Alla larga da Facebook

Noi abbiamo messo un freno alle attività di espansione su Facebook da ormai diversi mesi e non siamo pentiti. Il social ha abusato di noi senza remore, consentendo l’attività di hackeraggio mirata al ricatto economico (ns. decuncia inascoltata del dicembre scorso alla Polizia Postale di Milano per fatti dell’agosto precedente). Garantiamo solo i tre gruppi costituitesi, dove Facebook non riesce a intervenire com blocchi sistematici da algoritmi.

La sorveglianza da parte di Facebook e Google minaccia i diritti umani

25.11.2019 – Amnesty International

La sorveglianza da parte di Facebook
        e Google minaccia i diritti umani
(Foto di AI – © Sebastien Thibault/agoodson.com)

La sorveglianza onnipresente da parte di Facebook e Google su miliardi di persone rappresenta una minaccia sistemica ai diritti umani. Questo l’avvertimento lanciato da Amnesty International che ha presentare un nuovo rapporto sul tema, chiedendo anche una trasformazione radicale del modello di core business dei giganti della tecnologia.

Il rapporto, Surveillance Giants, illustra come il modello di business basato sulla sorveglianza di Facebook e Google sia intrinsecamente incompatibile con il diritto alla privacy e rappresenti una minaccia sistemica per una serie di altri diritti, tra cui la libertà di opinione e di espressione, la libertà di pensiero e il diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione.

“Google e Facebook dominano le nostre vite moderne – raccogliendo e monetizzando i dati personali di miliardi di persone accumulano un potere senza precedenti nel mondo digitale. Il loro insidioso controllo delle nostre vite digitali mina l’essenza stessa della privacy ed è una delle sfide che definiscono i diritti umani della nostra epoca”, ha detto Kumi Naidoo, Segretario Generale di Amnesty International.

“Per proteggere i nostri valori umani fondamentali – dignità, autonomia, privacy – nell’era digitale è necessaria una revisione radicale del modo in cui opera Big Tech, per passare a una rete in cui i diritti umani siano centrali”.

Google e Facebook hanno una posizione dominante sui canali principali attraverso i quali la maggior parte del mondo – al di fuori della Cina – realizza i propri diritti online. Le varie piattaforme che possiedono – tra cui Facebook, Instagram, Google Search, YouTube e WhatsApp – facilitano il modo in cui le persone cercano e condividono le informazioni, si impegnano nel dibattito e partecipano alla società. Android di Google è anche alla base della maggior parte degli smartphone di tutto il mondo.

Mentre altre aziende Big Tech – tra cui Apple, Amazon e Microsoft – hanno acquisito un potere significativo in altre aree, sono le piattaforme di proprietà di Facebook e Google ad essere diventate fondamentali per il modo in cui le persone si impegnano e interagiscono tra loro – una nuova piazza globale a tutti gli effetti.

I giganti della tecnologia offrono questi servizi a miliardi di persone senza far pagare una tassa agli utenti. Gli individui pagano però i servizi fornendo i loro dati personali più intimi, poiché sono costantemente monitorati sul web e nel mondo fisico, ad esempio, attraverso i dispositivi collegati.

“Internet è un elemento vitale per permettere alle persone di godere di molti dei loro diritti, ma miliardi di persone non hanno altra scelta se non quella di accedere a questo spazio pubblico accettando le condizioni dettate da Facebook e Google”, ha detto Kumi Naidoo.

“A peggiorare le cose è il fatto che questo non è l’internet al quale avevano aderito le persone quando queste piattaforme hanno mosso i primi passi. Con il tempo Google e Facebook hanno minato la nostra privacy. Ora siamo intrappolati. O ci sottomettiamo a questa pervasiva macchina di sorveglianza – dove i nostri dati sono facilmente utilizzati per manipolarci e influenzarci – o scegliamo di rinunciare ai benefici del mondo digitale. Questa non può mai essere una scelta legittima. Dobbiamo recuperare questa piazza essenziale, in modo da poter partecipare senza che i nostri diritti vengano violati”.

L’estrazione e l’analisi dei dati personali delle persone su una scala senza precedenti è incompatibile con il diritto alla privacy, compresa la libertà dall’intrusione nella nostra vita privata, il diritto di controllare le informazioni su noi stessi e il diritto a uno spazio in cui possiamo esprimere liberamente le nostre identità.

Algoritmi che sfruttano

Le piattaforme di Google e Facebook sono supportate da sistemi algoritmici che elaborano enormi volumi di dati per dedurre caratteristiche incredibilmente dettagliate sulle persone e modellare così la loro esperienza online. Gli inserzionisti pagano poi Facebook e Google per essere in grado di prendere di mira le persone con pubblicità o messaggi specifici.

Lo scandalo di Cambridge Analytica ha mostrato come i dati delle persone possano essere facilmente utilizzati in modo non previsto dale aziende con l’obiettivo di manipolarle e influenzarle.

“Abbiamo già visto che la vasta architettura pubblicitaria di Google e Facebook è un’arma potente nelle mani sbagliate. Non solo può essere usata per fini politici, con conseguenze potenzialmente disastrose per la società, ma permette di mettere in atto ogni tipo di nuove tattiche pubblicitarie di sfruttamento, come la caccia a persone vulnerabili che lottano contro malattie, hanno problemi di salute mentale o dipendenza. Poiché questi annunci sono fatti su misura per noi come individui, sono nascosti al pubblico scrutinio”, ha detto Kumi Naidoo.

Un nuovo internet

I governi devono intervenire con urgenza per rivedere il modello di business basato sulla sorveglianza e proteggerci dalle violazioni dei diritti umani da parte delle imprese, anche attraverso l’applicazione di solide leggi sulla protezione dei dati e un’efficace regolamentazione della Big Tech in linea con le leggi sui diritti umani.

Come primo passo, i governi devono emanare leggi per garantire che alle aziende, tra cui Google e Facebook, sia impedito di subordinare l’accesso al loro servizio al “consenso” degli individui alla raccolta, all’elaborazione o alla condivisione dei loro dati personali per il marketing o la pubblicità. Anche le aziende, tra cui Google e Facebook, hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani ovunque e comunque operino.

“Facebook e Google non devono essere autorizzate a dettare il modo in cui viviamo online. Queste aziende hanno scelto uno specifico modello di sorveglianza e di business che ha un impatto sulla privacy, sulla libertà di espressione e su altri diritti umani. La tecnologia dietro Internet non è incompatibile con i nostri diritti, ma il modello di business che Facebook e Google hanno scelto lo è”, ha detto Kumi Naidoo.

“Ora è giunto il momento di recuperare questo spazio pubblico vitale per tutti e non solo per alcune potenti società irresponsabili della Silicon Valley”.

Facebook e Google hanno contestato i risultati. Le risposte delle aziende sono incluse nel rapporto.

Schiavitù sessuale made in Italy in Thailandia (e non solo)

24.11.2019 – Alessio Di Florio

Schiavitù sessuale made in Italy in Thailandia (e non solo)
Campagna contro la tratta “Questo è il mio corpo”,

Questo si dovrebbe fare in uno spirito di coinvolgimento fraterno, che aiuti a porre fine a tante schiavitù che persistono ai nostri giorni, penso specialmente al flagello del traffico e della tratta di persone”, “penso a quelle donne e a quei bambini del nostro tempo che sono particolarmente feriti, violentati ed esposti ad ogni forma di sfruttamento, schiavitù, violenza e abuso”, “quest’anno, in cui si celebra il 30° anniversario della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, siamo invitati a riflettere e a operare con decisione, costanza e celerità sulla necessità di proteggere il benessere dei nostri bambini, sul loro sviluppo sociale e intellettuale, sull’accesso all’educazione, così come sulla loro crescita fisica, psicologica e spirituale. Il futuro dei nostri popoli è legato, in larga misura, al modo in cui garantiremo ai nostri figli un futuro nella dignità”, le donne e i bambini costretti a prostituirsi o vittime della tratta sono “sfigurati nella loro dignità più autentica”.

Sono alcuni dei passaggi dei discorsi che il Papa ha tenuto nel viaggio in Asia di questi giorni. Le parole, anche dei colloqui più informali, ogni atto di questo pontificato viene quotidianamente vivisezionato, citato, riempie pagine e pagine di quotidiani, programmi televisivi, rotocalchi. Ci sono interi filoni costantemente alimentati da alcuni quotidiani italiani su Bergoglio, le sue parole e le sue gesta. Queste parole invece non hanno conquistato titoloni sulle prime pagine, non vi sono state dedicate ore e ore di trasmissione televisive. Passate poche ore erano già cadute nell’oblio. Parlare di schiavitù e tratta nel main stream italiano è ancora tabù. La schiavitù deve essere relegata ai libri di storia, così da poter continuare a sostenere la favoletta che è relegato ad un passato antico. E la parola tratta, se non serve ad alimentare la propaganda sul decoro, sui migranti che violano e sporcano il sacro suolo patrio, la sicurezza nazionale messa a rischio da orde di barbari ai confini, guai anche solo a sussurrarla. Gli italiani sono brava gente. Numeri e storie documentano altro, ma guai a scalfire le convinzioni della buona borghesia italica e a turbarla. Numeri inoppugnabili ma, come dimostrato da diversi studi sulle percezioni sociali, tra la matematica e la società tricolore ci sono abissi incolmabili. Ma, al di là di ogni propaganda e narrazione, la reale realtà resta. Nel mondo gli schiavi moderni esistono. Varie stime li calcolano tra i 20 e i 45 milioni, un numero pari a quasi l’intera popolazione del Belpaese. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro stima che i lavori forzati generino proventi illeciti per 150 miliardi di dollari l’anno, è la seconda fonte di profitto della criminalità organizzata, dopo le droghe.

La stessa organizzazione ha stimato in 12 milioni e 300 mila le persone sottoposte a sfruttamento sessuale per un volume complessivo d’affari sporchi di 32 miliardi di dollari all’anno. In Italia la prostituzione ha un giro d’affari di circa 90 milioni di euro al mese. Sono stimate tra 75mila e 120mila le vittime della prostituzione. Il 65% è in strada, il 37% è minorenne, tra i 13 e i 17 anni. Provengono da Nigeria (36%), Romania (22%), Albania (10,5%), Bulgaria (9%), Moldavia (7%), le restanti da Ucraina, Cina e altri paesi dell’Est. I clienti sono 9 milioni, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese. Nel silenzio dei patrioti, dei “prima gli italiani”, dei “pensate sempre ai migranti” o “i clandestini sono trattati meglio di noi, basta che arrivi con un barcone e hai tutti privilegi e noi sgobbiamo” e simili, i più turpi appetiti di brava gente, padri di famiglia e baldi maschi italiani vengono quotidianamente saziati con le lacrime, il dolore e la violenza sulla pelle delle vittime della tratta.

Nel silenzio main stream e nell’indifferenza politica e sociale, già 5 anni fa Antonello Mangano denunciò su L’Espresso una vicenda peggio che vergognosa, una disumanità spaventosa nel cuore del suolo italiano che dovrebbe sconvolgere, non far dormire la notte, far stare male fin nelle viscere sin dalle prime righe della sua inchiesta. “Il nuovo orrore delle schiave romene”, 5mila donne sfruttate nelle serre del ragusano, segregate nei campi e costrette a subire “ogni genere di violenza sessuale” durante festini organizzati dai padroni, per familiari, parenti e amici. “Per lavorare nelle serre le donne romene non devono solo accettare una paga misera”, scrisse Alessandra Sciurba in una ricerca per il Centro di documentazione L’altro diritto dell’Università di Firenze (http://www.adir.unifi.it/rivista/2013/ragusa.htm ) l’anno prima, “a fronte di giornate lavorative che durano anche 14 ore. Il loro sfruttamento è doppio, poiché molte di esse devono inoltre accettare di piegarsi ai piaceri sessuali dei datori di lavoro, dei caporali, dei colleghi”. Padre Beniamino Sacco, intervistato nella ricerca di Alessandra Sciurba, ha denunciato come “si arriva a dar vita a vere e proprie feste a sfondo sessuale in cui i proprietari e datori di lavoro mettono a disposizione di amici e conoscenti le proprie lavoratrici. I festini sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare, perché le grandi aziende sono più controllate. Hanno luogo tra le serre stesse, o in cascine isolate, o talvolta anche in disco-bar poco frequentati. Le ragazze coinvolte sono lavoratrici rumene giovani che spesso hanno dai 20 ai 24 anni. A volte si tratta anche di ragazze figlie di dipendenti a cui il proprietario affitta la cascina. Ogni tanto succede anche che siano i figli dei proprietari a sfruttarle”.

Sempre su L’Espresso Antonello Mangano ha denunciato negli anni scorsi che, dopo le prime denunce, nulla era cambiato e che il turpe sfruttamento non era stato minimamente scalfito. Nel 2015 il Financial Times denunciò che la tratta di esseri umani era in aumento in molti paesi, sfruttamento sulla pelle di 21 milioni di persone in tutto il mondo, 4 milioni e mezzo destinate allo sfruttamento sessuale.“Il problema è particolarmente grave in Italia – sottolineò il quotidiano – a causa di una combinazione di vari fattori, quali “la posizione geografica, il potere della criminalità organizzata locale soprattutto nelle regioni più povere dove lo stato è debole e una persistente domanda di prestazioni sessuali”.

Lo sfruttamento della schiavitù sessuale non ha confini. E così il mercato della prostituzione e dello sfruttamento viene alimentato durante le vacanze all’estero. In tutto il mondo ci sono tre milioni di persone che ogni anno si mettono in viaggio per fare sesso con un minore. I dati sono dell’Organizzazione mondiale del turismo (Omt). L’Italia gode, purtroppo, di un triste primato, piazzandosi tra i primi sei paesi da cui partono i “clienti” di minori costretti a prostituirsi.

L’associazione Amani dedicò la prima pagina, con una vignetta di Mauro Biani, e un ampio approfondimento alla denuncia di questo mercato criminale nel 2007. Sottolineò sul suo blog Mauro che “il nostro paese è al primo posto in Europa per domanda di sesso all’estero con minori. Sono circa 80mila i maschi italiani che ogni anno si recano in paesi stranieri — prima meta, il Brasile — con questa finalità. Il Triveneto è la regione più “attiva”. Nel marzo scorso è stato condannato un veronese (14 anni di reclusione e 65mila euro di multa) per reati sessuali all’estero, particolarmente in Thailandia. […]Esiste tutta una categoria di turisti – soprattutto fra i 45 e i 65 anni – che si reca in Kenya a caccia di situazioni che possano ravvivare la loro vita sessuale. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. Padre Kizito Sesana racconta: «Qualche tempo fa, con un amico, ho visitato la costa a nord di Mombasa, chiamata “la Costa Tedesca” a motivo della forte presenza di turisti dalla Germania. Era marzo, e i turisti erano pochi. Nel tardo pomeriggio siamo entrati in un bar per bere qualcosa di fresco e siamo restati colpiti dalle strane coppie sedute ai tavoli: uomini bianchi anziani con ragazzine, o con ragazzi adolescenti; donne bianche con ragazzi che potevano essere i loro figli o nipoti. Ancor prima di digerire la sorpresa, veniamo avvicinati da una serie di ragazzine e poi di ragazzi. Siamo usciti senza finire la birra» […] Il turismo sessuale è gestito da una complessa rete segreta. I luoghi di incontro sono ville ben riparate e vigilate, saloni di bellezza, centri per massaggi e residence. Fanno parte della filiera alcuni operatori turistici e alberghieri. In testa viene Mombasa, seconda città keniana e porto di rilievo. Qui, per soddisfare i marinai delle portaerei americane, arrivano ragazze fin dalla Repubblica Democratica del Congo, da RuandaBurundiUganda e Tanzania. I marinai pagano fino a 100 dollari a incontro. Ma ultimamente le portaerei scarseggiano… C’è poi Malindi, dove le ragazzine sostano nei dintorni delle spiagge degli alberghi […]”.

80.000, una cifra ripetuta 6 anni dopo in un articolo del Daily Telegraph tradotto in italiano da Internazionale.

Si potrebbero citare cifre  all’infinito. Non è casuale la scelta in quest’articolo di prendere statistiche datate nel tempo. E’ una voluta provocazione a documentare che gli anni scorrono, ma che nonostante gli ultimi tempi abbiano visto cambiamenti sociali così radicali che sembrano passate ere geologiche, in tema di schiavitù tutto pare rimasto fermo e immutato. Chiunque può verificare in pochi secondi i numeri della schiavitù sessuale, che vede gli italiani primeggiare ed esserne ampiamente protagonisti anche in Thailandia e in tutto il sud est asiatico (da dove Bergoglio ha pronunciato le parole riportate all’inizio dell’articolo), anni dopo questi numeri identici.

Alessio Di Florio

Esponenti di Fratelli d’Italia reclamano oggi il diritto di chiamarsi fascisti

Inutili PD e M5S che meritano la sconfitta annunciata dai sondaggi in Emilia e il loro necessario scioglimento… Totalmente incapaci di dare slancio al antifascismo, su cui si fonda la nostra Costituzione. Si poggiano sulle ingenue e sprovvedute sardine…

Noi ricordiamo le leggi razziali fasciste del 1936 e il silenzio degli italiani, ieri come oggi.

REINA SPIEGEL – GIOVANE EBREA POLACCA UCCISA NEL 1942.
Per non dimenticare attraverso il suo diario.

Reina, nata il 18 giugno del 1924, viveva a Przemysl, nel sud-est della Polonia, zona sotto l’occupazione sovietica fino al 1941, anno dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica.

Il diario, di quasi 700 pagine, composto da sette quaderni scolastici cuciti insieme, inizia il 31 gennaio 1939, quando la giovane aveva 15 anni, e racconta la fuga dai bombardamenti nella sua città natale, la scomparsa di altre famiglie ebraiche e l’arrivo nel ghetto, insieme ad altri 24mila ebrei, ma anche le giornate all’apparenza più serene, in cui riusciva a frequentare la scuola, le amicizie e la paura della guerra. Alla rottura del “Patto Molotov-Ribbentrop”, il trattato di non aggressione fra il Reich e l’URSS, Renia e la sorella Elizabeth sono costrette a separarsi dalla madre, rimasta a Varsavia, e la giovane inizia a occupare le giornate riempiendo il suo diario con decine di poesie, frasi, disegni e confessioni, come quella del profondo sentimento provato per Zygmunt Schwarzer, giovane figlio di un importante medico ebreo. Un amore rimasto incompiuto: i due riescono a scambiarsi il primo e ultimo bacio poche ore prima che i nazisti prendessero possesso di Przemysl.

Renia fu uccisa insieme a i genitori del suo fidanzato nel luglio 1942, a 18 anni, quando i nazisti la scoprirono nascosta in una soffitta su segnalazione di una spia. È riuscita a lasciare il diario al suo fidanzato, che ha scritto le ultime righe agghiaccianti e strazianti: “Tre colpi, tre vite perse”.

A sua volta, Zygmunt Schwarzer ha consegnato il diario a qualcun altro prima di essere deportato ad Auschwitz, dove riuscì miracolosamente a sopravvivere. Si trasferì negli Stati Uniti e nel 1950 riuscì a restituire il diario alla sorella di Renia, Elizabeth, che insieme a sua madre Róża viveva da tempo a New York.

Ma Elizabeth non riusciva a leggerlo, così decise di depositarlo nel caveau di una banca. Solo nel 2012, sua figlia Alexandra l’ha spinta a far tradurre il diario in inglese per permettere al mondo di conoscere la drammatica cronaca degli ultimi quattro anni della vita di Reina Spiegel. “Ero curiosa del mio passato e dell’eredità di questa donna speciale da cui ho preso il nome, ma non parlo polacco e mia mamma non ha mai voluto leggerlo perché per lei era troppo doloroso – ha raccontato Alexandra nel corso di un’intervista – l’ho fatto io, e ho sentito il cuore spezzarsi. Ho capito la profondità e la maturità, la bella scrittura e la poesia di una zia che non ho avuto modo di conoscere”.

Elizabeth, la sorella di Reina, ha 87 anni e non ha ancora letto il tutto diario ma solo qualche pagina pubblicata dalla rivista dello “Smithsonian”.

Anche in Italia ora le armi le vende direttamente il ministero

Il governo Conte-bis ha attivato il «government to government» inserito nel recente decreto fiscale. Come già succede in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti

Un’installazione di Fiona BannerUn’installazione di Fiona Banner

Gregorio PiccinIl Manifesto

EDIZIONE DEL20.11.2019

PUBBLICATO19.11.2019, 23:59

Da diversi anni, tra le tante richieste e pretese che l’industria bellica nazionale rivolge ai governi spicca quella di trasformare ufficialmente gli stessi governi in autorevoli agenti di commercio per la propria mercanzia.

Stiamo parlando del così detto approccio “government to government” (G2G) ossia la trasformazione del ministero della Difesa nell’autorità preposta a stipulare direttamente contratti per la fornitura di tecnologia militare con paesi terzi. Lo chiedevano da anni sia gli industriali che i sindacati.

Già il 20 gennaio dello scorso anno, in una intervista rilasciata al Sole24ore l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, riferendosi al Medio oriente, rilasciava una dichiarazione cinica e pragmatica: “… È triste dirlo, ma la tensione internazionale provoca inevitabilmente, sul mercato degli armamenti e della sicurezza, un aumento della domanda. In questi contesti, la natura italiana del nostro gruppo è vissuta come qualcosa di positivo (…) la presidenza del Consiglio, il ministero della Difesa e quello degli Esteri sono un ottimo supporto. In tutto questo, però, c’è una lacuna legislativa: manca la norma sul “Government to Government”, che non è stata approvata dalla legislatura appena scaduta e che noi auspichiamo arrivi presto a traguardo perché ormai molti vogliono negoziare non con Leonardo, ma con il Governo italiano…”.

La sincera tristezza di Profumo è stata immediatamente colta dalla ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta che per alleviarla ha alacremente lavorato per la norma “G2G” insieme ai colleghi degli Esteri, dell’Economia, dell’Interno ma il botto estivo lanciato da Salvini con conseguente crisi di governo ha rallentato l’iter.
Ovviamente solo di rallentamento si è trattato in quanto quando si parla di Nato, spesa militare, guerre e industria bellica la trasversalità regna sovrana.

Alessandro Profumo e più in generale tutto il comparto sono stati quindi accontentati dal governo Conte bis che ha finalmente attivato il “government to government” con l’art.55 “Misure a favore della competitività delle imprese italiane” inserito nel recente decreto fiscale dello scorso 26 ottobre.

Questa norma è uno “strumento importante che va sviluppato e colto in tutte le sue potenzialità” ha commentato il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il 6 novembre scorso nel corso di una conferenza organizzata dall’Aiad (Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) a Roma presso l’Istituto Affari Internazionali.

Ma le grandi attenzioni governative per l’industria militare non bastano mai e infatti, nella stessa conferenza, il presidente dell’Aiad Guido Crosetto ha dichiarato che andrebbe affrontata la questione delle banche etiche che “ …creano enormi ostacoli in termini di sostegno bancario al settore…” e inoltre che andrebbe “… esclusa una parte delle spese per la Difesa dal calcolo del deficit di bilancio…” poiché la stessa Difesa non sarebbe un settore da “ …collegare ad un momento economico specifico ma, piuttosto, ad una funzione esistenziale dello Stato…”.

Uno slancio ducesco quello di Crosetto (industriale della “Difesa” e già parlamentare di Fratelli d’Italia) che non gradisce un ramo della finanza intento a svolgere il suo business come gli pare, magari eticamente, ostacolando così il bene supremo anzi “esistenziale” del Paese: il fatturato tricolore dell’industria militare.
Il modello di riferimento è senza dubbio quello francese dove Macron, con la recente legge di bilancio militare (2019-2025), ha messo in gioco 295 miliardi di euro, ben 105 in più rispetto al quinquennio precedente.

Soldi con cui verranno acquisiti sommergibili nucleari, fregate, droni, satelliti, aerei ed elicotteri) ma anche un corposo aumento del personale: 6.000 unità per le forze armate più 750 funzionari da impiegare nella “divisione vendite” nella Direction Générale de l’Armement.

Il “Government to Government” è infatti una prerogativa francese da tempo, così come lo è per gli Stati uniti e la Gran Bretagna. Tutti Paesi Nato con cui l’Italia condivide la top ten globale del fatturato militare ora anche col fondamentale supporto degli agenti di commercio governativi.

Il Right Livelihood Award 2019 verrà presentato a Stoccolma il 4 dicembre

22.11.2019 – Stoccolma – Right Livelihood Award Foundation

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Il Right Livelihood Award 2019 verrà presentato a Stoccolma il 4 dicembre
Premio Nobel Alternativo 2019 (Foto di Right Livelihood Award)

I vincitori del Right Livelihood Award di quest’anno, noto come “Premio Nobel alternativo”, saranno premiati durante un programma di dieci giorni in Germania, Svizzera e Svezia dal 25 novembre al 4 dicembre. La presentazione del premio a Stoccolma segna anche il 40° anniversario del Right Livelihood Award, istituito nel 1980.

I vincitori del 2019 sono:

  • La difensora dei diritti umani Aminatou Haidar (Sahara occidentale):

“per la sua costante azione nonviolenta, nonostante l’incarcerazione e la tortura, nel perseguimento della giustizia e dell’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale”.

  • L’avvocatessa Guo Jianmei (Cina):

“per il suo lavoro pionieristico e persistente nel garantire i diritti delle donne in Cina”.

  • L’attivista per il clima Greta Thunberg (Svezia):

“per aver ispirato e amplificato le richieste politiche di un’azione urgente per il clima che rifletta i fatti scientifici”.

  • Il leader indigeno Davi Kopenawa e l’Associazione Hutukara Yanomami (Brasile):

“per la loro coraggiosa determinazione a proteggere le foreste e la biodiversità dell’Amazzonia e le terre e la cultura dei suoi popoli indigeni”.

Il 4 dicembre alle 19.30 si terrà la presentazione della 40° edizione del Right Livelihood Award al Cirkus di Stoccolma. L’evento è aperto al pubblico. Tutti sono invitati a partecipare a una serata ispiratrice insieme ai vincitori del 2019 e ad artisti di fama mondiale come José González. Inoltre sul palco la giornalista Amy Goodman (Premio 2008) modererà una conversazione con Edward Snowden (Premio 2014) in collegamento da Mosca.

La presentazione del premio sarà trasmessa in diretta su rightlivelihood.org. I giornalisti interessati all’accreditamento o alla ricezione di una trasmissione in diretta sono invitati a contattare: communications@rightlivelihood.org.

Greta Thunberg sta attualmente attraversando l’Oceano Atlantico per partecipare alla Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici del 2019, la COP25, in Spagna. Per questo non potrà partecipare alla presentazione del premio a Stoccolma e sarà invece rappresentata sul palco da attivisti di Fridays For Future Svezia.

Thunberg ha dichiarato: “Sono profondamente grata di essere uno dei destinatari di questo grande onore. Naturalmente, ogni volta che ricevo un premio, non sono io la vincitrice. Il Right Livelihood Award è un enorme riconoscimento per Fridays For Future e il movimento degli scioperi per il clima. Grazie mille!”.

Anche la vincitrice Guo Jianmei non potrà partecipare personalmente alla presentazione del premio. Guo ha dichiarato: “Il Right Livelihood Award premia e riconosce i miei sforzi e quelli dei miei collaboratori per difendere i diritti delle donne e lo stato di diritto in Cina. Questo premio serve come incoraggiamento e motivazione”.

Ole von Uexkull, direttore esecutivo della Right Livelihood Foundation, ha detto: “Promettiamo ai nostri vincitori un sostegno a lungo termine; la consegna del premio a Stoccolma è il punto di partenza celebrativo della nostra collaborazione. Il nostro lavoro di supporto sarà adattato alle esigenze specifiche dei vincitori e non vediamo l’ora di ampliare il loro lavoro pionieristico”.

Il programma del Premio 2019 prevede 10 giorni di eventi e incontri di alto livello per i vincitori a Berlino, Zurigo, Ginevra e Stoccolma. Per ulteriori dettagli, vedi sotto.

Sono passati 40 anni da quando la Fondazione Nobel ha rifiutato di assegnare un premio ambientale e il filantropo svedese-tedesco Jakob von Uexkull ha deciso di istituire il Right Livelihood Award. Il premio è ampiamente conosciuto come “Premio Nobel alternativo” ed è oggi uno dei premi più prestigiosi per la sostenibilità, la giustizia sociale e la pace.

Una settimana di eventi

Berlino

Martedì 26 novembre, 18:00-19:45 CET

Conversazione con Aminatou Haidar (Sahara occidentale) presso le ambasciate nordiche a Berlino. Per l’accredito stampa, si prega di contattare: presse@rightlivelihood.org.

Zurigo

Mercoledì 27 novembre, 18:30-20:00 CET

La dodicesima conferenza Right Livelihood Award con Aminatou Haidar all’Università di Zurigo. Registrazione online su zurich.rightlivelihoodaward.org.

Giovedì 28 novembre, 18:00-19:45 CET

Celebrazione dei vincitori del 2019 alla Maison de la Paix di Ginevra. Si prega di registrarsi online tramite The Graduate Institute Geneva

Stoccolma

Domenica 1° dicembre, 15:00-16:30 CET

Conversazione con Aminatou Haidar sul suo attivismo nonviolento a favore della giustizia e dell’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale. La pre-registrazione non è necessaria. Medelhavsmuseet, Fredsgatan 2.

Lunedì 2 dicembre, 12:00-13:30 CET

In che modo i fondi pensionistici svedesi incidono sulla situazione in Amazzonia e nel Sahara occidentale? Pranzo-Seminario con Aminatou Haidar e Davi Kopenawa allo Skeppsbron 10, Sjöfartshuset. Registrazione su https://www.forumsyd.org/sv/kalender/vad-har-arets-right-livelihood-pristagare-med-vara-pensionspengar-att-gora

Martedì 3 dicembre, 13:30-15:00 CET

Seminario al Parlamento svedese con Aminatou Haidar e Davi Kopenawa. Per l’accredito stampa, si prega di contattare: communications@rightlivelihood.org.

Mercoledì 4 dicembre, 19:30-21:15 CE

Presentazione del 40° Premio al Cirkus di Stoccolma con ospiti speciali, tra cui Edward Snowden, e artisti di fama mondiale. I biglietti possono essere acquistati online o contattando:  communications@rightlivelihood.org per l’accredito stampa.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid

I progressi della Medicina rendono il Virus HIV non più infettivo, con la viremia azzerata dai nuovi farmaci “inebitori della proteasi”

U=U NON rilevabile = NON trasmissibile Il comunicato Stampa delle Organizzazioni di utilità sociale in favore del documento elaborato con SIMIT al Ministero della Salute: consenso generale su tutti gli aspetti.

NON rilevabile = NON trasmissibile

HIV: un cambio epocale , una questione di diritti umani
U=U undetectable = untrasmittable U=U NON rilevabile = NON trasmissibile

Lo scorso 12 novembre si è tenuta a Roma presso il Ministero della Salute la ‘Consensus Conference Italiana su UequalsU’ NON rilevabile = NON trasmissibile. L’incontro, è stato promosso da SIMIT (Società di Malattie Infettive e Tropicali) e ICAR (Italian Conference on Aids and antiviral Research) e dalle associazioni di lotta all’HIV per lanciare un documento di consenso nazionale sulla validità del concetto che una persona HIV positiva in terapia da almeno sei mesi e con carica virale non rilevabile, non può infettare il/la proprio/a partner.

L’evidenza della non contagiosità nella sfera dei rapporti sessuali è frutto di solidissime ricerche che definiscono a rischio zero un rapporto sessuale senza preservativo con una persona in trattamento efficace e viremia soppressa.

Dalla prima osservazione della Coorte Svizzera nel 2009, la ricerca ha fornito dati rilevati su migliaia di persone fino al 2018, anno della definitiva conferma di U = U NON rilevabile = NON trasmissibile con la pubblicazione degli studi PARTNER.

Ugualmente l’assenza di infezioni da HIV a seguito di incidenti con scambio di sangue in contesti lavorativi sanitari tra pazienti/operatori con HIV, ma in terapia efficace e carica virale non rilevabile e tra pazienti/operatori HIV-negativi, fornisce l’evidenza che anche in ambito diverso da quello sessuale, una persona con HIV in terapia da almeno sei mesi e con viremia non rilevabile (< 200 copie/ml) non deve essere oggetto di precauzioni particolari o di limitazioni alla propria attività lavorativa.

Con la collaborazione delle organizzazioni di lotta all’HIV, SIMIT ha predisposto un corposo documento di consenso che elenca le fattispecie di rischio/evidenza che anche in Italia sarà fonte di messaggi e campagne mirate alla diffusione del concetto U = U.

Tutte le persone che vivono nel nostro Paese hanno diritto a informazioni accurate sulla loro salute sociale, sessuale e riproduttiva e U=U deve essere il messaggio chiave per incoraggiare all’acceso al test e alle cure precoci fornendo un’argomentazione di salute.

U=U NON rilevabile =
                      NON trasmissibile Il comunicato Stampa delle
                      Organizzazioni di utilità sociale
Non rilevabile = non trasmissibile

La netta presa di posizione di SIMIT e del panel di esperti che ha partecipato ai lavori lancia le basi per diffondere il concetto scientifico che assume valore sociale, politico e giuridico in favore della prevenzione, del test e della terapia, contro la discriminazione e la criminalizzazione delle persone con HIV, permettendo alla popolazione generale di conoscere e approfondirne il concetto e la sua validità per superare pregiudizi e stigma ancora molto forti.

Affermiamo quindi in modo chiaro e fermo che il principio UequalsU combatte la discriminazione e pregiudizio e favorisce l’accesso al test per l’HIV, negarlo o ignorarlo crea un danno sociale gravissimo nel nostro paese.

ANLAIDS, ARCIGAY, ASA, ARCOBALENO AIDS, CICA, CNCA, COMITATO PER I DIRITTI CIVILI DELLE PROSTITUTE, LILA, MARIO MIELI, NADIR, NPS ITALIA, PLUS, I RAGAZZI DELLA PANCHINA

Fonte: Nadir Onlus

Recensione di Storia

Il capo. La Grande Guerra del Generale Luigi Cadorna

21.11.2019 – Francesco Cecchini

Il capo. La Grande Guerra del Generale Luigi Cadorna

Luigi Cadorna è l’uomo delle fucilazioni, decimazioni e del disastro di Caporetto. E’ il maggior responsabile perché la Grande Guerra 1915-1918 fu un Grande Massacro.
Diventato capo di Stato Maggiore nel 1914 giudicò deficiente la disciplina del regio esercito, compreso l’atteggiamento degli ufficiali che, a torto, pensavano che i soldati dovevano essere trattati con umanità. Tutto ciò non idoneo ad affrontare la guerra che si profilava. Quindi emise la Circolare n. 1, con la quali con toni molto duri richiamò i principi fondamentali d’obbedienza e di autorità. Seguirono altre che oltre a destituire alti ufficiali e a mandare sotto processo ufficiali e graduati fecero che l’esercito italiano ebbe un alto numero di fucilati e decimati. Secondo “Dati di statistica giudiziaria militare” del giugno 1925 furono comminate nel corso del conflitto 4.028 condanne a morte delle quali 2.967 in contumacia, 311 non eseguite e 750 eseguite. Di quest’ultime, 391 riguardarono il reato di diserzione, 5 per mutilazione volontaria, 164 per resa o sbandamento, 154 per atti di indisciplina, 2 per cupidigia, 16 per violenza, 1 per reati sessuali, le rimanenti per reati diversi. La disfatta di Caporetto fu responsabilità del generale Luigi Cadorna, colpevole non solo di quella singola battaglia, ma, più in generale, di tutta la condotta della guerra: se è vero, come è vero, che Caporetto non fu solo una battaglia convenzionale, ma l’esito di un malessere che serpeggiava nell’esercito proprio a causa del modo in cui le operazioni venivano condotte, e l’esercito veniva trattato, dal Comando Supremo di Luigi Cadorna.

La storia di Luigi Cadorna è raccontata dal libro di Marco Mondini Il Capo: La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna, che Corrado Staiano ha definito: “libro prezioso e intelligente… non è soltanto la biografia di un uomo dal carattere dittatoriale, è la storia di una guerra, di un popolo, di una nazione non nata, di un esercito di contadini in grigioverde, analfabeti i più, che di tradotta in tradotta non sanno neppure dove si trovano”

L’opera è frutto di indagini svolte presso vari archivi, come quello Centrale dello Stato e quello dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, l’Archivio del Museo della Guerra di Rovereto e quelli del Risorgimento a Milano e Vicenza di materiali raccolti da Marco Mondini, in almeno tre lustri di lavoro attorno a temi legati alla storia delle forze armate e delle loro rappresentazioni tra prima guerra mondiale e fascismo, di riflessioni più recenti elaborate nel corso del centenario della Grande guerra.
Luigi Cadorna diresse con poteri assoluti le operazioni militari italiane nella grande guerra. L’enorme consenso personale e la debolezza dei governi di Roma lo riparaono da critiche nonostante l’insuccesso dei suoi piani, le enormi perdite di vite umane, il rischio di una sconfitta sul fronte trentino nel 1916, Cadorna rimase al suo posto fino alla disfatta di Caporetto, nell’autunno 1917. Quanto era stato incensato prima, tanto venne demonizzato poi. Il libro rilegge la carriera e l’operato di Cadorna collocandone la figura nel contesto della cultura militare europea e della storia italiana dell’epoca. Luigi Cadorna appare così come il rappresentante, non eccezionale, di una generazione di professionisti delle armi ossessionata dal passato inglorioso, dalle umilianti sconfitte e dai difetti di un paese che ritenevano debole e indisciplinato.

Titolo: Il Capo
Autore: Marco Mondini
Editore:Il Mulino, 2017
Collana: Biblioteca storica
Pagine: 388
Prezzo: 26 euro