I RISCHI DELLA RIFORMA, LA MARGINALIZZAZIONE DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO — Coordinamento Democrazia Costituzionale

GINO BUCCHINO, EX PARLAMENTARE, PRESIDENTE PD CANADA: PERCHÉ VOTERÒ NO. Intervista di Alberto Campailla Gino Bucchino, classe 1948, calabrese di nascita e fiorentino di adozione, residente in Canada. Medico di professione, nel corso della sua vita ha associato il suo lavoro ad azioni di cooperazione e di assistenza sanitaria con lunghe permanenze in Africa (Somalia e […]

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Referendum costituzionale, il Parlamento che dovrebbe controllare il Governo

24.10.2016 Rocco Artifoni
Referendum costituzionale, il Parlamento che dovrebbe controllare il Governo
(Foto di Massimo Brugnone)

Nel testo della riforma costituzionale vengono precisate le competenze della Camera dei deputati: “è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo” (art. 55, comma 4).

Da una parte viene escluso il Senato della Repubblica dal rapporto con il Governo, dall’altra viene esplicitato con chiarezza quali sono le funzioni della Camera. In teoria questo dovrebbe essere il ruolo del Parlamento con la Costituzione vigente, ma occorre riconoscere che nel testo della riforma viene definito in modo più preciso il quadro dei poteri da esercitare.

Se si applicasse davvero questa impostazione, per l’Italia sarebbe una vera rivoluzione. Perché attualmente accade che l’indirizzo politico sia dettato dal Governo, che soltanto il 21% delle leggi approvate sia di iniziativa parlamentare e che il Governo condizioni fortemente l’operato del Parlamento attraverso l’abuso di voti di fiducia, decreti legge e legislativi.

Sulla Carta l’Italia dovrebbe essere una repubblica parlamentare, ma nei fatti sembra invece una democrazia governativa. Il paradosso del progetto di revisione della Costituzione è che a parole sottolinea il potere politico del Parlamento, seppur limitato alla Camera dei deputati, mentre nei fatti – attraverso la legge elettorale “italicum” e la conseguente omogenea maggioranza artificiosamente costituita – crea una diretta cinghia di trasmissione tra il primo partito e il governo.

In questo scenario è assai difficile credere che la Camera dei deputati possa esercitare una vera funzione di “controllo dell’operato del Governo”, sapendo che maggioranza parlamentare e governo saranno appannaggio dello stesso partito. Ovviamente, questa “coincidenza d’interessi” (altro che “controllo”) viene amplificata se il Presidente del Consiglio dei Ministri è anche il segretario del primo partito (come attualmente accade con Matteo Renzi).

Montesquieu, il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri, tre secoli fa scriveva: «Se il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone tratte dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà, perché i due poteri sarebbero uniti, le stesse persone avendo talvolta parte, e sempre potendola avere, nell’uno e nell’altro».

Oggi il contesto è sicuramente diverso: abbiamo una Costituzione, un Presidente della Repubblica, una Corte Costituzionale e una magistratura indipendente. Ma resta elevato il rischio di confondere la funzione legislativa con quella esecutiva. La distinzione dei poteri resta la premessa indispensabile per evitarne gli abusi.

Lettera aperta alla Ministra Boschi — Coordinamento Democrazia Costituzionale

Gentile Ministra Boschi, Come Lei, anche noi siamo sensibili alle questioni di genere e preoccupate per il prevalere di una cultura misogina largamente diffusa ad ogni livello della nostra società. Sappiamo quanto è difficile dover combattere quotidianamente contro l’esclusione delle donne dagli incarichi di maggiore responsabilità, contro la reiterazione di atteggiamenti che oscillano tra l’aggressività […]

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Medicina Democratica Onlus : le modifiche costituzionali e l’italicum sono atti insalubri da respingere al mittente — Coordinamento Democrazia Costituzionale

L’attuale esecutivo ha inaugurato il suo mandato con la parola d’ordine dell’innovazione e delle riforme . La riforma costituzionale ( Legge Boschi) così come la riforma elettorale ( Italicum -legge 52/2015), per quanto dichiarato dagli ideatori, andrebbero nella direzione di rendere più veloce l’azione dei governi con due meccanismi fondamentali : eliminando il bicameralismo ed […]

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Rete No War: “Fermate la guerra in Yemen”

 

 

Rete No War: “Fermate la guerra in Yemen”
(Foto di Dario Lo Scalzo)

Dal 21 ottobre hanno preso il via le giornate internazionali di azione sullo Yemen. Rete NoWar era presente oggi in Piazza San Giovanni a Roma con un proprio presidio. Dopo 19 mesi di bombardamenti della coalizione a guida saudita lo Yemen vive ormai in condizioni disastrate con oltre 2,4 milioni di sfollati interni nel paese, con oltre 6 mila vittime dei bombardamenti aerei, con infrastrutture e patrimonio storico distrutti e con malnutrizione e fame che hanno colpito buona parte della popolazione yemenita.

In tale scenario Rete No War denuncia chi continua a fare affari con l’Arabia Saudita attraverso la costruzione e la vendita di armamenti; tra questi il governo italiano, che si fa così complice della guerra in corso tra il ricco gigante saudita e il povero paese yemenita.

Eravamo in piazza nella capitale per dare voce e spazio a chi da tempo porta avanti la mobilitazione per la causa yemenita, insieme ad altre battaglie contro le guerre del mondo e a chi sta assistendo impotente alla distruzione del proprio paese.

Abbiamo racchiuso in un breve video un paio di testimonianze raccolte  durante il presidio della Rete No War

Jill Stein, un’alternativa a Donald Trump e Hillary Clinton

22.10.2016 Anna Polo
Jill Stein, un’alternativa a Donald Trump e Hillary Clinton
(Foto di Flickr)

Tutti i media si concentrano sul duello tra Donald Trump e Hillary Clinton, ma in realtà ci sono altri candidati a presidente di cui non parla quasi nessuno: quello del Partito Libertariano, Gary Johnson, ma soprattutto Jill Stein, medico, ambientalista e candidata del Partito Verde. 250 candidati verdi partecipano inoltre a elezioni a livello locale e statale.

Date le interessanti posizioni espresse da Jill Stein su pace, disarmo, giustizia sociale e diritti umani, da qui alle elezioni dell’8 novembre abbiamo deciso di dare spazio a questa alternativa ignorata e censurata.

Nel sito della candidata il programma di Jill Stein viene esposto con chiarezza fin dal titolo – Power to the People Plan. Gli obiettivi sono ampi e ambiziosi e vanno al di là del periodo elettorale: costruire un movimento popolare in grado di porre fine alla disoccupazione e alla povertà, evitare la catastrofe climatica, sviluppare un’economia equa e sostenibile, riconoscere la dignità e i diritti umani di ogni persona.

Il piano punta a cambiare in profondità il sistema, passando dall’avidità e dallo sfruttamento del capitalismo a un’economia basata sull’essere umano, che anteponga la gente, il pianeta e la pace al profitto.  “Il potere di creare questo nuovo mondo non sta nelle nostre speranze e nei nostri sogni, ma nelle nostre mani”, conclude Jill Stein.

A questo link si può conoscere il piano completo. Ci limiteremo qui a elencare alcune delle misure più originali e rivoluzionarie proposte dalla candidata verde, distanti anni luce da quelle di Trump e Clinton:

  • Porre fine alla brutalità della polizia e all’incarcerazione di massa.
  • Creare una Commissione per la Verità e la Riconciliazione per comprendere ed eliminare l’eredità della schiavitù, che continua a esprimersi attraverso un razzismo strisciante nei campi dell’economia, dell’istruzione, della casa e della sanità.
  • Ristabilire i diritti costituzionali, porre fine alla sorveglianza e allo spionaggio illegali e alla persecuzione da parte del governo e dei media di chi segnala reati e irregolarità.
  • Chiudere Guantanamo.
  • Abolire le liste nere segrete.
  • Abrogare le detenzioni a tempo indeterminato senza accuse o processi.
  • Adottare una politica estera basata sulla diplomazia, il diritto internazionale e i diritti umani: porre fine alle guerre e agli attacchi con i droni, tagliare le spese militari almeno del 50%, chiudere le oltre 700 basi militari nel mondo, bloccare il sostegno e la vendita di armi a chi viola i diritti umani e portare avanti il disarmo nucleare globale.

Jill Stein e Gary Johnson sono stati esclusi dal dibattito televisivo andato in onda mercoledì scorso e riservato solo ai due candidati principali. La cosa non deve stupire, visto che le regole vengono stabilite da una commissione controllata dal Partito Democratico e da quello Repubblicano.

Democracy Now! ha intervistato Jill Stein, dandole lo spazio che le era stato negato dai media ufficiali. Riportiamo qui alcune delle sue risposte più significative.

“E’ stato davvero angosciante dover ascoltare per un’ora e mezza le psicosi di Donald Trump e le distorsioni sul proprio passato di Hillary Clinton” ha esordito Jill Stein. “Il quadro da loro dipinto di militarismo sfrenato, che rende il mondo un luogo sempre più pericoloso, è già abbastanza terrificante, ma a questo bisogna aggiungere le loro proposte sull’economia. Donald Trump vuole introdurre nuove agevolazioni fiscali e Hillary non è chiara sulla direzione che vuole prendere. Bisogna ricordare che Hillary ha gettato le basi della crisi finanziaria del 2008. Non da sola, certo, ma ha appoggiato le politiche di Bill Clinton che hanno portato alla delocalizzazione dei nostri posti di lavoro, alla deregulation di Wall Street, alle leggi anti-immigrazione e a quelle contro gli afro-americani che hanno aperto le porte alla guerra razzista alle droghe e all’infinita incarcerazione di massa, soprattutto di gente di colore.”

“Tutti sanno che Donald Trump è terrificante e pericoloso, ma non possiamo pensare di essere al sicuro con Hillary Clinton alla Casa Bianca” ha proseguito la candidata verde. “Hillary sta già dicendo che vuole cominciare una guerra con la Russia riguardo alla Siria, creando una ‘no-fly zone’. Con Hillary al timone sarà difficile non scivolare in una terza guerra mondiale”.

“Invece abbiamo bisogno di un embargo sulle armi in Medio Oriente. Abbiamo bisogno di congelare i conti bancari dei nostri supposti alleati, che continuano a finanziare i terroristi. Abbiamo bisogno di una nuova offensiva in Medio Oriente, un’offensiva di pace. Non sentiremo una proposta del genere da nessuno dei due partiti finanziati dalle grandi aziende, che ricevono soldi dall’industria delle armi, dai giganti dei combustibili fossili, dai profittatori delle guerre e dalle grandi banche”.

Jill Stein affronta anche l’accusa fondamentale che le viene rivolta: la sua candidatura, appoggiata tra l’altro da molti dei giovani sostenitori di Bernie Sanders, delusi dal suo appoggio alla Clinton, rischia di sottrarre voti alla candidata democratica e di far vincere Trump. “ Questa è una corsa al ribasso” afferma. “Dobbiamo uscire da questa incredibile spirale verso il basso e prima lo facciamo, meglio sarà. Molti dicono che bisogna votare per il male minore, ma il male minore prepara semplicemente la strada al male maggiore. Quando cambieranno le cose? Se non ci alziamo e combattiamo adesso, quando mai lo faremo?”

 

“Palestina occupata”, scenari mondiali incerti e Diritto Internazionale

22.10.2016 Luca Cellini
“Palestina occupata”, scenari mondiali incerti e Diritto Internazionale
Gerusalemme: la moschea di Al-Aqsa e il muro del pianto (Foto di Archivio Pressenza)
LA RISOLUZIONE UNESCO “PALESTINA OCCUPATA”

13 ottobre 2016, questa la data riportata sull’approvazione dell’ultima Risoluzione dell’Unesco dal titolo “Palestina Occupata”.  testo-risoluzione-unesco-palestina-occupata-tradotto-in-italiano che riportiamo allegato.

In sintesi la risoluzione approvata  dall’Agenzia delle Nazioni Unite chiede allo Stato d’Israele di ripristinare lo status quo storico dei luoghi santi, compromesso dall’ultima occupazione israeliana. Si sta parlando di quella risalente al settembre del 2000,  che ha visto progressivamente compromettere lo stato originario di vari siti elencati nel testo stesso della risoluzione. In particolare si fa riferimento alla costruzione di un blocco d’ingresso nella città di Gerusalemme che impedisce ai credenti musulmani l’accesso ai loro luoghi santi.

Per comprendere meglio i termini della questione, è un po’ come se un domani nella cattolica Italia, un altro Stato, magari non cristiano, bloccasse l’accesso dei fedeli alla Basilica di San Pietro.

LE REAZIONI ALLA RISOLUZIONE UNESCO

Dopo l’approvazione della risoluzione, è seguita immediata l’ira dei rappresentanti Israeliani contro l’Unesco per non tener in nessun conto nel testo della risoluzione, delle millenarie radici ebraiche e dei luoghi di culto ad esse legate, come ad esempio il muro del pianto, successivamente ne è nata un’aspra polemica che si sta trascinando anche in questi giorni.

L’Italia in questa votazione ha espresso la propria posizione astenendosi.

Senza entrare nel merito della risoluzione dell’Unesco, che meriterebbe un articolo di approfondimento a parte, teniamo però bene a mente questa data, perché nel bene o nel male, con l’approvazione di questa risoluzione si è venuta a creare una precisa condizione. L’esito della risoluzione favorevole all’Autorità palestinese ha aperto una vera propria frattura in seno a quello che fino poco tempo fa era un fronte compatto, un blocco, quello occidentale, che per lungo tempo si è quasi sempre schierato a difesa degli interessi economici e politici dello Stato d’Israele.

Un “consenso” alle politiche israeliane, qualunque esse fossero, a volte manifestato spontaneamente da tutti i paesi del blocco occidentale, altre volte ottenuto tramite la forza delle “efficaci argomentazioni” promosse in primis da Stati Uniti d’America e Regno Unito. Paesi quest’ultimi che per molto tempo hanno esercitato una convincente politica estera, attraverso l’applicazione, a loro dire “democratica”, di una indubbia strapotenza bellica ed economica.

Questa risoluzione dell’Unesco è un segno inequivocabile che qualcosa di sostanziale nell’assetto degli equilibri, o meglio dei disequilibri mondiali che hanno caratterizzato gli ultimi 25 anni di storia, è cambiato.

La risoluzione, sostenuta dall’Autorità palestinese e presentata da 6 paesi – Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan – ha scatenato nell’immediato reazioni di vario tipo, da quella del governo israeliano, che ieri per voce del Ministero dell’Educazione ha annunciato la fine di ogni rapporto di cooperazione con l’Unesco.

Lettera del Ministero dell'Educazione israeliano dove si dichiara la sospensione della collaborazione con l'Unesco

Tra le varie altre reazioni si è registrato il forte rammarico espresso dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito, il surreale comportamento del Messico, che il giorno dopo l’approvazione della risoluzione cambia frettolosamente la propria opinione modificando il proprio voto da astenuto a contrario, la dichiarazione di plauso espressa da Iran e altri paesi arabi. Fino ad arrivare alla folkloristica sceneggiata del Primo Ministro italiano Renzi, che prima richiama sgridando a gran voce il Ministro Gentiloni, chiedendogli le motivazioni dell’astensione dell’Italia ed oggi arriva persino a dichiarare che se questa risoluzione andrà avanti si potrà anche arrivare alla rottura con l’Unione Europea.

IL COMPORTAMENTO DEL GOVERNO ITALIANO

Il comportamento di Renzi, che oggi appare ridicolo oltre che grottesco, merita una parentesi a parte: verrebbe di pensare che le motivazioni richieste dal Premier al Ministro degli Esteri riguardo all’astensione italiana in sede Unesco potrebbero essere contenute fra le domande che con tutto il dovuto,rispetto, potrebbe porsi un semplice usciere di Montecitorio, il quale vorrebbe farsi sicuramente una sua personale opinione su come sono andate le cose con la rappresentanza italiana in sede di Consiglio dell’Agenzia ONU. La stessa identica richiesta di chiarimenti risulta poco credibile, per non dire comica, qualora questa venga manifestata da colui che è investito del ruolo di capo del governo.

Facendo una breve cronistoria, il premier Renzi nei giorni successivi alla votazione della risoluzione Unesco è corso dal Premier Obama, dove si sono sprecati, baci, abbracci, cene di gala, selfie e confidenziali strette di mano alla rapper maniera.

Oggi il Premier italiano alza forte la voce dichiarando: “E’ incomprensibile, inaccettabile e sbagliato. Ho chiesto espressamente ieri ai nostri di smetterla con queste posizioni. Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele. Se c’è da rompere su questo l’unità europea che si rompa”.

Ebbene sì, Renzi si dichiara persino pronto a “rompere con la UE” se tale risoluzione avesse seguito, eppure la Farnesina, che si è astenuta, non solo è un Ministero che a tutti gli effetti risponde al governo, ma è anche un organo di cui il Primo Ministro stesso è diretto responsabile, a differenza del famoso e rispettabile usciere di cui si parlava poc’anzi.

Perciò tre sono le possibilità: o Matteo Renzi, pur essendo il capo del governo, non è a conoscenza di ciò che fa il proprio Ministero degli Esteri, o il Ministro degli Esteri procede secondo una linea in netta opposizione alle indicazioni del capo del governo (e allora in questo caso per coerenza si dovrebbero richiedere le sue immediate dimissioni), oppure, alternativa più plausibile, Renzi sapeva già che la rappresentanza italiana si sarebbe astenuta insieme a Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svezia e adesso però corre ai ripari per salvare almeno le apparenze di fronte ai nostri ultradecennali e potenti “alleati”.

E così, in questo contesto geopolitico così caotico, il Ministro della Difesa italiano Pinotti va a trattare per la fornitura di armi a paesi coinvolti in guerra, mentre su ordine della Nato si prepara  a schierare 140 soldati sulle frontiere della Lettonia a protezione dalla Russia, Stato quest’ultimo con cui a causa delle politiche aggressive della Nato siamo ritornati in clima da guerra fredda. Su un altro fronte, sempre con la Russia si cerca di rimediare il rimediabile cercando di mantenere almeno dei rapporti commerciali decenti, considerando che comunque il danno ormai è fatto e che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Unione Europea nei confronti della Russia finora sono costate all’Italia circa 7 miliardi di fatturato in meno proprio con lo Stato guidato da Putin. Su un altro fronte ancora invece, tramite la Farnesina ci si astiene, favorendo l’approvazione della risoluzione Unesco presentata dall’Autorità palestinese, di fatto facendola in barba alle pressioni degli alleati, dell’Asse. E infine su un fronte del tutto suo, il capo del governo chiede le motivazioni del voto a Gentiloni, dichiarando implicitamente di non saperne niente, come fosse uno passato di lì per caso.

Lasciando stare per il momento tutte le possibili interpretazioni e anche le implicazioni della linea schizofrenica e tragicomica del governo italiano, ritorniamo al dato fondamentale.

TRE DATI FONDAMENTALI ALL’INTERNO DELLA VOTAZIONE DELLA RISOLUZIONE UNESCO

L’approvazione della risoluzione Unesco col voto favorevole di 24 paesi, tra cui Russia, Cina, Iran, Brasile, Sudafrica, Egitto e Algeria e in prima battuta persino il Messico, tanto per citare quelli più importanti, sommata all’astensione di 26 paesi, di cui ben 6 Stati europei, di fatto ha reso vano il voto contrario di paesi come USA, Regno Unito, Germania, Olanda, Lettonia ed Estonia.

Paesi votanti la Risoluzione Unesco "Palestina Occupata"

All’interno di questo voto, nemmeno tanto nascoste, si possono scorgere tre implicazioni di grande impatto.

Il primo dato ci dice chiaramente che quello che fino poco tempo fa appariva un fronte unito, l’Asse Occidentale, composta da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea, adesso non sembra più così tanto compatto.

Il secondo dato evidenzia che le politiche israeliane, che un tempo avevano vita facile e non venivano mai sanzionate da un consiglio internazionale di paesi, letteralmente piegato e ostaggio dell’Asse, invece adesso fanno i conti con un blocco che esprime il suo voto favorevole a delle sanzioni nei confronti del governo di un paese, quello israeliano, che da anni ha un comportamento totalmente al di fuori di tutte le regolamentazioni del Diritto Internazionale.

Il terzo dato ci racconta di un’Unione Europea ormai in preda a stato convulsivo pre-mortem. Un’Europa che sta procedendo in ordine sparso, con paesi come Germania, Olanda, Regno Unito, Lettonia, Estonia e Lituania che almeno apparentemente mantengono una posizione di obbedienza all’Asse e dall’altra parte un nutrito gruppo di paesi europei che comincia invece a manifestare sempre più una forma d’insofferenza agli stessi dettami che provengono dai paesi guida dall’Asse.

Il quadro che ne risulta potrebbe sembrare banale, ma non lo è affatto: si dipinge davanti ai nostri occhi uno scenario sempre meno prevedibile e molto complicato, soprattutto se inserito nel presente contesto di frammentazione crescente dell’Europa e nella situazione geopolitica attuale, con ormai una vera e propria guerra mondiale in atto nel Medio Oriente e nei paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo. Parliamo di guerra mondiale perché ormai sullo scacchiere si sono delineati due precisi blocchi opposti, che in definitiva difendono uguali interessi e metodi, ma riguardano aree geografiche e storiche differenti.

Utile ricordare come all’interno di questi due blocchi la popolazione civile del Medio Oriente sia quella che sta pagando il prezzo più alto per questa guerra, ma sarà anche saggio ricordare come l’Europa, geograficamente parlando, sia proprio nel bel mezzo di questi blocchi contrapposti.

L’APPLICAZIONE DELLE REGOLE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE COME UNICA VIA DI USCITA

L’occupazione della Palestina e il conseguente conflitto israelo-palestinese, questioni irrisolte ormai da quasi settant’anni, tornano a ripresentarsi con sempre maggiore forza. Non parlarne, o voltarsi dall’altra parte facendo finta di non vedere non aiuterà certo la situazione generale di tensione internazionale che si è sviluppata e che si sta intensificando rapidamente.

L’uscita da questo film dell’orrore collettivo sarebbe di facile attuazione: basterebbe ritornare rapidamente all’applicazione delle regole del Diritto Internazionale, quelle stesse regole che stabiliscono le forme di convivenza pacifica e rispettosa fra i paesi.

Oggi più che mai le regole sancite dal Diritto Internazionale vanno applicate e non va certo bene continuare a pulircisi i piedi, come fossero uno zerbino.  E’ andata così in questi ultimi 25 anni, dalla caduta del blocco sovietico, dove gli Stati più forti, in testa gli USA e poi in ordine la Gran Bretagna e i paesi europei, in barba non solo al Diritto, ma anche alle varie risoluzioni ONU emesse, hanno violato ogni regola possibile, ogni principio del Diritto, minando nelle fondamenta un equilibrio già di per sé fragile.

Con quale autorità e credibilità si possono adesso presentare questi paesi occidentali, che proprio violando i principi del Diritto Internazionale hanno scatenato guerre, sostenuto dittature e venduto armi, ultimamente facendo persino affari con i cosiddetti terroristi? Come non definirli “Stati Canaglia”, termine coniato proprio dagli Stati Uniti per additare quei paesi contro cui si doveva scatenare la famosa “Guerra al terrore”?

Un concetto, quello del Diritto Internazionale, nato dopo due guerre mondiali e oltre 70 milioni di morti e che proprio per evitare altre catastrofiche guerre riconosce a tutti gli Stati il diritto all’esistenza e all’autodeterminazione.

Purtroppo i principi del Diritto Internazionale in questi ultimi decenni sono spesso stati sostituiti dal concetto di un mondo a trazione unipolare, con gli Stati Uniti, che grazie alla propria potenza bellica ed economica, finora si erano presi il ruolo di “Sceriffo mondiale”.

Ebbene, la storia stessa ci sta dicendo a gran voce che questa modalità non funziona più, che per risolvere i conflitti di varia natura e genere c’è bisogno urgentemente di riprendere la strada del Diritto Internazionale, che stabilisce regole uguali per tutti gli Stati, mentre finora le regole sono state applicate sempre a senso unico. Per questo motivo c’è bisogno di ripensare il mondo passando da una conduzione unipolare ad una multipolare, che riconosca i diritti di tutti gli Stati e non solo quelli di una parte.

Continuare sulla cattiva strada della legge del più forte non può che portare all’ulteriore aumento delle tensioni in atto, attualmente già molto forti. Più insistiamo in questa direzione, più ci avviciniamo all’orlo di un baratro catastrofico, da cui sarebbe saggio, oltre che igienico, allontanarsi rapidamente.

UNA STORIA DA TENERE BENE A MENTE

Un tempo la saggezza popolare, quando all’interno di un conflitto si veniva a creare una situazione senza via d’uscita, specie a causa della cieca ostinazione di una delle parti a voler prevalere per forza sulle altre, usava una famosa citazione biblica: “Allora che muoia Sansone con tutti i Filistei!” . Era il grido di Sansone stesso mentre abbatteva le colonne portanti della struttura sotto cui si trovava, provocando così la sua morte, ma anche quella di tutti i filistei che lo avevano imprigionato.

Da questa triste storia sono passati migliaia di anni; da allora i rapporti di forza, i protagonisti e le condizioni sono radicalmente cambiati, però sappiamo bene che la storia è beffarda e tende a ripetersi, specie quando si dimentica la lezione che essa ci aveva impresso. Fortuna vuole che adesso si sappia già in anticipo come vanno a finire certe cose, perciò sarebbe bello immaginarsi almeno questa volta un finale diverso, senza più sacrifici né carneficine. Un epilogo che veda intraprendere una strada differente, che trovi finalmente fondamento nell’applicazione dei Principi del Diritto Internazionale validi per tutti.

Truppe turche e estremisti islamici mettono in fuga gli abitanti dei villaggi kurdi del nord della Siria

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20.10.2016 Associazione per i Popoli Minacciati
Truppe turche e estremisti islamici mettono in fuga gli abitanti dei villaggi kurdi del nord della Siria
(Foto di Medici senza Frontiere)

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha rivolto pesanti accuse contro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, secondo cui gli attacchi sferrati tra lunedì 17 ottobre e oggi dalle truppe turche insieme a milizie di estremisti islamici nella regione di Shahba a nord di Aleppo avrebbero messo in fuga circa 900 persone dei villaggi kurdi di Tal Batal e Kuaibe.

Secondo l’APM, mentre i media internazionali si concentrano sull’operazione militare per la liberazione di Mosul, Erdogan continua a perseguire i propri interessi in Siria. Dopo decenni di guerra civile e una politica della terra bruciata con la quale i governi turchi hanno svuotato complessivamente 3.876 villaggi kurdi, cristiani e yezidi nel proprio paese e messo in fuga circa quattro milioni di persone, pare proprio che Erdogan abbia deciso di applicare la stessa strategia anche nel paese vicino.

Chi fugge dalle truppe di Erdogan e da quelle degli estremisti islamici cerca riparo nella regione autonoma di Afrin, controllata dai Kurdi, dove si trova anche il campo profughi di Robar. Questo dista solo 18 km dalla frontiera con la Turchia, ma poiché la Turchia ha chiuso la sua frontiera in direzione Siria il campo non può quasi essere raggiunto dalle organizzazioni umanitarie.

I campi profughi di Robar e di Shahba hanno finora accolto migliaia di famiglie profughe e ogni giorno si aggiungono centinaia di persone. Complessivamente Afrin ha accolto finora circa 400.000 persone. La maggior parte dei profughi sono arabi-sunniti di Aleppo e dei villaggi circostanti, dove la situazione umanitaria è semplicemente catastrofica. Mentre l’aviazione di Assad e del suo alleato russo continua a bombardare la regione a est di Aleppo, la Turchia, membro della NATO e sostenuta dall’Arabia Saudita e dal Qatar, attacca le regioni occidentali di questa antica, ma ormai quasi completamente distrutta città.

A fare le spese di questa brutale guerra che da tempo ha trasformato la Siria nello scenario in cui le varie potenze si giocano i propri interessi geopolitici è la popolazione civile. Ad Aleppo non mancano solamente i medici, i farmaci e l’attrezzatura medica. I bombardamenti delle varie parti in causa hanno distrutto diverse centrali elettriche e un attacco delle truppe radical-islamiche alleate della Turchia ha infine distrutto anche un impianto di pompaggio, lasciando l’intera città senz’acqua.

Antigone: giustizia per i reati di tortura

 

Antigone: giustizia per i reati di tortura
(Foto di Luca Rossato via Flickr)

Diaz e Bolzaneto: un altro giudice ci ricorda come in Italia non si possa fare giustizia nei casi di tortura. Gonnella: “Renzi e Orlando si impegnino per far approvare subito la legge”

“Condotte di vera e propria tortura”. “La volontà di cagionare dolore nell’abusare delle rispettive posizioni di potere e autorità”.

È quanto scrive la giudice del tribunale civile di Genova Paola Luisa Bozzo Costa nella sentenza con la quale riconosce a Tanja, una delle tante persone che subì violenza nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001 a Genova, danni morali e fisici per 175 mila euro.

Vere e proprie torture che in sede penale non sono state punite poiché, come scrive la stessa giudice, la “lesione di diritti della persona a protezione costituzionale non sono oggetto di tutela della norma penale sanzionatrice in questione”.

“Ancora una volta – dichiara Patrizio Gonnella – un giudice italiano ci ricorda come in Italia non si possa fare giustizia”. “Era già accaduto per le torture nel carcere di Asti. In quel caso il giudice mise nero su bianco che le violenze subite da due detenuti erano torture ma che, per l’assenza di una norma ad hoc, non erano perseguibili come tali”.

Quelle torture sono ora al vaglio della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (anche grazie alla collaborazione di Antigone nel predisporre i ricorsi), così come lo sono le violenze nella caserma di Bolzaneto e lo sono state in passato quelle alla scuola Diaz. In quest’ultimo caso i giudici di Strasburgo condannarono l’Italia proprio per quelle torture, sollecitando il nostro Paese a dotarsi di una legge.

Una sollecitazione cui l’Italia ha risposto con l’affossamento della legge in discussione in Parlamento, sostituendo la sua approvazione ad un tentativo di patteggiamento con i due detenuti di Asti e i trentuno ricorrenti delle violenze a Bolzaneto. 45mila euro ciascuno per rinunciare al ricorso e alla presumibile condanna. Una compensazione che la Corte nel caso di Asti e i ricorrenti nel caso di Bolzaneto hanno rispedito al mittente. Si aspettano dunque, a breve, le sentenze per entrambi questi casi.

“Nonostante la legge in discussione da oltre due anni, nonostante l’impegno internazionale assunto nel 1988, quando l’Italia ratificò la Convenzione ONU contro la tortura, nonostante l’impegno assunto da Renzi all’indomani della condanna per le torture alla scuola Diaz, il nostro paese resta il paradiso dei torturati” dichiara Gonnella.
“Giovedì scorso con decine di organizzazioni della società civile italiana – prosegue il presidente di Antigone – siamo stati in piazza Montecitorio per chiedere subito la legge”.
“Una richiesta rivolta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al ministro della Giustizia Andrea Orlando che rinnoviamo. L’Italia – conclude Gonnella – non può essere ancora terra di impunità per chi si macchia di crimini contro l’umanità”.