corea del Nord è ormai a tutti gli effetti uno Stato nucleare (per inciso, uno dei tanti effetti perversi del cosiddetto “regime di non-proliferazione” instaurato dal TNP del 1970, che è stato invece un “regime di proliferazione” pilotata dalle potenze nucleari);
  • ed infine che la sola soluzione possibile fosse che le due Coree prendessero in mano il proprio destino sottraendolo alle manovre perverse delle grandi potenze.

Mi soffermerò solo su qualche punto che, se pure è stato considerato nei tanti commenti, merita una riflessione più specifica.

Che cosa implica la denuclearizzazione?

Penso che l’aspetto che più ha richiamato l’attenzione del pubblico sia quello della “denuclearizzazione”: il modo in cui esso viene impostato merita un commento approfondito, perché chi non segua da vicino questi problemi può non cogliere alcuni punti fondamentali .

In primo luogo si deve osservare che non si parla di smantellamento dell’arsenale nucleare di Pyongyang, di “denuclearizzazione della Corea del Nord”, come era richiesto finora come condizione dagli Stati Uniti. Si parla invece dell’«obiettivo comune di realizzare, attraverso la completa denuclearizzazione, una Penisola Coreana libera da armi nucleari» (the common goal of realising, through complete denuclerization, a nuclear-free Korean Peninsula). Questo è un obiettivo ben diverso e di portata molto maggiore, e non solo per la penisola coreana. Non è solo Pyongyang, infatti, ad avere introdotto le armi nucleari nella penisola: gli Stati Uniti inviano regolarmente aerei e navi con capacità nucleari verso la Corea del Sud per esercitazioni militari. È un aspetto che parla direttamente anche a noi, che ospitiamo tra le 40 e le 70 testate termonucleari statunitensi, e abbiamo 11 porti che ospitano visite di navi a propulsione nucleare, che dai primi anni Novanta non dovrebbero più trasportare bombe nucleari, ma non possiamo averne la certezza in caso di crisi internazionali, come per esempio l’attacco alla Libia.

La questione poi delle Nuclear Free Zones[1] è di scottante attualità perché richiama direttamente la regione nella parte opposta del continente asiatico – il Medio Oriente – dove minaccia di riesplodere la crisi riferita all’Iran, con la prospettiva sempre più concreta che Trump non certifichi nuovamente in maggio l’accordo sul nucleare JCPOA (Joint ‎Comprehensive Plan of Action) del luglio 2015. In questa regione sono in ballo l’arsenale di Israele e le testate termonucleari statunitensi schierate in Turchia. Vale la pena richiamare alcuni fatti che forse non molti hanno presenti. In primo luogo la “Dichiarazione di Teheran” sottoscritta il 21 ottobre 2003 da Francia, Germania e Gran Bretagna con l’Iran, a fronte dell’impegno di Teheran di sviluppare solo tecnologia nucleare civile: la UE si impegnava a cooperare per la realizzazione di una “Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa in Medio Oriente”[2]. Senza contare quello che era stato praticamente l’unico risultato positivo nel fallimento della VIIa Conferenza di Revisione del TNP del maggio 2005, l’impegno a convocare per il 2012 una Conferenza Internazionale per rendere il Medio Oriente «Zona Libera da Armi Nucleari e di Distruzione di Massa», con esplicito riferimento (per la prima volta) all’arsenale nucleare di Israele, e l’invito esplicito ad aderire al tnp e ad accettare le ispezioni della iaea. Israele, dopo avere esercitato pressioni fortissime sugli usa, reagì in modo furioso, dichiarando che mai avrebbe partecipato a questa conferenza[3], che poi di fatto non fu mai convocata. Insomma, promesse di marinaio!

La  Dichiarazione di Panmunjom parla quindi anche di altri problemi e indica la strada di possibili soluzioni. Ed propone anche un percorso concreto, con l’affermazione che “La Corea del Sud e del Nord hanno concordato di cercare attivamente il sostegno e la cooperazione della comunità internazionale per la denuclearizzazione della Penisola Coreana”.

Questa è la vera posta in gioco. L’impegno della chiusura del centro nucleare di Punggye-ri nel nordest del Paese, dove sono stati condotti i sei test nucleari, sarà probabilmente un segnale positivo, d’immagine, ma certamente non risolutivo.

Quale “pace” e “sicurezza”?

È già stato ampiamente sottolineata l’importanza storica dell’obiettivo di concludere finalmente, a distanza di 65 anni dalla Guerra di Corea (1950-1953), un Trattato di Pace. Così come l’intenzione di “stabilire un permanente e solido regime di pace nella Penisola Coreana”, che però dovrà affrontare e risolvere alcuni nodi cruciali e complessi. In primo luogo la presenza in Corea del Sud di circa 25.000 soldati statunitensi. Per non parlare delle esercitazioni militari che si svolgono periodicamente nelle acque limitrofe alla Corea del Nord, e che non danno certamente un segnale di “sicurezza”.

 

Queste brevi considerazioni rafforzano l’importanza storica dell’incontro di Panmunjom.

[1]              Esistono attualmente quattro trattati che contemplano divieti in parte diversi, ma come minimo proibiscono lo schieramento, la sperimentazione, l’uso e lo sviluppo di armi nucleari all’interno di una particolare regione geografica: Trattato per la Proibizione di Armi Nucleari In America Latina e nei Caraibi (Trattato di Tlatelolco, 1985); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari del Pacifico del Sud (Trattato di Rarotonga, 1985; la Nuova Zelanda ha un’ulteriore legislazione interna che vieta l’ingresso nei suoi porti di imbarcazioni a propulsione nucleare, o che portino armi nucleari, che non è invece vietato dal trattato di Rarotonga: questa norma ha creato problemi con gli Stati Uniti); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari del Sud Est Asiatico (Trattato di Bangkok, 1995); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari dell’Africa (Trattato di Pelindaba, 1996). Vi sono poi altri trattati che vietano specificamente esplosioni nucleari di qualsiasi tipo e lo smaltimento di scorie radioattive: il Trattato sull’Antartide (1959), il Trattato sullo Spazio Esterno (1967), e il Trattato sui Fondi Marini (1971).

[2]              Ma un voluminoso documento della UE del 5 dicembre 2005 (http://ue.eu.int/uedocs/cmsUpload/st14520.en05.pdf) sulle strategie contro la proliferazione di armi di distruzione di massa, pur premettendo un riferimento ai tre pilastri del TNP (non-proliferazione, disarmo e usi pacifici), non faceva poi più alcun riferimento agli obblighi di disarmo nucleare nel corpo del documento e nelle azioni e i finanziamenti che proponeva! Evidentemente la UE ha un grosso problema interno costituito dagli arsenali e dai progetti nucleari della Francia e della Gran Bretagna. Ma – come per molti altri aspetti dei rapporti internazionali – avrebbe un grosso peso una decisione dell’Europa di procedere al disarmo nucleare: una decisione unilaterale in questo senso, concordata possibilmente con altri Stati nucleari, metterebbe nell’angolo anche gli Stati Uniti e renderebbe per loro assai problematico proseguire da soli sulle linee attuali.

[3]              Sulla pervicace ambiguità mantenuta da Israele sul proprio arsenale nucleare v. ad es. A. Cohen, Israel’s Nuclear Future: Iran, Opacity and the Vision of Global Zero, in C. McArdle Kelleher, J.V. Reppy (eds), Getting to Zero, Stanford University Press, Palo Alto, 2010.

Einstein: il partito della Libertà israeliano è molto vicino al nazi-fascismo

 

28.04.2018 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Einstein: il partito della Libertà israeliano è molto vicino al nazi-fascismo

Le parole nell’immagine:

“Sarebbe per me massima tristezza
vedere che gli ebrei sionisti fanno agli arabi di Palestina
buona parte di quello che i nazisti fecero agli ebrei”

 

di Ramzi Baroud
Pubblicato la prima volta su Counterpunch, il 25/4/2018

 

Albert Einstein, insieme ad altri luminari ebrei tra cui Hannah Arendt, pubblicò una lettera sul New York Times il 4 dicembre 1948. Accadde pochi mesi dopo che Israele aveva dichiarato la sua indipendenza e centinaia di villaggi palestinesi venivano demoliti dopo che i loro abitanti erano stati espulsi.
La lettera denunciava il nuovo partito Herut di Israele e il suo giovane leader, Menachem Begin.

Herut derivava dalla banda terroristica Irgun, famigerata per i suoi numerosi massacri contro le comunità arabe palestinesi che causarono la Nakba, la catastrofica pulizia etnica del popolo palestinese dalla loro patria storica nel 1947-48.

Nella lettera, Einstein e colleghi descrivevano il partito di Herut (Libertà) come un “partito politico che, per la sua organizzazione, i metodi, la filosofia politica e approccio populista è strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista”.

Il fatto che una lettera di questo tipo comparisse solo pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la devastazione dell’Olocausto indica profondamente la chiara voragine che esisteva tra gli intellettuali ebrei dell’epoca: da una parte i sionisti che sostenevano Israele e la sua violenta nascita; dall’altra quelli che mantennero un alto profilo morale e si opposero.
Purtroppo quest’ultimo gruppo – sebbene ancora esistente – aveva perso la battaglia.

Successivamente, Herut si unì ad altri gruppi per formare il partito Likud. Begin ricevette il premio Nobel per la pace e il Likud è ora il principale partito nella coalizione di governo israeliana, prevalentemente di estrema destra. La filosofia di Herut di tipo “nazi-fascista” ha prevalso e ora pervade e definisce la maggioranza sociale in Israele.

Questa tendenza di destra è ancora più pronunciata tra i giovani israeliani rispetto alle generazioni precedenti.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu è il leader del partito di Begin, il Likud. La sua attuale coalizione comprende il ministro della difesa di origine russa, Avigdor Lieberman, fondatore del partito ultranazionalista Yisrael Beiteinu.
In risposta alle continue proteste popolari dei palestinesi assediati a Gaza, e in giustificazione dell’elevato numero di morti e feriti inflitti dall’esercito israeliano ai manifestanti disarmati, Lieberman ha affermato che “non ci sono persone innocenti a Gaza”.
Quando il Ministro della Difesa di un paese rivela questo tipo di convinzioni, non si può essere scioccati dal fatto che i cecchini israeliani stiano sparando sui giovani palestinesi, e festeggino davanti a una telecamera quando colpiscono il bersaglio.

Questo tipo di discorso – fascista per eccellenza – non è affatto una narrativa marginale all’interno della società israeliana.
La coalizione di Netanyahu è piena di personaggi così moralmente riprovevoli.
La politicante Ayelet Shaked ha spesso chiesto il genocidio contro i palestinesi. I palestinesi “sono tutti nemici combattenti e il loro sangue deve ricadere su tutte le loro teste”, ha scritto su un post di Facebook nel 2015. “Ora questo si riferisce anche alle madri dei martiri… Devono andarsene, e devono sparire le case in cui esse allevarono i loro serpenti. Altrimenti, altri piccoli serpenti saranno allevati lì”.
Pochi mesi dopo la pubblicazione di quella dichiarazione, Netanyahu, nel dicembre 2015, l’ha nominata Ministro della Giustizia.
La Shaked fa parte del Jewish Home Party, diretto da Naftali Bennett. Quest’ultimo è il ministro dell’Istruzione israeliano e noto per dichiarazioni altrettanto violente. È stato uno dei primi politici a difendere soldati israeliani accusati di violazione dei diritti umani al confine di Gaza. Altri importanti politici israeliani hanno seguito il suo esempio.

Il 19 aprile Israele ha celebrato la sua indipendenza. La mentalità “nazi-fascista” che definì Herut nel 1948 definisce ora la più potente classe dirigente in Israele. I leader di Israele parlano apertamente di genocidio e omicidio, tuttavia celebrano e promuovono Israele come un’icona della civiltà, della democrazia e dei diritti umani.
Anche gli intellettuali sionisti del passato sarebbero rimasti terribilmente inorriditi al vedere che razza di creatura sia diventato il loro Israele, sette decenni dopo la sua nascita.

Certo, il popolo palestinese sta ancora combattendo per la propria terra, identità, dignità e libertà. Ma la verità è che il più grande nemico di Israele è Israele stesso. Il paese non è riuscito a separarsi dalla politica violenta e dall’ideologia del passato. Al contrario, il dibattito ideologico in Israele si è risolto a favore della violenza perpetua, del razzismo e dell’apartheid.

Nella presunta “unica democrazia in Medio Oriente”, il margine di critica è diventato molto limitato.
Sono personaggi come Netanyahu, Lieberman, Bennett e Shaked che ora rappresentano l’Israele moderno e, dietro di loro, un massiccio collegio di religiosi di destra e di ultranazionalisti, che hanno scarso riguardo per i palestinesi, per i diritti umani, il diritto internazionale e valori apparentemente futili come la pace e la giustizia.

Nel 1938, Einstein aveva criticato l’idea che sta dietro la creazione di Israele. È contraria alla “natura essenziale dell’ebraismo”, affermò.
Qualche anno dopo, nel 1946, egli discusse davanti alla Commissione d’inchiesta anglo-americana sulla questione palestinese: “Non riesco a capire perché ci sia bisogno di uno stato israeliano… Credo che sia male”.
Inutile dire che, se Einstein fosse vivo oggi, si sarebbe unito al movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che mira a riconoscere Israele responsabile delle sue pratiche violente e illegali contro i palestinesi.
Altrettanto vero, sarebbe sicuramente etichettato come antisemita o “ebreo che odia se stesso” dai leader israeliani e dai loro sostenitori. I sionisti di oggi sono, invero, inamovibili.

Ma questo doloroso paradigma deve essere rovesciato. I bambini palestinesi non sono terroristi e non possono essere trattati come tali. Non sono neanche ‘piccoli serpenti’. Le madri palestinesi non devono essere uccise. Il popolo palestinese non è “nemico combattente” da sradicare. Il genocidio non deve essere normalizzato.
70 anni dopo l’indipendenza di Israele e la lettera di Einstein, l’eredità del paese è ancora segnata dal sangue e dalla violenza. Nonostante la festa in corso a Tel Aviv, non c’è motivo di festeggiare: c’è ogni motivo per piangere.
Tuttavia, la speranza è mantenuta in vita perché il popolo palestinese sta ancora resistendo; e hanno bisogno che il mondo sia solidale con loro. È l’unico modo perché il fantasma di Herut smetta di perseguitare i palestinesi, e perché le filosofie “nazi-fasciste” siano sconfitte per sempre.

 

Il Dr. Ramzy Baroud ha scritto sul Medio Oriente da oltre 20 anni. È un editorialista riconosciuto a livello internazionale, consulente per i media, autore di diversi libri e fondatore di PalestineChronicle.com.
Il suo ultimo libro è My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story (Mio padre era un combattente per la libertà: la storia mai raccontata di Gaza), Pluto Press, London. Il suo sito web è: ramzybaroud.net

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso

Negata a Lula la visita di un medico

26.04.2018 Mariano Quiroga

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Negata a Lula la visita di un medico
(Foto di Pixabay)

Un conto è negare a Premi Nobel per la Pace la possibilità di far visita in carcere a Luiz Inácio Lula da Silva, o impedire all’ex presidente Dilma Rousseff di dialogare con il leader del Partito dei Lavoratori; ben altra cosa invece, è negare a Lula la visita di medico.

“Si sta attentando alla sua vita”, ha detto il deputato federale Wadih Damous, riferendosi alla giudice che ha negato la visita medica. La giudice Carolina Lebbos ha detto che, non trattandosi di urgenza, non c’era necessità che il medico vedesse l’ex presidente.

Il ministro Damous, che fa parte della commissione esterna della Camera dei Deputati e che aveva il compito di verificare le condizioni detentive di Lula, si è visto anch’egli negare la visita. Il deputato ha assicurato che l’avrebbe denunciata per abuso di autorità.

Questa giudice sta producendo “un’enorme quantità di arbitrarietà e abusi di autorità”, ha detto Damous in un video che è circolato nei mass media brasiliani, in cui ha assicurato che una giudice non può negare a un detenuto il colloquio col proprio legale.

Lula sta subendo una detenzione che viola le regole stabilite dalla Nazioni Unite, che lo tortura lasciandolo  in isolamento totale e impedendo a familiari, amici o ai suoi legali di fargli visita. Negandogli l’incontro con il suo medico o con un assistente religioso, l’illegalità in Brasile tocca livelli mai visti in democrazia.

Traduzione dallo spagnolo di Cristina Quattrone

 

26 aprile: non dimentichiamo la tragedia di Chernobyl

25.04.2018 Angelo Baracca

26 aprile: non dimentichiamo la tragedia di Chernobyl
(Foto di http://www.nydailynews.com/news/chernobyl-haunting-photos-nuclear-wasteland-gallery-1.1531303?pmSlide=1.1531299)

Era il 26 aprile di 32 anni fa, l’Europa si risvegliò (tranne la Francia, la cui popolazione venne criminalmente tenuta all’oscuro) sotto l’incubo di una nube radioattiva generata dal più spaventoso disastro nucleare mai avvenuto.

Non scrivo questa nota con l’ambizione di fare un bilancio[i], ma perché non dobbiamo assolutamente dimenticare! Due anni fa sul Fatto Quotidiano Lorenzo Galeazzi riassumeva efficacemente la situazione così: “Dal 1986, anno dell’incidente nucleare, la popolazione è diminuita di 6 milioni e mezzo principalmente per l’incremento delle morti infantili. Preoccupante anche la salute dei figli delle persone colpite dalle radiazioni: l’instabilità genomica ha aumentato la probabilità di contrarre tumori, malattie genetiche e malformazioni” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/24/chernobyl-e-la-strage-dei-bambini-dopo-30-anni-lucraina-paga-ancora-un-prezzo-altissimo/2662114/).

“Chernobyl non è finita, è appena cominciata”: Yury Bandazhevsky, scienziato bielorusso, imprigionato per aver contestato la versione ufficiale, ora vive in esilio , https://www.usatoday.com/story/news/world/2016/04/17/nuclear-exile-chernobyl-30th-anniversary/82896510/.

Il 26 aprile 1986 il mito dell’energia nucleare ricevette un colpo mortale – quell’energia che avrebbe dovuto essere “Troppo economica per misurarla” (Too cheap to meter, Lewis Strauss, Atomic Energy Commission, 1954).

L’Era nucleare – cupamente inaugurata il 6 e 9 agosto 1945 dai “funghi atomici” di Hiroshima e Nagasaki – ha provocato danni incalcolabili, ha prodotto sostanze radioattive artificiali che perdureranno per tempi inimmaginabili, ha generato armi che mettono a rischio l’esistenza stessa della società umana.

Rosalie Bertell (1929-2012, premo Nobel Alternativo, si batté per fare avere cure mediche alle vittime di Bhopal e di Chernobyl) valutava 19 anni fa in 1 miliardo e 300 milioni le possibili vittime dell’Era nucleare (“Victims of the Nuclear Age”, The Ecologist, novembre 1999, p. 409-411, https://ratical.org/radiation/Navictims.html; trad. it. http://marcosaba.tripod.com/rosalievictims.html, tutti dovrebbero leggerlo: “Malgrado il tentativo di insabbiamento delle autorità, possiamo già cominciare ad enumerare le vittime reali dell’era nucleare”).

Con i non meno spaventosi disastri dell’11 marzo 2011 a Fukushima (fusione dei noccioli di 3 reattori, più incidente assolutamente inatteso a una piscina di decontaminazione del combustibile nucleare esaurito) sono 5 gli incidenti nucleari di eccezionale gravità avvenuti in 39 anni, dopo quello di Three Mile island del 1979, con una frequenza media di uno ogni 6 anni (senza contare gli innumerevoli incidenti “meno gravi”): stima molto più espressiva e realistica dei complessi calcoli sulle probabilità di incidenti puntualmente smentiti dalla realtà a posteriori. “Le statistiche sono le persone che non possono più piangere” ha dichiarato un abitante di Rongelap, della Repubblica delle Isole Marshall che subì 23 test nucleari statunitensi negli anni Cinquanta.

Quali che siano le valutazioni – la potente lobby nucleare non desiste dal contrastare l’inesorabile declino di questa energia[ii], e le potenze nucleari si oppongono strenuamente alla messa al bando di queste armi – non sarà mai troppo tardi per chiudere per sempre l’Era Nucleare: in ogni caso essa lascerà una pesantissima ed ineliminabile eredità per decine di generazioni a venire!

Mentre lottiamo ci battiamo perché il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari entri in vigore, non dimentichiamo tutte le “vittime dell’Era Nucleare”.

[i]
Le valutazioni ufficiali sono da molti considerate decisamente ottimistiche e assolutorie (e personalmente condivido in toto queste critiche). Consiglio i rapporti di Greenpeace: “L’eredità nucleare di Fukushima e Cernobyl”, marzo 2016, http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2016/Media_briefing_L_eredita%CC%80_nucleare_di_Fukushima_e_Cernobyl.pdf.

[ii]             Angelo Baracca, “L’inesorabile agonia dell’energia nucleare”, Pressenza, 30 maggio 2017, https://www.pressenza.com/it/2017/05/linesorabile-agonia-dellenergia-nucleare/.

Carofalo(PaP) e De Magistris: “Giusto declinare il 25 Aprile per i diritti dei migranti”

24.04.2018 – Napoli Potere Al Popolo

Carofalo(PaP) e De Magistris: “Giusto declinare il 25 Aprile per i diritti dei migranti”

Domani, Mercoledì 25 Aprile, i movimenti antirazzisti, le associazioni, i comitati e le organizzazioni politiche napoletane parteciperanno al corteo cittadino che partirà alle ore 15 da Piazza Mancini.

I membri del Movimento Migranti e Rifugiati, insieme con agli attivisti dell’ExOpg Je So’ Pazzo e di Potere al Popolo!  consegneranno un documento agli uffici prefettizi e alla dirigente dell’ufficio immigrazione per chiedere il superamento dell’attuale sistema di accoglienza (che troppo spesso si traduce in una gestione criminale dei Centri di Accoglienza Straordinaria) in favore di un ampliamento del servizio SPRAR. 

Il documento inoltre richiede una modifica di alcune prassi, come la richiesta illegittima del passaporto per il rilascio del permesso di soggiorno, e il prolungamento del permesso temporaneo da sei mesi ad un anno.

Molte le associazioni, i singoli, gli assessori e consiglieri di municipalità che hanno sottoscritto la lettera, dall’ASGI e Antigone Campania a Elena Coccia a Laura Marmorale.

Lo stesso sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha rilasciato una nota in sostegno all’iniziativa: “In tempi di dilagante e ingiustificata alterofobia trovo opportuna e condivisibile l’esigenza di declinare i festeggiamenti del 25 aprile per il miglioramento del sistema di accoglienza delle nostre città e per l’elaborazione di una società inclusiva. Le immani file che cominciano la notte del giorno prima presso i commissariati della nostra città, i tempi di attesa estenuanti per un permesso di soggiorno o per il riconoscimento del diritto d’asilo, l’elaborazione di strutture sempre più detentive per persone che non hanno commesso alcun reato ma che rivendicano il solo diritto di abitare il pianeta nel quale sono nati, sono le odierne forme di discriminazione istituzionalizzata e di elaborazione di nuove forme di apartheid. In questo senso vanno le nuove lotte di liberazione da un ordine mondiale che perde ogni senso di umanesimo.”

Viola Carofalo, capo politico di Potere al Popolo, ha dichiarato: “Il 25 Aprile sfilerò in corteo insieme al movimento dei migranti e rifugiati per festeggiare il giorno della liberazione dal nazifascismo. Come Ex Opg Je So’ Pazzo e Potere al Popolo! siamo da sempre impegnati per dire no al fascismo, al razzismo e al sessismo. Ricordare la Liberazione vuol dire anche continuare a lottare contro le leggi razziste e xenofobe che regolano l’immigrazione e l’ottenimento del permesso di soggiorno in Italia e che creano quella gestione disumana e criminale dell’accoglienza a cui siamo costretti ad assistere. Ricordare la Liberazione vuol dire prima di tutto lottare per una società solidale, umana e accogliente.

Qui la lettera migranti completa che verrà consegnata al termine del corteo.

Intervista a Luca Marini: “Iniziamo a riconoscere anche in chi opera in settori diversi dal nostro una sensibilità che ci accomuna”

Intervista a Luca Marini: “Iniziamo a riconoscere anche in chi opera in settori diversi dal nostro una sensibilità che ci accomuna”
(Foto di reti sociali)

Pressenza: Il libro di Guillermo Sullings sui passi da seguire per poter trasformare la crisi attuale in una nuova possibilitá di civilizzazione mondiale, -comme é stato ricevuto in Europa e specificamente in Italia?

Luca Marini: Personalmente ho assistito alla presentazione del libro di Giullermo Sullings a Firenze lo scorso anno e devo dire che è stato accolto con grande entusiasmo dagli attivisti che vi anno assistito, so che anche le altre presentazioni svolte in Italia e in Europa sono state molto positive.

Senz’altro le proposte contenute nel libro sono state accolte come qualcosa di cui si sentiva un grande bisogno, perchè contiene un’analisi molto accurata e globale della crisi in cui l’intera civiltà mondiale si sta trovando e di fronte alla quale predominano interpretazioni pragmatiche e disorientamento da parte della gente comune e, purtroppo, anche da parte della classe dirigente.

Il libro di Sullings, oltre a contenere proposte pratiche per un cammino realizzabile in tutti i contesti sociali, tocca le corde più profonde dell’animo umano e fa appello a quanto di più profondo ci unisce tutti oltre le differenze personali e culturali evidendiando come ci sia assoluta necessità di riconnetterci al Senso che ha motivato generazioni e generazioni di esseri umani nella continua lotta per superare dolore e sofferenza che ci ha condotto fino alla complessa situazione attuale.

Pressenza: Questo autore parla di una “Nazione Umana Universale”. -Cosa é quello, comme si capiscono questi termini nell’Italia attuale?

Luca Marini: Parlare di Nazione Umana Universale oggi in Italia (come in tutto il mondo) tocca direttamente il principale conflitto sociale che si manifesta attualmente. E’ evidente che nella nostra società l’incertezza verso il futuro e l’irreversibile crisi economica trovano sempre più spesso come risposta la diffidenza verso il “diverso”, la paura di perdere i propri (scarsi e per lo più apparenti) benefici e la competizione selvaggia che alimenta la guerra tra poveri.

In Italia il principale conflitto sociale è quello legato al tema delle migrazioni che, pur numerose e problematiche da gestire, sono diventate il capro espiatorio delle contraddizioni insite nel sistema in cui viviamo che continua a generare diseguaglianze e concentrazione del potere economico nelle mani di pochi.

In italia (e non solo) questa interpretazione distorta del fenomeno della migrazione viene usata in modo strumentale e con malafede dalla politica e, cosa ben più grave, sta attecchendo nella mentalità disorientata di parte della popolazione.

In tale contesto la “Nazione Umana Universale” è un’immagine che punta a superare questo “crocevia” storico e mentale in cui anche gli italiani si trovano, in una direzione che risuona nei cuori di tutti coloro che rifiutano l’atomizzazione sociale e culturale, la paura e la violenza e riconoscono il rispetto per la vita e l’empatia verso tutti gli esseri umani come unica direzione possibile da intraprendere.

Pressenza: -Percché diverse organizzazioni si sono messe in contatto tra di loro? -Cosa intende questa “rete” che state formando?

Luca Marini: Possiamo notare che sta crescendo la necessità di connettersi e organizzarsi da parte di organizzazioni, gruppi e singole persone attivi nei campi più diversi del sociale. Del resto credo che questa spinta nasca anche dalla presa di coscienza che i fenomeni isolati e congiunturali tendono ad esaurirsi con molta rapidità, ed inoltre che c’è bisogno di sviluppare una visione più globale e di ampio respiro a proposito della trasformazione della società. In qualche modo iniziamo a riconoscere anche in chi opera in settori diversi dal nostro una sensibilità che ci accomuna, e che è necessiario ampliare il nostro particolare orizzonte riscattando ciò che ci unisce motivandoci nel nostro impegno sociale e personale.

In questa ottica la “Rete dei Costruttori della Nazione Umana Universale” punta a mettere in connessione organizzazioni, istituzioni, gruppi e singole persone che si riconoscono in una sensibilità comune pur operando in luoghi molto distanti e in settori molto diversi tra loro. Facendo questo sarà possibile organizzare iniziative di ampia portata, sincronizzate sul pianeta, ampliando la cassa di risonanza nella nostra società sempre più interconnessa e mondializzata. Inoltre attraverso la creazione della “Rete” si aspira ad avanzare insieme nel chiarire l’immagine del nuovo mondo a cui tutti i “Costruttori” stanno aspirando.

Pressenza: Lei, comme contribuisce allo sviluppo di questa “rete”?

Luca Marini: Attualmente sto partecipando nell’ “equipe informatica” da poco sorta per mettere a punto una piattaforma web utile a interconnettere tutti coloro che aderiranno alla “Rete”, fornendo strumenti di dialogo, collaborazione e approfondimento tematico aperti al contributo di tutti.
Inoltre attraverso “Alpha Observatory”, il gruppo di ricerca internazionale di cui faccio parte, stiamo promuovendo il dialogo sul tema della “Nazione Umana Universale” con centinaia di giovani di tutte le parti del mondo.

25 aprile 2018 – L’unica razza è quella umana

22.04.2018 – Milano Redazione Italia

25 aprile 2018 – L’unica razza è quella umana
(Foto di https://www.facebook.com/events/1690981084329847/?notif_t=plan_user_invited¬if_id=1524398335620625)

Il 25 aprile del 1945 l’Italia fu liberata dalla dittatura nazifascista grazie alla lotta di centinaia di migliaia di persone che scelsero di dire no al fascismo, no alla negazione dei diritti e no all’uccisione di milioni di persone in nome della supremazia della “razza ariana”: i Partigiani, le Partigiane, le persone comuni scelsero di resistere e di lottare con ogni mezzo necessario per porre fine alla guerra e per liberarsi dal regime fascista.

Oggi, a 80 anni dalla emanazione delle leggi razziali e a 73 anni dalla Liberazione, c’è ancora bisogno di essere Partigian*, c’è ancora bisogno di ribadire con forza che l’unica razza esistente è quella umana.

Non c’è futuro senza memoria, per questo è importante ricordare che tutto ciò che è stato l’Olocausto, la terribile macchina della “soluzione finale” e il genocidio di milioni di persone (ebrei, rom, oppositori politici, donne “libere”, omosessuali, portatori di handicap), non è successo da un giorno all’altro, ma è stato il terribile finale di vent’anni di un crescendo di politiche xenofobe, di una folle propaganda che ha generato un capro espiatorio, dell’eliminazione di diritti e di repressione, giorno dopo giorno.

La memoria deve essere uno strumento per agire nel presente e cambiare il futuro, per questo non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quello che sta accadendo da anni nel Mar Mediterraneo: un “mare spinato”, un cimitero senza lapidi ne nomi, nel quale è in corso da anni un genocidio.

Il razzismo è parte strutturale di questo sistema economico e si manifesta nelle sue politiche: dalla Bossi-Fini per arrivare all’ultima legge sulla migrazione, la Minniti-Orlando che istituisce “tribunali speciali” per i richiedenti asilo, aumenta i finanziamenti ai lager in Libia e stringe accordi sulla pelle dei migranti.
L’Unione Europea ha finanziato per 6 miliardi Erdogan al fine di bloccare i migranti in viaggio verso la Grecia, per la maggior parte siriani in fuga dalla guerra. Quei 6 miliardi di euro potrebbero essere usati per salvare vite, finanziare il welfare e migliorare l’esistenza di tutt*.

Invece sono stati la moneta di scambio che ha permesso di perpetrare il genocidio del popolo kurdo, il massacro di Afrin, che ha generato altre centinaia di migliaia di sfollati e morti, centinaia di arresti contro chi manifesta contro la guerra.

Silenzio e indifferenza verso questi “confini di morte”: dal Mediterraneo a Gaza, ai tanti territori devastati da conflitti generati dagli interessi economici delle cosiddette potenze occidentali.

La dilagante retorica razzista portata avanti dalla Lega di Salvini e supportata dai media main stream, non solo addita il migrante come colpevole della crisi, ma criminalizza anche la solidarietà di chi, come le ONG, cerca di salvare quelle vite di cui l’Europa e l’Italia finanziano la morte, facendo dell’export di armi un business che ammonta a circa 2,6 milioni all’ora, stringendo accordi con Paesi terzi e facendo fare a loro il “lavoro sporco”, o devastando territori in tutto il mondo.  Scelte politiche precise che hanno generato uno spostamento a destra della totalità delle istituzioni, di fronte a cui nessuno si è tirato indietro.

Ribadiamo a gran voce che la solidarietà non è un crimine, ma un atto di coraggio.  Milano è una città meticcia e solidale, i razzisti se ne dovranno fare una ragione. Lo ha dimostrato il 20 maggio: 100.000 persone sono scese in piazza con il messaggio forte e chiaro di “Nessuna Persona E’ Illegale”, hanno ribadito il rifiuto di ogni razzismo, da quello istituzionale del Partito Democratico a quello della Lega, e inondato la città di colori, culture e storie differenti, che sono una ricchezza e non un motivo di conflitto. Lo ha dimostrato il 10 febbraio dopo i fatti di Macerata, gridando a gran voce che Milano ripudia fascismo, razzismo e sessismo.

Milano è antifascista, antirazzista, meticcia e solidale, e lo dimostriamo ogni giorno nelle scuole, nelle università, nelle strade, nei quartieri e nelle periferie, nelle comunità che costruiamo come movimenti, collettivi, associazioni e singoli cittadini, lavorando con le persone, trovando soluzioni reali e garantendoci diritti con la lotta.

Il prossimo 25 aprile chiediamo che tutte/i coloro che condividono questo appello affianchino alle loro bandiere lo slogan “L’unica razza è quella umana”.

Organizzato da Milano Antifascista Antirazzista Meticcia e Solidale e Nessuna Persona è Illegale