Maria Peron, l’infermiera dei partigiani

27.06.2021 – Racconti della Resistenza

Maria Peron, l’infermiera dei partigiani
(Foto di Wikimedia Commons)

Si ringrazia Laura Quagliolo per aver fornito la documentazione su questa donna coraggiosa, pronta a mettere al servizio di persone in pericolo le sue capacità di infermiera.

Nata nel 1915 in provincia di Padova, Maria Peron ebbe un’infanzia difficile, segnata dalla morte del padre nella prima guerra mondiale.

Nel 1942 prese il diploma di infermiera presso l’ospedale Niguarda di Milano, dove rimase a lavorare come addetta alla sala operatoria, mestiere che visse come una vocazione, sostenuta anche dalla sua fede cattolica. Dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Resistenza.

Ecco il suo racconto, tratto da una comunicazione da lei letta a Radio Verbania Libertà il 1° maggio 1945: “Poco dopo l’8 settembre 1943 avevo già fatto la mia scelta: stare dalla parte dei più deboli. I primi di essi che incontrai e che avevano immediato bisogno di aiuto furono gli ebrei: così mi trovai a far parte di un’organizzazione clandestina che si incaricava di salvare gli ebrei che come falsi malati venivano fatti ricoverare al Niguarda e da lì attraverso la nostra organizzazione accompagnati in Svizzera.

Cominciammo poi con i politici detenuti nel carcere di San Vittore; l’organizzazione clandestina del carcere doveva riuscire a far venire la febbre alta a questi detenuti; il medico del carcere – uno dei nostri – ordinava il ricovero all’ospedale, noi insieme al Gap di Mario Sangiorgio facevamo il resto e il detenuto riacquistava la libertà e passava tra i partigiani”.

L’organizzazione clandestina di Niguarda comprendeva suore, dottoresse, medici, infermiere ed infermieri.

Il 5 maggio 1944, mentre con altre colleghe stava organizzando la fuga di un partigiano ricoverato, venne scoperta dai questurini fascisti; Maria riuscì a sottrarsi alla cattura calandosi da una finestra dell’ospedale e a riparare in Val d’Ossola, unendosi alla formazione garibaldina “Val Grande Martire”.

Compresi immediatamente la necessità di creare un servizio sanitario che, tenendo conto dell’ambiente e delle limitate possibilità, fosse più igienico e più rispondente alle necessità dei feriti e degli ammalati. (…)

Riuscii a prendere contatto con alcuni medici di Intra dai quali potei avere lo stretto indispensabile per il mio pronto soccorso e alcuni strumenti chirurgici; da enti, da privati, da religiosi, da persone comuni cominciò a giungere materiale sanitario. Così giorno dopo giorno, in poco tempo riuscii a mettere insieme un centro di pronto soccorso in grado di far fronte alle necessità della formazione. 

Sempre senz’armi e accompagnata da un partigiano presi a far visite periodiche ai vari distaccamenti disseminati lungo tutta la Val Grande e a dare l’assistenza medica sul posto, sia ai partigiani che agli alpigiani; la clientela non mi mancava affatto“.

Era riuscita persino ad effettuare con successo una laparatomia (un’incisione chirurgica dell’addome che consente l’accesso agli organi interni) in un fienile, con pochi ferri, senza guanti, e a lume di candela.

Era sempre lei che, durante i rastrellamenti, riusciva a portare in salvo i feriti che le venivano affidati.  Non faceva mancare le sue cure neppure ai fascisti e ai nazisti catturati. Indossava una divisa ricavata da un equipaggiamento militare sulla quale aveva cucito una grande croce rossa e portava sempre con sé la sua borsa di pronto soccorso.

Dopo l’estate del ‘44 Maria Peron fu presente alla nascita della Repubblica dell’Ossola, il 10 settembre 1944, un esempio di un territorio liberato che veniva gestito democraticamente dagli italiani, ma che durò solo 40 giorni; in seguito ci fu la ripresa della lotta nel durissimo inverno 1944/45, affidata ai garibaldini  dell’Ossola sulle sponde del Lago Maggiore, sopra Verbania, Cannero e Cannobio.

A Natale del 1944 la fama di Maria era tale che sulla prima pagina sul numero speciale della “Stella Alpina”, il giornale dei garibaldini tra la Valsesia e l’Ossola, apparve un suo profilo in cui l’articolista la definiva un’«eroina garibaldina».

Finì la sua attività partigiana come medico di brigata.

Morì nel 1976. La città di Verbania – dove visse nel dopoguerra – le ha anche dedicato una scuola.

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