Egitto & co, tutte le armi italiane che calpestano i diritti umani

Ho firmato l’appello di Amnesty International ma gli interessi economici italiani superano le ragioni di giustizia per Giulio Regeni e di Zaki recentemente….

Le parole dei genitori sono parole a vuoto. Scriviamo sapendo di non ottenere nulla, da nessuno.

Egitto & co, tutte le armi italiane che calpestano i diritti umani

Mentre gli amici, le compagne di corso e le associazioni umanitarie sono preoccupati per le sorti di Patrick Zaki, il giovane studente dell’Università di Bologna arrestato e torturato in Egitto, il governo italiano dovrebbe vivere con un certo imbarazzo la vicenda.
La ragione è molto semplice: da anni l’Italia esporta armi verso Paesi in guerra o governati da dittatori, anteponendo il business al rispetto dei diritti umani.

Egitto: il boom di armi italiane

I dati sugli affari che l’Italia fa con il governo di Al Sisi, salito al potere con un golpe nel 2013, sono noti. E quel che è peggio è che il nostro Paese non ha mai smesso di rifornire il regime egiziano, nemmeno quando la tensione era alle stelle per il caso Regeni. Nel 2018 sono arrivate al Cairo più di 69 milioni di euro di armi italiane. Una cifra che già superava di gran lunga i 7,4 milioni del 2017 ed i 7,1 milioni del 2016. Nel 2017, ad un anno dalla morte di Regeni, inoltre, sono stati esportati 17,7 milioni di euro in forniture militari.

E non è finita, perché l’Italia ha in previsione di vendere due Fregate all’Egitto, nel quadro di un programma di forniture militari che varrebbe 9 miliardi di euro.
Ma non è solo di armi, mezzi e forniture varie italiani che Al Sisi fa incetta. Nel 2019, da gennaio a ottobre, sono state spedite al Cairo armi leggere, quindi utilizzabili anche nella repressione di piazza, per oltre 1,5 milioni di euro.

“Il punto della questione – osserva Giorgio Beretta di Opal Brescia e Rete Italiana Disarmo, che ha tracciato un quadro ai nostri microfoni – è che le grandi commesse riguardano due aziende a controllo di Stato, Leonardo e Fincantieri. Anche quando si tratta di piccole commesse, tutto è finalizzato a tenere aperti i rapporti per contratti futuri”.
All’indomani del colpo di Stato di Al Sisi, l’Unione europea aveva sospeso l’invio di armi, anche per volontà dell’ex-ministra degli Esteri Emma Bonino, ma poi l’Italia ha ripreso l’esportazione, fornendo 30mila pistole alle forze di sicurezza egiziane. “È per questo che dico spesso che molto probabilmente chi ha preso in custodia Regeni aveva nella fondina una pistola italiana“, osserva Beretta.

Libia, le motovedette, la formazione e i lager contro i migranti

Lo scorso 3 febbraio il governo italiano ha rinnovato il memorandum con la Libia che, in cambio di soldi, motovedette e formazione, ha effettuato respingimenti per procura in mare e contenuto i flussi migratori verso l’Europa attraverso la detenzione delle persone, la loro tortura e l’estorsione ai loro danni all’interno di veri e propri lager.

L’esportazione di armi verso il Paese coinvolto da una guerra civile è sostanzialmente ferma a causa di un sostanziale embargo dell’Unione europea, ma a quanto pare la frittata era già stata fatta.
“Gli affari sono andati avanti finché è rimasto al potere Gheddafi – sottolinea Beretta – In particolare ci sono 11.100 armi della Beretta che erano stipate nel bunker del dittatore libico e che alla sua morte sono state saccheggiate dalle milizie, come hanno testimoniato tutti i giornali internazionali”.

“Quando ci chiediamo chi sta armando i terroristi – continua l’esponente di Rete Italiana Disarmo – dovremmo sempre chiederci chi sta armando i dittatori, perché se armi un dittatore ci sono solo due possibilità: o che il dittatore usi quelle armi contro la popolazione civile o che, una volta deposto, vadano in mano a gruppi terroristici o di insorti”.

Turchia, la repressione “made in Italy” del Rojava

Nell’ultimo anno il regime di Erdogan ha potuto utilizzare armi italiane per un valore di 102 milioni di euro. Un ulteriore record, se si considera che il picco di export del 2012 si era fermato a 90 milioni di euro.
Tutto ciò è avvenuto e continua ad avvenire nonostante il ministro degli Esteri italiano, Luigi di Maio, abbia firmato lo scorso ottobre l’atto interno ministeriale che interrompeva la vendita di future armi alla Turchia, in seguito all’invasione del nord della Siria e l’attacco alle popolazioni curde del Rojava.

Da qualche anno a questa parte, inoltre, la Turchia di Erdogan non è solo un Paese di destinazione di armamenti, ma anche un partner nella produzione. In particolare negli anni scorsi sono stati realizzati in Turchia gli elicotteri Mangusta, per un valore di 1,2 miliardi di euro.
“La Turchia è il primo Paese della Nato verso cui esporta l’Italia – sottolinea Beretta – e in particolare negli ultimi due anni è emerso come 200mila euro di export riguardino il munizionamento pesante da parte di un’azienda semisconosciuta che risiede in Lazio”.

Arabia Saudita: lo stop arriva solo dai portuali genovesi

Nel maggio del 2019 fece clamore la protesta dei lavoratori del porto di Genova che bloccarono la nave cargo battente bandiera dell’Arabia Saudita Bahri Yambu, carica di armi destinate alla sanguinosa guerra in Yemen. Le responsabilità dell’Italia nei crimini compiuti dall’Arabia Saudita in Yemen è stata al centro dell’attenzione mondiale. In particolare, fece scalpore il ritrovamento di reperti di bombe che, con la certificazione dell’Onu, vennero fatte risalire alla Rwm, azienda tedesca che ha siti produttivi anche in Italia. “I reperti delle bombe riportavano la sigla A4447, che corrisponde allo stabilimento di Ghedi, nel bresciano”, sottolinea l’esponente della Rete Italiana Disarmo.

Dopo lo scandalo, fu sospesa l’esportazione delle bombe Rwm, ma è continuato l’export di altri sistemi militari, che pure potevano essere utilizzati nella guerra in Yemen, così come di armi leggere.

Gli altri scenari: il Golfo Persico

La lista dei Paesi, retti da dittatori o che violano sistematicamente i diritti umani, verso cui esporta armi l’Italia è ancora molto lunga. Sicuramente un ruolo principale lo occupano i Paesi del Golfo, che ormai rappresentano il 50% delle vendite militari italiane nonostante siano in una zona molto calda.
Negli ultimi anni l’Italia ha fornito al Kuwait 28 eurofighter, dei cacciabombardieri, per un valore di 7,5 miliardi di euro. Le corvette vendute al Qatar hanno invece fruttato circa 5 miliardi di euro, mentre altri sistemi navali sono stati forniti agli Emirati Arabi.

Lo Stato italiano è illegale

La questione non ha solo un carattere morale di inopportunità. Tutto il business italiano nell’export di armamenti verso Paesi in guerra o retti da regimi che non rispettano i diritti umani, infatti, è illegale.
Lo dice chiaro e tondo una legge, la 185/90, che regola le esportazioni di armamenti e pone dei limiti.

In particolare, all’articolo 6 della legge viene dettagliata la casistica che vieta l’export di armamenti.
In particolare, in due punti, si legge che l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati: “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere” e “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa“.

Anche in questo caso, però, nel nostro Paese vige il motto “fatta la legge, trovato l’inganno”. “La legge parla di gravi violazioni dei diritti umani accertati dall’Onu o dall’Ue – sottolinea Beretta – per cui se chi deve accertare non lo fa, non significa che in quei luoghi non vengano violati. Allo stesso modo per le guerre: chi dichiara guerra oggi? Spesso si utilizza l’escamotage in cui il governo precedente che è stato deposto chiede un intervento militare alla comunità internazionale”.
Detta in altre parole, l’ipocrisia dell’Italia e di altri Paesi europei sta tutta nel premurarsi di non incorrere in sanzioni per la violazione di divieti delle Nazioni Unite o dell’Europa, ma se questi divieti non vengono emanati, il nostro governo non si pone scrupoli e autorizza le esportazioni.

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