Non parliamo di sardine ma di nazionalizzazione dell’ILVA

Parte a questo punto l’aggressione mediatica concentrica alla difesa del diritto alla salute con le “lamentele” sul fatto che queste azioni giuridiche porteranno a “far scappare gli investitori” dall’Italia, terrorizzati dalla “debordante” azione della magistratura.

Sul sito de Il Sole 24 ore, il 17 novembre scorso è stato pubblicato un articolo dal titolo “Investimenti in Italia frenati dai rischi legali”. La firma è dell’ex Ministro dell’Economia del primo governo Conte, Giovanni Tria. Il senso dell’articolo scritto dall’ex ministro gialloverde è riassunto abbastanza fedelmente dal sommario: “Un nuovo governo legittimamente muta la propria politica e effettua scelte diverse per nuovi progetti, ma non blocca ciò che è stato avviato”.

La deindustrializzazione del nostro Paese ha una storia antica. Basterebbe citare la chimica, l’elettronica. Oggi il capitalismo monopolistico italiano punta su settori completamente diversi: il trasporto dell’energia, sfruttando la particolare collocazione geografica della Penisola, la produzione di armi subordinata a più grandi progetti USA e EU. Ridurre il tutto alla semplificazione dei “rischi legali” che frenano gli investimenti significa voler nascondere il sole con un dito. Austerità, regole di bilancio europee, privatizzazioni che mascherano svendite di interi rami industriali, svalutazione dei salari: tutto ciò evidentemente incide poco per Tria al cospetto dei “terribili” rischi legali. Ma il messaggio è chiaro: non disturbate il manovratore, anzi il benefico investitore al quale dobbiamo fare ponti d’oro sempre e comunque.

La seconda questione è più politico-istituzionale: i governi italiani, che si susseguono nei lustri e nei decenni, “non potendo bloccare ciò che è stato avviato”, palesano quindi una finta alternanza corrispondente ai risultati delle elezioni politiche, unico appiglio per continuare a sostenere la parvenza almeno formalmente “democratica”. L’unica responsabilità di questi governi sembrerebbe essere nei confronti dei capitali investiti. Esteri o italiani, privati o pubblici. Riguardo l’origine dei capitali investiti cambierebbe evidentemente ben poco per l’analisi complessiva. Basterebbero pochi esempi: dall’esempio storico della progressiva dismissione del gruppo FIAT agli ultimi esempi di Mahle e Ex Ilva, alle famigerate “cordate” per Alitalia. Di certo cambierebbe assolutamente nulla per i lavoratori impiegati nel processo di riproduzione di quei capitali investiti.

In questo contesto appare ridicola l’accusa al governo dei “sovranisti” alla Salvini di “fare scappare” gli investitori esteri. Strani sovranisti che desiderano solo dimostrare di essere più bravi a lustrare le scarpe allo “straniero”! In verità il problema di italiano o straniero ovviamente non c’entra nulla. Il problema è di chi si fanno gli interessi: dei padroni o dei lavoratori.

Un altro argomento che va rintuzzato è quello per cui i privati sarebbero più bravi e quindi solo essi possono rappresentare la salvezza di un’azienda. Dice il ministro dell’economia attuale, Gualtieri, che la nazionalizzazione è una “pericolosa illusione”. Ora, perché i privati sarebbero più bravi? Anche ammesso che non si fosse affidato tutto ad Arcelor-Mittal (non mettiamo aggettivi perché gli unici che ci vengono in mente sono da querela), un altro “imprenditore” sarebbe più bravo? Avrebbe più soldi dello Stato italiano? No. Avrebbe più competenze aziendali? No. Sarebbe costretto a fare profitti? Sì. Avrebbe un orizzonte di investimento più lungo? No. Dovrebbe rispettare i vincoli di legge in modo più concessivo? No. E allora? Si cita il caso Alitalia, che invece è proprio la dimostrazione che è stata la svendita ai privati con continue iniezioni di soldi pubblici che ha affossato quell’azienda.[1]

La vicenda ILVA ci dà la misura di quanto queste posizioni siano del tutto false, contrarie all’interesse non solo dei lavoratori e degli abitanti non solo di quei territori, ma anche di tutt’Italia. Si chiuderà l’ILVA, o si ridimensionerà radicalmente secondo gli interessi del grande padronato[2], non si risanerà il territorio e resterà per sempre il deserto e la devastazione industriale ed economica.

Invece proprio il caso Alitalia, ma anche quello di Termini Imerese e innumerevoli altri, dovrebbe insegnare ai lavoratori che le proposte al ribasso della borghesia non devono mai essere accettate. Certo, si capisce che per il lavoratore che oggi si sente franare sotto i piedi il terreno, soluzioni che gli assicurano, almeno nel breve periodo, la sopravvivenza pur fuori dalla fabbrica, sono una prospettiva irrinunciabile. Ma vediamolo dal punto di vista della classe. Agli operai dell’Alitalia si proposero scivoli e agevolazioni a vita e poi il governo di turno li ha assottigliati sempre di più. A Termini stanno scadendo i termini della cassa integrazione e di mese in mese i lavoratori devono lottare per vedersela rinnovata. Questo è il destino che vogliamo per la più grande acciaieria d’Europa?

Il sospetto è legittimo che il governo italiano abbia lavorato fin dall’inizio per “il re di Prussia”, che fosse fin da subito nelle intenzioni di chiudere un settore ormai scomodo per il capitalismo italiano, un settore che può fare profitti solo inquinando e avvelenando i cittadini e gli operai, che può stare a galla solo con una produzione troppo grossa ormai per quanto la concorrenza internazionale concede.

Qui misuriamo tutto il male del capitalismo. Il ricatto tra salute e lavoro. Il lavoro che comunque verrà tolto a fronte della riduzione dei lavoratori che dovranno mendicare periodicamente il sostegno al reddito e non la difesa dell’occupazione. Chi oggi parla di piani di sviluppo territoriale, di una nuova politica turistica, di coltivazioni di mitili, evidentemente ha in mente un Italia che campa di settori economici marginali, mentre il nucleo duro della produzione viene concentrato in settori altamente capitalizzati con una manodopera altamente specializzata e soprattutto limitata numericamente. Insomma, è ancora una volta dimostrato che la produzione capitalista, basandosi sul massimo profitto, è incompatibile con i bisogni dell’intera collettività.

Per questo la parola d’ordine di nazionalizzazione è “pericolosa” ma per i padroni e tutti i loro servi.

Essa all’interno del sistema capitalistico trova forti ostacoli. Non solo perché i governi borghesi che si alternano sono servi degli interessi dei grandi monopoli che hanno tutt’altro interesse, ma perché le regole europee sui sostegni di stato, i vincoli di bilancio e non ultimo la concorrenza internazionale basata su regole di mercato inflessibili sbarrano la strada. Quindi è giusto che non solo gli operai e gli abitanti di Taranto, ma anche tutti i lavoratori italiani, capiscano chi è il nemico che gli ruba il futuro e la salute tutti i giorni.

Ma una soluzione c’è. Non le finte nazionalizzazioni del capitale, fatte solo per scaricare i debiti dei padroni sulle spalle della collettività, ossia ancora una volta dei lavoratori. Non la nazionalizzazione “temporanea” finalizzata a ristrutturare a spese dello stato e poi rimetterla nuovamente sul mercato, a tutto beneficio di chi poi se la comprerà a prezzi da saldo.

Ma la nazionalizzazione definitiva, senza indennizzo, con affidamento ai lavoratori. Questa è la strada che, oltre ad essere l’unica soluzione per non chiudere una fabbrica strategica che da sola vale (valeva?) il 2 percento del PIL italiano, è l’unica via d’uscita per continuare ad avere lavoratori che hanno i loro diritti e il loro salario e non mendicanti di reddito. L’unica soluzione per avviare davvero un risanamento ambientale che solo cospicui investimenti pubblici posso assicurare, magari finanziati con gli espropri di chi ha fatto affari finora del tesoro portato all’estero dai Riva, e non con le sovvenzioni europee[3].

La soluzione è rompere questi vincoli, che soprattutto sono stati collocati nella testa dei lavoratori da anni e anni di tradimenti di chi doveva invece dare loro la prospettiva del rovesciamento di questa società.

___________

[1] http://www.lariscossa.com/2019/05/21/alitalia-un-esempio-capitalismo-predone/

[2] Tra le richieste di ArcelorMittal altri 6.700 esuberi (che si aggiungono ai precedenti 5.000 esuberi più 1.700 in cassa integrazione all’amministrazione straordinaria) sugli attuali 10.600 dipendenti (erano 14.300 nel 2017). Inoltre rimane la richiesta dello scudo penale, la riduzione del canone di affitto del gruppo e l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti nella società franco-indiana.

[3] Tra il 2008 e 2015 i grandi gruppi dell’acciaio, del cemento, della chimica e del petrolio hanno ottenuto 25 miliardi di euro di incassi aggiuntivi come “effetto collaterale” del sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione. Si veda al proposito un’inchiesta di Fq MillenniuM, in uscita sabato 16 novembre, anticipato dal Fatto quotidiano.

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