È fattibile uno spazio comune post-jugoslavo?

16.07.2017 Gianmarco Pisa

È fattibile uno spazio comune post-jugoslavo?
(Foto di Adattato da: Calànch [CC BY SA 4.0] via Wikimedia Commons.)

Note sul Vertice di Trieste

Dell’appena trascorso  Vertice di Trieste (12 luglio 2017), cui hanno partecipato paesi UE e dei Balcani Occidentali nel formato 6+6 (Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Slovenia, Croazia più Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania e il Kosovo), il primo risultato concreto riguarda la “connettività”: i partecipanti hanno raggiunto un accordo su, oltre quelli già vigenti, sette progetti di connettività per un investimento di oltre 500 milioni di euro, il che porta i fondi complessivamente stanziati dal 2015 nel settore ad oltre 1.4 miliardi, su un totale di venti progetti di investimento.

Inoltre per la prima volta lo strumento di connettività europea, il Connectivity Europe Facility (CEF), è stato attivato nella regione, portando un finanziamento europeo da 11.4 milioni di euro. Ancora più importante, il vertice ha registrato la firma, da parte dell’Unione Europea e dei paesi dei Balcani Occidentali, con l’eccezione della Bosnia che tuttavia ha successivamente rettificato la propria riserva, del “Trattato della Comunità dei Trasporti” (Transport Community Treaty). L’obiettivo è quello di costituire un sistema integrato di trasporti (una rete di mobilità) tra i Balcani Occidentali e l’Unione Europea e lavorare nella direzione della convergenza con le politiche e gli standard del sistema trasporti della UE.

Non ha registrato significativi passi avanti, invece, la costituzione di una vera e propria area regionale di libero scambio, tanto nella forma di un mercato comune dei Balcani Occidentali quanto in quella di una vera e propria unione doganale, per la quale i tempi non sono maturi, sebbene i Paesi dei Balcani Occidentali già registrino un certo livello di integrazione e interazione economica, rispettivamente sanciti dall’adesione alla CEFTA (l’Area di Libero Commercio dell’Europa Centrale), dall’agenda posta nei rispettivi SAA (Accordi di Associazione e Stabilizzazione) e dal progressivo avanzamento del percorso di adesione dei paesi interessati, candidati effettivi o potenziali. In questa cornice, il potenziamento del sistema d’impresa ha costituito l’altro principale risultato del Vertice di Trieste, dove, all’interno del cosiddetto Business Forum, sono state messe a confronto le piattaforme nazionali per il sistema delle piccole e medie imprese (SME) e messi a punto gli obiettivi prioritari che, anche in questo caso, riguardano essenzialmente i campi dell’energia, delle infrastrutture e dell’innovazione.

 

Nel concreto, la Commissione Europea ha annunciato un ulteriore finanziamento nel settore pari a 48 milioni, attraverso lo strumento per l’innovazione e lo sviluppo d’impresa nei Balcani Occidentali (Western Balkan Enterprise Development and Innovation Facility) e ha inaugurato, proprio in occasione del Vertice di Trieste, il Segretariato delle Camere di Commercio dei Balcani Occidentali, quale «parte di uno sforzo comune per rafforzare il contributo del settore privato allo sviluppo dei legami commerciali e al rafforzamento della crescita economica».

È stato dato ulteriore respiro, sulla base dello schema pilota per giovani funzionari (Young Civil Servants pilot scheme), introdotto durante il Vertice di Parigi del 2016, al programma che nei prossimi due anni consentirà a trenta giovani funzionari all’anno, da ciascun paese dei Balcani Occidentali, di prendere parte a training nell’Unione Europea e a scambi regionali nel settore della pubblica amministrazione. Inoltre, l’inserimento dei Balcani Occidentali nel Portale Europeo della Gioventù (European Youth Portal) intende costituire uno degli strumenti per consentire ai giovani della regione di cogliere opportunità di studio, lavoro e volontariato nell’Unione Europea.

Come valutare tutto questo? Si tratta di risultati significativi ma parziali, molto limitati se misurati sul metro dell’ambizione della Serbia e, per altro verso, della Germania, di costituire un vero e proprio mercato unico regionale “post-jugoslavo” (senza la Slovenia e la Croazia, già facenti parte dell’Unione Europea, ma aperto all’Albania), ma piuttosto rilevanti se letti in parallelo con dichiarazioni ostili, spesso utili solo in termini di politica interna, fatte circolare alla vigilia del Vertice: dal timore kosovaro (ma anche croato) per una rinnovata egemonia serba in un contesto regionale di tipo post-jugoslavo, alla minaccia albanese di dare corso al progetto della “Grande Albania”, la controversa e provocatoria unificazione con il Kosovo, se dovessero fallire le proprie ambizioni di entrare nell’Unione Europea. Sullo sfondo resta la debolezza di un progetto comunitario e di un’unità europea oggi più in crisi che mai: del resto, come ha messo in luce Alberto Negri in un suo lucido reportage («Se l’ombra di Mosca torna ad allungarsi», Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2017), «su questa pacificazione dei Balcani, filtrata attraverso l’orizzonte o il miraggio dell’integrazione europea, opportunamente oliata da aiuti per centinaia di milioni di euro, […] punta il vertice di Trieste: dove passano le merci – è il mantra – non passano i soldati. Il problema è che nei Balcani, sia pure in direzioni diverse, passa anche ben altro.>>

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