Zaki, lo scrittore egiziano Al Aswani: «Il regime di Al Sisi è come una malattia, ma noi dobbiamo sperare per Patrick»

EGITTO

L’autore di Palazzo Yacoubian e di un nuovo saggio sulle dittature commenta il caso dello studente dell’Università di Bologna: il presidente egiziano lo sta usando per mandare un messaggio

di Marta Serafini

Zaki, lo scrittore egiziano Al Aswani: «Il regime di Al Sisi è come una malattia, ma noi dobbiamo sperare per Patrick»

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«Quando una rivoluzione non riesce ad eliminare un regime, questo diventa come una tigre ferita che sbrana e attacca». Sono passati pochissimi minuti da quando è arrivata la notizia che la detenzione preventiva di Patrick Zaki è stata prolungata di altri 15 giorni e lo scrittore egiziano Ala al-Aswani, autore tra gli altri di «Palazzo Yacoubian», tuttora il romanzo più venduto nel mondo arabo, risponde al telefono da New York dove vive dopo essere stato costretto ad abbandonare il suo Paese.

Generalmente la detenzione preventiva veniva rinnovata di 45 giorni, oggi questa notizia che secondo alcuni apre una speranza per la liberazione dello studente dell’Università di Bologna arrestato un anno fa. Come dobbiamo leggere questa decisione?
«Le carceri egiziane sono stracolme di oppositori tenuti prigionieri con questo sistema. La detenzione preventiva dovrebbe servire ad evitare un inquinamento delle prove. Invece in Egitto – così come in altri Paesi – viene usata come punizione. Molti miei amici sono in prigione, come Patrick, senza essere stati messi sotto processo. Inoltre è “prassi” che la detenzione preventiva venga rinnovata per due anni e scaduto questo termine la persecuzione ricominci da capo senza che il prigioniero venga mai processato. Dunque è difficile dare una lettura perché non c’è nulla di razionale in tutto ciò».

«La dittatura, racconto di una sindrome» (Feltrinelli)

Nel suo ultimo libro «La dittatura, racconto di una sindrome», pubblicato da Feltrinelli lei scrive che le vittime dei regimi sono di più di quelle del coronavirus. Siamo tutti malati?
«Nelle carceri di Al Sisi soffrono 60 mila oppositori – o almeno questo è il numero che abbiamo ma potrebbero essere molti di più. Ma non sono solo loro le vittime di questa persecuzione. Ogni prigioniero ha una madre, un padre, un fratello che pure soffrono pene terribili, come racconta anche la madre di Zaki in una lettera che avete pubblicato. Alla fine siamo tutti vittime di quell’oppressione e di quel regime».

Il regime è Abdel Fattah Al Sisi?
«No un regime non è mai composto da una sola persona. I militari hanno il potere in Egitto e Al Sisi è il volto di questa dittatura. La dittatura di Al Sisi è la più repressiva che l’Egitto abbia mai conosciuto. Peggio di Mubarak, peggio del consiglio militare, peggio degli islamisti. Persino peggio di Nasser, stando a quanto mi è stato raccontato. E questo si spiega perché quando una rivoluzione non riesce a rovesciare una dittatura questa diventa come una tigre ferita che attacca per sopravvivere chiunque gli capiti a tiro».

Il presidente francese Emmanuel Macron ha consegnato la Legion d’onore ad Al Sisi. L’Italia ha venduto all’Egitto armi per 1,2 miliardi di euro. Cosa dovrebbe fare l’Occidente e l’Europa?
«I governi occidentali si muovono solo sulla base dell’interesse economico. Non riescono più a difendere i valori sui quali sono basati ed è per questo che sono in crisi. Contemporaneamente tutta la parte non governativa della società — i giornalisti, gli intellettuali, gli attivisti, gli artisti e tutta l’opinione pubblica — hanno il dovere di continuare a fare pressione sui propri leader affinché rispettino quei valori fondanti. Ed è una questione di sopravvivenza non di altruismo».

L’elezione di Joe Biden può rappresentare una speranza per il mondo arabo?
«Non è tanto la sua elezione che mi fa sperare. Non credo che gli Stati Uniti cambieranno, ad esempio, rapporti con l’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman perché gli interessi economici sono troppo forti. Quello che mi fa sperare è il partito di appartenenza di Biden, il partito democratico che per sopravvivere deve far rispettare determinati valori. Sono ottimista, nel senso che immagino vedremo qualche differenza».

Cosa crede che succederà a Patrick Zaki?
«Al Sisi usa il suo caso e quello di molti altri per mandare un messaggio al mondo e all’Europa. Sta dicendo: “io faccio quello che voglio, non mi curo di voi e delle vostre minacce”. Dunque è difficile pensare che cambierà linea. Ma sono sicuro che Zaki uscirà dal carcere. Ed è nostro dovere continuare a sperare».

Fonte: Corsera on line

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