Le mille e una scoria 4 – La maledizione del Deposito unico

23.02.2021 – Giorgio Ferrari

Le mille e una scoria  4 – La maledizione del Deposito unico
Fusti di scorie radioattive (Foto di Archivio Pressenza)

Secondo il Dlgs 31/2010 per Deposito Nazionale si intende “il deposito nazionale destinato allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività … ed all’immagazzinamento, a titolo provvisorio di lunga durata, dei rifiuti ad alta attività e del combustibile irraggiato…”. Basterebbe questa definizione a rendere l’idea di come sia stata resa incomprensibile la questione dei rifiuti radioattivi nel nostro paese. Che vuol dire infatti “ a titolo provvisorio di lunga durata” e i rifiuti ( di bassa, media e alta attività) stanno tutti insieme oppure no? Come ammoniva Quelo in una delle sue gags: “La risposta è dentro di te. E però, è sbagliata.”

Intanto occorre aver chiaro che nella normativa internazionale un sito di “smaltimento” è un luogo dove si effettua la definitiva sistemazione dei rifiuti, mentre in un sito di “immagazzinamento” i rifiuti permangono solo temporaneamente, ma mentre non è raccomandabile smaltire rifiuti in un sito le cui caratteristiche risultano adeguate per il solo immagazzinamento, niente impedisce il contrario, ovvero che in un sito di smaltimento siano immagazzinati temporaneamente rifiuti da destinare successivamente allo smaltimento.

In aggiunta a ciò va precisato che con la nuova classificazione dei rifiuti radioattivi del 2015, quelli a media attività sono stati suddivisi in due sottogruppi, il più “pericoloso” dei quali subisce lo stesso trattamento dei rifiuti ad alta attività e quindi non sarà smaltito, ma immagazzinato insieme a questi.

Dove? Nello stesso sito destinato ad ospitare tutti i rifiuti, ma in due edifici distinti: uno per quelli a bassa e bassissima attività, ed uno per quelli ad alta attività insieme alla parte più “pericolosa” di quelli a media attività. Il primo edificio è alto dieci metri e una volta pieno, verrà ricoperto di terra ed altri materiali; il secondo invece è alto 20 metri e resterà in funzione fino a quando non sarà disponibile un deposito geologico (dove non si sa), presumibilmente entro 50 anni.

Dunque il Deposito nazionale è da intendersi “unico” non solo perché è previsto di costruirne uno per tutto il territorio nazionale, ma anche perché raggruppa nello stesso sito rifiuti a bassa, media ed alta attività. Questa “unicità” è oggetto di decise contestazioni: si sostiene, ad esempio, che invece di spostare tutti i rifiuti in un solo luogo, con l’evidente conseguenza di effettuare innumerevoli e rischiosi trasporti di materiali radioattivi, sarebbe meglio mettere in sicurezza i siti dove attualmente si trovano le scorie. Un’altra contestazione riguarda la soluzione ipotizzata che rappresenterebbe una anomalia nel panorama internazionale in quanto raggruppa insieme rifiuti di bassa attività con quelli di alta attività che invece, secondo le raccomandazioni IAEA, andrebbero sistemati in un deposito geologico. A parte il fatto che la soluzione del deposito di superficie unico per tutti i rifiuti era stata individuata fin dal 1999, per cui appare singolare che alcune organizzazioni ambientaliste la critichino solo oggi, non si può dire che le succitate contestazioni siano prive di fondamento: purché tengano conto della situazione reale in cui si trovano i rifiuti radioattivi. Attualmente questi sono distribuiti in 18 località (comprese le 4 centrali nucleari), di cui più della metà ospita rifiuti di bassa e bassissima attività, mentre in 4 località, insieme a questi, sono presenti anche rifiuti di alta e media attività: Saluggia; Casaccia; Trisaia; Ispra (quest’ultimo in fase di decommissioning). Dunque quella situazione anomala che si verrebbe a creare con il Deposito unico, è in realtà già operante in 4 località del nostro paese da più di trenta anni e, qualora si optasse per il prolungamento della loro attività, significherebbe che Saluggia, Casaccia e la Trisaia diverrebbero i siti collettori di tutti i rifiuti radioattivi presenti in Italia. In questo modo è vero che si ridurrebbe il numero degli spostamenti dei rifiuti rispetto alla soluzione del Deposito unico, ma si moltiplicherebbero per tre tutti gli altri problemi, e cioè messa in sicurezza, sorveglianza e manutenzione degli impianti/depositi. In realtà le cose sono ancora più complicate perché queste località non sono state selezionate sulla base di quei criteri tecnici, scientifici e socio-ambientali che si applicano ai siti di stoccaggio e quindi sono costantemente a rischio di incidente: il sito di Saluggia, esposto agli straripamenti della Dora Baltea, ne è l’esempio più noto ma non tutti sanno che, oltre al problema della Dora, c’è quello delle acque di falda la cui quota massima riscontrata è di 170,60 m s.l.m, mentre il rilevato su cui poggiano i depositi dei rifiuti si trova a quota 171,80 m, vale a dire appena 1, 2 metri più in alto! Tuttavia, si dice, si potrebbero migliorare le loro condizioni di sicurezza, ma a ciò si oppongono tre ordini di motivi: il primo è che qualunque intervento di tipo ingegneristico non potrebbe modificare le loro caratteristiche idro-geologiche che ne fanno siti non adatti ad ospitare rifiuti nucleari; il secondo è che gli eventuali nuovi depositi sarebbero comunque temporanei sia per i rifiuti di bassa attività (per i motivi suddetti), sia per quelli ad alta attività che in ogni caso dovrebbero essere destinati ad un deposito geologico; il terzo motivo è che in questi siti non c’è spazio per ospitare adeguatamente la massa di rifiuti proveniente da altri siti, né gli impianti necessari al loro trattamento. Maledetta dunque è la sorte di questi rifiuti, come maledette sono le loro origini, segnate dall’insidia e dal mistero che da sempre le accompagnano, come è il caso delle barre di Elk River che giacciono in Trisaia da quasi cinquanta anni. Chi le portò, perché e come son giunte fino a noi? Sarà un racconto da mozzare il fiato e perciò meglio riposare la mente, almeno per una notte.

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