Anche in Italia ora le armi le vende direttamente il ministero

Il governo Conte-bis ha attivato il «government to government» inserito nel recente decreto fiscale. Come già succede in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti

Un’installazione di Fiona BannerUn’installazione di Fiona Banner

Gregorio PiccinIl Manifesto

EDIZIONE DEL20.11.2019

PUBBLICATO19.11.2019, 23:59

Da diversi anni, tra le tante richieste e pretese che l’industria bellica nazionale rivolge ai governi spicca quella di trasformare ufficialmente gli stessi governi in autorevoli agenti di commercio per la propria mercanzia.

Stiamo parlando del così detto approccio “government to government” (G2G) ossia la trasformazione del ministero della Difesa nell’autorità preposta a stipulare direttamente contratti per la fornitura di tecnologia militare con paesi terzi. Lo chiedevano da anni sia gli industriali che i sindacati.

Già il 20 gennaio dello scorso anno, in una intervista rilasciata al Sole24ore l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, riferendosi al Medio oriente, rilasciava una dichiarazione cinica e pragmatica: “… È triste dirlo, ma la tensione internazionale provoca inevitabilmente, sul mercato degli armamenti e della sicurezza, un aumento della domanda. In questi contesti, la natura italiana del nostro gruppo è vissuta come qualcosa di positivo (…) la presidenza del Consiglio, il ministero della Difesa e quello degli Esteri sono un ottimo supporto. In tutto questo, però, c’è una lacuna legislativa: manca la norma sul “Government to Government”, che non è stata approvata dalla legislatura appena scaduta e che noi auspichiamo arrivi presto a traguardo perché ormai molti vogliono negoziare non con Leonardo, ma con il Governo italiano…”.

La sincera tristezza di Profumo è stata immediatamente colta dalla ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta che per alleviarla ha alacremente lavorato per la norma “G2G” insieme ai colleghi degli Esteri, dell’Economia, dell’Interno ma il botto estivo lanciato da Salvini con conseguente crisi di governo ha rallentato l’iter.
Ovviamente solo di rallentamento si è trattato in quanto quando si parla di Nato, spesa militare, guerre e industria bellica la trasversalità regna sovrana.

Alessandro Profumo e più in generale tutto il comparto sono stati quindi accontentati dal governo Conte bis che ha finalmente attivato il “government to government” con l’art.55 “Misure a favore della competitività delle imprese italiane” inserito nel recente decreto fiscale dello scorso 26 ottobre.

Questa norma è uno “strumento importante che va sviluppato e colto in tutte le sue potenzialità” ha commentato il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il 6 novembre scorso nel corso di una conferenza organizzata dall’Aiad (Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) a Roma presso l’Istituto Affari Internazionali.

Ma le grandi attenzioni governative per l’industria militare non bastano mai e infatti, nella stessa conferenza, il presidente dell’Aiad Guido Crosetto ha dichiarato che andrebbe affrontata la questione delle banche etiche che “ …creano enormi ostacoli in termini di sostegno bancario al settore…” e inoltre che andrebbe “… esclusa una parte delle spese per la Difesa dal calcolo del deficit di bilancio…” poiché la stessa Difesa non sarebbe un settore da “ …collegare ad un momento economico specifico ma, piuttosto, ad una funzione esistenziale dello Stato…”.

Uno slancio ducesco quello di Crosetto (industriale della “Difesa” e già parlamentare di Fratelli d’Italia) che non gradisce un ramo della finanza intento a svolgere il suo business come gli pare, magari eticamente, ostacolando così il bene supremo anzi “esistenziale” del Paese: il fatturato tricolore dell’industria militare.
Il modello di riferimento è senza dubbio quello francese dove Macron, con la recente legge di bilancio militare (2019-2025), ha messo in gioco 295 miliardi di euro, ben 105 in più rispetto al quinquennio precedente.

Soldi con cui verranno acquisiti sommergibili nucleari, fregate, droni, satelliti, aerei ed elicotteri) ma anche un corposo aumento del personale: 6.000 unità per le forze armate più 750 funzionari da impiegare nella “divisione vendite” nella Direction Générale de l’Armement.

Il “Government to Government” è infatti una prerogativa francese da tempo, così come lo è per gli Stati uniti e la Gran Bretagna. Tutti Paesi Nato con cui l’Italia condivide la top ten globale del fatturato militare ora anche col fondamentale supporto degli agenti di commercio governativi.

Il Right Livelihood Award 2019 verrà presentato a Stoccolma il 4 dicembre

22.11.2019 – Stoccolma – Right Livelihood Award Foundation

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Il Right Livelihood Award 2019 verrà presentato a Stoccolma il 4 dicembre
Premio Nobel Alternativo 2019 (Foto di Right Livelihood Award)

I vincitori del Right Livelihood Award di quest’anno, noto come “Premio Nobel alternativo”, saranno premiati durante un programma di dieci giorni in Germania, Svizzera e Svezia dal 25 novembre al 4 dicembre. La presentazione del premio a Stoccolma segna anche il 40° anniversario del Right Livelihood Award, istituito nel 1980.

I vincitori del 2019 sono:

  • La difensora dei diritti umani Aminatou Haidar (Sahara occidentale):

“per la sua costante azione nonviolenta, nonostante l’incarcerazione e la tortura, nel perseguimento della giustizia e dell’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale”.

  • L’avvocatessa Guo Jianmei (Cina):

“per il suo lavoro pionieristico e persistente nel garantire i diritti delle donne in Cina”.

  • L’attivista per il clima Greta Thunberg (Svezia):

“per aver ispirato e amplificato le richieste politiche di un’azione urgente per il clima che rifletta i fatti scientifici”.

  • Il leader indigeno Davi Kopenawa e l’Associazione Hutukara Yanomami (Brasile):

“per la loro coraggiosa determinazione a proteggere le foreste e la biodiversità dell’Amazzonia e le terre e la cultura dei suoi popoli indigeni”.

Il 4 dicembre alle 19.30 si terrà la presentazione della 40° edizione del Right Livelihood Award al Cirkus di Stoccolma. L’evento è aperto al pubblico. Tutti sono invitati a partecipare a una serata ispiratrice insieme ai vincitori del 2019 e ad artisti di fama mondiale come José González. Inoltre sul palco la giornalista Amy Goodman (Premio 2008) modererà una conversazione con Edward Snowden (Premio 2014) in collegamento da Mosca.

La presentazione del premio sarà trasmessa in diretta su rightlivelihood.org. I giornalisti interessati all’accreditamento o alla ricezione di una trasmissione in diretta sono invitati a contattare: communications@rightlivelihood.org.

Greta Thunberg sta attualmente attraversando l’Oceano Atlantico per partecipare alla Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici del 2019, la COP25, in Spagna. Per questo non potrà partecipare alla presentazione del premio a Stoccolma e sarà invece rappresentata sul palco da attivisti di Fridays For Future Svezia.

Thunberg ha dichiarato: “Sono profondamente grata di essere uno dei destinatari di questo grande onore. Naturalmente, ogni volta che ricevo un premio, non sono io la vincitrice. Il Right Livelihood Award è un enorme riconoscimento per Fridays For Future e il movimento degli scioperi per il clima. Grazie mille!”.

Anche la vincitrice Guo Jianmei non potrà partecipare personalmente alla presentazione del premio. Guo ha dichiarato: “Il Right Livelihood Award premia e riconosce i miei sforzi e quelli dei miei collaboratori per difendere i diritti delle donne e lo stato di diritto in Cina. Questo premio serve come incoraggiamento e motivazione”.

Ole von Uexkull, direttore esecutivo della Right Livelihood Foundation, ha detto: “Promettiamo ai nostri vincitori un sostegno a lungo termine; la consegna del premio a Stoccolma è il punto di partenza celebrativo della nostra collaborazione. Il nostro lavoro di supporto sarà adattato alle esigenze specifiche dei vincitori e non vediamo l’ora di ampliare il loro lavoro pionieristico”.

Il programma del Premio 2019 prevede 10 giorni di eventi e incontri di alto livello per i vincitori a Berlino, Zurigo, Ginevra e Stoccolma. Per ulteriori dettagli, vedi sotto.

Sono passati 40 anni da quando la Fondazione Nobel ha rifiutato di assegnare un premio ambientale e il filantropo svedese-tedesco Jakob von Uexkull ha deciso di istituire il Right Livelihood Award. Il premio è ampiamente conosciuto come “Premio Nobel alternativo” ed è oggi uno dei premi più prestigiosi per la sostenibilità, la giustizia sociale e la pace.

Una settimana di eventi

Berlino

Martedì 26 novembre, 18:00-19:45 CET

Conversazione con Aminatou Haidar (Sahara occidentale) presso le ambasciate nordiche a Berlino. Per l’accredito stampa, si prega di contattare: presse@rightlivelihood.org.

Zurigo

Mercoledì 27 novembre, 18:30-20:00 CET

La dodicesima conferenza Right Livelihood Award con Aminatou Haidar all’Università di Zurigo. Registrazione online su zurich.rightlivelihoodaward.org.

Giovedì 28 novembre, 18:00-19:45 CET

Celebrazione dei vincitori del 2019 alla Maison de la Paix di Ginevra. Si prega di registrarsi online tramite The Graduate Institute Geneva

Stoccolma

Domenica 1° dicembre, 15:00-16:30 CET

Conversazione con Aminatou Haidar sul suo attivismo nonviolento a favore della giustizia e dell’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale. La pre-registrazione non è necessaria. Medelhavsmuseet, Fredsgatan 2.

Lunedì 2 dicembre, 12:00-13:30 CET

In che modo i fondi pensionistici svedesi incidono sulla situazione in Amazzonia e nel Sahara occidentale? Pranzo-Seminario con Aminatou Haidar e Davi Kopenawa allo Skeppsbron 10, Sjöfartshuset. Registrazione su https://www.forumsyd.org/sv/kalender/vad-har-arets-right-livelihood-pristagare-med-vara-pensionspengar-att-gora

Martedì 3 dicembre, 13:30-15:00 CET

Seminario al Parlamento svedese con Aminatou Haidar e Davi Kopenawa. Per l’accredito stampa, si prega di contattare: communications@rightlivelihood.org.

Mercoledì 4 dicembre, 19:30-21:15 CE

Presentazione del 40° Premio al Cirkus di Stoccolma con ospiti speciali, tra cui Edward Snowden, e artisti di fama mondiale. I biglietti possono essere acquistati online o contattando:  communications@rightlivelihood.org per l’accredito stampa.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid

I progressi della Medicina rendono il Virus HIV non più infettivo, con la viremia azzerata dai nuovi farmaci “inebitori della proteasi”

U=U NON rilevabile = NON trasmissibile Il comunicato Stampa delle Organizzazioni di utilità sociale in favore del documento elaborato con SIMIT al Ministero della Salute: consenso generale su tutti gli aspetti.

NON rilevabile = NON trasmissibile

HIV: un cambio epocale , una questione di diritti umani
U=U undetectable = untrasmittable U=U NON rilevabile = NON trasmissibile

Lo scorso 12 novembre si è tenuta a Roma presso il Ministero della Salute la ‘Consensus Conference Italiana su UequalsU’ NON rilevabile = NON trasmissibile. L’incontro, è stato promosso da SIMIT (Società di Malattie Infettive e Tropicali) e ICAR (Italian Conference on Aids and antiviral Research) e dalle associazioni di lotta all’HIV per lanciare un documento di consenso nazionale sulla validità del concetto che una persona HIV positiva in terapia da almeno sei mesi e con carica virale non rilevabile, non può infettare il/la proprio/a partner.

L’evidenza della non contagiosità nella sfera dei rapporti sessuali è frutto di solidissime ricerche che definiscono a rischio zero un rapporto sessuale senza preservativo con una persona in trattamento efficace e viremia soppressa.

Dalla prima osservazione della Coorte Svizzera nel 2009, la ricerca ha fornito dati rilevati su migliaia di persone fino al 2018, anno della definitiva conferma di U = U NON rilevabile = NON trasmissibile con la pubblicazione degli studi PARTNER.

Ugualmente l’assenza di infezioni da HIV a seguito di incidenti con scambio di sangue in contesti lavorativi sanitari tra pazienti/operatori con HIV, ma in terapia efficace e carica virale non rilevabile e tra pazienti/operatori HIV-negativi, fornisce l’evidenza che anche in ambito diverso da quello sessuale, una persona con HIV in terapia da almeno sei mesi e con viremia non rilevabile (< 200 copie/ml) non deve essere oggetto di precauzioni particolari o di limitazioni alla propria attività lavorativa.

Con la collaborazione delle organizzazioni di lotta all’HIV, SIMIT ha predisposto un corposo documento di consenso che elenca le fattispecie di rischio/evidenza che anche in Italia sarà fonte di messaggi e campagne mirate alla diffusione del concetto U = U.

Tutte le persone che vivono nel nostro Paese hanno diritto a informazioni accurate sulla loro salute sociale, sessuale e riproduttiva e U=U deve essere il messaggio chiave per incoraggiare all’acceso al test e alle cure precoci fornendo un’argomentazione di salute.

U=U NON rilevabile =
                      NON trasmissibile Il comunicato Stampa delle
                      Organizzazioni di utilità sociale
Non rilevabile = non trasmissibile

La netta presa di posizione di SIMIT e del panel di esperti che ha partecipato ai lavori lancia le basi per diffondere il concetto scientifico che assume valore sociale, politico e giuridico in favore della prevenzione, del test e della terapia, contro la discriminazione e la criminalizzazione delle persone con HIV, permettendo alla popolazione generale di conoscere e approfondirne il concetto e la sua validità per superare pregiudizi e stigma ancora molto forti.

Affermiamo quindi in modo chiaro e fermo che il principio UequalsU combatte la discriminazione e pregiudizio e favorisce l’accesso al test per l’HIV, negarlo o ignorarlo crea un danno sociale gravissimo nel nostro paese.

ANLAIDS, ARCIGAY, ASA, ARCOBALENO AIDS, CICA, CNCA, COMITATO PER I DIRITTI CIVILI DELLE PROSTITUTE, LILA, MARIO MIELI, NADIR, NPS ITALIA, PLUS, I RAGAZZI DELLA PANCHINA

Fonte: Nadir Onlus

Recensione di Storia

Il capo. La Grande Guerra del Generale Luigi Cadorna

21.11.2019 – Francesco Cecchini

Il capo. La Grande Guerra del Generale Luigi Cadorna

Luigi Cadorna è l’uomo delle fucilazioni, decimazioni e del disastro di Caporetto. E’ il maggior responsabile perché la Grande Guerra 1915-1918 fu un Grande Massacro.
Diventato capo di Stato Maggiore nel 1914 giudicò deficiente la disciplina del regio esercito, compreso l’atteggiamento degli ufficiali che, a torto, pensavano che i soldati dovevano essere trattati con umanità. Tutto ciò non idoneo ad affrontare la guerra che si profilava. Quindi emise la Circolare n. 1, con la quali con toni molto duri richiamò i principi fondamentali d’obbedienza e di autorità. Seguirono altre che oltre a destituire alti ufficiali e a mandare sotto processo ufficiali e graduati fecero che l’esercito italiano ebbe un alto numero di fucilati e decimati. Secondo “Dati di statistica giudiziaria militare” del giugno 1925 furono comminate nel corso del conflitto 4.028 condanne a morte delle quali 2.967 in contumacia, 311 non eseguite e 750 eseguite. Di quest’ultime, 391 riguardarono il reato di diserzione, 5 per mutilazione volontaria, 164 per resa o sbandamento, 154 per atti di indisciplina, 2 per cupidigia, 16 per violenza, 1 per reati sessuali, le rimanenti per reati diversi. La disfatta di Caporetto fu responsabilità del generale Luigi Cadorna, colpevole non solo di quella singola battaglia, ma, più in generale, di tutta la condotta della guerra: se è vero, come è vero, che Caporetto non fu solo una battaglia convenzionale, ma l’esito di un malessere che serpeggiava nell’esercito proprio a causa del modo in cui le operazioni venivano condotte, e l’esercito veniva trattato, dal Comando Supremo di Luigi Cadorna.

La storia di Luigi Cadorna è raccontata dal libro di Marco Mondini Il Capo: La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna, che Corrado Staiano ha definito: “libro prezioso e intelligente… non è soltanto la biografia di un uomo dal carattere dittatoriale, è la storia di una guerra, di un popolo, di una nazione non nata, di un esercito di contadini in grigioverde, analfabeti i più, che di tradotta in tradotta non sanno neppure dove si trovano”

L’opera è frutto di indagini svolte presso vari archivi, come quello Centrale dello Stato e quello dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, l’Archivio del Museo della Guerra di Rovereto e quelli del Risorgimento a Milano e Vicenza di materiali raccolti da Marco Mondini, in almeno tre lustri di lavoro attorno a temi legati alla storia delle forze armate e delle loro rappresentazioni tra prima guerra mondiale e fascismo, di riflessioni più recenti elaborate nel corso del centenario della Grande guerra.
Luigi Cadorna diresse con poteri assoluti le operazioni militari italiane nella grande guerra. L’enorme consenso personale e la debolezza dei governi di Roma lo riparaono da critiche nonostante l’insuccesso dei suoi piani, le enormi perdite di vite umane, il rischio di una sconfitta sul fronte trentino nel 1916, Cadorna rimase al suo posto fino alla disfatta di Caporetto, nell’autunno 1917. Quanto era stato incensato prima, tanto venne demonizzato poi. Il libro rilegge la carriera e l’operato di Cadorna collocandone la figura nel contesto della cultura militare europea e della storia italiana dell’epoca. Luigi Cadorna appare così come il rappresentante, non eccezionale, di una generazione di professionisti delle armi ossessionata dal passato inglorioso, dalle umilianti sconfitte e dai difetti di un paese che ritenevano debole e indisciplinato.

Titolo: Il Capo
Autore: Marco Mondini
Editore:Il Mulino, 2017
Collana: Biblioteca storica
Pagine: 388
Prezzo: 26 euro

NOI SIAMO CONTRO IL MES

MES – MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA’
IL MES NON SALVA GLI STATI MA SALVA LE BANCHE!

Il MES è un organo che gode dell’immunità penale, le cui decisioni insindacabili passeranno sopra le testa non solo della Commissione, ma anche della BCE. La politica viene sempre più estromessa dalle decisioni che contano. Ciò ricorda la struttura di polizia europea (Eurogendfor) che è stata creata nel passato dall’UE.
Di fatto il capitalismo monopolistico europeo non si fida più delle proprie emanazioni politiche e il potere statale è demandato a circoli sempre più ristretti.

Il MES potrà concedere prestiti a Paesi in difficoltà finanziaria il cui debito è “sostenibile” a suo insindacabile giudizio. Paesi come l’Italia potrebbero accedere ai prestiti solo se rientrassero in questa élite. Data l’enorme esposizione, ciò è impossibile. Per esempio si dovrebbe ridurre il debito dal 120% al 60%. Un cappio che andrebbe diretto al collo di lavoratori e risparmiatori, pronto a scattare se il governo del paese non si sottomettesse ai diktat non potendo neanche avvalersi dei margini politici o della propria capacità di manovra. Mentre oggi l’Italia ha potuto minacciare di far saltare il banco, e quindi Le sono stati concessi piccoli margini sulla manovra finanziaria, domani non sarà più così.

Il grande capitalismo monopolistico italiano ne è ben contento, perché sa che tutte le decisioni che sono affidate a circoli sempre più ristretti andranno sempre a suo vantaggio.

Il nuovo trattato sul MES è un vero e proprio grimaldello alla testa dei lavoratori, costituisce la più importante sirena di allarme sull’area euro. Draghi ultimamente vantava i grandi successi dell’euro e la paradossale affermazione che oggi esso è più forte e più benvoluto dai cittadini, questa faceva prevedere tempesta in arrivo. Oggi il terrore dei manovratori è sotto gli occhi di tutti.
Ovviamente non è una manovra salva Stati, ma – come sempre – salva banche. In particolare l’infezione che si teme di più è quella che potrebbe partire da paesi che hanno una forte esposizione del debito, come l’Italia, non solo in termini relativi, ma soprattutto assoluti: 2mila miliardi.

Salvini accusa il governo di “tradimento”. Ma tutto ciò era ben chiaro ai suoi esponenti fin dai primi momenti fin da quando lui era al governo. Del resto, cosa ci si può aspettare da chi fino a ieri ha accettato di tutto dalla Nato, dall’UE e dal sistema dell’euro, nonostante reboanti proclami, da chi ora critica il governo perché fa scappare gli investitori esteri per la vicenda ILVA?
Cosa c’è da aspettarsi dal M5S, che ha votato la fedelissima della Merkel come presidente della Commissione europea e che non ha mantenuto quasi niente delle promesse elettorali.
Infine il PD che come sempre si erge a baluardo dell’Unione europea, sempre a difesa degli interessi dei grandi gruppi monopolistici e della banche.
PD, Lega, M5S e compagnia bella, sono tutti emanazioni del potere borghese, a volte in contrasto tra di se, ma uniti contro i lavoratori e le classi popolari.
Fanno finta di opporsi per cose marginali, si tirano calci in pubblico, ma la sostanza non cambia.

Non parliamo di sardine ma di nazionalizzazione dell’ILVA

Parte a questo punto l’aggressione mediatica concentrica alla difesa del diritto alla salute con le “lamentele” sul fatto che queste azioni giuridiche porteranno a “far scappare gli investitori” dall’Italia, terrorizzati dalla “debordante” azione della magistratura.

Sul sito de Il Sole 24 ore, il 17 novembre scorso è stato pubblicato un articolo dal titolo “Investimenti in Italia frenati dai rischi legali”. La firma è dell’ex Ministro dell’Economia del primo governo Conte, Giovanni Tria. Il senso dell’articolo scritto dall’ex ministro gialloverde è riassunto abbastanza fedelmente dal sommario: “Un nuovo governo legittimamente muta la propria politica e effettua scelte diverse per nuovi progetti, ma non blocca ciò che è stato avviato”.

La deindustrializzazione del nostro Paese ha una storia antica. Basterebbe citare la chimica, l’elettronica. Oggi il capitalismo monopolistico italiano punta su settori completamente diversi: il trasporto dell’energia, sfruttando la particolare collocazione geografica della Penisola, la produzione di armi subordinata a più grandi progetti USA e EU. Ridurre il tutto alla semplificazione dei “rischi legali” che frenano gli investimenti significa voler nascondere il sole con un dito. Austerità, regole di bilancio europee, privatizzazioni che mascherano svendite di interi rami industriali, svalutazione dei salari: tutto ciò evidentemente incide poco per Tria al cospetto dei “terribili” rischi legali. Ma il messaggio è chiaro: non disturbate il manovratore, anzi il benefico investitore al quale dobbiamo fare ponti d’oro sempre e comunque.

La seconda questione è più politico-istituzionale: i governi italiani, che si susseguono nei lustri e nei decenni, “non potendo bloccare ciò che è stato avviato”, palesano quindi una finta alternanza corrispondente ai risultati delle elezioni politiche, unico appiglio per continuare a sostenere la parvenza almeno formalmente “democratica”. L’unica responsabilità di questi governi sembrerebbe essere nei confronti dei capitali investiti. Esteri o italiani, privati o pubblici. Riguardo l’origine dei capitali investiti cambierebbe evidentemente ben poco per l’analisi complessiva. Basterebbero pochi esempi: dall’esempio storico della progressiva dismissione del gruppo FIAT agli ultimi esempi di Mahle e Ex Ilva, alle famigerate “cordate” per Alitalia. Di certo cambierebbe assolutamente nulla per i lavoratori impiegati nel processo di riproduzione di quei capitali investiti.

In questo contesto appare ridicola l’accusa al governo dei “sovranisti” alla Salvini di “fare scappare” gli investitori esteri. Strani sovranisti che desiderano solo dimostrare di essere più bravi a lustrare le scarpe allo “straniero”! In verità il problema di italiano o straniero ovviamente non c’entra nulla. Il problema è di chi si fanno gli interessi: dei padroni o dei lavoratori.

Un altro argomento che va rintuzzato è quello per cui i privati sarebbero più bravi e quindi solo essi possono rappresentare la salvezza di un’azienda. Dice il ministro dell’economia attuale, Gualtieri, che la nazionalizzazione è una “pericolosa illusione”. Ora, perché i privati sarebbero più bravi? Anche ammesso che non si fosse affidato tutto ad Arcelor-Mittal (non mettiamo aggettivi perché gli unici che ci vengono in mente sono da querela), un altro “imprenditore” sarebbe più bravo? Avrebbe più soldi dello Stato italiano? No. Avrebbe più competenze aziendali? No. Sarebbe costretto a fare profitti? Sì. Avrebbe un orizzonte di investimento più lungo? No. Dovrebbe rispettare i vincoli di legge in modo più concessivo? No. E allora? Si cita il caso Alitalia, che invece è proprio la dimostrazione che è stata la svendita ai privati con continue iniezioni di soldi pubblici che ha affossato quell’azienda.[1]

La vicenda ILVA ci dà la misura di quanto queste posizioni siano del tutto false, contrarie all’interesse non solo dei lavoratori e degli abitanti non solo di quei territori, ma anche di tutt’Italia. Si chiuderà l’ILVA, o si ridimensionerà radicalmente secondo gli interessi del grande padronato[2], non si risanerà il territorio e resterà per sempre il deserto e la devastazione industriale ed economica.

Invece proprio il caso Alitalia, ma anche quello di Termini Imerese e innumerevoli altri, dovrebbe insegnare ai lavoratori che le proposte al ribasso della borghesia non devono mai essere accettate. Certo, si capisce che per il lavoratore che oggi si sente franare sotto i piedi il terreno, soluzioni che gli assicurano, almeno nel breve periodo, la sopravvivenza pur fuori dalla fabbrica, sono una prospettiva irrinunciabile. Ma vediamolo dal punto di vista della classe. Agli operai dell’Alitalia si proposero scivoli e agevolazioni a vita e poi il governo di turno li ha assottigliati sempre di più. A Termini stanno scadendo i termini della cassa integrazione e di mese in mese i lavoratori devono lottare per vedersela rinnovata. Questo è il destino che vogliamo per la più grande acciaieria d’Europa?

Il sospetto è legittimo che il governo italiano abbia lavorato fin dall’inizio per “il re di Prussia”, che fosse fin da subito nelle intenzioni di chiudere un settore ormai scomodo per il capitalismo italiano, un settore che può fare profitti solo inquinando e avvelenando i cittadini e gli operai, che può stare a galla solo con una produzione troppo grossa ormai per quanto la concorrenza internazionale concede.

Qui misuriamo tutto il male del capitalismo. Il ricatto tra salute e lavoro. Il lavoro che comunque verrà tolto a fronte della riduzione dei lavoratori che dovranno mendicare periodicamente il sostegno al reddito e non la difesa dell’occupazione. Chi oggi parla di piani di sviluppo territoriale, di una nuova politica turistica, di coltivazioni di mitili, evidentemente ha in mente un Italia che campa di settori economici marginali, mentre il nucleo duro della produzione viene concentrato in settori altamente capitalizzati con una manodopera altamente specializzata e soprattutto limitata numericamente. Insomma, è ancora una volta dimostrato che la produzione capitalista, basandosi sul massimo profitto, è incompatibile con i bisogni dell’intera collettività.

Per questo la parola d’ordine di nazionalizzazione è “pericolosa” ma per i padroni e tutti i loro servi.

Essa all’interno del sistema capitalistico trova forti ostacoli. Non solo perché i governi borghesi che si alternano sono servi degli interessi dei grandi monopoli che hanno tutt’altro interesse, ma perché le regole europee sui sostegni di stato, i vincoli di bilancio e non ultimo la concorrenza internazionale basata su regole di mercato inflessibili sbarrano la strada. Quindi è giusto che non solo gli operai e gli abitanti di Taranto, ma anche tutti i lavoratori italiani, capiscano chi è il nemico che gli ruba il futuro e la salute tutti i giorni.

Ma una soluzione c’è. Non le finte nazionalizzazioni del capitale, fatte solo per scaricare i debiti dei padroni sulle spalle della collettività, ossia ancora una volta dei lavoratori. Non la nazionalizzazione “temporanea” finalizzata a ristrutturare a spese dello stato e poi rimetterla nuovamente sul mercato, a tutto beneficio di chi poi se la comprerà a prezzi da saldo.

Ma la nazionalizzazione definitiva, senza indennizzo, con affidamento ai lavoratori. Questa è la strada che, oltre ad essere l’unica soluzione per non chiudere una fabbrica strategica che da sola vale (valeva?) il 2 percento del PIL italiano, è l’unica via d’uscita per continuare ad avere lavoratori che hanno i loro diritti e il loro salario e non mendicanti di reddito. L’unica soluzione per avviare davvero un risanamento ambientale che solo cospicui investimenti pubblici posso assicurare, magari finanziati con gli espropri di chi ha fatto affari finora del tesoro portato all’estero dai Riva, e non con le sovvenzioni europee[3].

La soluzione è rompere questi vincoli, che soprattutto sono stati collocati nella testa dei lavoratori da anni e anni di tradimenti di chi doveva invece dare loro la prospettiva del rovesciamento di questa società.

___________

[1] http://www.lariscossa.com/2019/05/21/alitalia-un-esempio-capitalismo-predone/

[2] Tra le richieste di ArcelorMittal altri 6.700 esuberi (che si aggiungono ai precedenti 5.000 esuberi più 1.700 in cassa integrazione all’amministrazione straordinaria) sugli attuali 10.600 dipendenti (erano 14.300 nel 2017). Inoltre rimane la richiesta dello scudo penale, la riduzione del canone di affitto del gruppo e l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti nella società franco-indiana.

[3] Tra il 2008 e 2015 i grandi gruppi dell’acciaio, del cemento, della chimica e del petrolio hanno ottenuto 25 miliardi di euro di incassi aggiuntivi come “effetto collaterale” del sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione. Si veda al proposito un’inchiesta di Fq MillenniuM, in uscita sabato 16 novembre, anticipato dal Fatto quotidiano.

Il rapimento di Silvia Romano, un anno dopo

18.11.2019 – Angelo Ferrari

Il rapimento di Silvia Romano, un anno dopo
(Foto di Facebook)

Pochissimo si sa della sorte della cooperante italiana, rapita in Kenya e poi trasferita in Somalia, dove potrebbe essere finita in mano ai terroristi di al Shabaab. Lo scorso 30 settembre, secondo una fonte di intelligence, risultava ancora viva.

“Silvia è viva e si sta facendo di tutto per riportarla a casa”. Questa è l’ultima notizia certa e risale al 30 settembre, come ha riportato l’Agi, citando una fonte di intelligence. Da allora sul rapimento di Silvia Romano avvenuto il 20 novembre del 2018 è calato il silenzio. Un anno esatto dal quel brutto giorno quando la volontaria italiana è stata sottratta alla sua attività umanitaria a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi in Kenya. Nulla è trapelato. Solo un laconico ci sono nuove prove, nuovi elementi di indagine emersi nell’ultimo mese. Un po’ poco.

Si sa che la collaborazione tra autorità keniane e italiane prosegue, non si è mai fermata un momento. Come ha sottolineato la viceministra degli Esteri, Emanuela Del Re, durante una sua recente visita in Kenya.

Ma il silenzio sta diventando insopportabile, assordante e in molti chiedono di romperlo. Pippo Civati, leader di Possibile, che sin dall’inizio segue – uno tra i pochi – questa tragica vicenda, in un tweet scrive: “Credo sia doveroso che a un anno di distanza ci sia una comunicazione ufficiale del nostro esecutivo sulla situazione di Silvia Romano. Troppe le voci ufficiose, troppe le mezze verità, troppi i pettegolezzi”.

Così la politica, ma c’è anche quella parte di società civile che non ha mai smesso di premere, in maniera discreta, affinché un fascio di luce illumini questa vicenda. Nino Sergi, fondatore e presidente emerito di Intersos e Policy Advisor di Link 2007, ha nuovamente fatto sentire la sua voce inviando una seconda lettera aperta al generale Luciano Carta, direttore dell’Aise, i servizi di intelligence esterni. “Dodici mesi sono tanti – scrive Sergi -. A chi attende la sua liberazione sembrano interminabili”. Sergi prosegue sottolineando di non “aver nessun titolo per parlare a nome di Silvia, ma quanto le scrivo esprime l’inquietudine e le preoccupazioni di molte persone per la sua liberazione e la sua vita: tante voci che fanno da sottofondo a questa nuova lettera aperta”.

E il fondatore di Intersos cosi’ spiega le “inquietudini e le preoccupazioni”: “Non sappiamo se prendere per buone le poche notizie diffuse da agenzie giornalistiche sull’area in cui Silvia potrebbe essere trattenuta. Ad esse comunque ci aggrappiamo. Se l’area fosse confermata, la preoccupazione diventa ancora più grande a causa dell’effettuazione di frequenti raid. Come non sappiamo se vi siano le condizioni per fare molto di più di quanto già state facendo; ma ancora una volta le chiediamo di provare a farlo. I tempi lunghi significano anche crescenti rischi: il ricordo di Giovanni Lo Porto rimane ancora molto doloroso”.

Rapita, venduta e trasferita in Somalia

Silvia Romano è stata rapita da criminali comuni che, poi, l’hanno ceduta a un’altra banda, probabilmente i terroristi di al Shabaab e portata in Somalia. E le preoccupazioni di Sergi derivano proprio da questo. Le condizioni sul terreno, in questi mesi, sono precarie: piogge e alluvioni, che impediscono gli spostamenti, ma diventano condizioni ideali per i raid arei sulle postazioni dei terroristi. Ed ecco il ricordo del cooperante Giovanni Lo Porto, rapito in Pakistan da Al Qaeda, e vittima – “effetto collaterale” – di un bombardamento americano.

Poi vi è una nota di cronaca. Il processo ai tre degli otto membri della banda che ha rapito Silvia – Moses Luwali Chembe, Abdalla Gababa Wario e Ibraiam Adam Omar – è stato nuovamente rinviato, questa volta perchè Adam Omar, in libertà su cauzione e considerato l’uomo più pericoloso dei tre, non si è presentato all’ultima udienza, quella del 14 novembre. I giudici lo hanno dichiarato “formalmente” latitante.

Quali prove che sia ancora viva?

Rimaniamo a ciò che gli inquirenti fanno trapelare e cioè che Silvia sia stata portata in Somalia. Ma non è chiaro quando sia avvenuto: se subito dopo il rapimento oppure nei mesi successivi. E non è una curiosità giornalistica. Il passaggio di mano potrebbe essere avvenuto all’inizio dell’anno, ma sul punto gli inquirenti tacciano. C’è poi il fatto, non irrilevante, della prova in vita. Chi indaga, italiani e keniani, hanno detto che di sicuro Silvia a Natale era viva. È stata rapita un anno fa. Anche su questo punto il silenzio è inquietante. Non viene detto nulla. Ma nemmeno si fa intendere qualcosa.

I punti poco chiari sono molti. In primo luogo, se è vero che la giovane italiana è in Somalia, non si ha notizia di una rivendicazione in tal senso, e dopo un anno dal rapimento tutto ciò sembra essere, quantomeno, strano e inusuale. L’altro fattore: c’è stata una richiesta di riscatto? Se è vero che i committenti del rapimento sono gruppi jihadisti legati agli al Shabaab, rivendicazione e richiesta di riscatto per la liberazione della giovane italiana dovrebbero essere scontate.

Gli inquirenti, tuttavia, mantengono il riserbo anche sul fatto se sia stata fornita o meno una prova “recente” in vita di Silvia Romano. Tutto ciò alimenta ricostruzioni fantasiose. A un anno di distanza, una parola di chiarezza, però, dovrebbe essere detta. E noi rimaniamo con l’unica certezza alla quale potersi aggrappare: “Silvia Romano è viva e si sta lavorando per riportarla a casa”.

Articolo originale.

Amazzonia: abbiamo perso un’area equivalente a 1,4 milioni di campi di calcio

18.11.2019 – Greenpeace International

Amazzonia: abbiamo perso un’area equivalente a 1,4 milioni di campi di calcio
(Foto di Greenpeace)

La deforestazione nell’Amazzonia brasiliana ha raggiunto tra agosto 2018 e luglio 2019 il tasso più alto registrato dal 2008. Ben 9.762 chilometri quadri, secondo i dati del Programma di monitoraggio satellitare della foresta amazzonica brasiliana (Prodes) dell’Istituto brasiliano di ricerche spaziali (INPE). Un indice sviluppato da questo Istituto mostra che nei primi tre mesi del monitoraggio (agosto-ottobre 2019) è aumentata del 100 per cento l’area interessata da allarmi di deforestazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

“La politica del presidente Bolsonaro sta annientando la capacità del Brasile di combattere la deforestazione, favorendo chi commette crimini ambientali e incoraggiando le violenze verso Popoli Indigeni e comunità forestali tradizionali” dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “Agire per porre fine alla deforestazione – dell’Amazzonia e di tutte le foreste del Pianeta – deve essere un obiettivo globale della Comunità Internazionale. Il governo brasiliano deve proteggere la foresta e i suoi abitanti, mentre governi nazionali e Ue devono impegnarsi concretamente e proporre una legislazione in grado di garantire che il cibo che mangiamo e i prodotti che utilizziamo non vengano prodotti a scapito dei diritti umani e delle foreste del Pianeta».

L’Unione Europea, durante l’ultimo G7, ha dichiarato di voler difendere l’Amazzonia stanziando fondi contro gli incendi ma, al tempo stesso, ha elaborato, a fine luglio, un Piano d’azione contro la deforestazione che non affronta i costi ambientali e umani delle politiche commerciali e agricole dell’Ue, continuando a permettere a una manciata di multinazionali di accedere a nuovi mercati a scapito della necessità di valutare il costo ecologico, climatico e umano degli accordi commerciali in cui l’Ue è coinvolta. “L’Accordo di libero scambio Ue-Mercosur, che coinvolge il Brasile e altri tre stati del Sud America (Argentina, Paraguay e Uruguay), almeno così com’è, aumenterà le importazioni di materie prime agricole in Europa (a cominciare da carne e soia), con conseguenze devastanti per il clima, le foreste e i diritti umani, sacrificati ancora una volta sull’altare del profitto” conclude Borghi.

Greenpeace chiede che l’Accordo UE-Mercosur sia sospeso finché le foreste non saranno adeguatamente protette e che comprenda misure efficaci per rispettare l’Accordo di Parigi sul clima, la Convenzione sulla diversità biologica e gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. La distruzione delle foreste è una delle principali cause del cambiamento climatico e della massiccia estinzione delle specie a cui stiamo assistendo. Proteggere le foreste e promuovere pratiche agricole sostenibili ed ecologiche, è fondamentale per affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando.

Contro il golpe in Bolivia

Licenza di uccidere in Bolivia

17.11.2019 – Luca Cellini

Licenza di uccidere in Bolivia
Il funerale di alcune persone morte in Bolivia durante le ultime proteste (Foto di El dicos)

Sono nove i morti e centoventicinque i feriti di quello che verrà ricordato come il massacro di Cochabambaqui la lista dei morti certificati dall’IDIF (Istituto di Investigazione Forense)“Un atto di repressione durissima da parte delle forze di polizia boliviane, quello avvenuto a Sacaba, nel centro del Paese, e non “un confronto”, come avevano definito i rappresentanti dell’autoproclamato governo boliviano dopo le dimissioni di Evo Morales.” È quanto ha denunciato Nelson Cox, rappresentante e difensore del popolo del distretto di Cochabamba, riportato ieri dal giornale “Opinion”.

Tutte le persone assassinate sono state raggiunte alla testa oppure al torace da colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia.

Con il massacro di Sacaba è salito a 25  il numero delle persone uccise in Bolivia durante le proteste della popolazione.

L’escalation repressiva, i morti e le violenze sono cresciute in modo vertiginoso dopo l’annuncio dell’autoproclamato governo di Jeanine Añez che ieri ha anche approvato il decreto 4078, che “declina” ogni tipo di responsabilità e impunità totale alle forze militari e di polizia chiamate alle “operazioni per il ripristino dell’ordine interno e della stabilità pubblica”.

Di fatto è un decreto che dà licenza di uccidere, carta bianca di sparare a vista ad ogni persona che protesta in Bolivia, senza che per queste azioni poi la polizia e i militari rispondano in alcun modo di fronte alla legge.

Il decreto 4078

Il decreto come scritto al suo interno “stabilisce che le forze armate possono utilizzare tutti i mezzi disponibili in modo proporzionale e discrezionale al rischio delle operazioni”.

Detto in altre parole, “ogni mezzo” significa che se i militari decidono di usare i fucili mitragliatori per sparare alla popolazione, come d’altronde stanno facendo in queste ore, hanno piena libertà di farlo senza poi doverne rispondere a qualcuno.

La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR), oggi ha denunciato come un crimine l’ordine e il decreto emesso dal governo autoproclamato di Jeanine Añez, dichiarando che “alle Forze Armate Boliviane (FAB) che scendono in piazza a reprimere ogni protesta, è stata data autorizzazione a procedere con ogni mezzo assicurandogli l’impunità totale.

“È una licenza di impunità per massacrare la gente”, ha scritto ieri Evo Morales dal suo account Twitter.

La presenza della FAB (Forze Armate Boliviane) sulle strade del paese e sulle strade delle principali città è iniziata a partire da lunedì sera scorso, dopo che la polizia nazionale boliviana (PNL) ha chiesto rinforzi militari in vista delle rivolte, in particolare avvenute nella città di El Alto.

Bolivia, El Alto

È da lunedì notte infatti che sulle città di La Paz e di El Alto hanno iniziato a sorvolare nei cieli aeroplani ed elicotteri militari, e i carri armati stazionano quotidianamente nei dintorni di Plaza Murillo, a La Paz, dove si trova la sede del Governo e del potere legislativo espresso dal Parlamento. La Bolivia di fatto oggi è in uno stato d’assedio da guerra civile.

L’escalation della situazione si è esacerbata dopo le dichiarazioni della Añez, quando nei giorni scorsi ha prima affermato di dover affrontare azioni di destabilizzazione da parte di “gruppi sovversivi armati”. Giustificando poi in questo modo ben tre cose: l’operazione militare, il sostegno legale alle forze di polizia, e la narrazione delle azioni che seguiranno, genocidio e massacro della popolazione indios, definendole come “ripristino dell’ordine democratico”.

I rappresentanti del MAS chiedono subito nuove elezioni, ma la destra che ha preso di fatto il potere senza essere stata mai eletta da nessuno, sostiene che adesso non è possibile perché bisogna affrontare prima l’emergenza e il ripristino dell’ordine pubblico a fronte dei disordini che ci sono in tutto il Paese. Dichiarazione surreale e comica questa, se non ci fossero di mezzo morti, feriti e tanta sofferenza, perché sono le stesse azioni violente e criminali della destra per tramite delle squadracce di Camacho e Mesa che in questi giorni hanno fomentato e creato i peggiori disordini e le condizioni per arrivare di fatto a una situazione di escalation da vera e propria guerra civile.

Da sottolineare che in questi ultimi giorni, persino tra i simpatizzanti della destra boliviana si sono manifestate molte perplessità e contrarietà dopo l’emissione del decreto 4078, che di fatto è una licenza di uccidere e massacrare la popolazione. Alcuni esponenti moderati della destra hanno proposto come mediazione di tornare subito ad elezioni perché si arresti subito il processo di violenza in corso, ma l’autoproclamata presidente Jeanine Añez pare non sentirci proprio da quell’orecchio.

Ma questo non è tutto, dall’altra parte, sul fronte informazione e narrazione dei fatti, l’autoproclamato governo di Jeanine Añez sta operando minacce e intimazioni di ritorsioni alla stampa locale per mantenere il più possibile una coltre di silenzio, nel tentativo di cercare di rendere invisibile quel che accade nel Paese.

Il piano della destra boliviana più intransigente è molto semplice, arrivare ad elezioni in uno stato di emergenza proclamato, con un controllo di tutto il Paese da parte delle forze di polizia e dei militari, e nel frattempo indebolire, fiaccare e impaurire con uccisioni, ferimenti e arresti, le forze sociali e politiche che si stanno opponendo a questo tentativo di golpe che viene ancora presentato da Jeanine Áñez come “cambio democratico”.

Dopo le dimissioni di Evo Morales, la senatrice Jeanine Áñez si è autodichiarata presidente del paese. Il giorno in cui si è autoproclamata alla guida del Paese, la Áñez  è entrata nel palazzo del governo, noto come Palazzo Bruciato, portando una bibbia in mano, ed esclamando: “Grazie a Dio che ha permesso alla Bibbia di rientrare nel Palazzo!”.

Jeañine Añez con la bibbia in mano all'entrata al Palazzo Bruciato il giorno in cui si è autoproclamata presidente

Le posizioni della Añez a quanto si può leggere sul suo profilo pubblico sono fortemente razziste e segregazioniste nei confronti della popolazione indigena che rappresenta quasi i 2/3 della popolazione.

Come ad esempio si può leggere in un tweet che la Añez  ha già eliminato dal suo profilo, ma il cui screenshot è stato pubblicato prima che Jeanine Añez lo togliesse, dove definisce i rituali e le usanze culturali indigene come riti satanici, affermando inoltre che la città non è per gli “indios” ma che devono tornare nell’altopiano o nel Chaco.

Jeanine Añez profilo Twitter

Da segnalare inoltre che in rete e sui social proprio in queste ultime ore stanno circolando un gran numero di video che mostrano bruttissime violenze contro le comunità indigene, le quali rappresentano circa il 64% di tutta la popolazione boliviana.

*Nel video la testimonianza di un parente di una delle persone uccise dalla polizia boliviana nel distretto di Cochabamba.

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