Teoria e pratica delle rose: una best practice critica del capitalocene

15.06.2021 – Annalisa Laudicella 

Teoria e pratica delle rose: una best practice critica del capitalocene

Quest’anno ho fatto il primo esperimento di semina delle rose, andato a buon fine con 55 piantine superstiti di cui molte si stanno già preparando alla fioritura.

Uno tra i fiori da giardino più ricercati, sui quali i profitti dati dalla sua commercializzazione sono tra i più alti e la ricerca continua di nuovi ibridi con caratteristiche particolari impegna ancora moltissimi appassionati (e interessati ad ottenere i brevetti).

Io rimango della mia idea: dalle piante abbiamo un mondo da imparare e trovo assolutamente sconsigliabile l’acquisto continuo di piante da parte di chi non riesce a far crescere neppure le infestanti, per pura bellezza di arredamento, contribuendo a questo consumismo continuo che termina con la pianta buttata in mezzo alla strada. In realtà trovo sconsigliabile l’acquisto in generale (se non per casi specifici di piante con particolari caratteristiche) perché ci priva del momento riproduttivo che è quello in cui più facilmente entriamo in sintonia con le diverse esigenze che ognuna di loro ha e impariamo a conoscerle. È l’unico modo che azzera gli sprechi, vistosi invece nell’attuale sistema produttivo e distributivo, ad esempio utilizzando i rami della potatura per ottenere nuove talee e nuove piante. Incentiva inoltre, anteponendo all’acquisto la relazione tra persone, lo scambio sia di piante che di informazioni sulla coltivazione.

Ci dà il rispetto per tutto ciò che altrimenti considereremmo inerte, il senso dell’equilibrio, della corretta alternanza delle stagioni, degli squilibri che può comportare anche una sola giornata con temperatura anomala rispetto alla stagione sulle colture e che il clima sia sempre più instabile proprio a causa dell’impatto che industrie, allevamenti e colture intensive, diserbanti, inceneritori, cementificazioni selvagge etc. hanno sull’ambiente.

Ci ricongiunge alla natura, dalla quale proveniamo anche se sembriamo più i suoi figli rinnegati.

Ci dà il senso della misura, ormai compromessa dalla sovrabbondanza innaturale dei supermercati che ci sta addomesticando e instupidendo sempre di più, tutti vittime dell’alienazione da consumo.  Questo modello garantisce profitti molto più alti alle imprese. E impoverisce l’immaginario di noi tutti che a priori ci consideriamo non in grado di fare certe cose che erano alla base della vita quotidiana dei nostri antenati, oppure le consideriamo inutili, lontano da noi l’istinto di osservare e mettersi in gioco. Studiare è inutile se poi non si mette a verifica con la pratica quanto si è appreso, per confermare o smentire la teoria iniziale.

Non ci siamo lasciati alle spalle solo fatiche (per abbracciare la precarietà strutturale) ma anche conoscenze di cui tra poco nessuno avrà più memoria.

Per santificare una manciata di decenni di progresso industriale-tecnologico che ci sta portando alla rovina del pianeta, abbiamo totalmente disconosciuto millenni di progresso sociale, senza neanche rendercene conto perché le nostre vite sono così brevi rispetto al tempo dell’uomo sulla terra che scambiamo la realtà con ciò che è artificiosamente costituito intorno a noi nel “nostro” lasso di tempo e gli attribuiamo carattere fisso, immodificabile.

Magari in queste foto voi vedete solo delle rose, io ci vedo la vita in tutto il suo ciclo. E penso che se vi piacciono le piante e volete aprire una porticina sulla natura fuori dalla TV, dovreste prima piacere a loro, acquistandole (o meglio ancora riproducendole) per farle vivere. Non il contrario.

Ovviamente dietro la provocazione c’è in realtà l’invito a partecipare a questo fantastico mondo che la natura ha da offrirci, e a farlo non in modo invasivo ma con rispetto, lasciandovi coinvolgere.

Chi ha da ridire con argomenti idioti gli vengo a piantare il sommacco di notte in giardino

Ps. Anche le più odiose infestanti, come quella appena citata, un tempo venivano valorizzate e non considerate inutili: un mio prozio usava il sommacco per tingere le pelli dopo averle conciate. Discorso simile per quanti oggi tagliano il salice perché invasivo, i cui rami sono di una flessibilità tale che li rende ottimi per legare, fare ceste, addirittura costruzioni imponenti “vive”. Questo per dire che la munnizza la produce l’uomo, non la natura, e tutto quello che è naturale sta in equilibrio e si autoregola, sbaglia l’uomo quando pensa di poter sfruttare la terra rompendo questo equilibrio e pretendendo maggiori diritti e risorse di quelle che invece ha a disposizione, e riducendo i diritti delle altre specie animali e vegetali che vivono sul pianeta, oltre che quelli delle nostre generazioni future. Lo stesso uomo che già dal XVII sec parlava di costituzioni e di necessaria limitazione della libertà come tutela in sé della libertà, “la mia libertà finisce dove la tua inizia”, infischiandosene sonoramente di chi stava sotto, o non rispondeva ai parametri di uomo, bianco, ricco, non schiavo. Cambiano i soggetti/oggetti della sottomissione ma la relazione è sempre la stessa, c’è chi sfrutta e chi è sfruttato.

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