L’ultima statua di Franco: la rimozione di un simbolo

È stata abbattuta a Melilla l’ultima statua di Francisco Franco ancora esistente come parte di un processo di giustizia e memoria storica complesso per la Spagna odierna

23 febbraio scorso è stata abbattuta l’ultima statua ancora esistente in terra spagnola che rappresentasse il dittatore fascista Francisco Franco. Si trovava nell’enclave di Melilla, e la sua storia è tanto complessa quanto discussa.

Il monumento era stato costruito fuori tempo massimo: era il 1978, tre anni dopo la morte di Franco. Con l’inizio dei lavori per l’installazione si sollevarono anche le prime polemiche, dirette in particolare all’evento che la statua intendeva commemorare. Nel 1921 Francisco Franco in qualità di comandante della Legión aveva contribuito alla difesa della roccaforte di Melilla sotto attacco da parte dei soldati berberi di Abd el-Krīm che lottavano contro l’espansionismo spagnolo nella regione del Rif.

Lo smantellamento della statua è avvenuto invece in un clima più unitario. Lunedì 22 febbraio l’assemblea governativa di Melilla ha votato per la demolizione, effettuata celermente il giorno successivo. Il Governo di Melilla ha celebrato pubblicamente la rimozione come un atto storico. Unica voce in senso opposto quella dei membri del partito di estrema destra Vox, che si sono dichiarati completamente contrari alla proposta, definendo la statua un bene culturale parte della storia di Melilla. In quanto bene culturale, secondo i membri di Vox, la statua sarebbe stata esente dalla Ley de Memoria Histórica, la legge sulla memoria storica che impone la rimozione di tutti i simboli legati al franchismo, inclusi monumenti e intitolazioni di strade.

Questa legge datata 2007 ha visto una sua applicazione in tempi ben più recenti, in un processo lento ma che ha permesso la rimozione di più di mille riferimenti celebrativi al periodo della dittatura franchista. Nel caso di Melilla, il Governo di coalizione che guida il territorio spagnolo oltremare aveva espresso la volontà di abbattere il monumento nel luglio 2019, ma solo lo scorso 28 gennaio la Commissione per l’istruzione, la cultura, le celebrazioni e l’uguaglianza dell’Assemblea ha approvato la proposta.

Questi eventi riportano alla mente ciò che accadeva poco meno di un anno fa, nel giugno 2020, in contesti differenti e con diversi presupposti ma con effetti simili. Dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un agente di polizia a Minneapolis, negli Stati Uniti, le proteste e il dibattito sollevati dal movimento Black Lives Matter avevano anche preso di mira le statue di Cristoforo Colombo: a Richmond in Virginia e a Minneapolis sono state abbattute, a Boston e Miami vandalizzate assieme a monumenti dedicati a schiavisti, politici e generali sudisti. Il comune denominatore di queste figure era la loro associazione a un passato coloniale e razzista degli Stati Uniti, ma non solo. Ci sono stati casi anche in Belgio, dove numerose statue del re Leopoldo II sono state deturpate e coperte di vernice rossa a richiamare il sangue versato dal suo governo nel Congo. Anche nel Regno Unito si sono verificati casi di questo tipo, con attacchi rivolti a statue di esponenti del colonialismo vittoriano. A Milano, nello stesso periodo, era stata imbrattata con vernice rossa la statua di Indro Montanelli per il suo matrimonio con una bambina eritrea.

Questi contesti sono certamente molto diversi da quello spagnolo. Da un lato c’è la rivolta, un’azione “di pancia” da parte di una popolazione, dall’altra la legge, un’azione che risponde alle normative statali. C’è però in entrambi i casi una voglia di chiudere i conti con un passato, quello spesso travagliato e un po’ oscuro che circonda la nascita dei Paesi moderni. La lezione che si può trarre dalla storia è che se oggi viviamo un mondo che ha certe forme queste dipendono da ciò che è accaduto in passato: comprendere questo passaggio, questa trasformazione da ciò che è stato a ciò che è presente può permettere di elaborare delle prospettive per il futuro.

Eppure, di fronte ad alcune manifestazioni di un passato percepito come più buio, è difficile rimanere impassibili. Di fronte al colonialismo e alle oppressioni sarebbe più facile cancellare completamente il passato, rifiutandolo, destinandolo all’oblio.

La via scelta dalla Spagna si colloca a metà tra questi approcci: una rimozione, sì, di una certa celebrazione del passato, ma consapevole e con uno sguardo al futuro.

Di Giacomo Rosso

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