Lidia Menapace. Scompare una voce libera e per me umana con un comune amico

Lidia non la conoscevo di persona ma assistevo non volendo alle sue lunghe telefonate all’amico comune Fausto Concer, consigliere comunale gravemente malato e poi deceduto , che mi dava ospitalità in casa sua, coi genitori, oltre 10 anni fa. Lo trovavo contento dopo quelle chiamate telefoniche. Avevano il sapore del conforto per le mille difficoltà che doveva affrontare nella distretta. Una mano amica. Non c’erano solo lei mie. Diamo spazio alla sua intervista dell’epoca per un ricordo di un Amico. All’epoca ero un protestante. E non conoscevo nemmeno gli Hutteriti.

Oggi gli hanno dedicato il nome della Federazione del PRC del capoluogo di Regione: peccato che le ragioni della nonviolenza di quella epoca dell’allora Segretario Bertinotti siano scomparse e diano posto solo all’odio verso tutto ciò che non è politicamente comunista. Hanno sbagliato oggi la scelta per essere futuro. All’epoca ero invece un iscritto come lui a quel partito. Con grande soddisfazioni per le prime tesi congressuali sulla nonviolenza.

Lidia Menapace. Scompare una voce libera

 di Redazione

 07 dicembre 2020

«Dobbiamo uscire da questo virus e far ripartire la politica», ricordava lo scorso 25 aprile la partigiana e intellettuale novantaseienne Menapace, già fondatrice de il Manifesto, attivista per la pace e per lungo tempo collaboratrice della rivista Confronti

«Cos’ho imparato dalla Resistenza? A convivere con la paura e a superarla», così affermava dalla sua casa di Bolzano lo scorso 25 Aprile (interpellata dal quotidiano la RepubblicaLidia Menapace, partigiana nata a Novara nel 1924, femminista, ex senatrice di Rifondazione comunista (ultimamente vicina alle lotte di Potere al popolo) e scomparsa oggi, aveva novantasei anni.

«Dobbiamo uscire da questo virus e far ripartire la politica», diceva alla giornalista Giovanna Casadio.

Difficile riassumere il pensiero, il lavoro teorico e le pratiche suggerite e regalate per oltre sessant’anni da un’attivista femminista qual è stata Lidia (Brisca) Menapace. «Una anticipatrice: questa forse la caratteristica più nitida ed esclusiva del suo lavoro» – scrivono sull’Enciclopedia delle donne Monica Lanfranco e Rosanna Pesenti -.

La prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato, come strumento fondamentale contro il sessismo:

«[…]Poiché ho ribattuto – sosteneva Menapace – che possiamo cominciare a sessuare il linguaggio nei miliardi di volte in cui si può fare senza nemmeno modificare la lingua, e poi ci occuperemo dei casi difficili, ecco subito di nuovo a chiedermi perché mai mi sarei accontentata di così poco. Se è tanto poco, dicevo, perché non si fa?

Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è, infatti, il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare a essere dette con il proprio nome di genere (dalla prefazione a Parole per giovani donne, 1993)».

«Menapace – proseguono Lanfranco e Pesenti – ci ha regalato la definizione più suggestiva del Movimento delle donne, osservando che è carsico come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza».

Suo lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”.

Negli anni dirompenti del Movimento femminista ha suggerito il riconoscimento come fondamento della relazione politica tra donne, ricordando che “Il processo della conoscenza-riconoscimento-riconoscenza non è né meccanico, né facile: richiede volontà, efficacia e anche strumenti, persino istituzioni ad hoc” e successivamente ha proposto la Convenzione, cioè un patto paritario per comuni convenienze, come forma politica per la costruzione di pratiche e azioni condivise, efficace senza essere mortificante per la molteplice soggettività propria dell’essere donna e del Movimento stesso».

Nell’Unione donne italiane (Udi), ha guidato la stagione politicamente più creativa contribuendo all’uscita dell’associazione dallo stallo generato dall’XI Congresso, «Attraverso l’innovazione delle forme politiche nelle responsabilità condivise, proponendo un Patto tra pensieri politici teoricamente incomponibili e promuovendo la formazione del gruppo nazionale, domiciliato al Buon Pastore occupato, allora cuore storico del femminismo, che prendeva il nome da quella Scienza della vita quotidiana, frutto dell’elaborazione politica raccolta per la prima volta nel libro Economia politica della differenza sessuale».

Tra i libri di Lidia Menapace ricordiamo Io partigiana. La mia resistenza uscito per Manni editore.

Un volume nel quale Menapace, ripercorre la sua vita come staffetta partigiana e racconta la sua esperienza nella Resistenza, «attraverso i grandi eventi storici e gli episodi di eroismo personale e collettivo. La tessera del pane e i bombardamenti, la solidarietà tra famiglie e le fughe in bicicletta, la distribuzione dei giornali clandestini e la paura dei posti di blocco dei nazifascisti, la consegna dei messaggi in codice imparati a memoria, l’aiuto prestato a un giovane ebreo nella fuga in Svizzera, i libri sui sindacati letti di nascosto, lo studio al lume di candela durante il coprifuoco… E poi, la presa di coscienza graduale del valore politico della Resistenza, che ha posto le fondamenta teoriche e pratiche del progetto di una società solidale e partecipata il quale, se trovò un seguito forte nella Costituzione, fu poi tradito nella storia reale dell’Italia. Ma, come le scriveva in un bigliettino il generale Alexander, comandante delle forze alleate, “Lidia resiste”»; e ha continuato sino a oggi a combattere.

Lidia Menapace, cattolica, è stata per lungo tempo (soprattutto idealmente) collaboratrice (intervenendo sui temi della pace e della nonviolenza) del settimanale ecumenico Com Nuovi Tempi (diventato nel 1989 mensile di fede politica e vita quotidiana Confronti).

Sul tema della nonviolenza è noto il libro: Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo scritto insieme a Fausto Bertinotti e Marco Revelli. 

Certamente il libro che più le era più caro, la sua autobiografia: Canta il merlo sul frumento. Il romanzo della mia vita (sempre per Manni editore) nel quale Menapace ha raccontato la sua lunga vita che ha attraversato il fascismo, la prima e la seconda Repubblica, le stagioni delle lotte operaie e i movimenti studenteschi, il femminismo, le mobilitazioni pacifiste e per l’ambiente.

«È un romanzo di formazione: è la vicenda di una ragazza che cresce nel ventennio fascista, in una famiglia progressista e laica, e che per spontanea necessità interiore diviene antifascista e partigiana; e per tutta la vita proietterà i suoi modelli etici nell’impegno pubblico culturale e sociale», ricordava Menapace.

Menapace è stata molto attiva nei movimenti cattolici progressisti: dirigente della Democrazia Cristiana (prima donna assessora alla Provincia di Bolzano), ha vissuto la diaspora della sinistra Dc; docente all’Università Cattolica di Milano, fu allontanata per la sua dichiarazione di marxismo; ha partecipato alla nascita del quotidiano il manifesto dove vi ha collaborato a lungo; quando fu eletta senatrice con Rifondazione Comunista (e indicata come presidente Commissione Difesa, l’incarico non le fu concesso per le sue posizioni pacifiste); dal 2011 era entrata a far parte del Comitato nazionale dell’Anpi.

«La Resistenza non fu un fenomeno militare, come erroneamente qualcuno crede. Fu un movimento politico, democratico e civile straordinario. Una presa di coscienza politica che riguardò anche le donne». Lidia Menapace

Per conoscere il pensiero, la vita e le opere di Lidia Menapace, vi consigliamo la visione di questo video

Testimonianza di Fausto Concer

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Caro Maurizio,

tempo fa mi avevi chiesto di raccontarti della mia vita e del mio handicap, ma io non ho mai avuto il tempo di farlo. Di recente da parte di un ricercatore giapponese mi è stato chiesto di scrivere una relazione su scuola e handicap, sull’integrazione dei disabili nelle scuole, poiché lì da loro esistono ancora le scuole speciali (orrore!). Io, poiché sono partito dalla mia esperienza, spedisco il mio scritto anche a te.

Ciao

Fausto

Mi chiamo Fausto Concer, sono nato in Italia, a Bolzano, 32 anni fa, ho frequentato le scuole dell’obbligo (elementare e media), successivamente il Liceo Classico nella mia città natale, dove mi sono diplomato. Ora sono laureando in Filosofia all’Università di Bologna.

La peculiarità della mia storia scolastica, comune a moltissimi ragazzi italiani e sicuramente anche giapponesi, risiede nel fatto che sono un disabile fisico al 100%, in sedia a rotelle sin dall’ età di quattordici anni, ma con scarsissime possibilità di movimento sin da bambino, a causa di una malattia genetica. Il mio handicap, tuttavia, non ha costituito un particolare ostacolo nel mio iter scolastico; ho sempre frequentato scuole “normali”, ovvero con bambine e bambini, ragazze e ragazzi di tutti i tipi, senza mai essere confinato o ghettizzato nelle cosiddette “scuole speciali” (Besonders Schule, come vengono chiamate in Germania). Le “scuole speciali”, dove ancora in molti paesi del mondo vengono in maniera discriminatoria messi studentesse e studenti disabili, in Italia sono state abolite già da gli anni ‘70.

Non è dei miei risultati scolastici che intendo parlare, comunque sempre più che soddisfacenti, ma di come, nella mia esperienza, problemi oggettivi inerenti la disabilità (parlerò esclusivamente di disabilità motoria; non mi riferisco a problemi d’apprendimento) possano essere affrontati e superati brillantemente; di come le strutture scolastiche si possano adeguare; di come possano essere utilizzati personale e presidi, in grado di mettere anche le persone con disabilità nella condizione di studiare e svolgere il proprio lavoro come tutte le altre cosiddette “sane”, di apprendere e di svilupparsi intellettualmente e culturalmente al meglio.

Già dalla scuola elementare ho avuto a disposizione delle persone, gli “assistenti”, che mi aiutavano negli spostamenti, nel compiere determinate operazioni per me faticose — al tempo ancora camminavo, ma in malo modo e lentamente; la mia forza era già molto limitata — quali portare la cartella, muovere determinati oggetti, scrivere per un lungo periodo … Devo dire che in questo primo ciclo di studi, che in Italia dura  cinque anni, un ruolo fondamentale lo ha avuto la mia maestra di classe, la quale non solo non mi ha mai fatto pesare le mie innegabili difficoltà fisiche, ma mi ha sempre aiutato ad affrontarle e a superarle; ha fatto in modo che si creasse il miglior rapporto possibile con gli altri bambini e con le altre bambine, insomma è stata un sostegno fondamentale, come ogni buon insegnante, soprattutto in questi casi particolari, dovrebbe essere. Non favorendomi e non compatendomi mai, ha fatto in modo che non subissi quella discriminazione al contrario, in cui si rischia di cadere con atteggiamenti iperprotettivi; discriminazione che determina, anche in questo caso, un grado di separazione forte (e ingiusto) tra la persona disabile e gli altri componenti la classe, e fa in modo di non permettere mai una reale integrazione. Sin dalle prime classi delle elementari ho avvertito una difficoltà ed una fatica abbastanza grandi e via via crescenti nello scrivere. Per ovviare a questo problema e mettermi nelle condizioni di stare al passo con il resto della classe, oltre a farmi scrivere parte degli appunti e dei compiti dai miei compagni  (peraltro sempre molto disponibili), sono stato avviato, da subito, all’uso della macchina da scrivere (il computer ancora non era utilizzato). A questo scopo mi è stata messa a disposizione un’insegnante che mi addestrasse e alcune ore della settimana erano dedicate a questo lavoro. Un altro elemento fondamentale per la mia completa integrazione nella scuola elementare è stata il poter svolgere tutte le attività, anche quelle ludiche e ricreative, assieme ai miei compagni di classe. Per esempio le gite scolastiche, durante le quali ero accompagnato spesso da mia madre e, soprattutto negli ultimi anni, quando le difficoltà andavano aumentando, da  assistenti che m’aiutavano ad adempiere alle mie necessità.

Dopo la scuola elementare, come detto, ho frequentato tre anni di scuole medie. Qui le difficoltà sono state maggiori: innanzitutto per l’aggravamento progressivo della mia malattia che in terza media, tra i 13 e i 14 anni, ha determinato la mia totale impossibilità di camminare e quindi mi ha costretto a far uso della sedia a rotelle, poi perché l’adolescenza, come ben si sa, è un’età molto difficile, ed i problemi e i turbamenti psicologici sono assai acuti. L’adolescenza è un’età difficile per tutti; lo può essere ancor di più per una persona in situazione di handicap. Anche in quest’ordine di scuola mi sono state fornite delle assistenti, che oltre che di me si occupavano di altri ragazzini con problemi (a volte anche più gravi dei miei, trattandosi di handicap mentali); inoltre, mi veniva a prendere e a riportare a casa un pulmino. A scuola le assistenti mi aiutavano negli spostamenti, soprattutto al di fuori della classe, ad esempio durante le gite scolastiche, ed insieme a loro proseguivo nell’apprendimento della dattilografia e dell’uso della macchina da scrivere, poiché nel frattempo la scuola mi aveva fornito di una macchina da scrivere elettrica. Oramai tutti i compiti in classe li svolgevo con questa. Mi era stato fornito inoltre un tavolo particolare, più spazioso e regolabile in altezza, che sostituiva il banco, ed una sedia più comoda per alzarmi e sedermi, questo sinché m’è stato possibile farlo autonomamente. Riguardo i problemi psicologici di cui accennavo prima, dati dall’età, dalla mia disabilità, e dal conseguente rapporto con gli altri componenti la classe, la mia famiglia aveva fatto in modo che venissi seguito da uno psicologo e che questi entrasse in contatto e collaborasse anche con i miei docenti. Pure gli esami di licenza media, che si affrontano allo scadere del terzo anno, li ho potuti affrontare con tutti gli ausili che mi erano stati messi a disposizione per tutto il percorso scolastico, così, ad esempio, il tema di italiano e quello di seconda lingua, tedesco, li ho scritti con la mia macchina da scrivere elettrica. Anche durante questa esperienza non ho usufruito, ovviamente e giustamente, di alcun tipo di favoritismo, ma i professori, chi più chi meno, hanno tenuto conto delle particolari esigenze che incontra una persona con disabilità (come, in realtà, bisognerebbe fare nei riguardi di ogni individuo, con disabilità o no) per cui, ad esempio, se facevo lunghi periodi d’assenza dovuti a problemi legati alla mia condizione, mi davano il tempo e il modo di recuperare.

I primi otto anni di scuola, dai 6 ai 14 anni, sono nella legislazione scolastica italiana “scuola dell’obbligo”, quindi non solo si è chiamati obbligatoriamente a frequentare le scuole elementari e le scuole medie, ma lo Stato deve mettere gli studenti nelle condizioni di farlo, rimuovendo gli ostacoli che impediscono o intralciano la normale attività. Tuttavia anche successivamente, nelle scuole chiamate superiori, lo Stato è chiamato ad eliminare ogni barriera che impedisca il corretto svolgimento delle medesime, che ostacoli l’accesso al sapere e alla cultura. Il diritto allo studio per tutti, indipendentemente dal sesso, dalle condizioni sociali, economiche, dalle convinzioni politiche, religiose e anche dalle condizioni fisiche è uno dei nostri diritti fondamentali. Così anche al liceo classico, la scuola superiore che avevo deciso di intraprendere, sono stato messo nelle condizioni di frequentare normalmente e con grande soddisfazione. Anche in questo caso la scuola, tramite l’intervento della Provincia, ha fatto in modo che avessi il mio assistente, il quale mi veniva prendere e mi riportava a casa (essendo la scuola molto vicina si andava e si tornava a piedi) e, come negli ordini di scuola precedenti, mi supportava e mi aiutava in tutte quelle incombenze fisiche che da solo non sarei stato in grado di svolgere. Poiché l’istituto presentava delle scale per accedervi, vennero costruiti due scivoli, in modo che potessi transitare con la sedia a rotelle ed arrivare in classe senza problemi. Anche al Liceo mi servii inizialmente di una macchina da scrivere elettronica, per svolgere i miei compiti in classe e a casa; successivamente questa venne sostituita da un computer, che imparai ad utilizzare con grande vantaggio, poiché potevo svolgere in maniera meno faticosa e più precisa numerose attività. Utilizzai il computer anche per eseguire gli scritti all’esame di maturità. Durante questi anni, assai formativi e ricchi da un punto di vista sia culturale sia umano, riuscii a compiere tutte le esperienze che riguardavano, od erano in qualche modo legate, la scuola. Particolarmente significative le gite scolastiche, anche in località straniere, anche per periodi relativamente lunghi, una settimana ad esempio. In questo caso al mio solito assistente veniva affiancato un altro operatore, così da permettere una gestione meno faticosa e più equilibrata delle mie necessità. A parte questi interventi di tipo prevalentemente tecnico, posso dire tranquillamente che la mia esperienza liceale è stata vissuta nella più assoluta normalità, questo grazie certo agli interventi e ausili che ho avuto modo di descrivere, ma soprattutto grazie all’ambiente, alla preparazione dei professori, all’ottimo rapporto instaurato con i compagni e le compagne, e conseguentemente alla mia serenità di fondo nell’affrontare passaggi anche, a volte, alquanto difficili. Pure in questi anni, come nel periodo delle scuole medie, ho passato lunghi momenti di malattia e disagio, che comportarono intervalli anche molto prolungati in cui non frequentavo la scuola. In queste circostanze, oltre all’indispensabile sostegno dei miei compagni di classe — sia umano sia riguardo lo studio (compiti, programma, appunti…) — vi è stata sempre una grandissima disponibilità da parte del personale docente, il quale, senza mai fare alcun tipo di favoritismo, mi dava il tempo di recuperare e mi metteva nelle condizioni di essere sempre alla pari con il resto della classe. L’affiancare alla doverosa inflessibilità riguardo i livelli scolastici da raggiungere, la comprensione di difficoltà oggettive e le disponibilità nell’affrontarle insieme e nel fare il possibile affinché riuscissi a superarle, è stata l’intelligente formula adottata dai miei professori che mi ha aiutato in modo decisivo a costruire la mia dimensione scolastica, culturale e intellettuale, quindi gran parte della mia personalità.

L’esperienza universitaria è ancora un capitolo a parte, visto che in questa situazione decisi di uscire dalla famiglia e di trasferirmi in un’altra città a studiare, vivendo in appartamenti con altri studenti. Eppure anche in questo caso è necessario, seppur per sommi capi, accennare a quel periodo, poiché oltre ad essere stato sommamente positivo e fecondo, è anche significativo di come si possa affrontare un’esperienza così complessa e per molti aspetti difficoltosa, in maniera serena e fruttuosa, grazie anche ad un’organizzazione capillare e ad una rete d’assistenza molto bene programmata. Durante il giorno avevo a disposizione tre assistenti che, a rotazione, coprivano le ore che andavano dalle otto del mattino fino alle una di notte; questi provvedevano ad ogni mia necessità, dal portarmi all’università a prepararmi i pasti, dall’accompagnarmi a far la spesa, o al cinema, o ad un concerto, sino al sistemarmi a letto la sera. Da quel momento in casa c’era sempre qualcuno dei miei compagni d’appartamento, che il più delle volte erano già miei amici, mentre altre volte lo divenivano nella coabitazione; in questo modo ero coperto praticamente 24 ore su 24. La facoltà di filosofia non presentava particolari barriera architettoniche, quindi la sua frequentazione era piuttosto agevole. Per il resto il mio iter universitario è stato quello di una qualsiasi studentessa o studente: lezioni, appunti, studio, sessioni di esami; così il mio rapporto con i professori, che avevano davanti una persona autonoma ed indipendente. Anche in questo caso il dato più importante, e credo anche più interessante per chi mi legge, è quello dell’acquisto totale di “normalità”, del sostanziale superamento del proprio handicap — inteso come difficoltà o impedimento oggettivo ad affrontare e vivere determinate situazioni a causa delle barriere d’ordine architettonico, fisico, ma anche culturale —; superamento dell’handicap perseguito con successo almeno nell’ambito della Scuola, dell’Università, dell’accesso e del diritto allo studio.

In conclusione mi pare utile mettere a fuoco quelle che sono, a parer mio, le condizioni irrinunciabili affinché avvenga una reale inclusione di persone con disabilità nelle strutture scolastiche e quelle che ritengo essere, alla luce della mia esperienza, le caratteristiche principali che dovrebbe possedere un insegnante per rapportarsi a ragazze o ragazzi con queste problematiche.

Innanzitutto è assolutamente necessario che la persona sia messa in grado di svolgere le attività scolastiche col massimo agio: presidi, ausili, testi in braille, computer; abbattimento di ogni  barriera architettonica (quindi scivoli, ascensori, montacarichi…); approntare bagni adeguati, mense accessibili. Insomma, tecnicamente bisogna mettere ciascuno in grado di frequentare gli spazi comuni in modo da sentirsi accolto e non estraneo; fornirgli tutto l’occorrente affinché la disabilità non costituisca, nei limiti del possibile, un peso eccessivo per affrontare lo studio alla stregua di tutti gli altri. Queste, a ben guardare, sono pre-condizioni, connotati, vorrei dire, di civiltà minima.

Per quanto riguarda, invece, gli insegnanti, la preparazione richiesta, l’atteggiamento che si ritiene dovrebbero assumere, credo che il mio parere si possa desumere da quanto ho scritto in precedenza, quindi mi limiterò a riassumere. Considerare i ragazzi e le ragazze con disabilità come i loro compagni è il primo passo per riconoscerne la pari dignità e permettere anche alle altre ragazzine e ragazzini di considerarli, senza riserve, “dei loro”, del tutto uguali, quindi né da discriminare, né da compatire. L’insegnante per primo dovrebbe evitare qualsiasi forma di discriminazione; anche, come si accennava, quelle “al contrario”, che, magari favorendo un elemento del gruppo, portano confusione se non malanimo nei suoi confronti da parte degli altri studenti e lo mettono, prima di tutto psicologicamente, in condizione di “minorità”. Dire che bisogna trattare la persona con disabilità come tutti gli altri non  significa che non bisogna tener conto di possibilità diverse, di limiti (ora mi riferisco in particolar modo all’handicap mentale), di esigenze differenti. In realtà, credo che ciò andrebbe attuato nei confronti di ogni persona, ma qui il discorso diventerebbe troppo ampio, esulando dal nostro intento. Tempi, modalità, ritmi possono essere, inevitabilmente, sfalsati per una persona disabile (come anche per una “sana”…); si tratta  di trovare i metodi giusti per raggiungere (e pretendere) gli stessi risultati e traguardi. Ritengo inoltre che, soprattutto rispetto agli anni cruciali della crescita, l’educatore debba essere il più possibile attento alle dinamiche relazionali che si instaurano all’interno della classe, tra la persona disabile ed i suoi compagni. Credo che la professoressa e il professore (per quanto è a loro possibile, ben sapendo che non è una competenza specifica ad essi richiesta) dovrebbe mediare, o facilitare, taluni rapporti. Per questo ritengo importante avvalersi di altre figure (psicologi, assistenti sociali …), senza che questi pretendano di gestire i rapporti tra la persona disabile e gli altri.

Il rispetto dei principi qui esposti non dà, magicamente, la garanzia del pieno successo, tuttavia pone delle salde basi.

A ben guardare, per esperienza, vivere e agire l’inclusione, il rispetto e la convivenza può essere più facile e naturale di quanto non paia a scriverlo e a leggerlo.

                                    Fausto Concer

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