Junior Nzita, ex bambino soldato: sconfiggere il male con il bene

07.08.2017 – Pressenza Berlino Johanna Heuveling

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

Junior Nzita, ex bambino soldato: sconfiggere il male con il bene

La fondazione “Die Schwelle” di Brema, in Germania, ha insignito Junior Nzita con il Premio della Pace di Brema. Nzita è un ex bambino soldato della Repubblica Democratica del Congo (DRC) e oggi è un ambasciatore onorario dell’ONU che si occupa di bambini soldato. È stato proposto per il Premio della Pace dalla branca tedesca del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR). Il Premio esiste dal 2003 e ammonta a 5000 Euro.

Junior Nzita fu rapito all’età di dodici anni, insieme ad altri compagni di classe della sua scuola, e fu costretto dai gruppi ribelli a partecipare alle guerre civili del suo paese come bambino soldato. Da allora, è ancora tremendamente traumatizzato e soffre di gravi disturbi del sonno. “Nonostante le infinite esperienze dolorose, Junior riesce a trovare la forza per dare speranza agli altri e a lottare per affrontare la questione con impegno e coraggio”, dice Samya Korff della direzione del MIR. Sotto mandato di un programma delle Nazioni Unite, Junior è stato smobilitato nel 2006. Nel 2010 ha fondato l’organizzazione “Paix pour l’enfance” (Pace per l’Infanzia) a Kinshasa, capitale della DRC, allo scopo di far integrare i bambini, diventati orfani a causa della lotta armata, in nuove famiglie e a offrire loro un’istruzione scolastica e una prospettiva futura. Oggi si impegna come ambasciatore onorario delle Nazioni Unite per abolire in tutto il mondo il reclutamento dei bambini soldato. A causa di queste attività, ha dovuto lasciare il suo paese nel 2015 e fare richiesta d’asilo.

In una serie di conferenze attraverso la Germania, Junior Nzita è stato invitato in molte scuole e comunità ecclesiali. “È stato affascinante vedere come Junior abbia intrapreso un dialogo con i giovani e li abbia sensibilizzati sulle conseguenze dell’esportazione di armi e delle guerre”, afferma Samya Korff. “Ecco perché siamo molto contenti di questo premio.”

Ecco un’intervista che abbiamo fatto con Junior Nzita.

Pressenza: Cosa significa questo premio per lei?

Junior Nzita: Per me, questo premio significa che il messaggio che cerco di trasmettere sulle atrocità contro i diritti dei minori in generale e, soprattutto, sul loro reclutamento nell’esercito e nei gruppi armati, viene ascoltato. È un grande onore per me e per i partner che mi sostengono. Per il tipo di lavoro che sto facendo, questo premio vale anche come un grande apprezzamento e mi incoraggia ad andare oltre e a fare ancora meglio. La mia infanzia è stata rubata e ho trascorso tutta la mia gioventù a impedire che ciò che era accaduto a me potesse accadere ad altri e a fare in modo che la pace avesse il sopravvento.

P.: È stato costretto a fare il soldato dall’età di dodici anni fino ai ventidue. Che cosa rimane nella sua anima di quel periodo e come è riuscito a riconciliarsi con ciò che le è successo?

J.: Sono stato rapito e costretto all’età di dodici anni a entrare nell’esercito. Ho vissuto dieci anni di martirio e ciò che rimane nella mia mente è il trauma del pessimo trattamento che ho subito. Molto presto, mi hanno sottratto ai miei insegnanti e alla mia famiglia per insegnarmi a distruggere la società. All’età di dodici anni, imparai a sparare, a rubare, a uccidere, a distruggere pozzi, ospedali, scuole e persino la natura… Per riconciliarmi con tutte queste atrocità, avevo due possibilità. La prima: continuare a vivere da vittima, il che avrebbe voluto dire cercare la vendetta con le armi, fare uso di droghe o commettere il suicidio, come hanno fatto molti dei miei ex compagni dell’esercito. La seconda possibilità era, nonostante tutte le atrocità che avevo commesso con le armi che ci fornivano, quella di perdonarmi e rendermi conto che eravamo solo bambini, costretti da assassini adulti e spietati. E per continuare a sperare in un futuro migliore per il mondo, dove non esistano i bambini soldato.

Ciò che arde nel mio cuore è la lezione che la vita mi ha insegnato: l’essere umano non è altro che un animale quando non raggiunge i suoi ambiziosi obiettivi. A causa di quest’incapacità, arriva a un punto in cui non considera gli altri uguali a sé stesso. Una delle conseguenze di tutto questo è che utilizzerà i bambini come carne da cannone per realizzare le sue ambizioni fallite.

P.: Lei si impegna molto per evitare che altri bambini abbiano lo stesso destino. Cosa pensa che le Nazioni Unite, la Germania o altri attori esterni possano fare per impedire l’utilizzo dei bambini come soldati? O quali misure efficaci sono già state applicate?

J.: La nostra smobilitazione non è stata facile. L’intervento delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, della società civile e della comunità internazionale era necessario perché il nostro governo accettasse di smobilitarci e di farci uscire dall’esercito. La Germania è stato uno dei paesi che ha finanziato il processo di smobilitazione e risocializzazione. Attualmente, le Nazioni Unite hanno lanciato un piano d’azione per porre fine all’abuso dei bambini soldato. Molti paesi hanno sottoscritto questo piano, ma resta ancora molto da fare, perché i paesi non dovrebbero solo ratificare gli accordi, ma anche rispettarli. Ciò significa creare una buona atmosfera diplomatica, economica e sociale e rispettare la democrazia, al fine di prevenire un colpo di stato o una rivolta. Le Nazioni Unite e la Germania devono sostenere ulteriormente la formazione e il potenziamento della democrazia. Devono sviluppare dei meccanismi per impedire la vendita di armi ai paesi del Terzo Mondo, dove i bambini vengono utilizzati come carne da cannone.

Possono contribuire anche a evitare che i bambini diventino vittime del reclutamento, esercitando pressioni sui decisori politici, sui paesi industrializzati e sui capi di alcune multinazionali, che sono in qualche modo coinvolti nel finanziamento delle guerre – guerre che, in modi diversi, facilitano la deprivazione organizzata di risorse dei paesi sottosviluppati. In particolare, voglio menzionare le seguenti opzioni: il divieto dell’acquisto di metalli provenienti da paesi in guerra; la pressione sui decisori politici e sulla società civile per creare un sistema governativo in cui la popolazione partecipi a decisioni importanti, come le modalità di distribuzione delle risorse, per migliorare il loro benessere; tutte le autorità e le persone coinvolte nel reclutamento di bambini in gruppi armati devono essere giudicate dalla Corte Penale Internazionale.

P.: Come è la situazione oggi nella DRC?

J.: C’è una crisi politica e le tensioni crescono giorno dopo giorno a causa dell’inosservanza delle procedure elettorali. In questa situazione, si formano numerosi gruppi armati. Purtroppo, sono i bambini e le donne a pagarne il prezzo. I bambini perché vengono rapiti e le donne perché vengono violentate.

La situazione oggi nella DRC è paragonabile a un uomo che si avventura nel Nulla…come un treno che va in una direzione e, improvvisamente, i responsabili del mantenimento delle rotaie decidono di rimuovere resto del binario, proprio mentre il treno sta accelerando. Immaginate le conseguenze!

P.: Da dove prende la sua forza?

J.: Ancora oggi, vedo davanti a me il Junior di dodici anni che è stato rapito, perché ci sono ancora bambini soldato. Quando sono stato rapito, c’era un compagno che, prima di morire, mi chiese di prendersi cura di suo figlio. Tutto ciò mi ha dato forza e coraggio per costruire l’ONG “Paix pour l’enfance”, che si occupa dell’istruzione e della tutela di 140 bambini. Il mio lavoro e il sostegno dei bambini mi consentono di voler bene al dodicenne Junior e di proteggerlo dai disastri della guerra che ha vissuto.

È la “dittatura” dell’amore che mi comanda di sconfiggere il male col bene e di non stancarmi mai di piantare i semi dell’amore nel cuore dei miei simili, che il destino porta sul mio cammino, perché possano trovare i frutti dell’amore dentro loro stessi e distribuirli agli altri.

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani

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