Noi ebrei e musulmani abbiamo pregato insieme a Sarajevo

 

20.08.2017 Wajahat Abbas Kazmi

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Noi ebrei e musulmani abbiamo pregato insieme a Sarajevo

Noi musulmani ed ebrei abbiamo pregato insieme e abbiamo scoperto che preghiamo lo stesso Dio: è accaduto alla Muslim Jewish Conference (Conferenza musulmano-ebraica; MJC) che si è tenuta a Sarajevo, capitale della Bosnia ed Erzegovina, dal 6 al 13 agosto e a cui hanno partecipato più di 120 persone provenienti da tutto il mondo.

La Muslim Jewish Conference

Prima di raccontarvi la mia esperienza, vorrei dirvi alcune cose su questa conferenza: la MJC è un luogo di dialogo e confronto che punta a costruire relazioni stabili e positive tra studenti, giovani professionisti e leader musulmani ed ebrei di tutte le affiliazioni e di tutti i paesi del mondo. La conferenza, che si tiene tutti gli anni, permette di abbattere i confini che ci dividono e di superare le idee basate sull’ignoranza e sugli stereotipi per costruire insieme un nuovo movimento globale giovanile di attivisti ed esperti impegnati a promuovere il dialogo tra le religioni e le culture e il rispetto reciproco

Come scrivono gli organizzatori, “la MJC è determinata a scambiare costantemente conoscenze ed esperienze, a condividere informazioni gli uni sugli altri e a nutrire un interesse reciproco sincero, contribuendo con pazienza allo scambio sul lungo periodo, al reciproco apprezzamento e a nuovi modi di considerarsi gli uni gli altri. L’esperienza della conferenza si basa su processi multilivello finalizzati a coltivare una sincera comprensione interculturale e a consentire lo scambio delle conoscenze e una partecipazione produttiva”

Quest’anno alla cerimonia di apertura hanno partecipato il presidente della repubblica bosniaco musulmano Bakir Izetbegović, l’ambasciatore israeliano Jacob Finci, il gran mufti Husein
Kavazovic e molti rappresentanti di ambasciate, dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e dell’università americana.

Conoscersi dal vivo

L’obiettivo che mi ha spinto a partecipare alla conferenza come attivista del Grande Colibrì e di Sono l’Unica Mia non era discutere del conflitto tra Palestina e Israele, anche se è un tema che mi interessa e su cui non vorrei chiudere gli occhi. Essendo musulmano e pachistano, sono cresciuto sentendo dire che Israele è il nostro nemico, che gli ebrei sono nemici dell’islam e non sono nemmeno umani… Sul passaporto pachistano c’è scritto: “Questo passaporto è valido per viaggiare in tutti i paesi del mondo tranne Israele”.

Quello che volevo fare era incontrare le persone ebree e semplicemente chiacchierare con loro, vedere come parlano, come mangiano, cosa pensano dell’islam, volevo vederle dal vivo e capire la loro cultura e religione, perché non mi bastava leggere le notizie e credere a tutto quello che ho ascoltato per tutta la vita.

E la conferenza è stata davvero molto interessante: abbiamo discusso del conflitto tra Israele e Palestina, ma soprattutto abbiamo pregato insieme musulmani e ebrei come fratelli sia in moschea sia in sinagoga, abbiamo pianto insieme, abbiamo riso insieme, abbiamo mangiato insieme, abbiamo ballato insieme, abbiamo discusso insieme… Le emozioni sono le stesse, i sentimenti sono uguali: ridiamo delle stesse battute, piangiamo sugli stessi argomenti.

Preghiamo lo stesso Dio

Dopo aver pregato insieme noi musulmani ed ebrei, ho scoperto che noi tutti preghiamo davvero lo stesso Dio. Eravamo musulmani sunniti e sciiti, ebrei, anche qualche cristiano, marocchini, egiziani, italiani, pachistani, sudanesi, statunitensi, palestinesi, austriaci, tedeschi, francesi, australiani, algerini, tunisini, e di tanti, tanti altri paesi, ma eravamo tutti accomunati dal nostro essere umani e portatori di pace. Tra ebrei e musulmani di seconda generazione nei paesi europei, inoltre, avevamo in comune il fatto di essere minoranze, di affrontare gli stessi problemi di odio e di aver voglia di combatterli insieme.

Grazie alla MJC, mi sono tolto tanti dubbi che avevo in testa riguardo alla comunità ebraica e mi sono fatto tanti nuovi amici ebrei. In questo periodo di odio, di islamofobia e antisemitismo credo che questa conferenza sia una luce di speranza e che servirebbe qualcosa di simile anche in Italia.

 

Aiutiamoli cominciando da casa nostra

20.08.2017 Francesco Gesualdi

Aiutiamoli cominciando da casa nostra
(Foto di http://monteverdeantirazzista.blogspot.it)

Ci sono due modi di affrontare la questione immigrati: ponendoci l’obiettivo di toglierceli dai piedi o volendoli aiutare a vivere meglio. In un caso pensiamo solo per noi. Nell’altro ci preoccupiamo di loro. Ad oggi sembra prevalere l’egocentrismo.

A nostro favore c’è che da anni siamo porto di sbarco per centinaia di migliaia di profughi che tentano la traversata via mare. Ma il persistere di un impianto organizzativo improntato a criteri di provvisorietà denota che non siamo mai entrati nell’ordine di idee di voler fare accoglienza metodica e duratura. In realtà ci limitiamo a tamponare di mala voglia una situazione che ci dà solo fastidio. Eppure nel suo ultimo rapporto al Parlamento, Tito Boeri ci ha ricordato che degli immigrati non possiamo fare a meno. Se scomparissero, l’INPS perderebbe ogni anno 8 miliardi di euro con gravi problemi per il sistema previdenziale italiano. Ma la durezza di cuore continua a farla da padrona e anziché investire in formazione, occupazione e incontro culturale, elementi indispensabili per una serena convivenza, preferiamo spendere in altre direzioni. Il rafforzamento delle frontiere, ad esempio, (fra il 2005 e il 2016 il bilancio di Frontex è aumentato del 3688% passando da 6,3 a 238,7 milioni di euro) e il sostegno ai governanti africani affinché impediscano ai migranti di raggiungere il Mediterraneo. Non importa se facendoli morire di fame e di sete nel deserto, o facendoli morire di sevizie nei carceri-lager. Come se non bastasse, abbiamo deciso di imbrigliare le organizzazioni non governative in un sistema di lacci e lacciuoli che rendono le loro operazioni di salvataggio più difficili e abbiamo deciso di inviare le nostre navi da guerra in acque libiche per bloccare i barconi in partenza. Il che mostra che il nostro obiettivo non è l’accoglienza bensì il respingimento.

Ma sotto sotto non ci sentiamo a posto e ci siamo fabbricati degli alibi per mettere a tacere la nostra coscienza. La prima giustificazione che ci siamo creati è che l’obbligo di accoglienza vale solo per i rifugiati politici, mentre abbiamo il diritto di respingere i migranti economici, coloro, cioè, che sono in cerca di migliori condizioni di vita. L’assurdo è che noi stessi siamo terra di emigranti e se questa regola venisse applicata nei nostri confronti dovremmo aspettarci l’espulsione di ben quattro milioni di connazionali. Nel solo 2015 gli italiani che sono andati all’estero per trovare una prospettiva di vita, sono stati 107mila, per il 36% giovani fra i 18 e i 34 anni. Per non parlare delle migrazioni interne: nel 2014 le persone che hanno cambiato il proprio comune di residenza sono state un milione e 300mila.

Da sempre abbiamo considerato la libertà di movimento un diritto inalienabile e se volessimo negarlo proprio oggi che abbiamo messo merci e capitali in totale libertà, dimostreremmo di tenere in maggior considerazione le cose delle persone. Ma forse il punto è proprio il sovvertimento dei valori: la ricchezza ci ha accecato a tal punto da avere inaridito la nostra umanità. L’attenzione tutta rivolta alla roba, abbiamo perso il senso del rispetto e della giustizia, la capacità di compassione, perfino di pietà. Posta la ricchezza al primo posto, è scomparso l’essere umano ed è rimasto solo il portafogli. Automaticamente abbiamo diviso l’umanità in chi ha e chi non ha. I primi li accogliamo a braccia aperte per avvantaggiarci dei loro denari. I secondi li mettiamo alla porta per paura di dover condividere con loro i nostri denari. Ma non ci rendiamo conto che più sbarriamo le porte, più inneschiamo situazioni perverse che ci sfuggono di mano. Ci sarebbe un modo molto semplice per mettere fine al caos che abbiamo creato: aprire le nostre frontiere. I migranti che scelgono la via del deserto non sono né masochisti, né amanti dell’illegalità. Sono dei forzati alla clandestinità perché le vie di ingresso ufficiali sono precluse. Se potessero arrivare in aereo con regolare passaporto, sarebbero ben felici di farlo. E se in Italia non trovassero lavoro, non ci rimarrebbero. Se ne andrebbero dove il lavoro c’è, perché la loro vocazione non è né quella dell’accattonaggio, né del brigantaggio. Sono persone in cerca di un lavoro per mantenere le loro famiglie rimaste a casa.

Che le cose stiano così lo sappiamo molto bene anche noi, tant’è che il secondo alibi che ci siamo creati è che dobbiamo aiutarli a casa loro. E se lo diciamo è perché abbiamo ben chiaro che nessuno di loro affronta un viaggio così pericoloso per fare una passeggiata, ma per sfuggire a un destino crudele ora dovuto alle guerre, ora alla repressione politica, ora alla mancanza di prospettiva di vita. Ciò che non diciamo è che questa situazione l’abbiamo creata noi attraverso 500 anni di invasioni, massacri, ruberie. La storia, alla fine presenta sempre il suo conto. Per questo l’ “aiutiamoli a casa loro” è un alibi per farci sentire autorizzati ad attuare la repressione in nome di una carità che non risolverà niente. Per bene che vada, la carità tampona le emergenze, non risolve i problemi di fondo. L’emigrazione africana non è figlia di una sciagura transitoria, ma di un sistema di saccheggio di cui siamo parte attiva, addirittura i suoi artefici. Per risolverla, dunque, è da qui che dobbiamo partire: dal nostro assetto produttivo e di consumo, dai nostri obiettivi economici, dai nostri rapporti commerciali, dal nostro assetto finanziario, dal nostro sostegno ai sistemi corruttivi e di rapina. Lo slogan giusto è “cambiamo le cose qui affinché cambino là”. Per partire dovremmo porre uno stop serio alla vendita di armi e subito dopo dovremmo avviare nuovi rapporti economici. Dovremmo stipulare accordi commerciali che garantiscono prezzi equi e stabili ai produttori, dovremmo imporre divieti alla finanza speculativa sulle materie prime, dovremmo smetterla con accordi che autorizzano le nostre imprese a razziare i loro mari e a prendersi le loro terre, dovremmo punire le nostre imprese che non garantiscono salari dignitosi nelle loro filiere globali, dovremmo smetterla di imporre accordi commerciali che favoriscono i nostri prodotti e distruggono le loro economie, dovremmo vigilare da vicino gli investimenti esteri delle nostre imprese per impedire comportamenti corruttivi a vantaggio di pochi capi locali che accumulano fortune nei paradisi fiscali. Dei 181mila disperati sbarcati sulle nostre coste nel 2016, il 21% erano nigeriani. Eppure, grazie al petrolio, la Nigeria è una delle più grandi economie africane. Ma anche una delle più corrotte. Secondo Lamido Sanusi, ex-governatore della banca centrale nigeriana, nei soli anni 2012-2013 sono stati sottratti alle casse pubbliche 20 miliardi di dollari provenienti dalla vendita di petrolio. Soldi finiti sui conti cifrati aperti da personalità di governo in Svizzera, Londra, e altri paradisi fiscali. Con la complicità delle grandi banche internazionali. E non solo. Nel maggio di quest’anno i massimi dirigenti di ENI sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di avere versato, assieme a Shell, una tangente da 2 miliardi dollari a politici nigeriani per ottenere lo sfruttamento di un giacimento petrolifero. Eppure in forma diretta e indiretta, l’ENI appartiene per il 30% allo stato italiano, che evidentemente non ha controllato. E’ proprio il caso di dire “aiutiamoli cominciando a cambiare a casa nostra”.

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