La Rosa Bianca

L’IMPORTANZA DELLA “ROSA BIANCA” PER IL FUTURO DELL’EUROPA
Conversazione tenuta a Belluno il 5.2.1996
 

di Franz Josef Mueller [1]

Con l’inserimento di questa testimonianza desideriamo focalizzare uno dei “punti luce” presenti nella storia del nostro tempo, perché riteniamo sia importante che, insieme al non abbassare la guardia di fronte al pericolo e all’orrore della crudeltà – pensiamo con profonda condivisione e rispetto al “Giorno della Memoria” – venga alimentata anche la speranza sulla capacità dell’uomo di scegliere per la Vita e non per la morte e il ricordo incida veramente nelle coscienze e non rimanga confinato negli angusti confini  della giornata di commemorazione o in momenti staccati dalla vita e dalla storia di ogni giorno sulla quale si intesse la storia dei popoli. È importante, soprattutto per le nuove generazioni, la conoscenza e la denuncia del male, ma occorrono anche modelli positivi. Quindi, oltre alla memoria del male, è bene venga tenuta desta anche quella di chi non si è allineato con i carnefici; molte persone e vicende in questo senso sono conosciute collettivamente: è per questo che Israele riconosce e fa memoria de “I Giusti tra le Nazioni”.

Discorso tenuto da Romano Guardini
Università di Monaco il 12 luglio 1958

Commemorazione dei giovani antinazisti
Tubinga, 4 novembre 1945

È una lettura del passato che contiene profonde riflessioni emblematiche e significative anche per il nostro tempo. Può essere interessante scoprire che nell’opposizione al Terzo Reich confluirono i principali filoni del cattolicesimo tedesco di inizio ’900: l’associazionismo caritativo, la teologia ‘sociale’ di Guardini e i difensori dello Stato di diritto come Von Galen

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   [2] Sono un sopravvissuto del gruppo della “Weisse Rose”, un condannato dal “Volksgerichtshof” (Tribunale della rivoluzione di Berlino), che da solo ha condannato a morte cinquemilatrecento persone. I membri della Rosa Bianca sono stati processati a Monaco e Amburgo. Quindici appartenenti al gruppo sono stati condannati a morte e trentotto incarcerati. Alla fine della guerra siamo stati liberati dagli americani.

Sono della città di Ulm, la città della famosa cattedrale gotica. Ulm è anche la città di Hans e Sophie Scholl e di sei altri giovani che con noi frequentavano il ginnasio classico, con lo studio del latino e del greco. Era un ginnasio che non aderiva allo spirito nazional-socialista e questo era molto importante per noi allievi. Voglio introdurvi subito nell’argomento della mia relazione e citare un passo sorprendente del nostro volantino n° 5 che tratta dell’Europa – questo volantino è stato scritto nel gennaio del 1943 – è un passo straordinario perché in esso i miei amici svilupparono il senso del futuro dell’Europa:

“Che cosa ci insegna la fine di questa guerra che non è mai stata nazionale? L’idea imperialista del potere, da qualunque parte essa provenga, deve essere resa innocua per sempre. Un militarismo prussiano non deve più giungere al potere. Solo attraverso un’ampia collaborazione dei popoli europei si può creare la base su cui sarà possibile una costruzione nuova. Ogni potere centralizzato, come quello che lo stato prussiano ha cercato di instaurare in Germania e in Europa deve essere soffocato sul nascere. La Germania futura potrà unicamente essere una federazione. Solo un sano ordinamento federalista può oggi ancora riempire di nuova vita l’Europa indebolita. La classe lavoratrice deve essere liberata mediante un socialismo ragionevole dalla sua miserabile condizione di schiavitù. Il fantasma di un’economia autarchica deve scomparire dall’Europa. Ogni popolo, ogni individuo hanno diritto ai beni della terra! Libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio dei criminali stati fondati sulla violenza: queste sono le basi della nuova Europa”[3].

Sorprende trovare un’affermazione di questa natura in una Germania che ha portato violentemente la guerra nel centro dell’Europa. In questo volantino viene espresso un chiaro rifiuto ad ogni sorta di centralismo, a Berlino, un rifiuto anche all’atteggiamento morale dei tedeschi, che ci provocò grandi disgrazie e che si esprimeva nell’espressione diffusa: “Il comando è comando: gli ordini provengono da Berlino e vanno eseguiti.” Noi diciottenni del ginnasio e i due Sophie e Hans Scholl, rispettivamente più anziani di noi di tre e cinque anni, provenivamo da una libera città del Reich. Fino al 1806 Ulm era stata infatti amministrata autonomamente, e un po’ di quello spirito indipendente era ancora presente. La Rosa Bianca era molto conosciuta nella città, ma a Ulm c’erano altri tre gruppi di giovani oppositori che tentarono persino una forma di resistenza ancor nell’anno 1944. Ulm era dunque ancora un centro di spiritualità libera e liberale e in opposizione a Berlino e alla Prussia.

Questa riflessione è un presupposto per comprendere il contesto ambientale nel quale è sorto il nostro gruppo. Ulm era una città riformata, vale a dire che la maggioranza degli abitanti era protestante. Anche la minoranza cattolica a Ulm operava molto intensamente. Il nostro gruppo di giovani ricevette impulsi determinanti per opera di tre giovani sacerdoti cattolici. Nella scuola non c’era la lezione di religione, ma noi ci incontravamo in privato, si può dire in gran segretezza, di notte, utilizzando gli ingressi posteriori. Il gruppo era costituito da quasi 20 giovani che non si esercitavano contro il nazionalsocialismo bensì nella lettura dei documenti della grande spiritualità tedesca: Goethe, Schiller, Hoelderling, Thomas Mann, Lessing e in particolare un dramma che in Germania era severamente vietato, “Nathan der Weise”, il grande dramma di Lessing. Dunque leggevamo il dramma di un ebreo che si rivela come il fratello, il prossimo e che noi leggevamo interpretando i diversi ruoli. Quelli furono i primi passi verso la resistenza che inizialmente era solo opposizione; più tardi si arrivò alla vera e propria resistenza.

Un’altra fonte che ci rese immuni al nazionalsocialismo fu il nostro antico ginnasio. Esso era stato fondato nell’anno 1293 – oggi sono oltre 700 anni e noi ne siamo orgogliosi  -. Studiavamo greco e al secondo anno traducevamo i dialoghi giovanili di Platone. In questi dialoghi viene trattato frequentemente il problema della giustizia nella polis, nella città, e Socrate che conduce il dialogo confuta ai suoi discepoli l’affermazione che ciò che è di vantaggio alla città sia allo stesso tempo buono. Socrate afferma invece che bisogna porsi l’interrogativo se ciò che è di vantaggio sia anche giusto, se a lungo termine possa essere di utilità alla polis. Un giorno – avevamo letto in classe questa traduzione – usciti dalla scuola vedemmo affisso un manifesto di Josef Goebbels, il ministro della propaganda uomo molto capace dei nazisti: nel manifesto, diffuso in tutta la Germania, c’era scritto: “Bene è ciò che ci aiuta a vincere”.

Dunque l’obbiettivo immediato era quello della vittoria. Attraverso i dialoghi che ci aveva tramandato Platone noi potevamo capire che in quel momento si stava producendo un pericoloso corto circuito che incitava e giustificava i cittadini a compiere qualsiasi tipo di misfatto se essi credevano che potesse tornare di utilità alla vittoria. Tutto questo generò conflitti fra di noi studenti e ciò si fa spiegare dal fatto che noi avevamo allora anche una istituzione educativa d’influenza negativa, risoltasi tuttavia positivamente per alcuni di noi, vale a dire la “Hitlerjugend”.

L’adesione alla “Hitlerjugend” non era volontaria, dal ’38 noi dovevamo per legge e senza eccezioni entrarvi a far parte, esclusi erano naturalmente i paesi decentrati , non raggiunti dai nazisti. Molto presto cademmo in situazioni conflittuali con noi stessi e con altri perché non condividevamo le punizioni inflitte e di cui si sentiva parlare. Il comportamento dei nazisti e dei Führer della Hitlerjugend fu quello di picchiarci ed io, in uno di questi episodi, ne sono uscito con la clavicola rotta.
Tutto questo non alimentava certo la nostra amicizia per i nazisti e fu un ulteriore fattore che ci spinse lentamente all’ostilità verso di loro.

La nostra esperienza della Hitlerjugend fu solo negativa, perché vissuta come imposizione. Organizzammo un furto presso la centrale della Hitlerjugend di Ulm, sottraendo la nostra documentazione cosicché il nostro gruppo divenne per loro inesistente.
Negli ultimi tre anni la Hitlerjugend non fu più attiva e da quel momento iniziò la nostra azione di opposizione e di resistenza. Dopo aver tracciato per voi questo retroscena, vorrei arrivare al tema dell’Europa così come noi la concepivamo, nella nostra esperienza di guerra.

Dapprima la Germania venne invasa da milioni di prigionieri che provenivano da vari paesi: inizialmente dalla Russia, dalla Francia, poi dalla Jugoslavia, dalla Polonia e a partire dall’agosto ’43 anche dalla Italia. Erano in parte prigionieri condannati a lavori forzati. Con questi uomini, che secondo l’ideologia nazista provenivano da razze inferiori, cercavamo contatti: per primi con i polacchi, che erano persone molto gentili. Discutevano con noi, erano cattolici come noi, venivano con noi in chiesa alla domenica. Nella fattoria di mio zio c’era poi una famiglia russa, di Leningrado. Erano persone straordinariamente cortesi, sedevano a tavola con noi, e a Natale ricevevano regali; li trattavamo da persone. Non erano né più saggi, né più stupidi di noi. Il figlio unico di questi russi frequentava la scuola tedesca del paese ed era il migliore nella sua classe. Voi potete capire cosa tutto questo potesse significare se ci confrontavamo con la teoria razzista, secondo la quale la razza germanica era superiore e generatrice di cultura.

Per quanto mi riguarda, nell’anno 1942 raccoglievo spesso la frutta nella nostra fattoria e un giorno, cadendo da un albero, mi fratturai un piede. Nelle sei settimane di convalescenza lessi undici opere di Dostojeski, la più amata fra le quali era il racconto dei fratelli Karamazof . Da allora in poi per noi divenne assurda ogni affermazione nazista che voleva i russi come razza culturalmente inferiore.
Nel frattempo venimmo a trovarci in una situazione assai difficile. In Germania il nazionalismo assunse i connotati assolutistici anche del militarismo. Questi nazionalismo e militarismo dirompenti diedero poi, per nostra disgrazia, via libera al nazionalsocialismo. Molti tedeschi, con cui parlavamo, dicevano di sostenere non i nazisti, ma la Germania, perché bisognava essere dei “buoni tedeschi”. Essi non riuscivano a comprendere che gli obiettivi del nazismo e dei “buoni tedeschi” erano i medesimi e conducevano alla guerra. Chi andava in guerra e combatteva per Hitler però, non combatteva per la Germania, bensì per il nazionalsocialismo.

Dopo il 1943, era per tutti ormai evidente che la guerra era perduta ed era solo una questione di tempo: essa sarebbe durata fintanto che sopravvivevano i nazisti. Sophie Scholl afferma, come risulta nella nostra documentazione: “… Noi dobbiamo perdere la guerra, altrimenti non torneremo mai più liberi…” . Ed è molto difficile dire a un popolo “dobbiamo perdere la guerra” perché altrimenti non ci sarà più la libertà. Noi diciottenni dovevamo porci di fronte a questa spaventosa alternativa.

Noi tutti dovemmo andare soldati. Io arrivai a Epinal, in Francia, per i primi tre mesi di servizio. Là seppi dell’ imprigionamento e della condanna a morte di Sophie e Hans Scholl. Tentai di entrare, pur soldato tedesco, in contatto con la Resistenza francese. In quelle circostanze mi resi conto di come eravamo considerati noi tedeschi nel resto dell’Europa. La Resistenza francese mi respinse, benché io avessi detto che mi sarei consegnato, portando con me un’arma. Io per loro potevo essere un agente provocatore e comunque con i tedeschi non si voleva aver nulla a che fare.

A Epinal venni poco dopo arrestato, tradotto a Monaco e sottoposto a processo[4]. Questa era la situazione di un diciottenne tedesco, antinazista attivo per formazione cristiana e per convincimento filosofico e politico, convinto che Hitler avrebbe portato tutti alla rovina, e che in nessun posto in Europa avrebbe potuto trovare aiuto: non in Francia, non da parte dei prigionieri russi di religione cristiana. La realtà di un individuo nella Resistenza tedesca era di abbandono, solitudine e soltanto all’interno di un gruppo di amici – e la Rosa Bianca era costituita solo da amici – si poteva parlare e sentire come esseri umani. Noi affermavamo che il nazionalismo e il centralismo tedeschi erano stati il presupposto per il nazionalsocialismo e la sua guerra.

Noi riflettevamo sul come tutto ciò si fosse potuto evitare e qui torno a fare riferimento alla lettura introduttiva sul federalismo europeo, sulla Germania federalista: uno fra i nostri convincimenti più importanti era infatti quello che gli stati nazionali mettessero a rischio il futuro dell’Europa se nazionalisti e militaristi. Bisognava trovare altre soluzioni. Noi tedeschi e, forse, anche voi italiani, non abbiamo molte difficoltà in questo senso, perché siamo diventati stati nazionali molto tardi. La Germania ha molte regioni, oggi la Germania ha quindici Laender, in parte autonomi: la Baviera, ad esempio, è autonoma a tal punto da poter essere costituzionalmente autorizzata, ad uscire dalla federazione germanica.

Questo federalismo è per noi tedeschi, ma io credo per tutta l’Europa, la più importante garanzia che queste spaventose guerre e conflitti nazionalisti che ha avuto il passato non si ripetano. Non serve che io parli del nazionalismo: noi tutti abbiamo sotto gli occhi qui vicino, nella Jugoslavia, che cosa esso significhi … Vorrei dire, rapportandomi alla realtà attuale, che se si persegue soltanto un’Europa dell’economia, dell’efficienza economica, questa non è l’Europa che noi della resistenza, e altri ancora, volevamo.

Se l’Europa non farà riferimento alla sua cultura, alla sua storia spirituale non sarà un’Europa in grado di lasciare una eredità buona e utile per gli uomini. Jean Monnet, che assieme ad Adenauer e De Gasperi fu uno dei padri della prima comunità europea, quella del carbone e dell’acciaio, affermò, poco prima di morire: “Se io dovessi rifondare l’Europa, proverei ad iniziare dalla cultura europea”.

L’anno scorso, ho visto una trasmissione da Bruxelles su un tribunale dell’eurocrazia, un tribunale amministrativo. Vi sono impiegate complessivamente trentunomila persone, dislocate a Bruxelles, in Lussemburgo e a Strasburgo. Sapete invece quanto grande è il dipartimento cultura presso la Commissione Europea a Bruxelles? Quanti uomini ci lavorano? Ventisette in tutto! Questa non è soltanto una cifra insignificante, questo è un segnale che questa Europa che sta sorgendo non è sulla buona strada.

Non intendo richiamare genericamente il concetto di cultura europea senza tracciarne il contenuto; voglio enunciarvi un punto determinante, senza il quale l’Europa non sarà quella che noi vorremmo: si tratta dei Diritti dell’uomo, formulati per la prima volta in Europa, da parte di popoli diversi, scritti, proclamati, diffusi attraverso la Rivoluzione francese. Noi li abbiamo denominati “Diritti fondamentali” e nella nostra Costituzione tedesca troviamo scritti al primo posto i “Diritti personali del cittadino”. Questi diritti non sono solo proclamati bensì essi sono appellabili direttamente davanti al giudice: si può, ad esempio, ricorrere al giudice affermando di essere stati lesi nel diritto fondamentale alla salute e denunciare lo stato, il Land ecc. È importantissimo che questi siano diritti positivi e che il diritto di un popolo li garantisca.

Di recente ero in Olanda a parlare con Hugo Degrot il quale affermava che a fondamento della Europa ci sono gli umanisti europei, come ad esempio l’italiano Benedetto Croce e altri, e che non possiamo permettere venga cancellato dalle discussioni su nazionalismo, economismo, euro e marco, ecc. Dobbiamo chiederci come sia allo stato attuale praticata l’osservanza dei diritti dell’uomo in questo continente perché solo attraverso il rispetto di essi questo continente diverrà in futuro più umano e vivibile.

Voglio concludere questi miei pensieri e riflessioni con un’ulteriore espressione di speranza per l’Europa richiamando ancora la Resistenza europea: per i diritti fondamentali dell’uomo la Resistenza europea ha combattuto nei vari paesi. Voi avete ascoltato le nostre rivendicazioni contenute nel volantino n°5: libertà di pensiero, libertà di fede religiosa. Per questi diritti sono morte migliaia di persone in tutta l’Europa, in Italia come anche in Germania.

In questo secolo abbiamo posto le basi per una Europa migliore attraverso il processo difficile e drammatico della Resistenza europea. Oggi non dobbiamo comportarci come se questo passato fosse superato: in Germania oggi questo certamente non accade. Il 27 gennaio, due settimane fa, è stata istituita per la prima volta in Germania, una giornata nazionale di commemorazione di tutte le vittime del nazionalsocialismo. Non dobbiamo dimenticare!

Vorrei ancora aggiungere due considerazioni: non si sa molto della Resistenza tedesca, gli stessi tedeschi per venti, trent’anni non ne hanno quasi parlato a causa della cattiva coscienza per aver voluto seguire Hitler. Oggi le cose sono cambiate ed io posso fornire a voi dati storici raccolti da qualche anno a questa parte. La Resistenza tedesca non è stata così piccola come si potrebbe supporre e ci risulta il contrario dalle dalle cifre che ci provengono dall’Istituto di Storia contemporanea di Monaco. I nazionalsocialisti ed i loro alleati uccisero più di 130.000 tedeschi, rinchiusero alcune centinaia di migliaia di persone in campi di concentramento, penitenziari, carceri sottoposero ad interrogatori della Gestapo più di un milione di persone.

Nel 1933 si contavano in Germania 66 milioni di abitanti .
La Gestapo torturò Sophie Scholl per quattro giorni, dal 18 al 21 febbraio 1943. Sophie Scholl era la persona più forte all’interno del gruppo della Weisse Rose, la più determinata, la più sincera e la più attiva. Era una giovane donna e fu ghigliottinata a ventun anni. Il cappellano del carcere che la vide poco prima dell’esecuzione testimonia che era senza paura, calma. L’uomo della Gestapo che conduceva l’interrogatorio le chiese alla fine: “Signorina Scholl, non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la Resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?”, e lei rispose: “No, al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!”

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Note

[1] Franz Josef Mueller è l’attuale presidente della fondazione “Weisse Rose”, fondata nel 1986 a Monaco di Baviera da componenti e superstiti del gruppo e da parenti e amici dei membri giustiziati. Vicepresidenti sono: Anneliese Knoop-Graf e Marie Luise Schultze -Jahn. Obiettivi della Fondazione, alla quale tutti possono aderire, sono:

1) Diffondere la conoscenza della Rosa Bianca attraverso mostre e pubblicazioni,
2) promuovere la ricerca di fonti e notizie in archivi,
3) creare un luogo di informazione e documentazione nonché un archivio della Rosa Bianca,
4) Curare i contatti con insegnanti e alunni delle scuole attraverso relazioni e discussioni presso tutte le istituzioni culturali,
5) Cooperare – soprattutto con il Goethe Institut – per diffondere all’estero la conoscenza della Rosa Bianca e promuovere uno studio differenziato della storia tedesca,
6) Collaborare con gruppi e istituzioni – soprattutto ebraiche – che operano contro il razzismo e ogni forma di intolleranza.

[2] La registrazione della conferenza è avvenuta in data 5 febbraio 1996 all’Auditorium di Belluno. La presenza di Franz Josef Mueller a Belluno è avvenuta in concomitanza con la Mostra sulla “Rosa Bianca” – “Die Neinsager” Tedeschi contro Hitler, ospitata presso il Liceo Classico “Tiziano” di Belluno, dall’ 1.2 al 18.2. 1996. (Deregistrazione, traduzione e adattamento di Giovanna Padovani)

[3] I testi dei volantini della Rosa Bianca sono contenuti nell’opuscolo della Mostra: La rosa Bianca: La resistenza degli studenti contro Hitler, Monaco 1942/43. L’opuscolo può essere richiesto presso la Biblioteca civica di Belluno

[4] Franz J. Mueller fu processato nel secondo processo ai membri della Rosa Bianca, tenutosi il 19 aprile 1943 a Monaco. I tre principali accusati di alto tradimento, poi condannati a morte, erano Alexander Schmorell, Willi Graf e il prof. Kurt Huber, F.J. Mueller venne condannato a pena detentiva, assieme ad altri 11 amici “per aver diffuso volantini e non aver denunciato, per quanto a conoscenza, l’impresa di alto tradimento”.


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